L'Italia repubblicana
e gli anni dello sviluppo

Il referendum istituzionale e la scelta repubblicana

La consultazione elettorale del 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946 circa 25 milioni di cittadini, pari all'89,1% degli elettori, si recarono alle urne per una delle più significative consultazioni elettorali(1) nella storia unitaria. I risultati del referendum(2) istituzionale diedero 12.717.923 voti alla Repubblica e 10.719.284 alla Monarchia. Le schede bianche e nulle assommavano a 1.498.136. I risultati evidenziavano, tra l'altro una netta divisione negli orientamenti del paese. Al Nord e nelle regioni dell'Italia centrale la preponderanza repubblicana fu notevole e in alcuni casi schiacciante (Ravenna 88%, Trento 85%, Forlì 84%, Grosseto, Reggio Emilia e Ferrara 80%) mentre il Mezzogiorno confermò la tradizionale fedeltà all'istituto monarchico, soprattutto a Lecce (85%), Caserta (83%), Napoli e Messina (77%). Non mancarono circoscrizioni elettorali del Sud dove i voti a favore della monarchia vennero espressi anche da elettori dei partiti della sinistra. In tutte le province a nord di Roma, escluse Cuneo e Padova, prevalse la repubblica, mentre nelle province a sud di Roma, compresa la capitale ed escluse Latina e Trapani, prevalse la monarchia.

Questo risultato era da un lato il riflesso di orientamenti e culture antiche, di una diversa geografia politica che aveva visto nelle regioni del Nord la forte presenza di un proletariato vicino alle istanze dei partiti di sinistra ed anche una antica tradizione repubblicana, soprattutto nelle Marche e nella Romagna. Le regioni meridionali, prevalentemente agricole, si muovevano nel solco di una tradizione paternalista e conservatrice, che la portava a custodire un istituto come la monarchia, che faceva parte della tradizione storica del Mezzogiorno. Ma la diversità del voto referendario va interpretata anche e soprattutto come conseguenza della diversa esperienza vissuta dal paese nel periodo 1943-1945. Mentre il Centro-nord aveva subito pesantemente l'occupazione nazista e la Repubblica sociale italiana, gli eccidi e le persecuzioni, i bombardamenti aerei, i lutti e i dolori. Il Sud aveva conosciuto un passaggio più morbido dal fascismo al post-fascismo.

Il 12 giugno, il Consiglio dei ministri decise, in base ai risultati trasmessi alla Corte di Cassazione, di affidare a De Gasperi la carica di capo provvisorio dello Stato, dichiarando decaduta la monarchia.

Estratto da "Un salto nel buio" da "Archivio audiovisivo della Democrazia Cristiana"

Umberto II lascia l'Italia

Il 13 giugno, Umberto II - che aveva assunto la carica di sovrano dopo l'abdicazione del padre, Vittorio Emanuele III nel maggio 1946 - lasciò l'Italia per trasferirsi in Portogallo. De Gasperi attese la definitiva proclamazione dei risultati del referendum da parte della Corte di Cassazione, il 18 giugno, per assumere i poteri di capo dello Stato, che tenne fino al 28 giugno quando l'Assemblea costituente elesse nuovo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Giurista ed esponente della cultura politica liberal-democratica. De Nicola, che era stato presidente della Camera dal 1920 al 1923, rappresentava una sorta di continuità tra l'Italia prefascista e la nuova democrazia repubblicana. Si trattava di una scelta che mirava a ricucire lo strappo che il trapasso dalla monarchia alla repubblica aveva provocato nel paese.

L'Assemblea costituente

Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l'Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l'affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell'Assemblea (35,2%), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,6%. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e socialista. Le elezioni evidenziavano anche il radicale ridimensionamento della forza politica del liberalismo, che sino all'avvento del fascismo aveva egemonizzato la vita politica nazionale.

La Carta costituzionale dell'Italia repubblicana

Nel corso di un anno e mezzo di intenso lavoro, l'Assemblea costituente, diede vita ad un dibattito carico di fermenti e di confronti, animati però da una comune tensione ideale, che trovava il suo fondamento nella prospettiva di dar vita ad uno Stato ancorato ai valori della libertà e della democrazia, animato dal rifiuto del fascismo e dalle istanze maturate nel clima della Resistenza.

La nuova Costituzione(3) segnava il superamento non solo formale del vecchio Statuto albertino e offriva l'immagine di una democrazia molto avanzata soprattutto sul piano delle istanze sociali. Lo stesso diritto della proprietà privata non era assoluto ma sempre accompagnato dal concetto di "funzione sociale" della proprietà, mentre un ruolo centrale assumeva il lavoro, inteso come base su cui costruire i rapporti sociali. Un ruolo non trascurabile nella definizione di questi principi ispiratori della Carta costituzionale ebbero soprattutto alcuni costituenti cattolici(4)(5) quali Dossetti, Gonella, Moro, Taviani, Vanoni e giuristi come Tosato, Ambrosini, Amorth, Balladore Pallieri, Leone, ed altri.

Lo spirito che informava la nuova Costituzione si ispirava ai valori del personalismo, del solidarismo e mirava a realizzare uno stretto rapporto tra Stato e società: un rapporto assai articolato, nel quale ai partiti veniva affidato il compito di contribuire alle crescita democratica del paese, favorendo la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato e degli enti locali.

