Il Codice di Camaldoli. Storia e attualità di un’esperienza

di Ernesto Preziosi

Quale significato può avere oggi rivisitare – a distanza di 70 anni – una pagina di storia che ci parla del "Codice di Camaldoli"? Conoscere una pagina di storia, certo, ma più ancora ritengo che il significato, l'utilità, stia nel lasciarci sollecitare da una tensione morale e da un metodo che quell'incontro testimonia a distanza di tempo.

Dietro quella pagina sta infatti un tratto di strada del lungo cammino dei cattolici nella vita del Paese, vi è riconoscibile una modalità di presenza, una tensione morale che il Movimento cattolico, pur nella sua articolazione e varietà, ha rappresentato. E c'è un metodo che può risultare utile – questo sì – anche nel presente, è il metodo che vede i credenti leggere la storia ed elaborare, alla luce del Vangelo e del magistero, una cultura politica. Qualcosa cioè che va oltre la stessa dottrina sociale, il suo studio, la sua diffusione, e che propone mediazioni culturali e storiche applicabili sul piano politico e legislativo, nell'interesse del bene comune. È un'opera che i credenti non possono non compiere, un'elaborazione che si propone in termini di laicità, rivolta a tutti e che si realizza anche nella collaborazione e nel confronto con tante donne e uomini di buona volontà, sinceramente interessati al bene comune.

Il quadro storico

Per cogliere il valore del Codice, anche in termini di metodo, è importante considerare come la convocazione nel monastero toscano, settant'anni or sono, rispondesse all'esigenza di offrire ai cattolici italiani, ma in definitiva all'intero Paese, una lettura del momento storico che si stava vivendo e alcune proposte conseguenti. È da questa lettura, dalla contestualizzazione del magistero sociale, che i cattolici partirono in quella stagione per ipotizzare uno scenario futuro. Torniamo a quel contesto storico.

Siamo nella fase di maggiore crisi del regime, le sconfitte belliche, le morti, le distruzioni hanno ormai seminato nel Paese una generalizzata sfiducia nella vittoria e l'atteggiamento della Chiesa, che promuove preghiere per la pace (e non più per la vittoria), viene visto dal regime come disfattismo(1). L'opinione pubblica, anche quella cattolica, si distacca sempre più dal regime. È importante notare come l'incontro di Camaldoli (18-23 luglio 1943) avvenga a poca distanza di tempo dallo sbarco alleato in Sicilia (tra il 9 e il 10 luglio del 1943) e poche ore prima dalla decisione del Gran Consiglio (24 luglio 1943) che, sfiduciando Mussolini, crea le premesse per l'arresto del capo del governo (25 luglio) e per la liquidazione del regime(2). I cattolici organizzati nell'ACI, sono l'unica realtà capillarmente diffusa(3) e si presenta alla ribalta del Paese offrendo la sua collaborazione(4), operando concretamente nella rete di carità che aiuta gli sfollati, i reduci, i resistenti. In questa fase la Chiesa si accredita nella società italiana perché promuove "la salvaguardia dell'umanità, degli spazi di convivenza, delle ragioni della pietà, della moderazione dinanzi all'odio o alle pur legittime tentazioni di farsi giustizia da soli"(5).

Con il dopoguerra e il ritorno alle libertà democratiche per i cattolici vi è l'opportunità di aderire alla democrazia partecipativa attraverso lo strumento partitico e sotto la loro responsabilità, fatto che è allo stesso tempo frutto e occasione della maturazione del laicato, e che inoltre consente di stabilire nuove sintesi della presenza dei cattolici nello Stato. Ci si può cimentare in quella che Paronetto chiamerà la "rivoluzione cristiana", un nuovo modo d'intendere, dall'interno, la società alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa che diventa così (e l'esperienza di Camaldoli ne è un esempio) un modo per fare i conti con la modernità. Anche l'accentuazione anticomunista di quegli anni non va isolata dal contesto e va compresa alla luce del fatto che il nazifascismo era stato sconfitto e rimaneva da battere un altro modello totalitario espressamente materialista ed ateo. Batterlo anche facendo una proposta diversa di società.

Il documento, che verrà poi chiamato Codice di Camaldoli(6), nasce in questo contesto, nel corso di un incontro del Movimento Laureati di Azione Cattolica svoltosi nel luglio del 1943 nell'abbazia toscana(7). Il Codice può essere considerato anche come uno dei primi frutti dell'Istituto Cattolico Attività Sociali (ICAS)(8) che punta ad "avviare la precisazione in forma organica del pensiero comune"(9), anche se, vi era la consapevolezza, ricorderà la moglie di Sergio Paronetto, uno tra i principali animatori di quel Codice con Pasquale Saraceno, che l'iniziativa si proponeva come un "punto di partenza e non un punto di arrivo"(10). Consapevolezza provata dal fatto che, già nel 1947, negli ambienti dell'Azione Cattolica si avvertiva l'esigenza di una revisione del Codice(11).

La riflessione degli intellettuali di Azione Cattolica, come è noto, fa eco al Magistero sociale e prelude ad una nuova stagione in cui il laicato cattolico, formato nelle associazioni, assumerà dirette responsabilità nel campo sociale e politico, con forme e modalità inedite. Novità che troveranno vari riscontri nelle future edizioni delle Settimane sociali, ideale prosecuzione del discorso iniziato a Camaldoli(12). Va anche detto che l'elaborazione del Codice matura sì nell'Azione Cattolica di quegli anni, in particolare nel Movimento Laureati e nell'ICAS, in una stagione di effervescenza del laicato cattolico, ma ha anche – in termini di metodo e di contenuti – un importante riferimento nell'esperienza del Codice di Malines. Un precedente significativo, presente alla riflessione del cattolicesimo sociale, di cui ci si ricorderà nella stagione della ripresa e della ricostruzione nazionale e in particolare nella fase costituente.

Camaldoli e il "precedente" del Codice di Malines

Il ministero della Costituente nel novembre 1946 editerà, nella collana di "Testi e documenti costituzionali", pubblicati come contributo alla fase preparatoria, il "Codice sociale" di Malines(13).

Il testo, curato da Ferruccio Pergolesi, nella prefazione riporta una lunga citazione dell'enciclica Quadragesimo anno (1931) di Pio XI in cui è proposto il senso dell'impegno sociale e politico della Chiesa e, con essa, dei cattolici. Testo che richiama la stagione della Rerum Novarum, di cui l'enciclica di Papa Ratti commemora il quarantesimo ricordando come, verso la fine del secolo XIX, "il nuovo sistema economico da poco introdotto e i nuovi incrementi dell'industria erano giunti a far sì che la società in quasi tutte le nazioni apparisse sempre più recisamente divisa in due classi: l'una, esigua di numero, che godeva di quasi tutte le comodità in sì grande abbondanza apportate dalle invenzioni moderne; l'altra composta da una immensa moltitudine di operai, i quali, oppressi da rovinosa penuria, indarno s'affannavano per uscire dalle loro strettezze"(14). Cresce in quel contesto l'insegnamento sociale della Chiesa. Il Codice di Malines affonda le sue radici proprio in quella stagione quando alla luce dell'enciclica leoniana, andò irrobustendosi una "vera sociologia cattolica" coltivata e arricchita da studiosi che Pio XI chiamerà "ausiliari della Chiesa"(15).; questi andranno approfondendo la tematica sociale con lavori personali o collettivi, in riviste e pubblicazioni varie, in appositi congressi e "settimane sociali", in circoli di studio e in scuole, in accademie e in seminari(16).

In questo grande filone che, tra tanti nomi illustri annovera in Italia quello di Giuseppe Toniolo(17), s'inserisce l'Unione internazionale di studi sociali, fondata a Malines nel 1920 (sotto la direzione del cardinale Mercier e in seguito, nel 1926, del cardinale Von Roey) con lo scopo di studiare i problemi sociali alla luce della morale cattolica; di comunicare al pubblico, e specialmente agli uomini di azione, direttive e risoluzioni da essa deliberate; di creare, all'occorrenza, un ufficio di consultazioni sociali(18). Non si tratta di un'esperienza inedita: tra il 1884 e il 1891, vi era già stata l'esperienza dell'Unione di Friburgo sotto la direzione del cardinale Mermillod. Iniziativa che dice dell'apertura internazionale e dell'atteggiamento con cui, guardando agli illustri precedenti, i cattolici affrontano la nuova stagione. A ridosso della fine del primo conflitto mondiale, un uomo di Stato belga, attivo fin dall'inizio nell'Unione di Friburgo, il ministro Heleputte, matura, anche a seguito di un colloquio con Eugenio Duthoit, professore dell'Università Cattolica di Lilla e presidente delle "Settimane sociali" di Francia, la convinzione di porre in essere una nuova iniziativa.

