"Perché ripartire da Camaldoli" (Le linee di un progetto)

di Renato Balduzzi

Ci fu un tempo in cui dominante fu l'idea di dover ricostruire. Ricostruire sulle macerie della guerra, di un regime autoritario, di coscienze intorpidite. In quegli anni i Laureati Cattolici, predecessori dell'attuale Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (Meic), diedero un contributo determinante alla ricostruzione, anzitutto con l'elaborazione di quei Principi dell'ordinamento sociale, a cura di un gruppo di studiosi, amici di Camaldoli (conosciuti poi con l'improprio titolo di Codice di Camaldoli) e successivamente con l'impegno diretto di molti di essi alla vita politica, economica e sociale italiana.

Dopo oltre sessant'anni, il Meic ha scelto di riprendere la sfida, e il titolo dato al volume uscito in questi mesi dalle Edizioni Studium (e già ristampato) evoca volutamente quella straordinaria esperienza spirituale e ambientale di Camaldoli. Singolare vicenda, in quanto l'aver chiamato quel lavoro e il chiamarlo ancora comunemente "Codice" costituisce una contraddizione con l'avvertimento, espresso dal curatore Sergio Paronetto nell'introduzione alla prima edizione del 1945, che né di un Codice, né di un catechismo si trattava, quanto piuttosto di un mero approfondimento volto a "offrire al lettore e all'uomo di azione gli elementi per un orientamento sicuro e al tempo stesso adatto alla contingente concretezza della fase storica e politica che attraversiamo".

Misto di tradizione e di novità, di buone letture e di richiamo di formule tradizionali, di apertura di orizzonti e insieme di chiusure provincialistiche, quel documento appare, negli oltre due anni di lavoro (ottobre 2006-dicembre2008), come il frutto di un'epoca irripetibile, anche se spiritualmente vicina.

Una epoca irripetibile

Un' epoca irripetibile, dove nulla era casuale: anche la scelta, nel 1947, di chiamare Coscienza la rivista del Movimento Laureati, destinata ad affiancare, inizialmente con un taglio più "divulgativo", Studium, non fu casuale: si trattava proprio di riaffermare la centralità della coscienza personale, rispetto alle istituzioni e al potere. Anche dentro la Chiesa tale scelta avrebbe avuto conseguenze, concorrendo alla formazione di coscienze laicali forti e libere che, sostenute e aiutate da figure sacerdotali di elevatissima ispirazione e tensione etico-spirituale (nel tempo, dopo don "Titta" Montini e per stare solo ai principali, padre Enrico di Rovasenda, don Lorenzo Chiarinelli, don Pino Scabini), avrebbero prima preparato il Vaticano II, poi l'avrebbero attuato con prudente sapienza.

Ma l'irripetibilità non si limita alla biografia di vita santa di molti presidenti, assistenti, dirigenti. Quell'epoca è irripetibile perché troppe sono le distanze da allora (di millennio, di contesto socio-economico, di clima ecclesiale, di immagine dell'uomo e del mondo): per l'Italia che stava cercando di fuoriuscire dalla guerra non c'erano ancora né il riferimento della Carta costituzionale, né quello dei Trattati europei, né del Vaticano II e neppure, per quanto operativamente non all'altezza dei compiti affidatile, l'Organizzazione delle Nazioni Unite; e naturalmente non c'erano globalizzazione ed Internet, terrorismo internazionale ed emergenze ambientali.

Lavoro ancora da fare

Tra le distanze ora evocate, alcune acquisizioni sembrano però tutt'altro che metabolizzate e anche per esse si pone la sfida di una continua e incessante riappropriazione da parte di ogni generazione.

Ciò vale anzitutto per il richiamo alla Carta costituzionale, la cui portata unificatrice e il cui valore identificante la coesione nazionale sono ancora troppo debolmente percepiti. Se è vero che il referendum costituzionale del 2006 ha seccamente respinto una revisione costituzionale frettolosa e di parte, è altrettanto vero che le discussioni successive sui possibili cambiamenti costituzionali, in luogo di configurare una messa in salvaguardia della Costituzione rispetto a future ripetizioni di tentativi di modificazioni a colpi di maggioranza e uno scenario di possibili revisioni puntuali e condivise, hanno riproposto la vecchia tesi secondo cui fonte degli inconvenienti e dei malfunzionamenti del nostro sistema sarebbe la Costituzione stessa, invece di prendere atto, più onestamente, che alla radice di molte delle nostre difficoltà stanno i comportamenti del ceto e del sistema politico-istituzionale, le insufficienze della legge elettorale, la preferenza per una democrazia meramente "contemplativa" e passiva rispetto alla pratica impegnativa di forma di democrazia partecipativa e/o deliberativa, la debolezza dei riferimenti culturali: con la conseguenza di riaprire l'ennesima e improduttiva discussione sui cambiamenti costituzionali imprescindibili, rafforzando nelle coscienze l'idea di una profonda inadeguatezza del testo costituzionale e dunque indebolendone il significato di presidio e vessillo dell'identità nazionale, importante anche al fine di raccogliere attorno ad essa il consenso delle nuove generazioni e delle persone che vengono nel nostro Paese provenendo da terre culturalmente e geograficamente lontane.

