Rivisitazione del Codice di Camaldoli - Riflessioni, Principi, Valori

di Fabio Ciceroni

La nostra attuale condizione di crisi è testimoniata, se non altro, dalla forte tendenza ad appiattirci sul presente come rifugio. Il passato sembra non interessare, il futuro rende irrequieti.

Perciò ritornare a quel documento di alta elaborazione progettuale che va sotto il nome di Codice di Camaldoli, al suo spirito, non può essere solo una rievocazione, ma anzi dovremmo rendere omaggio all'utilità delle circostanze che ce lo ripropone. Sono settant'anni che da quel gruppo di animosi docenti, giuristi e molti economisti cattolici s'incontrarono nel Monastero per progettare una società diversa alla vigilia del crollo del fascismo con quello che ne sarebbe succeduto (i risultati sarebbero stati resi pubblici nel 1945, ma quei lavori terminarono proprio la sera del giorno precedente il 25 luglio 1943…).

Quale può essere allora il senso di una "rivisitazione" di un testo che, va anche detto subito, in molte sue parti rivela tutto il peso del tempo e sembra confinato in uno spazio storico così lontano dalla nostra attualità?

Un indizio di questa "datazione" del Codice è ad esempio rintracciabile nella convinzione, allora scontata, che il pensare ed il sentire cristianamente appartenessero alla quasi totalità della società italiana, quando oggi abbiamo dovuto prendere atto che questa visione, pur sempre lievitante, è espressa da una minoranza.

L'attualità del documento

Non si vuole qui però un'analisi storiografica, che sarebbe peraltro di notevole interesse, su un documento che ha finito con l'avere una grande influenza sulla Costituzione repubblicana. Si vuol tentare invece di far riemergere almeno una certa parte di spunti di riflessione, di principi, di valori, ma anche di metodi, che possono ancora oggi entrare in consonanza col nostro tempo della società e della politica.

Ed allora si scopre che il documento può in queste parti risultare di un'attualità impressionante, perfino sconcertante. La causa è ancora una volta quell'autentica ansia di verità, quella volontà di penetrare nel profondo le esigenze della persona umana quando si relaziona con la comunità e quando vuol realizzarsi in piena continuità col bene comune. La passione e la competenza degli uomini di Camaldoli, la loro coscienza informata e stimolata a proiettarsi nel domani da un momento lungamente tragico della storia europea, hanno prodotto un testo indubbiamente profetico, il cui merito principale va al coordinatore Sergio Baronetto, morto poi giovanissimo in quello stesso 1945, ma anche in primo piano all'economista Ezio Vanoni. Né è qui il caso di menzionare la lunga lista degli altri, alcuni dei quali parteciparono in prima persona, altri affidando per iscritto le proprie idee, altri ancora aggiungendosi più tardi.

La portata di quelle idee è però tale da non riguardare affatto soltanto il mondo cattolico da cui pure provenivano, ma ha loro impresso i caratteri di un contributo universale. Nella presentazione, il testo fa riferimento al rispetto verso "i fini essenziali dell'uomo e della società". La preoccupazione diventa allora non di meditare intorno ai massimi sistemi, ma di lavorare per creare "un ordine sociale non solo astrattamente giusto e umano, ma anche concretamente e storicamente possibile". Insomma, riaffiorava così l'antica ma sempre urgente necessità di mediare tra i principi e la prassi soprattutto politica.

È proprio da questo sforzo di mediazione che sarebbe scaturita quella scommessa democratico-cristiana, vinta in età degasperiana e poi progressivamente perduta, come dolorosamente denunciava Valerio Volpini nel suo celebre Sporchi cattolici già nei primi anni settanta. Né mi pare che oggi a più di venti anni dagli esordi di questa incompiuta seconda repubblica, i partiti politici dimostrino di essere all'altezza di quella necessaria mediazione, ammesso che la vogliano davvero. Sembra piuttosto prevalere un deleterio mercato degli interessi di parte che si ammanta a volte di principi ripetuti ma non applicati, altre volte di cascami ideologici sideralmente lontani non solo dalla storia ma anche dall'interesse collettivo.