Idea che, dopo matura riflessione, fu accolta a Malines dal cardinale Mercier, che s'incaricò di raccogliere le adesioni necessarie per la nuova Unione. Essa dapprima fu soltanto franco-belga ma, in seguito, raccolse rappresentanti anche di altri Paesi (Austria, Canada, Germania, Inghilterra, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, Stati Uniti dell'America del Nord, Svizzera).

L'Unione di Malines risponde alla nuova situazione creatasi dopo la prima guerra mondiale e, pur riprendendo aspetti dell'Unione di Friburgo, è qualcosa di nuovo che risponde ai tempi nuovi.

L'Unione scelse di studiare i nuovi problemi della società pubblicando in varie riviste del Belgio e della Francia brevi riassunti delle discussioni e delle risoluzioni prese nelle sessioni annuali. Nel 1924, in occasione del centenario della nascita del cardinale Mermillod, l'Unione farà conoscere al pubblico internazionale i frutti del suo lavoro: "Il testo dei voti approvati dal 1920 al 1924 e una notizia sull'Unione di Malines si possono leggere nel libro Catholicisme et vie internationale edito per commemorare il menzionato centenario"(19). Il lavoro dell'Unione porterà nel 1927 alla stesura del Codice, detto di Malines, primo tentativo di dottrina sociale cattolica dei tempi moderni.

Con il Codice di Camaldoli si avrà un passo avanti, un superamento del punto cui era arrivata la Quadragesimo anno che, a sua volta, riecheggiava l'impostazione del Codice sociale di Malines, riprendendo "la contraddizione di fondo fra la teorizzazione di un astratto ordine sociale, desunto per via razionale dal diritto razionale e l'accettazione di atto dei meccanismi di dialettica fra le classi tipici della società contemporanea"(20). Un superamento lento che segna il cambiamento di quadro storico e la fine della lunga estraneità dei cattolici dallo Stato e li porterà alla guida della nuova Italia.

Il ruolo dell'associazionismo cattolico

Di questa tradizione, ora richiamata, era erede il Movimento cattolico, ricco del lungo percorso storico compiuto nella seconda metà dell'Ottocento in cui Toniolo aveva alimentato gli studi sociali attraverso molteplici iniziative editoriali, associative e attraverso incontri di studio promossi in un primo tempo dall'Opera dei Congressi e, in seguito, dal 1907, dalle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Un contributo di pensiero che, ancora secondo Toniolo, doveva essere costituito da una Università cattolica (fondata poi nel 1921 da padre Agostino Gemelli). Un altro punto di forza, come si è detto, era nell'ICAS e nella sua capacità di offrire all'intero movimento di Azione cattolica una visibilità e una elaborazione culturale nel campo sociale.

Quanto accade a Camaldoli può essere compreso, quindi, alla luce di un passaggio importante che avviene negli anni tra le due guerre, anche sulla scorta dell'insegnamento di studiosi come Giuseppe Toniolo e da una ricca fioritura culturale, nuova, legata in gran parte all'associazionismo(21).

Mentre il fascismo negli anni della guerra va in crisi, questo lungo lavorio ha finalmente la possibilità di concretarsi in un programma. Si raccolgono così i frutti di due decenni di formazione operata nel campo giovanile nell'intero Paese e di quanto aveva prodotto nella ricerca e nel campo culturale la Federazione degli universitari e i laureati cattolici, costituiti in Movimento, oltre che di quanto era già presente negli studi e nei programmi di Toniolo e di Murri, in una certa misura fatti propri poi dal PPI di Luigi Sturzo.

Questa opera di riflessione e di proposta fu condotta, quasi parallelamente, da alcune fra le organizzazioni cattoliche e da coloro che, eredi o meno del PPI, avevano in mente la fondazione di un nuovo partito politico che contribuisse alla rinascita e alla ricostruzione nazionale.

L'iniziativa del Movimento dei Laureati di organizzare a Camaldoli una settimana di studio porta così a prendere in esame e a discutere temi come la vita familiare, la vita civica, quella economica e la sfera internazionale. Su questi temi nell'associazionismo cattolico in quegli anni si opera una significativa sensibilizzazione che porterà ad un'efficace alfabetizzazione sociale, valido contributo per alimentare, con l'inserimento attivo dei cattolici, la vita democratica del Paese.

Il ruolo degli intellettuali e dell'Università Cattolica

Abbiamo già richiamato Saraceno e Paronetto, vale la pena soffermarci sul gruppo di amici che ha lavorato al testo. Tra coloro che hanno avuto un ruolo importante nella stesura del Codice figura il giurista Capograssi(22). La riflessione filosofico-politica di Capograssi matura già fra le due guerre: significative sono in proposito le Riflessioni sull'autorità e la sua crisi, del 1921, e La nuova democrazia diretta, del 1922. In un primo momento la sua ricerca è limitata alla cerchia "relativamente ristretta degli specialisti di filosofia del diritto nell'ambito dei quali peraltro la sua influenza si è rivelata feconda e duratura", ma come è stato notato, "tracce ben avvertibili della lezione capograssiana sono rilevabili in Dossetti(23). e soprattutto in Moro"(24). L'opera di Capograssi avrà "una notevole circolazione nel secondo dopoguerra, anche per la presenza del filosofo del diritto in quella ‘Unione giuristi cattolici italiani' che, soprattutto negli anni '50, promosse una sistematica riflessione su temi del diritto e dello Stato"(25).

Oltre ai singoli studiosi che daranno il loro contributo, va segnalato un apporto dovuto ad una scuola, o meglio ad un ambito culturale. Al Codice di Camaldoli contribuiscono infatti un certo numero di docenti provenienti dall'Università Cattolica. Si pensi che "Gemelli aveva già ottenuto per l'UC l'organizzazione pratica delle Settimane sociali" dal 1927 sino alla loro sospensione nel 1935(26). L'apporto gemelliano e dei docenti dell'ateneo del Sacro Cuore si era espresso innanzitutto "sulla linea tradizionale della dottrina sociale cattolica riproposta da Pio XI nella Quadragesimo anno, ma poi con una sempre maggior attenzione ad altri autori: Sombart, Max Weber, Schumpeter, Berdiaeff, Maritain, Keynes"(27). Tra gli studiosi provenienti della Cattoli citiamo Fanfani(28) che aveva sostenuto come nell'economia corporativa vi fosse una "teoria capace di essere la terza via tra capitalismo individualista e collettivismo comunista"(29)., portando la sua attenzione di storico su Weber e su Sombart allora poco noti in Italia e aveva analizzato le crisi del capitalismo e della società occidentale, mostrando le tendenze interventiste dello Stato nell'economia(30).; egli individuava nel comunismo l'ultimo inveramento di questo connubio tra capitalismo e Stato, ma riteneva possibile "una composizione tra l'organizzazione economica moderna e princìpi di razionalizzazione non capitalistici"(31).

Fondamentale anche il contributo di F. Vito(32)., la cui formazione – ha notato Raponi – avviene nell'ambito del pensiero economico moderno. Vito approfondisce Toniolo e la critica all'economia classica, in favore di una concezione organicistica della società.

In sostanza si può affermare con Raponi che i presupposti della scuola economica legata all'UC (Fanfani, Vito, Boldrini, Saraceno, Vanoni) esprimano "la critica dell'economia liberista, l'esigenza di una razionalizzazione dell'economia secondo princìpi propri ma compatibili con l'etica del cristianesimo" nella visione concezione organicista della società. Presupposti che "maturano anche sotto l'influsso delle proposte per un nuovo ordine sociale e fra gli Stati dettate, durante la guerra, da Pio XII". Presupposti che ritroviamo nel Codice di Camaldoli e negli indirizzi di politica economica che guideranno la ricostruzione postbellica: "Intervento dello Stato nella promozione del bene comune, collaborazione fra classi, democrazia sociale, rafforzamento delle capacità contrattuali del lavoratore, riconoscimento e diffusione della proprietà privata, attuazione della giustizia sociale"(33).