Le novità U.E.

Anche il riferimento all'Unione europea non è oggi scontato, come confermano le difficili ed errabonde vicende dei diversi testi di revisione dei trattati succedutisi nel nuovo millennio. L'improvvisazione e la fretta di troppe cancellerie, incapaci di capire che l'allargamento a Est avrebbe richiesto sia un tempo di adattamento e di riflessione (senza le forzature insite nella propagandata e impropria locuzione di "Costituzione europea") sia, come il Meic ha in questi anni più volte sottolineato, la coniugazione della costruzione dell'Europa con la prosecuzione del cammino ecumenico, hanno portato a una situazione di ripetuto stallo che, se non è di per sé inedita nella storia dell'integrazione comunitaria, è tuttavia nettamente nuova quanto a sfasatura tra, da una parte, la ridotta capacità della politica e delle istituzioni di governare i processi di trasformazione e di proporre indirizzi condivisi e autorevoli allo sviluppo economico-sociale e, dall'altra, la crescente affermazione di una European way of life che in alcuni settori significa pervasiva penetrazione, all'interno degli ordinamenti e dei contesti nazionali, di punti di vista, scelte ideali e approcci comportamentali, in particolare nelle delicate e sensibili materie della bioetica, della biopolitica, del biodiritto. Rispetto alle provocazioni del contesto europeo, sorge l'esigenza di affermare modelli originali (ad esempio in materia di famiglia e convivenze o di regole sulla fine della vita), ma altresì di favorire coordinamento e armonizzazione su tematiche nelle quali il grado di interdipendenza è elevato (tra queste spiccano quelle oggetto specifico delle proposte di questo volume: lavoro ed equità intergenerazionale, sviluppo sostenibile, cittadinanza e integrazione).

Da qui l'esigenza di rinnovare sintesi per le quali siamo tutti, in generale, poco attrezzati. C'è ancora troppa poca Europa nella nostra Università, nelle scuole superiori, nell'amministrazione pubblica, nell'imprenditoria, nelle stesse organizzazioni sindacali e, anche quando la dimensione europea è presente, essa lo è come segmento separato, con come occasione per un pensare europeo che diventi costume e pratica corrente nelle professioni, nell'approccio ai problemi, nella politica e nell'amministrazione. E per contro c'è troppa disponibilità, anche nel sistema dell'informazione, a individuare nell' "Europa" il capro espiatorio di veri o presunti inconvenienti della vita pubblica.

La realtà del Concilio Vaticano II

Anche rispetto al Concilio Vaticano II avvertiamo il rischio di una qualche, anche inconsapevole, rimozione, sia della parola (nel senso che non per tutti, nella comunità ecclesiale, il riferimento esplicito al Concilio in questi decenni ha costituito un riferimento comune), sia del metodo conciliare, che è metodo che individua nell'inculturazione della fede il percorso attraverso cui dare compiutezza e viabilità alle istanze veritative della fede stessa. Come Meic non abbiamo mai creduto a certe letture sul cosiddetto ottimismo conciliare, quasi che la distinzione ma non separazione tra Regno di Dio e processo storico fosse il frutto di contingenze internazionali e culturali, e non il distillato di una antica sapienza teologica finalmente liberata da incrostazioni e ipoteche temporaliste. Ecco perché vanno considerati molto importanti quei passaggi dell'Enciclica Deus caritas est (nn. 28 e 29) nei quali, sulla scia dichiarata dei testi conciliari, si spiega come non ci sia un collegamento diretto e immediato tra lo strumento attraverso cui la fede opera come forza purificatrice della ragione (la Dottrina sociale) e la politica. La Dottrina sociale non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato e neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa, ma vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato. Qui nasce, prosegue benedetto XVI, il compito dei fedeli laici, la loro molteplice azione economica, sociale, legislativa, culturale e amministrativa destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. Si tratta di andare altre all'ossequio formale verso queste impegnative affermazioni magisteriali e trasformarle in mentalità e pratica nella vita quotidiana delle conferenze episcopali e del laicato impegnato sui temi sensibili.