Politica e ruolo di mediazione

Un primo punto della lezione di Camaldoli può essere allora questo: restituire alla politica la tanto auspicata centralità perduta.

Vuol dire restituire ad essa il ruolo della mediazione, ossia la capacità, ma prima ancora la volontà di discernere all'interno della dinamica storica, sociale, culturale, gli obiettivi ed i progetti per costruire un ordine sociale che garantisca i diritti e i doveri della persona.

Non ci si vuol accorgere oggi che la disaffezione dalla politica data da troppo tempo è che essa è stata propedeutica alla sua crescente delegittimazione. Manca del tutto la forte coraggiosa carica di progettualità di Camaldoli: allora, in condizioni proibitive, si avvertì la necessità di elaborare una proposta alta ma non generica, ricca di impulsi ideali ma anche di specificità sociali, giuridiche, economiche.

Oggi, come si nota, nonostante incontri, convegni, tavole rotonde, alla miriade di analisi corrisponde alla fine una sterilità progettuale che preoccupa, ma forse non preoccupa proprio coloro che hanno interpretato e poi assunto la politica come un mestiere permanente.

Se il pericolo incombente di allora era il totalitarismo, quello di oggi è proprio la delegittimazione della politica, la sua riduzione ad un angolo poiché il corpo sociale avverte la diffusa rinuncia alla sua finalità fondamentale, ossia un servizio alla promozione del bene comune, un servizio istituzionale e democraticamente partecipato.

Condivisione di principii

Un secondo aspetto suscitato dallo spirito di Camaldoli mi appare altrettanto attuale: quello che ci conduce alla necessità di un minimo comune di principi condivisi, da valere, allora come ora, nel rapporto tra i cattolici e non, ma oggi anche nei rapporti tra i cattolici appartenenti a schieramenti diversi.

In altri termini, viene richiamata la questione di quella che Benedetto XVI intendeva definire una "sana laicità". L'intesa su questo punto è essenziale, come si può ben intuire, proprio perché da essa discendono i comportamenti e quindi le scelte politiche che ricadono sulla sfera pubblica e su quella privata dei cittadini.

Il concetto corretto di laicità sovrintende e determina un corretto rapporto tra il cristiano e la politica, ma anche tra credenti e non credenti entro l'agire politico. Se intendiamo correttamente la laicità come un terreno di ricerca comune in nome della ragione, un luogo di ragionevole dinamica convergenza delle rispettive verità, risulta un concetto in divenire, non statico e definito una volta per tutte come un pregiudizio permanente. Altrimenti rischiamo l'erezione di un anacronistico muro contro muro tra clericalismo e laicismo, che è poi anch'esso una forma di clericalismo rovesciato. È insomma necessario, al di la del rigurgito di una simile disputa, aprirsi reciprocamente alle diverse tesi poiché senza uno spazio di valori comuni e condivisibili – anche minimi, si diceva – non si potrà edificare un bene comune e quindi il futuro. Non si potrà offrire quella progettualità essenziale al rilancio delle speranze individuali e collettive.

Ma nell'apertura reciproca occorre tener presenti i rischi da superare con franchezza morale e con chiarezza intellettuale. Il primo è quello di non trasformare il pluralismo, e con esso il multiculturalismo, in relativismo. La fermezza del principio condiviso deve precedere le differenze culturali, non seguirle o peggio ancora inseguirle in un percorso senza senso e che sarebbe senza fondo. Ne diverrebbe la fatale erosione dello spazio pubblico comune e la parcellizzazione progressiva degli interessi individuali sempre più contrapposti fino a rendere facoltativo lo stesso vincolo sociale. Che coincide poi con quella civiltà di valori comuni profetizzata dal codice di Camaldoli e realizzatasi nella Costituzione.

Sarebbe la sconfitta definitiva della politica confinata a svolgere il ruolo di contenitore "neutro" di interessi, arbitro fra egoismi inevitabilmente contrapposti e disgreganti.

La dottrina sociale della Chiesa che sta alla radice della proposta di Camaldoli, credo abbia dimostrato una tenuta ed una capacità di risposta che appaiono, in questa delicata fase di disorientamento collettivo, assai lungimiranti e meno sottoposte alla caducità delle stagioni elettorali.