Struttura e contenuti del Codice

Il "codice di Camaldoli" non nasce da una improvvisazione, vi è a monte una vasta riflessione culturale, spesso espressa sulla rivista "Studium" e più ancora nelle settimane di cultura religiosa che si tengono ininterrottamente dal 1936 al 1942 a Camaldoli e nei convegni nazionali(34). L'idea di effettuare una seduta di studio a Camaldoli matura nel corso di un incontro tenutosi il 14 maggio 1943 a Parma presso il direttore generale dell'AC, mons. Colli (35). In tale incontro il direttivo dell'ICAS(36) prende in esame la situazione italiana e matura la necessità di mobilitare energie disponibili in vista di una messa a punto della dottrina sociale della Chiesa(37), anche alla luce degli insegnamenti pontifici, e in particolare del radiomessaggio natalizio del 1942. È interessante, infatti, notare come i partecipanti all'iniziativa di Camaldoli abbiano scelto un metodo induttivo, nel tentativo di rispondere alla situazione storica, avvalendosi proprio della ricchezza dei radiomessaggi natalizi con cui Pio XII, negli anni di guerra, era andato disegnando il futuro scenario politico e l'ordinamento mondiale(38). Sarà il metodo con cui la Chiesa, a partire dal pontificato di Giovanni XXIII, e in particolare dalla Pacem in terris, si rapporterà alla questione sociale. L'incontro sarà l'occasione da cui poi prenderà vita un ulteriore approfondimento e la pubblicazione del volumetto, uscito a Roma dall'editrice Studium nel 1945, Per la comunità cristiana con un significativo sottotitolo: Principi dell'ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi, amici di Camaldoli, noto oramai come il "Codice di Camaldoli".

Il momento storico in cui si svolge l'incontro è quello della fine del Regime, il volume con il Codice verrà pubblicato, un anno prima dell'inizio della Costituente, in un clima di aspettative e di speranze per una stagione che si va aprendo. La guerra è ancora vicina nel vissuto del Paese e nei disagi che ha creato. Basti pensare che la mancanza di carta farà sì che si stampino le pagine pari, lasciando bianche le dispari per permettere al lettore di appuntarle o annotarle. L'edizione "si esaurì nel giro di poche settimane"(39).

Il lavoro di Camaldoli guarda già al futuro del Paese pur non immaginando quelli che sarebbero stati di lì a poco gli sviluppi dello scenario politico: lo sguardo è rivolto già alla fase di rinascita del Paese. Pergolesi, alla vigilia della Costituente nell'introduzione citata, si chiede come l'Unione di Friburgo, fondata in circostanze simili, avesse potuto dare "agli spiriti cattolici l'unità e indirizzare in senso convergente le loro tendenze sociali, perché – si chiede – non cercheranno oggi di attingere dai suoi metodi quei vantaggi che si ottennero in altri tempi?". Si chiede inoltre: "Perché ciò che riuscì nel passato non darebbe oggi i medesimi frutti? Non urge forse la formazione di un gruppo internazionale di uomini, che devoti alle dottrine cristiane, versati negli studi sociali, mettano in comune le loro idee per dare agli assillanti problemi, che sorgono in questi aspri momenti, le soluzioni organiche e coerenti di cui ha bisogno l'Europa cattolica?"(40).

L'esperienza di Camaldoli oltre ad essere un utile richiamo con riferimento al metodo, si segnala anche per i contenuti e i temi affrontati. La struttura del testo infatti si presenta interessante; dopo una introduzione si trattano sette grandi temi, gli stessi su cui si riteneva si dovesse fondare la Costituzione di un Paese democratico: la vita familiare; la vita civica; la società professionale; la vita economica; le associazioni private; la dimensione internazionale; la vita soprannaturale coronamento della vita terrena. Questa riarticolazione verrà operata in sede di stesura a Roma, dopo che i lavori nell'abbazia toscana si erano interrotti con un giorno di anticipo. A Roma, attraverso l'ICAS, parteciparono ai lavori anche l'assistente del Movimento laureati Mons. Emilio Guano e padre Ulpiano Lopez, oltre a Mons. Bernareggi.

I capitoli dedicati a questioni economiche o sociali sono opera di S. Paronetto, P. Saraceno e E. Vanoni e costituiscono un ripensamento unitario di alcuni dei temi più tipici della riflessione sociale dei cattolici. Ma, accanto a paragrafi dedicati al giusto salario, alla cooperazione, all'azionariato operaio, all'urbanesimo, alla giustizia sociale, alla funzione sociale della proprietà, si incontra un intero capitolo, il settimo, in cui si analizza "l'attività economica pubblica". Vi si afferma che le "singole attività economiche private" devono essere "armonizzate in relazione al comune interesse di impedire che le energie individuali rimangano puramente potenziali o siano ostacolate nel loro sviluppo". Veniva così impostata la questione della programmazione economica, sulla quale i cattolici italiani torneranno ripetutamente fin dall'inizio degli anni '60(41).. Il Codice, frutto del lavoro di insigni esponenti del movimento cattolico, ha costituito il punto di riferimento per una intera generazione di uomini politici, è divenuto anche "simbolo" di un invito a provare a pensare la politica e la società del nostro Paese da cristiani e in modo nuovo, tenendo conto dei mutamenti verificatisi in mezzo secolo.

Va anche detto che gli autori del "Codice di Camaldoli" ebbero ruolo non secondario anche nella redazione dei documenti di fondazione della DC, nei quali buono spazio è riservato a delineare un programma di politica economica.

Sono fondamentali, fra questi documenti, le Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, il cosiddetto Programma di Milano (ambedue scritti fra la fine del 1942 e l'inizio del 1943) e lo scritto di A. De Gasperi, Il programma della Democrazia Cristiana apparso prima su "Il Popolo" clandestino(42) a firma di Demofilo ed ampiamente diffuso in opuscolo all'inizio del 1944(43).

"In tali documenti emerge poi una maggiore preoccupazione di definire un vero e proprio programma politico adatto per l'Italia di quel tempo, ancora fortemente agricola e con l'economia gravemente provata da una lunga guerra"(44).

Codice e Costituzione

L'esperienza del Codice di Camaldoli va letta in continuità con la fase costituente che di lì a poco si apre, anche se allora non la si poteva prevedere; i due eventi segnano due tappe del rapporto tra cattolici e democrazia(45). La Costituzione, infatti, apre una nuova stagione della presenza dei cattolici nello Stato e nella società(46). Un accostamento dei temi trattati dal Codice con lo schema della Costituzione aiuta a comprendere le analogie e le influenze dirette e indirette esercitate sui Costituenti nella redazione della causa fondamentale del nuovo Stato(47). Così come è evidente l'influenza del pensiero personalista francese, di Maritain in particolare, così presente nella formazione degli intellettuali cattolici, specie di quelli formatisi nella FUCI di Montini e di Righetti(48). L'uomo è visto come essere "essenzialmente socievole", portato alla "convivenza", a quella società vista non come "una unità numerica o la semplice somma di individui che la compongono" ma, alla luce del pensiero sociale e cristiano, come "l'unione organica di uomini, famiglie e gruppi determinata dallo stesso fine, il bene comune, e dall'effetto convergenza delle volontà umane verso la sua attuazione, sotto la guida di un principio autoritario proprio" (n. 3). Così come tradizionale è la visione che, promuovendo la società, la sua centralità, circoscrive la sovranità dello Stato cui sono affidate la tutela e l'organizzazione "del diritto e dell'intervento della vita sociale" (n. 15).

Il tipo di competenze espresse dai giovani intellettuali cattolici, quelli che verranno chiamati i "professorini", li portò ad operare, all'interno del lavoro costituente, nella prima sottocommissione, dove si misurarono con argomenti che erano nella tradizione del cattolicesimo italiano, sia di quello intransigente sia di quello liberale: famiglia, matrimonio, libertà della scuola, organismi intermedi presenti nella società, libertà religiosa e rapporti Chiesa-Stato; la Chiesa attraverso la Santa Sede "chiederà insistentemente ai costituenti cattolici la difesa intransigente di queste materie, insistendo perché alcune formulazioni ‘confessionali' venissero recepite nel nuovo testo costituzionale a garanzia degli impegni concordatari"(49).

Come è stato notato, la proposta del Codice di Camaldoli è anzitutto morale, non moralistica; soprattutto essa voleva essere "uno dei sistemi rispondenti al pensiero sociale della Chiesa, non il sistema"(50).