Intenzioni e apporti non esauriti

Dovrebbe ora risultare più chiaro perché, pur con le sottolineature di distanza rispetto a un'epoca irripetibile, le intenzioni e il fermento culturale e intellettuale che diedero vita al cosiddetto Codice di Camaldoli sono apparsi al Meic spiritualmente vicini. Proprio la consapevolezza che le novità sopravvenute sono grandissime, ma sempre da reinterpretare e far nostre, spinge a un rinnovato tentativo di sintesi.

Quella del 1943-1945 fu infatti un'intrapresa fortemente coerente con quella contingente concretezza cui accennava la presentazione dell'edizione del 1945. Sotto il profilo che più ci interessa, la scelta di elaborare un documento di principi che concretizzasse ulteriormente quelli contenuti nella Dottrina sociale della Chiesa, da offrire alla comunità cristiana in vista del perseguimento di finalità in senso ampio politiche (e cioè di concorso alla vita della città), costituì un momento di grande maturazione nell'esperienza dei cattolici italiani del secolo scorso, che consentì di passare da una concezione un po' rigida del rapporto tra sociale e politico ad una più compiuta visione che avrebbe appunto anticipato il Vaticano II. In origine era prevalsa infatti nettamente l'idea della superiorità dei fini etico-sociali rispetto a quelli politici. In uno scritto del 1901 ancora oggi molto interessante, Concetti e indirizzi sociali all'esordire del XX secolo, Giuseppe Toniolo scolpiva con efficacia questa tendenza parlando di una "virtuale e logica anteriorità dei fini etico-sociali rispetto a quelli politici". La Dottrina sociale della Chiesa poggia su questa premessa e lo stesso principio di sussidiarietà probabilmente non è comprensibile al di fuori di essa.

Ancora oggi alcune impostazioni presenti nell'area cattolica derivano da una lettura forse unilaterale di tale premessa, che porta a concezioni strumentali della politica, valorizzata soprattutto nella misura in cui è capace di garantire le opere della fede. Però l'esperienza successiva di dialogo circolare tra dimensione sociale e dimensione politica, ha portato a recuperare che, se la politica ha per oggetto l'ultimo e più perfetto bene nelle cose umane (secondo l'antico insegnamento, tratto dal commento di San Tommaso alla Politica di Aristotele), allora c'è una superiorità pratica della medesima. E dunque quella virtuale e logica anteriorità dei fini etico-sociali viene bilanciata in una considerazione più ampia, in quanto la politica è proprio ciò che riesce o che dovrebbe riuscire a far convivere nella pratica diverse concezioni di fini etico-sociali.

Un "ritorno" sentito

La tentazione di ritornare alla sola anteriorità dei fini etico-sociali è dunque forte, perché intercetta le difficoltà dell'oggi e il clima di disincanto e di disillusione; pertanto, riproporre oggi l'idea di una sintesi dichiaratamente volta a fornire elementi di costruzione "politica" della città potrebbe apparire fuori tempo. Sembra infatti, anche in questi anni, avanzare l'antipolitica (caratteristica storicamente presente nel nostro Paese sin dagli anni dell'Assemblea costituente) e contemporaneamente crescere (quale altra faccia della stessa medaglia) la consapevolezza della necessità di un di più di politica.

Se riandiamo ai decenni trascorsi, non possiamo però con rilevare una carenza di progettualità all'interno del laicato cattolico e delle sue espressioni culturali e civili, più marcata man mano che ci si allontana dalla fase costituente e della ricostruzione. Difficile sintetizzarne le cause: probabilmente influì la presenza di un grande partito politico con funzione di contenitore delle tante diversità, una sorta di ammortizzatore teologico delle medesime, declinato o cessato il quale l'ispirazione cristiana sarebbe diventata una coperta troppo stretta che lasciava intravedere la mancanza di valide sintesi culturali e civili.

Dal canto suo, e venendo ai giorni nostri, la pur valida intuizione del Progetto culturale promosso dalla Conferenza episcopale non è bastata a fare sprigionare tutte le energie e le ricchezze della responsabilità laicale, apparendo quello, in qualche passaggio, come ancora troppo strettamente orientato.

Ecco allora disegnato lo sfondo che ha dato l'impulso alla ricerca del Meic: mettere in circolo alcune idee per la società futura, in un momento nel quale più che le idee sembrano contare le appartenenze, le prese di posizione, i "cartelli" contrapposti.