Non va affatto dimenticato che quella delegittimazione che dicevo è anche imputabile allo stato febbrile di campagna elettorale permanente cui sono costretti i partiti e gli schieramenti, ormai quotidianamente irretiti nella trappola del consenso.

Tuttavia, proprio per aver individuato alcuni limiti del farsi attuale della politica, non bisogna perdere fiducia nella democrazia che conosce tempi diversi ed imprevedibili nel suo svilupparsi anche quando all'apparenza sembra navigare in acque stagnanti, come ricorda Tocqueville.

Ed è questa una ulteriore conferma della vitalità dello spirito di Camaldoli: l'ammonimento che ne viene in questo senso alla politica è di non presumere mai di sé, un invito perentorio all'umiltà, virtù cristiana assai poco frequentata specie in questi tempi di esasperato protagonismo e di supponenti contrapposizioni.

Camaldoli ci insegna dunque che la democrazia è sempre una conquista da fare, è sempre in transizione, poiché appena si adagia sui propri risultati tende inevitabilmente a regredire. Per crescere, invece, deve far avanzare i diritti della persona e portare a sintesi libertà politica e giustizia sociale.

Legalità ed essenza dello Stato

Un terzo aspetto che investe anche in termini brucianti il nostro quotidiano vivere civile e su cui può ben intervenire la lezione di Camaldoli, a quello della legalità. Può essere letto come una salutare intuizione quanto riportato al paragrafo 9, sull'Essenza dello Stato: "Ogni tentativo di tirannia, la quale non è altro che la politica che sopraffà il diritto, si riduce facilmente al concetto di corpo sociale come totalità avente sovranità assoluta su tutti gli altri fini dell'uomo, il che è il massimo ostacolo per gli individui nel tendere all'acquisto dei supremi e immutabili beni a cui tendono per natura".

Si tratta chiaramente del recupero del valore fondamentale della legge come elemento di collegamento all'interno della società, dello stato di diritto per garantire insieme l'autonomia della persona e la convivenza civile. La legge intesa dunque non come limite, quando viene erogata da una condizione di democrazia, ma come garanzia di aggregazione civile nell'accettazione delle regole comuni. Ciò che sembra preoccupare, sotto questo profilo, è il rischio della "dittatura" di alcuni gruppi sociali su altri allorché si perda il valore del diritto.

È il criterio cristiano della misura, della prudenza, della regola che ha poi informato con la propria cultura giuridica la stessa Costituzione.

Smarrita la bussola della legge, diventa difficile ricomporre il conflitto sociale o trovare punti d'intesa nel conflitto degli interessi.

Viviamo tempi di forte frammentazione piuttosto che di reale pluralismo, ove l'insorgere di nuove corporazioni di interessi ha finito col formare gruppi intorno ad esigenze e domande che hanno del tutto dimenticato il loro necessario inserimento all'interno delle esigenze di un bene comune. Quando interessi particolari prevaricano su principi e valori, la politica vacilla e dà anch'essa risposte frammentate e contraddittorie con la propria funzione, così lo Stato stesso abdica al proprio ruolo regolatore.

Si capisce fin troppo bene che, per affrontare l'irrompere frequente dell'illegalità che mina le basi della convivenza ingenerando insicurezza e progressiva chiusura, bisogna postulare un mutamento fondamentale di cultura.

Il tema dell'educazione

Quasi a suggellare questa serie di concetti che attestano il carattere, insieme concreto ed ideale dei principi elaborati dalla sintesi finale del Codice, vale la pena di soffermarsi allora conclusivamente su un settore della vita civile – tra i tanti trattati sistematicamente dal testo – che si riallaccia all'esigenza di quella rivoluzione delle coscienze appena auspicata. Questo aspetto essenziale è stato di recente riportato alla ribalta con accenti addirittura drammatici. È il tema dell'educazione.