Lo sforzo è infatti quello di riconsiderare gli insegnamenti in rapporto con la realtà economico-sociale in cui vanno applicati. Per questo è importante far convenire insieme studiosi autorevoli di campo ecclesiale e laico(51). D'altro canto, sempre a cura dell'ICAS, vengono stampati, alla vigilia della consultazione popolare per la Costituente, gli atti della XIX settimana sociale dei cattolici d'Italia, che si tiene a Firenze, dal 22 al 28 ottobre 1945, sul tema Costituzione e Costituente(52). La settimana di Firenze, riprendendo la tradizione delle settimane sociali, è il frutto della volontà che anima in questo particolare frangente il laicato di AC(53): inserire nella struttura della nuova società italiana "il principio e il fermento cristiano" in antitesi ad ogni risorgente "assolutismo". Scrive Vittorino Veronese, futuro presidente generale dell'ACI, nella presentazione degli Atti: "La legittimità, per i cattolici italiani, di ispirare al loro credo religioso e morale anche il codice della vita sociale e politica non può non apparire apertamente, oltre che dal loro comune diritto di cittadini nella leale contesa delle opposte ideologie che ancora si contendono la concezione del vivere associato, altresì dai meriti di una resistenza unica alle dottrine dell'assolutismo di Stato, che ancor oggi rimangono la più pericolosa insidia alla ricostruzione della Patria"(54).

Non è possibile in questa sede ricostruire un aspetto interessante come quello dell'effettivo influsso del Codice nelle scelte politiche del primo decennio di ricostruzione nazionale e, più in generale, nella fase politica successiva. Così come non è possibile prendere in considerazione in questa sede la lunga parabola che vede esaurirsi gradualmente la spinta propulsiva di un cattolicesimo politico in crisi già sul finire degli anni Sessanta. Cattolicesimo politico che mostrerà al momento del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro (1978) tutta la difficoltà di affrontare i cambiamenti del Paese, per poi implodere nei primi anni Novanta, quando si aprirà una lunga stagione di diaspora e di difficile significanza. Sta di fatto che il richiamo al Codice è tornato a farsi sentire nella fase in cui si acuiva la crisi e si apriva la lunga fase di transizione politica sul finire degli anni ‘80 e l'inizio degli anni ‘90.

Un insistente richiamo: tentativi di attualizzazione

Provo a proporre, a titolo di confronto "a distanza" e di esemplificazione, alcuni tentativi di attualizzazione dell'esperienza di Camaldoli, stante che il richiamo è stato costante ad esempio nell'ambito delle scuole di formazione sociale e politica a parte negli ultimi due decenni in numerose diocesi italiane.

Nell'estate 1992, dopo una lunga gestazione ad opera di un ristretto gruppo di intellettuali e di esponenti del mondo cattolico, venne a maturazione l'idea di por mano alla stesura di "un nuovo progetto politico-sociale ispirato ai valori del cristianesimo"(55)., ma orientato a farsi interprete delle esigenze dell'intera comunità nazionale. Il declino delle ideologie, la crisi dei partiti e la protesta diffusa nel Paese inducevano quel gruppo di persone ad impegnarsi, affinché le basi culturali, ideali e morali dell'agire politico offrissero nuovamente un punto di sicuro riferimento e di rinascita civile in Italia(56).

Monticone, richiamando espressamente le due esperienze di Malines (1927) e di Camaldoli (1943), precisava come "Carta ‘93" non avesse la pretesa di ripetere quell'impresa, ma più modestamente di farsi promotore di un pensiero corale che, scritto in un documento, servisse poi da carta di percorso per il nuovo cammino dei cattolici nella politica italiana.

"Carta '93"(57), pur essendo frutto del lungo lavoro delle Commissioni, del confronto più volte compiuto in occasioni locali e nazionali e dell'apporto di numerose proposte di gruppi di ogni parte d'Italia, "intende offrirsi come traccia alla comune ulteriore riflessione, alla luce degli sviluppi culturali, politici e sociali del Paese. In secondo luogo, tale lavoro non è il progetto degli aderenti a ‘Carta ‘93', bensì un progetto per la società italiana, della quale si è cercato di interpretare bisogni, speranze, potenzialità: progetto quindi che può contribuire a sostanziare il dibattito politico, divenuto sovente assai gracile di idee e incentrato sulle forme piuttosto che sui contenuti"(58).

Oltre al versante per così dire pubblico, l'intento di "Carta ‘93" si proponeva alcuni obiettivi più specificamente inerenti all'area cattolica, nella frammentazione crescente delle opzioni partitiche: additare un terreno comune di confronto e di possibile convergenza; facilitare la circolazione e la comunicazione delle idee intorno a questioni essenziali per la convivenza civile e per la Chiesa; fornire materiali e parametri critici per la formazione politica del laicato cattolico.

Si potrebbe notare come quel lavoro, che suscitò attese soprattutto all'interno del mondo cattolico organizzato, lasciasse indifferente i livelli di responsabilità ecclesiale e venisse visto con relativo interesse dal mondo politico, segnatamente da quello ex democristiano che, in assenza di effettivi collegamenti lo viveva come una realtà parallela, salvo cooptare alcune figure all'interno del percorso propriamente politico. Così come era accaduto già dieci anni prima nella fase politica aperta dall'Assemblea degli esterni (1981) che venne proposta come possibile rimedio alla crisi e a quella che poi sarà la fine della DC e l'inizio della lunga fase berlusconiana.

Quei lavori toccavano realtà tematiche e problemi a lungo trascurati e che oggi ritroviamo prepotentemente sul tappeto. Dalla necessità del rinnovamento istituzionale al richiamo di una programmazione complessiva ispirata a una visione culturale e politica, la necessità di una proposta ideale di società ormai svincolata dalle ideologie e dal richiamo a tradurre il ricco magistero della Chiesa in propositi e formulazioni politiche rivolti a tutti per un rinnovato servizio al bene comune.

Dopo quel tentativo, in occasione degli anniversari e in seguito ad una diffusa, crescente insoddisfazione per la situazione politica ed, in particolare, per la presenza dei cattolici, il ‘Codice è stato oggetto di riflessioni personali (59) di gruppi e di associazioni così come di vari tentativi di attualizzazione. Inoltre a quell'esperienza si sono in vario modo, in vario modo e con varie intensità, richiamate diverse forme di aggregazione tra associazioni di ispirazione cristiana, come ad esempio "Reti in opera", "Carta d'intesa", per altro verso il coordinamento "C3DEM" etc., così come iniziative editoriali (si v. ad esempio il giornale online Camaldoli.org).

Nella evidenza che i tempi sono notevolmente cambiati, si è cercato di riferirsi allo spirito che animò gli estensori del documento e di riprendere, su nuove basi e impegni, la prospettiva di speranza sottesa a quell'esperienza.

Soprattutto il MEIC (erede diretto del Movimento Laureati di AC) ha spesso ricordato l'avvenimento e proposto nuove fasi di studio in merito, l'ultima delle quali è stata offerta dal cosiddetto ‘Progetto Camaldoli'(60) il lavoro che ha visto coinvolti in un itinerario di attenzione e impegno la maggioranza dei gruppi locali, coordinati dalla presidenza nazionale nel triennio 2005-2008(61).

Le iniziative e i richiami all'esperienza di Camaldoli si sono ripetute anche in occasione del 70° anniversario di quell'incontro. In qualche caso, con un richiamo diretto alla opportunità di una nuova iniziativa dei cattolici in politica. Prospettiva di non facile praticabilità ma di cui va riconosciuta la legittimità pur sapendo che si dovrà partire da alcune riflessioni critiche sulla storia recente e agire in un campo di pluralismo effettivo che non può prevedere esperienze esclusive.

Zamagni in un suo intervento Per un nuovo Codice di Camaldoli(62) propone di stendere un "progetto politico" per la riscossa del Paese. Zamagni ritiene che ci si possa riferire al metodo di lavoro che sta dietro quell'incontro e quel documento, mentre ritiene improbabile riportare al successo le iniziative presenti sulla scorta di quell'evento che tanto peso ha avuto poi anche nel disegnare l'architettura della Costituzione. La stessa cosa si potrebbe dire per i richiami all'appello sturziano ai "liberi e forti".