In seno all'Assemblea, soprattutto da parte comunista, si cercò di privilegiare più il rapporto tra i partiti che il problema delle trasformazioni istituzionali. Il PCI si fece sostenitore di uno Stato che rifletteva la tradizionale struttura degli Stati democratici occidentali a base parlamentare, una democrazia di tipo borghese, molto avanzata, l'unica che in quel momento si poteva costruire, a detta dello stesso Togliatti. Uno Stato nel quale il peso e il ruolo dei partiti assumeva un ruolo significativo. Come ha sottolineato Pietro Scoppola, si trattava di "una forma di democrazia guidata dai partiti, l'unica possibile in un'Italia uscita da vent'anni di fascismo". I maggiori poteri vennero attribuiti alle due camere elettive (Camera dei deputati e Senato), che, oltre l'esercizio del potere legislativo avevano anche un controllo sull'attività del Governo, la cui esistenza era vincolata alla fiducia del Parlamento. Questi ampi poteri erano accompagnati da alcuni limiti che avevano la funzione di impedire una sorta di onnipotenza parlamentare: basti ricordare la speciale procedura prevista dall'art. 138 per la revisione della Costituzione, il controllo della Corte costituzionale sull'attività legislativa, l'istituto del referendum costituzionale e abrogativo e le limitazioni del potere legislativo per tutte le materie attribuite alle regioni.

La Corte costituzionale e il decentramento regionale furono le maggiori novità rispetto al passato. Soprattutto l'istituzione delle regioni segnava il superamento del vecchio stato centralista e l'affermazione delle istanze autonomistiche e regionalistiche.

I rapporti tra Stato e Chiesa

Per quanto riguarda la questione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica, prevalse -con l'art. 7 - il riconoscimento degli accordi del Concordato del 1929 per regolare i rapporti tra la Repubblica e la Santa Sede. Il fatto politico più rilevante di questa votazione fu il sostegno che il PCI diede all'art. 7, motivato dal desiderio di evitare nuove tensioni al paese e dalla esigenza di legare Santa sede e mondo cattolico alla nuova costituzione democratica italiana.

Uno dei nodi più delicati da risolvere in seno all'Assemblea costituente riguardava la soluzione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica. Nonostante l'orientamento generale delle forze politiche laiche, che rifiutavano l'accettazione dei Patti lateranensi, prevalse un orientamento, sostenuto dalla DC, che riconosceva negli accordi del 1929 lo strumento giuridico per regolare i rapporti tra la Repubblica e la Chiesa. Il fatto politico più rilevante di questa votazione fu il sostegno che il PCI diede all'art. 7, motivato dal desiderio di evitare nuove tensioni al paese e dalla esigenza di legare Santa sede e mondo cattolico alla nuova costituzione democratica italiana. Non era certamente assente nella prospettiva togliattiana il tentativo di stabilire una sorta di rapporto diretto con i vertici vaticani da un lato e la base del mondo cattolico dall'altro. Non a caso Togliatti, motivando il voto favorevole del suo gruppo, affermava di voler evitare il riaprirsi di un contrasto fra clericalismo e anticlericalismo, giudicava che la partecipazione dei cattolici alla lotta di liberazione aveva segnato il superamento di vecchie e logore pregiudiziali e che non era il caso di turbare la pace religiosa degli italiani con nuovi conflitti. Tuttavia, il voto sull'art. 7 non favorì un riavvicinamento tra DC e PCI né un rafforzamento della compagine di governo.

L'Assemblea costituente approvò la nuova Carta costituzionale nella seduta del 22 dicembre 1947. Promulgata dal Presidente della Repubblica il 27 dicembre, la Costituzione repubblicana entrò in vigore il 1 gennaio 1948.

Approfondimenti

1 Scambio epistolare tra De Gasperi e Sturzo sul Referendum
Le due lettere qui riportate si inseriscono nel contesto di un fitto scambio epistolare tra De Gasperi e Sturzo che aveva per tema il ritorno in Italia di quest’ultimo dopo un esilio di oltre venti anni. Di fronte al suo ardente desiderio di tornare in patria e di mettere al servizio la propria esperienza per la rinascita dell’Italia, De Gasperi fa presente a Sturzo la preoccupazione delle autorità vaticane di fronte alla sua netta preferenza per l’opzione repubblicana. La risposta di De Gasperi è un documento di particolare interesse per comprendere la complessità della posizione dei cattolici, e della Dc in particolare, di fronte all’alternativa tra monarchia e repubblica.

2 Assemblea Costituente 1946

3 Giorgio La Pira, Il valore della costituzione italiana
, in «Cronache sociali», 1948, n. 2, pp. 1-3, in www.amshistorica.cib.unibo.it/173 a cura dell’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna.

4 N. Antonetti, Democrazia politica e costituzione
Nella ricorrenza dei cinquanta anni della Costituzione italiana, vari istituti culturali hanno promosso volumi di raccolta di documenti ed approfondimenti storiografici. Nell’ambito del progetto l’Istituto Sturzo ha curato la pubblicazione di A cinquant’anni dalla Costituzione. I cattolici democratici e la Costituzione (tomi I – II – III) a cura di N. Antonetti, U. De Siervo, F. Malgeri, con introduzione di G. De Rosa. Riportiamo alcune pagine dei saggi di Nicola Antonetti, Dottrine politiche e dottrine giuridiche. I cattolici democratici e i problemi costituzionali (1943-46) e di Ugo De Siervo, Le scelte costituzionali.

5 U. De Siervo, Lo spazio lasciato agli intellettuali ed ai giuristi

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