L'educazione assume subito, nel Codice, una valenza etico-politica primaria, che va ben al di là dell'apprendimento e attiene piuttosto alla formazione spirituale. L'attenzione che vi dedica il Codice è senza dubbio preminente, tanto che il capitolo III ne risulta il più esteso ed articolato, ma anche, nella sua stesura, certamente il più controverso. È come se quel gruppo di animosi pre-costituenti, pur così eterogeneo negli interessi, ma univoco nei principi valoriali, avesse colto della questione il ruolo di fondazione di tutto l'edificio civile che s'intendeva costruire.

L'educazione, intesa come "premessa al fondamento spirituale della vita sociale", ha il suo nucleo nell'affermazione che "fine di ogni sistema educativo e politico è di far conoscere praticamente all'individuo la dignità dell'uomo e abituarlo a rispettarla in sé e negli altri e a farla rispettare".

Aldo Moro vi aggiunge che essa va pertanto intesa come "viluppo progressivo della personalità mediante una adeguata cognizione del proprio io e del mondo", mentre Giuseppe Capograssi suggella il concetto del valore supremo della persona umana quale "fine inviolabile, non riducibile per nessun modo a mezzo; e tutto il resto, realtà naturali e collettive, politiche e sociali, società e Stato sono mezzi e valori strumentali per questo fine". Ove riemerge una costante del Codice, ossia una visione "strumentalista" dello Stato, realtà, a suo tempo, garante e promotrice del pluralismo e delle autonomie, mentre balza in primo piano la società nelle molteplici forme in cui si articola e si dispiega l'attività degli individui e dei gruppi. Qui è agevolmente rintracciabile l'impronta sturziana.

In questo quadro, risulta ribadito, quale naturale conseguenza, il diritto della famiglia di educare i figli come "anteriore a qualsiasi diritto della società civile e dello Stato", il che se accresce enormemente le responsabilità della famiglia, impone allo Stato di "mettere in opera ogni espediente per rinforzarne l'autorità e accrescerne la capacità pedagogica". Tra l'altro si raccomanda "un meglio ordinato amore per i figli, che di essi veda soprattutto gli interessi spirituali e non solo materiali" e "di esercitare l'autorità con fermezza amorosa e con risultati di persuasione perché essa sia davvero liberatrice".

Il concetto di istruzione è soltanto successivo a quello di educazione, quando la famiglia deve far ricorso alla scuola, che però "non ha un potere originario, ma delegato". La superiorità di competenza che la scuola assume nei riguardi della famiglia non contrasta con la visione cristiana, ma lo spirito dev'essere quello di una stretta collaborazione per il raggiungimento del fine comune.

Fondamentale resta pertanto il principio della libertà della scuola, ed ogni "monopolio educativo e scolastico che costringa moralmente le famiglie a frequentare determinate scuole contro gli obblighi della coscienza" sarebbe ingiusto ed illecito. Educazione alla libertà è dunque portare il giovane "a vedere in ogni altra creatura umana un valore uguale al proprio".

Ora sarebbero parecchie le considerazioni che dovrebbero scaturire da questa serie iniziale di affermazioni, ma, facendo un balzo alla situazione educativa del nostro tempo, è innegabile che abbia finito col prevalere – specie a partire dagli anni Settanta del secolo scorso – una pedagogia (teorizzata e soprattutto praticata) – che ha frainteso il senso della libertà educativa con quello di una semplice permissività, secondo la quale la creatività del ragazzo cresce tanto più quanto meno viene guidato. Ma poiché i ragazzi sono esseri sociali, se la famiglia o gli insegnanti smettono di indicare valori e regole di condotta – ossia se rinunciano alle proprie responsabilità di padri e di maestri – subentrano immediatamente altre forze che ne prendono il posto.

Sappiamo quali sono queste forze. Francesco Alberoni le sintetizza anzitutto nel gruppo dei compagni che assume il ruolo di guida indicando i modelli da seguire: che non sono più gli studiosi e i filosofi, ma i cantanti rock, i divi dello spettacolo, gli attori, i calciatori, i comici.

"Quindi non è vero che i giovani non hanno più maestri, ma solo maestri diversi che insegnano altre cose". Conseguenze sono sotto i nostri occhi, pur non volendo generalizzare: un individualismo disordinato, lassismo, perdita di autodisciplina di autocritica, della capacità di sacrificio e di affrontare ostacoli e frustrazioni.