In più testi(63), Zamagni sottolinea l'importanza di individuare una linea di pensiero sociale e la possibilità di un'economia civile che possa trovare condivisione a partire dal movimento cattolico, sulla scorta di quell'umanesimo civile che ha segnato una parte non piccola della nostra storia(64). L'ordine sociale non è visto più come basato sulla dicotomia pubblico-privato (ovvero su Stato e mercato) ma sulla tricotomia pubblico-privato-civile. È in ciò l'essenza del principio di sussidiarietà circolare, che è la versione oggi più avanzata della sussidiarietà rispetto a quella verticale e orizzontale. In tal senso si tratta di riportare in superficie quella economia civile che fa parte di un pensiero ispirato dal cristianesimo; allo stesso tempo si tratta di superare le concezioni dominanti di mercato per realizzare un modello di mercato pluralista in cui accanto alle imprese profit possano operare anche soggetti economici che non perseguono principalmente il fine del profitto, ma ugualmente capaci di generare ricchezza, valore aggiunto(65).

Potrebbe così avanzare l'idea di welfare sussidiario in uno stato che facilita la società civile organizzata (uno stato sociale sussidiario, che riconosca l'auto-organizzazione dei soggetti presenti nella società civile)(66).

Sollecitazioni che fanno intravvedere un diverso modello di società, concretamente possibile e a cui i cattolici, accanto alle donne, agli uomini di buona volontà possono dare un contributo in termini etici, certo anche culturali e politici. Si tratta di lavorare per la costruzione di un ethos comune condiviso, un contesto affatto diverso.

È come se al nostro Paese mancasse quella che G. Mazzini chiamava "l'anima della nazione"(67). Se ripensiamo a quanto già proposto da Giuseppe Toniolo, tenendo magari sullo sfondo la recente occasione del 150° dell'Unità d'Italia, ci chiediamo quale possa essere oggi il contributo dei credenti, guardando alla via della politica e tentando una sintesi nuova ed efficace nel rapporto tra Stato e società; un rapporto che chiede, nello scorrere degli anni, una messa a punto. Infatti nella storia italiana, "si è spesso lamentato che vi fosse troppo Stato, un centro invadente". Oggi c'è chi nota come, invece, si potrebbe dire che "abbiamo avuto troppo poco Stato, con una costituzione debole, troppo a lungo separato dai suoi cittadini, diviso in due, con un centro precario, senza un proprio corpo, capace di emanciparsi dagli interessi particolari?"(68). Il tema del rapporto Società-Stato romane centrale anche se sullo fondo del dibattito, troppo lungo e inconcludente sulle riforme istituzionali.

Possiamo notare come, per certi versi, sia ancora da attuare quanto affermato in quello che è un autentico manifesto del personalismo comunitario italiano, il Codice di Camaldoli , laddove si afferma che dall'attività delle forze sociali sorgono "realtà di gruppi e di istituzioni sociali nei cui riguardi nasce il duplice problema di assicurare le condizioni generali perché possano svolgersi in piena libertà e secondo le proprie leggi per la realizzazione dei propri fini umani e sociali e di creare fra di loro un'armonia. Per realizzare questi due scopi si dà vita ad un modo di organizzazione di tutte le forze sociali – individui, famiglie, gruppi ed istituzioni – che si chiama lo Stato". È ancora un tema aperto e attuale.

Per una conclusione: tempi nuovi, strumenti nuovi

Nel richiamare il senso e i contenuti proposti dal Codice di Camaldoli, così come nel ricordare i tentativi e le iniziative prese, nella stagione recente, per richiamarsi a quell'esperienza, abbiamo la possibilità, vorrei dire, la responsabilità, proprio perché scevri da ogni nostalgia e preoccupati della situazione presente, di formulare alcune considerazioni:

  • Quell'esperienza, per le condizioni storiche che di lì a poco si verificarono, ebbe un discreto risultato, anche simbolico, tanto da divenire una sorta di riferimento evocativo (al di là delle effettive conseguenze pratiche, che pur ci furono), del ritorno all'azione politica del cattolicesimo italiano. Un simbolo, quindi, con il rischio di assurgere a evocazione mitologica. Per quanto detto dobbiamo avere chiaro che quell'esperienza non è ripetibile, non tanto nel metodo, quanto negli esiti e nella costruzione di un elemento simbolico e sarebbe illusorio − e persino patetico −, pensare che basti richiamare quel luogo perché si possa replicare l'esperienza e l'esito.
  • La storia non si ripete. Gli avvenimenti che possiamo porre in essere non potranno mai dare un certo frutto, solo per il fatto che si richiamano a quel precedente e/o perché vengono celebrati in quel luogo. Ciò che Camaldoli oggi invita i cattolici italiani a realizzare è la lettura della realtà presente e l'elaborazione di adeguate proposte culturali e politiche. Ciò che inoltre, e senza alimentare aspettative, può essere valido anche per il presente, in un contesto cioè assai differente, , è la presa di iniziativa di un cattolicesimo che si misura con la realtà e tenta di costruire una sintesi progettuale in uno sforzo di cultura politica. Una libera presa di iniziativa del laicato cattolico che deve saper osare, rischiare, aprire nuove strade.

Verso uno strumento di mediazione

In questa lunga fase di transizione, in cui abbiamo sperimentato un ventennio di assenza di un partito d'ispirazione cristiana e il venire meno della consistenza e della centralità che la DC aveva avuto nel Paese nel secondo dopoguerra, si sono moltiplicate le riflessioni, le esperienze e forse anche le nostalgie e le velleità. Di qui parte a ragione o a sproposito (spesso con argomenti semplificati) l'accusa di irrilevanza dei cattolici, di afasia. Critica spesso ingenerosa se non accompagnata ad una seria analisi delle cause e delle differenti, rispettive, responsabilità. Ma guardiamo avanti. Che strada percorrere? L'insegnamento che possiamo ricavare dall'esperienza di Camaldoli è l'opportunità di un impegno, di un metodo adeguato, lasciando poi che sia la storia a fare il resto, a decretare cioè successi e insuccessi. Provo a schematizzare insieme alcuni elementi di analisi della situazione ed altri propositivi:

1) Il disorientamento e il vuoto creato dalla crisi politica e dalla fine del partito di ispirazione cristiana ha portato alla scelta di una nuova presenza culturale; dopo il '95 si è promosso il Progetto culturale, che fa perno sulla CEI, intuizione interessante ma che, per alcune ambiguità presenti nel progetto e nel suo sviluppo, non ha dato i risultati sperati, non raggiungendo il livello popolare e di base delle comunità cristiane. Inoltre la presenza impropria di un certo attivismo ecclesiastico ha rischiato in più di un caso di ottenere risultati opposti a quelli, in altra sede sollecitati, di una maggiore presenza dei cattolici, indebolendone nei fatti la rilevanza.

2) Vi è la necessità di rivedere criticamente quello che è stato il tentativo di investire in una nuova forma della politica che non avrebbe più richiesto la presenza di un cattolicesimo rappresentato da un partito. È la stagione ulivista e prima ancora referendaria. Una stagione che ha aperto speranze, alimentato interesse ed impegno, ma che non è riuscita a radicare nel panorama politico una proposta di nuovo profilo cui fosse possibile una collaborazione tra diverse culture per un progetto riformista.

3) Negli ultimi anni, l'obsolescenza dei progetti che avevano attratto l'interesse del cattolicesimo democratico e per altro verso (crisi del modello ulivista e del PD) l'avvio di un superamento del modello ruiniano, che appiattiva su un consenso interessato, rivolto al centro destra, hanno incoraggiato alcune riflessioni(69)., e in qualche caso iniziative, ad esempio l'operazione legata ai due seminari di Todi(70). (e, per altro verso, alla fondazione di "Scelta civica") che sono risultate inefficaci e per altro controproducenti, con il rischio di mortificare speranze e attese.

4) Resta sul tappeto l'interrogativo di fondo : che fare? Come saldare quanto alimentato da una presenza sociale del cattolicesimo? Il riferimento è non solo alle reti di associazionismo sociale tradizionale e alla vivacità di varie forme aggregate − anche se per la verità alquanto frammentate − ma anche alla generatività diffusa nella società con un quadro politico che necessita una ridefinizione che chiede di uscire da una transizione infinita.

5) fa premio in ogni caso la categoria della distinzione che va riproposta oltre ogni incertezza come categoria che fonda la laicità che caratterizza l'impegno politico dei credenti, una distinzione che chiede di articolare l'impegno nei diversi ambiti e con differenti responsabilità: a) più formazione sociale diffusa nella comunità cristiana, DSC ma non solo…; è questo un ambito ecclesiale; b) un nuovo strumento di confronto, di elaborazione, di mediazione; in questo caso il riferimento è ad un ambito di cultura politica e comunque ad un ambito politico; c) una presenza, effettiva o anche solo sperimentale e testimoniale, nei contenitori partitici, in questo caso ci si riferisce all'ambito partitico, all'esperienza di adesione e di partecipazione attiva ad un partito o ad un movimento, o alla promozione di realtà simili.