Progetto Camaldoli

Progetto Camaldoli allora non è, evidentemente, la tappa finale di un percorso, ma l'avvio di un itinerario di ricerca comune, che il Meic presenta all'attenzione di quanti, singoli o gruppi, sono interessati a un dibattito sul nostro futuro che voglia essere davvero tale, cioè dialogo pluralistico tra diverse culture e posizioni, alla ricerca di soluzioni le meno lontane dai principi comuni in cui ci si può riconoscere, uscendo dall'attuale stallo dell'agorà pubblica, nella quale sembra che ciascuno sia soddisfatto dalla mera enunciazione della propria posizione/verità e disinteressato, nella sostanza, a farla interagire con la posizione altrui.

La scelta di avviare una riflessione culturalmente esigente, frutto non di solo studio accademico, ma testata sul territorio e sulle esperienze dei gruppi del Movimento, valicata da buone pratiche, condotta insieme ai giovani della Fuci e, soprattutto nella fase di avvio, alla comunità monastica camaldolese, ha anche condizionato il metodo di selezione delle esperienze più significative di questi decenni, oltre che l'individuazione dei temi su cui iniziare la riflessione.

In particolare, l'attenzione che il percorso preparatorio di Progetto Camaldoli ha dato alle buone pratiche (in tema di contrasto al precariato piuttosto che di conservazione della biodiversità o di credibili e corretti percorsi di integrazione e di consapevolezza della cittadinanza sociale) non è stato un riconoscimento a una "moda" del momento, ma il segno della convinzione che soltanto così operando saremmo stati fedeli alla nostra ispirazione (appunto alle esigenze della "contingente concretezza della fase storica e politica che attraversiamo").

Le proposte

Le principali proposte del Progetto traggono origine da questo approccio.

Così la proposta di un umanesimo rinnovato, contenuta nella prima parte, si fonda sulla convinzione che il rapporto tra fede e cultura non si risolve in una "presa di posizione" intesa come fatto/atto essenzialmente cognitivo e intellettuale, ma attiene alla capacità di vivere il valore e principio proclamato, di tessere relazioni interpersonali di qualità, di superare la tentazione dell'affermazione roboante del principio, sovente catturata dalle opinioni politiche del momento, a favore della scelta delle tante piccole fedeltà quotidiane.

Anche la proposta di un ricupero aggiornato dell'economia "mista", contenuta nella seconda parte, non va intesa come una mera variante ad effetto del ritorno alle teorizzazioni sull'intervento pubblico in economia, quanto piuttosto come l'esito della convinzione che oggi non sia più possibile ragionare in termini di più Stato o più società o più mercato, ma che sia diventato indispensabile parlare in termini di rete coordinata dei pubblici poteri, dal livello locale a quello regionale, statale e sovrastatale. Quando i diversi livelli di governo riescono a trovare anche solo un minimo di equilibrio e di coordinamento, questo diventa suscitatore di energie private dentro un quadro di programmi e controlli, perché l'attività economica pubblica e privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali, secondo la formula, tuttora insuperata, dell'art. 41 della Costituzione, che, già sessant'anni fa, tracciava le coordinate di una autentica economia sociale di mercato. È il caso, nel nostro Paese, del Servizio sanitario nazionale, considerato tra i migliori al mondo per combinazione di equità ed efficienza e che, pur nettamente diversificato nei differenti e diseguali servizi sanitari regionali registra, anche in quei territori dove la pubblica amministrazione è maggiormente in sofferenza, un rendimento migliore rispetto a quello riscontrabile negli altri servizi pubblici ed è in grado di trarre vantaggio da interventi coordinati di miglioramento (come la sofferta e illuminante esperienza dei cosiddetti piani di rientro sta dimostrando).

Analogo discorso vale per le proposte centrali delle altre due parti, sia quella che individua, rispetto all'emergenza ambientale, l'esigenza di una risposta di sistema che tenga insieme, in parallelo e in sinergia, le risposte istituzionali e quelle della vita quotidiana e degli stili di vita di ciascuno, sia quella che si concentra nella proposta di un nuovo Patto per la cittadinanza sociale che riguardi tanto i migranti quanto i nativi: tutte proposte nate da un confronto sul campo e non soltanto da una pur attenta elaborazione a tavolino.

Progetto Camaldoli è dunque un gesto di speranza. Come nel rapporto tra le virtù teologali, la speranza è fondata sulla fiducia (in questo caso sulla ragione e sulle sue capacità di far superare la diffidenza reciproca, cui gli occhi dei credenti aggiungono una fiducia con la maiuscola, che consiste nel sapere di non essere soli) e genera carità (qui nella sua veste di carità intellettuale), in un rapporto circolare e di reciproca alimentazione. Dunque, oltre che speranza, il lavoro del Meic ha costituito un atto di carità intellettuale, cui pure si applica la sottolineatura dell'apostolo Paolo (I Cor, 13,4): non si vanta e non si gonfia.

È questo lo spirito con cui viene proposto alla lettura e al confronto.