Non è tutta qui la realtà, naturalmente, ma il dilagare di questi modelli, dovuti in gran parte alla videocrazia imperante, ha assunto aspetti così inquietanti che tempo fa, è uscito a chiare lettere un appello di sessanta intellettuali, appartenenti a tutte le estrazioni culturali, che si sono sentiti in dovere di uscire allo scoperto con un appello inequivocabile, che potremmo riassumere nello slogan Torniamo all'educazione. Dove, come per Camaldoli, si torna alla funzione della formazione come preminente su quella stessa dell'istruzione e della preparazione superiore od universitaria.

In questo inaspettato appello si legge che l'Italia "è attraversata da una grande emergenza" che non è anzitutto quella politica o economica, ma che "si chiama educazione". Sta cioè accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di educare i propri figli. È diventato normale vivere come se la verità non esistesse. Il disorientamento dei ragazzi è figlio di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell'educazione: famiglia, scuola, Chiesa.

Seguono le sessanta firme, tra cui quelle di personaggi assai lontani dalla visione cattolica. Che sia l'alba dei valori condivisi auspicati dal Codice di Camaldoli? Il filosofo Edgar Morin fa eco denunciando che "si è come inceppata la trasmissione di valori" e non è un caso che l'appello dei sessanta faccia esplicito riferimento ad un testo, qual è Il rischio educativo di Don Luigi Giussani, che fa vivere il suo metodo educativo partendo proprio dal recupero autonomo ed appassionato della tradizione da parte dei giovani. I quali, una volta motivati, sapranno discernere la verità oltre l'opaco orizzonte delle false idolatrie del tempo.

La vera rivoluzione

Forse è qui la vera rivoluzione di cui abbiamo bisogno, da troppo trascurata o sottovalutata, l'educazione è stata conclusa dalle classi dirigenti con una competenza tecnologica, con l'avviamento al lavoro, con le conoscenze specifiche, che sono tutte nobili cose, ma poggianti sull'argilla se prive di una solida formazione eticamente orientata e civilmente indirizzata. Ma sembrano mancare modelli adeguati e maestri preparati allo scopo.

Anche per questo un ritorno consapevolmente critico allo spirito di Camaldoli sarebbe prezioso contro il paventato rischio del declino generalizzato della nostra società, della nostra economia, della nostra politica, che hanno bisogno non di affinare le proprie tecniche, che anzi sanno sempre più di bizantino, ma di recuperare il tempo del coraggio, dell'inquietudine costruttiva, della progettualità fondata su valori meno effimeri di quelli dettati dalle mode o dalle conclamate esigenze dei più forti o dei più urlanti.

Basta completare il quadro, un accenno al mondo economico – finanziario, che appunto non fa eccezione, così come lo delinea Ferruccio de Bortoli nel presentare il volume di Francesco Gavazzi, Lobby d'Italia: "Un'Italia dove c'è molto credito ma poco capitale, più rendite che profitti, troppa ricchezza rispetto al reddito, dove contano più le relazioni che i risultati, le paure dei progetti. Un Paese in grigio, prigioniero di sé stesso. Che non sa cosa si perde. Avesse solo un po' più di coraggio…".

Ed a conferma di quanto preziosa sia la lezione complessiva che ci viene da questo documento, pur sempre "rivisitabile", cito finalmente la risposta ad un'intervista che la "segretaria" e custode del Codice – Maria Luisa Paronetto Valier – ha rilasciato dopo la domanda: Il Codice ci dice ancora qualcosa o è tempo di una nuova Camaldoli?: "Per un nuovo Codice bisognerebbe innanzi tutto avere persone dello stesso livello. Non si tratta di riscrivere un nuovo testo, occorrerebbe invece recuperare soprattutto l'animus del documento e lo spirito che mosse quegli studiosi, che non erano interessati a scalate politiche né mossi dall'ambizione di diventare ministri o sottosegretari. Occorrerebbe avere persone come Vanoni che è stato il più coerente perché ha cercato di realizzare politicamente quanto era indicato e auspicato dal Codice di Camaldoli".