Ripensando la propositiva stagione di Camaldoli, dopo aver sottolineato la differenza di contesto, si deve comunque cogliere l'invito a un passo avanti.

Può essere utile riflettere sull'opportunità di mettere in essere uno strumento di confronto, di elaborazione, di mediazione culturale e politica. Di fronte alla difficoltà di una collocazione dei cattolici nel nuovo contesto politico si auspica la costituzione di un luogo di dibattito, un luogo politico, come si è detto e allo stesso tempo prepartitico, che consenta e favorisca l'incontro e il confronto tra cattolici impegnati nella società, in politica, nel sindacato, nel mondo della cooperazione, nel terzo settore. Un luogo che abbia carattere laicale e che sorga per una libera iniziativa di laici cristiani impegnati, senza alcuna pretesa di ufficialità(71); e che risponda all'urgenza di un rinnovato impegno.

Non mancano le difficoltà, da un lato è esigenza avvertita da tanti e molti sono anche i tentativi di porre in essere raccordi, collegamenti, fondazioni e centri culturali dall'altro per vari motivi non è assolutamente semplice mettere in rete le varie realtà.

Inoltre, un punto di difficoltà è costituito da differenti approcci, a monte del rapporto stesso tra fede e politica, tra Chiesa e mondo: non risulta acquisita la visione conciliare, ad esempio del n. 43 della Gaudium et spes, a valle la difficoltà è data dalle diverse prospettive e progettualità politiche perseguite legittimamente in un contesto plurale.

E in ogni caso è evidente l'urgenza, nonostante tutto, di favorire un ritorno alla passione politica, una scoperta del possibile, per tanti versi inedito, ruolo dei cattolici in questa fase storica, con un impegno libero e responsabile nel quadro plurale in cui ci si colloca.

La stagione che si apre davanti a noi, pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni, può presentare una opportunità. Si tratta di proseguire un'opera che singole persone e piccoli gruppi hanno compiuto in questi anni continuando un paziente lavoro di semina. Scriveva Monticone all'inizio di questo secolo come fosse giunto "il tempo per seminare sotto la neve; seminare anche per la società italiana e per la stessa Chiesa: l'una e l'altra hanno ancora bisogno dei cattolici democratici e noi non possiamo rimanere insensibili a questo appello"(72). È un percorso su cui ci sentiamo incamminati(73) e a cui cerchiamo di offrire un contributo(74). Vorrei formulare una proposta. Sapendo che la storia non si ripete e che la situazione odierna è ben diversa da quelle della storia recente. Può essere interessante, nel rivisitare l'esperienza di Camaldoli e il cammino fatto dai cattolici italiani quando non esisteva un soggetto politico di ispirazione cristiana (mi riferisco all'Opera dei Congressi, all'Unione Popolare e, per altri versi, ai Comitati Civici) valutare l'opportunità di costituire nella fase presente una struttura.

La struttura dovrebbe per un verso essere frutto di una presa di iniziativa laicale e coinvolgere liberamente quanti sono interessati più che i rappresentanti ufficiali delle Associazioni e dei Movimenti, per altro verso favorire la partecipazione di alcune competenze scientifiche e professionali, così come di alcuni teologi, vescovi, anch'essi interessati e coinvolti con specifiche competenze.

Una struttura così dovrebbe poter rispondere alla situazione presente in cui si ha una dispersione del cattolicesimo politico, frutto della stagione in cui l'individualismo ha segnato tratti della pastorale e ha prodotto frammentarietà, facendo sì che in molti casi il corretto pluralismo diventasse diaspora inconcludente. Siamo in una situazione in cui è evidente la debolezza di classe dirigente così come la debolezza di coscienza sociale dei cattolici. Uno strumento come quello ipotizzato potrebbe divenire un luogo di confronto e di elaborazione, e, con debiti investimenti, anche di ricerca, di proposta e di formazione; un luogo che si ferma alla soglia delle scelte partitiche, favorendo l'elaborazione e la condivisione di contenuti culturali potrebbe, senza inefficaci forzature, costituire anche un laboratorio, un luogo di incubazione per sempre possibili proposte che si rivolgano al consenso elettorale.

Potrebbe essere un modo per cogliere l'occasione anniversaria di Camaldoli dando una risposta adeguata ai nuovi tempi.

1. Si v. F. Malgeri, La Chiesa italiana e la guerra (1940-45), Studium, Roma 1980.
2. G. Maggi, Una proposta dei cattolici per l'Italia dopo il fascismo: il "codice di Camaldoli", in "Humanitas» 37 (1982), 4, pp. 667 e ss.
3. Cfr. E. Preziosi, Obbedienti in piedi, La vicenda dell'Azione Cattolica in Italia, Torino, SEI 1996, pp. 208 e ss.
4. Si pensi all'offerta fatta da Gedda al governo Badoglio, v. T. Sala, Un'offerta di collaborazione dell'Azione Cattolica Italiana al governo Badoglio (agosto 1943), in "Rivista di storia contemporanea" , IV (1972), 3, pp. 517-533.
5. P. Scoppola, La democrazia dei cristiani: il cattolicesimo politico nell'Italia unita, Laterza, Roma 2006, p. 87.
6. Il "Codice di Camaldoli" verrà divulgato nel 1945 con il titolo Per una comunità cristiana. Principi dell'ordinamento sociale a cura di un gruppo di amici di Camaldoli. Destinatari della riunione: On. Bianchini, Prof. Carazzolo; Dr. Di Piazza, On. Dossetti, On. Fanfani, On. Gonella, Mons. Guano, On. La Pira, Prof. Maierotto, On. Moro, Prof. Paronetto, Mons. Pavan, Dr. Sabatini, Prof. Saraceno, Prof. Scaglia, On. Taviani, On. Vanoni. Al momento della fine del fascismo (25 luglio) si sta tenendo dal 18-24 luglio il convegno laureati. Il convegno vi affronta una riflessione articolata su quattro temi: "Vita familiare, vita civica, vita economica, vita internazionale». Tra i presenti: mons. Bernareggi, mons. Guano, Giulio Andreotti, Vittore Branca, Giuseppe Capograssi, Franco Feroldi, Mario Ferrari Aggradi, Guido Gonella, Giorgio La Pira, Giuseppe Medici, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani. La redazione del testo conclusivo è curata da Gesualdo Nosengo, Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno e Ezio Vanoni.
7. Cfr. G. Campanini, Dal Codice di Camaldoli alla Costituzione. I cattolici e la rinascita della democrazia, in "Aggiornamenti sociali", 57 (2006), 404. Sul Codice di Camaldoli, si v. P. Giuntella, Il Codice di Camaldoli, Ebe, Roma 1976; ora anche Il Codice di Camaldoli, con introduzione di S. Pezzotta, Lavoro, Roma 2005.
8. Sull'ICAS (Istituto Cattolico Attività Sociali), si v. G. Maggi, L'ICAS dal 1943 al 1948, in G. Rossini (a cura di), Democrazia cristiana e costituente nella società del dopoguerra: bilancio storiografico e prospettive di ricerca, Atti del convegno di studio tenuto a Milano il 26-28 gennaio 1979, Cinque lune, Roma 1980. Cfr. anche E. Preziosi, Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani, AVE, Roma 2010.
9. Il Codice di Camaldoli, in "Orientamenti sociali», (marzo 1949), p. 82.
10. M. L. PARONETTO VALIER, Il Codice di Camaldoli, in G. ROSSINI (a cura di), Democrazia cristiana e Costituente nella società del dopoguerra, cit., p. 244.
11. Se ne ha notizia da una lettera del 10 novembre 1947 con la convocazione, da parte di Vittorino Veronese, di una riunione presso la Presidenza generale dell'ACI in cui discutere su: "Relazione sulla portata e l'influenza che ha avuto il "Codice di Camaldoli" in Italia; opportunità di una revisione del "Codice" stesso; metodo dell'eventuale revisione». Cit. in E. Preziosi, Obbedienti in piedi: la vicenda dell'Azione cattolica in Italia, SEI, Torino 1996, pp. 77 e ss.
12. E. Preziosi, Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani, cit., pp. 52 e ss.
13. Ferruccio Pergolesi (a cura di), Codice sociale, Sansoni, Firenze 1946.
14. Cfr. Pio XI, Quadragesimo anno, n. 3. La Chiesa era consapevole che "a tale condizione di cose non trovavano certo difficoltà ad adattarsi coloro che, ben forniti di ricchezze, la ritenevano effetto necessario delle leggi economiche e perciò volevano affidata soltanto alla carità, corresse l'obbligo di stendere un velo sulla violazione manifesta della giustizia, sebbene tollerata non solo, ma talvolta sancita dai legislatori. Ma di tale condizione invece erano più che mai insofferenti gli operai oppressi dall'ingiusta sorte, e perciò ricusavano di restare più a lungo sotto quel giogo"(ib. n.4).
15. Ivi, n. 20.
16. Accanto agli scritti di Giuseppe Toniolo si veda ad esempio la pubblicazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Il XL anniversario della enciclica Rerum Novarum, Milano 1931 (31 monografie in 5 lingue).
17. Su G. Toniolo, si v. nell'ampia bibliografia P. Pecorari, Alle origini dell'anticapitalismo cattolico: due saggi e un bilancio storiografico su Giuseppe Toniolo, Vita & Pensiero, Milano 2010; D. Sorrentino, Giuseppe Toniolo: una chiesa nella storia, Vita &Pensiero, Milano 2012; E. Preziosi, Giuseppe Toniolo: alle origini dell'impegno sociale e politico dei cattolici, Paoline, Milano 2012.
18. Cfr. Defourny, Prefazione alla prima edizione del Codice sociale, Civiltà Cattolica, Roma 1934, p. 5.
19. F. Pergolesi, Codice sociale, cit., p. 11.
20. M. Parigi – P. Barucci, Cultura e programmi economico-sociali nel Movimento cattolico, in F. Traniello e G. Campanini (a cura di), Dizionario storico del Movimento Cattolico I/1, I fatti e le idee, Marietti, Casale Monferrato 1984, (d'ora in poi DSMC), p. 237.
21. Cfr. M. Casella, L'Azione Cattolica del tempo di Pio XI e di Pio XII, in DSMC) I/1,p. 96. Aspetti – ricorda Casella – più volte studiati in studi come quelli di Giovagnoli sulle organizzazioni di massa, di R. Moro sui movimenti intellettuali, di Scaglia sul ruolo dell'AC nell'età della Costituente, di Maggi sull'ICAS e di P. Giuntella e di M.L. Paronetto Valier sul Codice di Camaldoli, e saggi di più ampio respiro come quelli di Scoppola sulla proposta politica di De Gasperi e di Fonzi sull'età degasperiana. Di M. Casella si v. anche L'Azione cattolica alla caduta del fascismo: attività e progetti per il dopoguerra 1942-1945, Studium, Roma 1984.
22. R. Orecchia, Giuseppe Capograssi: cristiano, filosofo e giurista, Giuffrè, Milano 1957.
23. Cfr. P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana (1938-1948), Il Mulino, Bologna 1979; E. Galavotti, Il giovane Dossetti. Gli anni della formazione 1913-1939, Il Mulino, Bologna 2006.
24. G. Campanini, Profilo del pensiero politico di ispirazione cattolica, in DSMC I/1, I fatti e le idee, pp. 222 -224.
25. Ibidem.
26. Cfr. E. Preziosi, Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani, cit.
27. N. Raponi, Università Cattolica, in F. Traniello e G. Campanini (a cura di) DSMC I/1, I fatti e le idee, p 269.
28. S. Zaninelli, Amintore Fanfani dalla storia economica all'azione politica, Roma 2000.
29. P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana, cit., p. 46.
30. N. Raponi, Università Cattolica, in F. Traniello e G. Campanini (a cura di) DSMC I/1, I fatti e le idee, p 269.
31. P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana, cit., pp. 48-49.
32. A. Caloia, Francesco Vito. L'economia politica di un cristiano economista, Rusconi, Milano 1998.
33. N. Raponi, Università Cattolica, in DSMC I/1, I fatti e le idee, p 269.
34. In particolare la VII Settimana di cultura religiosa, che si tenne dal 3 agosto all'8 agosto 1942 a Siena e fu dedicata ai problemi di teologia morale, appare già una premessa, un primo approccio di carattere teologico alla esigenza di prepararsi all'azione sociale con un bagaglio organico di "principi" su cui rifarsi. Cfr. Il valore dell'azione, VII settimana di cultura religiosa, Siena 1942 (cronache e appunti), Studium, Roma 1943. In particolare si vedano le "lezioni" di U. Lopez, Le basi della morale cristiana, ivi, pp. 15-25 e Il principio dell'ordine morale, pp. 34-43; nonché la "comunicazione" di P. Pavan, Umanesimo cristiano, ivi, pp. 83-92. In generale per una rilettura del contesto in cui è maturato il Codice, si v. P. Giuntella, Il Codice di Camaldoli, in "Appunti", n. 1, gennaio-febbraio 1976, pp. 21 ss.
35. Mons. Evasio Colli è segretario della Commissione per l'alta direzione dell'ACI e direttore della stessa dal 1939 all'8 settembre 1943.
36. L'Istituto Cattolico di Attività Sociali, costituito nel 1926, aveva ripreso pienamente la sua attività all'inizio del 1943.
37. Cfr. G.B. Scaglia, La stagione montiniana. Figure e momenti, Studium, Roma 1994, pp. 91-92.
38. Sul radiomessaggio del 1942, cfr. C. Colombo - F. Olgiati - F. Vito - P. Saraceno - G. Dossetti - A. Amorth, L'ordine interno degli stati nel radiomessaggio di Sua Santità Pio XII del Natale 1942, Vita e Pensiero, Milano 1945.
39. Queste e altre notizie in F. Occhetta, Le radici della democrazia. I principi della Costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici, Jaca Book, Milano 2012, pp. 43 e ss.
40. Cit. in F. Pergolesi, Codice sociale, cit., pp.9-10.
41. M. Parigi - P. Barucci, Cultura e programmi economico-sociali nel movimento cattolico, in DSMC I/1, I fatti e le idee, pp. 239-240.
42. C. Danè – G. Sangiorgi, Il romanzo del Popolo. Storia di un "giornale pericoloso", Gangemi, Roma 2003.
43. R. Ruffilli, La formazione del progetto democratico - cristiano sulla società italiana dopo il fascismo, in G. Rossini (a cura di), Democrazia cristiana e Costituente nella società del dopoguerra, cit., vol. I: Le origini del progetto democratico cristiano, p. 38.
44. M. Parigi - P. Barucci, Cultura e programmi economico-sociali nel movimento cattolico, in DSMC I/1, I fatti e le idee, pp. 239-240.
45. Cfr. G. Campanini, "Dal Codice di Camaldoli alla Costituzione. I cattolici e la rinascita della democrazia", in "Aggiornamenti sociali» 57/2006, pp. 401 e ss.
46. Si veda F. Malgeri (a cura di), I cattolici italiani e la Costituzione, Il Mulino, Bologna 1997; R. Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell'età della Costituente. 1 L'area liberal – democratica. Il mondo cattolico e la democrazia cristiana, Il Mulino, Bologna 1979; A. Melloni (a cura di), La ricerca costituente (1945-1952), Il Mulino, Bologna 1994.
47. Si veda, in tal senso, M. L. Paronetto Valier, Il Codice di Camaldoli, in G. Rossini (a cura di), Democrazia cristiana e Costituente nella società del dopoguerra, cit.,p. 247. Per un riscontro dell'influenza del pensiero maritainiano, del personalismo comunitario che animava gli estensori del codice e i costituenti cattolici, cfr. inoltre L. Elia, Maritain e la rinascita della democrazia, in "Studium" 5 (1977), pp. 23-45.
48. R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna 1979.
49. G. Sale, Il Vaticano e la Costituzione, Jaca Book, Milano 2008, p. 12. Il volume approfondisce il ruolo svolto, nell'interlocuzione con i costituenti cattolici, dalla rivista dei gesuiti; per questo aspetto si v. anche R. Sani, La "Civiltà Cattolica" e la politica italiana del secondo dopoguerra (1945-1958), Vita e Pensiero, Milano 2008.
50. La frase è contenuta in una lettera di Paronetto a Mons. Bernareggi. Cit. in F. Occhetta, Le radici della democrazia. I principi della Costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici, cit., pp. 42-43.
51. Matura così l'idea di cogliere l'esempio di Camaldoli dove da anni laici ed ecclesiastici si incontravano per studiare insieme, e si fissa l'iniziativa per il 18-24 luglio dello stesso anno. Bernareggi, scrivendo a Veronese, sottolinea che l'Azione Cattolica "ha solo da continuare la sua strada puramente religiosa e di preparazione solo indiretta alla vita politica". L'incontro indubbiamente presentava più di una difficoltà, in particolare, come segnala Sergio Paronetto in una lettera a mons. Bernareggi, perché "il pensiero espresso in documenti ufficiali non è spesso esauriente nel senso tecnico e dottrinale". Cit. anche in M.L. Paronetto Valier, Il codice di Camaldoli tra storia e utopia, in "Studium", gennaio-febbraio 1978, pp. 61 ss. Cfr. anche Id., La redazione del Codice di Camaldoli, in "Civitas", luglio-agosto 1984, pp. 9 e ss.
52. A poca distanza di tempo dall'incontro di Camaldoli, si incontrano dunque numerosi studiosi cattolici. Cfr. D. Ivone, Costituzione e Costituente. La XIX Settimana Sociale dei Cattolici d'Italia (Firenze, 22-28 ottobre 1945), Roma 1970 e si v. anche E. Preziosi, Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani, AVE, Studium, Roma 2010, pp. 52-53
53. Dirà tra l'altro nella prolusione il cardinale Elia Dalla Costa: "La Settimana Sociale che si apre in questo momento è un nobile appello con cui l'Azione Cattolica chiama a raccolta tutto il popolo italiano, e dico apposta il popolo italiano, perchè subito si escluda, dai presenti e dagli assenti, il pensiero che i convegni di questi giorni e le lezioni che vi saranno date mirino a scopi di partito, il che priverebbe del suo alto valore la nostra "Settimana»". Cit. in Costituzione e Costituente, Atti della XIX Settimana Sociale dei Cattolici d'Italia, Firenze 22-28 ottobre 1945, Roma 1960(2), p. 17.
54. Cfr. il testo in Costituzione e Costituente..., cit., p. 10. Della ripresa delle "settimane sociali" e di una "settimana" dedicata ai problemi della Costituente e della Costituzione - come ha documentato M. Casella (nel suo Cattolici e costituente, orientamenti e iniziative del cattolicesimo organizzato (1945-1947), Napoli 1987), si comincia a parlare, in seno all'ICAS, già nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. Il 6 giugno 1945 Veronese scrive al card. Lavitrano: "Qui stiamo ora pensando, in seno all'ICAS, a un progetto di Settimane Sociali sui gravi e ormai prossimi problemi della Costituente e della costituzione e ne terrò informata l'Eminenza Vostra" (copia della lettera in A. ACI, fondo "PG"). In una ulteriore lettera del 18 giugno Veronese scrive a Lavitrano: "Tema provvisorio ne sarebbe ‘Costituente e costituzione', e vuol essere una prima manifestazione di quell'impegno che l'Azione Cattolica ha ricevuto dal Santo Padre, cioè di rifare l'educazione civica degli italiani; l'argomento infatti non è proposto dal punto di vista pratico, ma da quello giuridico e morale. Preparazione e organizzazione della Settimana sono affidate all'ICAS". Cfr. la lettera 18 giugno 1945 di Veronese al card. Lavitrano; ivi.
55. A. Monticone, Introduzione a AA.VV., Carta ‘93, Contributo per un progetto politico, Studium, Roma 1994.
56. Ivi, p. XV.
57. I risultati del lavoro di Carta ‘93 sono stati pubblicati in due testi: il primo, diffuso agli inizi del ‘93, conteneva scritti di presentazione e gli schemi di lavoro sulle diverse tematiche affidate alle Commissioni; il secondo, edito nel luglio ‘93, offriva già la sintesi delle relazioni delle Commissioni.
58. A. Monticone, Introduzione a AA.VV., Carta ‘93, Contributo per un progetto politico, cit., p. XVII.
59. Si pensi al contributo dato dal padre Bartolomeo Sorge in tante occasioni si v. B. Sorge, L'Italia che verrà, Piemme, Casale Monferrato 1992; Id., Tempo di osare: l'area popolare democratica, un progetto e un movimento politico, Àncora, Milano 2001.
60. Si v. in proposito il volume Progetto Camaldoli. Idee per la città futura, Studium, Roma 2009.
61. Anche la presidenza nazionale della Fuci, nell'autunno 2006 ha avviato col MEIC un percorso durato oltre due anni, le cui tappe principali sono state il congresso a Camaldoli del giugno 2007, le settimane teologiche di Cascia (agosto 2007) e di Saint-Nicolas (luglio 2008) e la X Assemblea nazionale di novembre 2008.
62. Intervento tenuto a Todi il 16-17 ottobre 2011 in occasione del seminario "La Buona politica per il bene comune". I cattolici protagonisti della politica italiana, ora in S. Zamagni, Per un nuovo Codice di Camaldoli, in "Civitas" 1/2012, pp. 39-46.
63. Si v. tra l'altro S. Zamagni, Paradossi sociali della crescita ed economia civile, Istituto Economico - Facoltà di economia Università della Tuscia, Viterbo 1997; ID., Non profit come economia civile, Il Mulino, Bologna 1998, ID. e L. Bruni, Dizionario di economia civile, Città Nuova, Roma 2009.
64. Idea centrale di tale linea di pensiero è quella che vede l'architettura della società fondata su tre pilastri pubblico (Stato ed Enti pubblici); privato (mondo delle imprese); civile (organizzazioni della società civile, cioè i corpi sociali intermedi di cui parla la nostra Costituzione). Ciascuno di questi ha i suoi propri principi regolativi ed è connotato da modi specifici di azione, ma tutti e tre i pilastri devono interagire tra loro in maniera organica (cioè non sporadica) secondo il metodo deliberativo per affrontare e risolvere i problemi.
65. Sono i molti soggetti che vanno a comporre "la variegata galassia" dell'economia civile (cooperative sociali, cooperative, imprese sociali ecc.). Così facendo si può valutare la possibilità di seguire in sede politica la prospettiva di un'economia civile, con due finalità: aumentare nelle società avanzate la fornitura di beni comuni e di beni relazionali, oltre quanto già fatto dalle imprese di tipo capitalistico; in secondo luogo, secondo Zamagni, si tratta di affrettare i tempi del passaggio dal welfare state al welfare society. Si v. in proposito l'interessante volume di M. Rinaldi, Dal welfare state alla welfare society. Teologia sociale e azione pastorale di Caritas italiana, Effatà editrice, Cantalupa (TO) 2006.
66. Sono riconoscibili, e nel suo intervento Zamagni li segnala, alcuni punti di priorità, quali ad esempio la valorizzazione dei settori culturali e creativi; il tema della relazione tra vita famigliare e vita lavorativa; la disoccupazione e inoccupazione strutturale di lungo periodo, creata dalla ristrutturazione in atto da almeno un quarto di secolo; la presenza di un terzo settore produttivo che l'Italia può vantare in misura maggiore di ogni altro Paese dell'occidente avanzato. Cfr. S. Zamagni, Per un nuovo Codice di Camaldoli, cit.
67. G. Mazzini, Scritti editi ed inediti, Galeati, Imola 1941, vol. XCI, pp. 162-164.
68. S. Cassese, L'Italia: una società senza Stato?, Bologna 5 novembre 2011, XXVII Lettura del Mulino, p. 15.
69. Si v. ad esempio il seminario, promosso dall'Associazione Argomenti2000, Qui e adesso, radici e reti. Il cattolicesimo democratico in ricerca (Todi, 25-27 febbraio 2011).
70. Il primo seminario, promosso dal Forum delle Associazioni cattoliche del mondo del lavoro, si è tenuto a Todi il 16 - 17 ottobre 2011 su La buona politica per il bene comune; il secondo seminario (21-22 ottobre 2012) è stato preceduto nel maggio dello stesso anno dal lancio di un Manifesto su La buona politica per tornare a crescere.
71. Stante l'esperienza fatta ad esempio da Retinopera che ha finito per scolorire la sua potenziale efficacia quando si è formalizzata e ufficializzata.
72. A. Monticone, Una nuova stagione, in Agire politicamente. Riabilitare la politica. Percorsi del cattolicesimo democratico, Sallustiana, Roma 2000, p. 82.
73. Si v. il seminario promosso da Argomenti2000 a Todi il 22-23 giugno 2103 su: Quale futuro per la politica in Italia: il contributo del cattolicesimo democratico.
74. Si v. E. Preziosi (a cura di), Il cattolicesimo democratico in ricerca. Radici e reti qui e adesso, Cittadella, Assisi 2013.