Editoriale

Il Codice di Camaldoli – espressione corrente per indicare un volume pubblicato nel 1945 con il titolo Per la comunità cristiana – costituisce un riferimento obbligato per qualunque riflessione sull'impegno politico dei cattolici nell'Italia Repubblicana. Si tratta di un documento che riflette il nuovo corso dell'associazionismo cattolico dopo il 1941, quando la guerra cominciò ad allontanare sempre di più i cattolici dal fascismo. Progettato nel 1943, la discussione sui contribuiti che dovevano far parte del Codice cominciò nel monastero di Camaldoli, proprio nei giorni che precedettero la svolta del 25 luglio e la caduta di Mussolini. Ma la stesura definitiva avvenne nei mesi successi, a opera di Pasquale Saraceno e con un importante contributo di Sergio Paronetto, mentre crescevano le distanze – sia oggettive sia soggettive – dal gruppo dei professori dell'Università Cattolica.

Il testo Per la comunità cristiana, pubblicato nella primavera 1945, esprime il tempo in cui fu concepito e scritto, anni di importante evoluzione del cattolicesimo italiano, scanditi dai Radiomessaggi natalizi di Pio XII, in particolare quelli del 1942 e del 1944. Il primo, esortava i cattolici all'impegno per costruire un nuovo ordine sociale nel dopoguerra, senza però chiarire la posizione della Chiesa rispetto ai diversi sistemi politici. Il secondo, invece, segnò l'abbandono della tradizionale equidistanza ecclesiastica nei confronti dei diversi regimi politici, esprimendo una chiara preferenza per la democrazia, pur senza assumerne totalmente presupposti e conseguenze, soprattutto sul piano dei principi. Il Codice, dunque, fu steso in una momento di sospensione e di incertezza dei cattolici verso i differenti sistemi politici, anche se in una fase di distacco sempre più netto dalla dittatura fascista. Non a caso, fra le parti più significative del Codice, non ci sono quelle dedicate alle questioni politiche ma a quelle economiche, opera soprattutto di Saraceno, che insieme a Paronetto veniva dall'esperienza dell'IRI.

Proprio tale esperienza li spingeva infatti a prendere nettamente le distanze dalle fumose elaborazioni – anche cattoliche – sul tema del corporativismo, per assumere invece una visione molto più concreta e moderna, incentrata sulla priorità dell'industrializzazione. Entrambi erano invece sensibili alle istanze morali che venivano loro dall'ispirazione cattolica e in particolare alle esigenze di giustizia sociale che a tali istanze si collegavano. Vivere in prima persona l'esperienza dell'IRI, inoltre, permetteva loro di guardare in chiave "globale" ai problemi dell'economia italiana e, dunque, in una prospettiva più propositiva e lungimirante di quanto fosse usuale negli ambienti dell'imprenditoria privata di quegli anni. A torto, gli uomini dell'IRI furono criticati dai sostenitori ortodossi della dottrina liberista, poco attenti ai problemi e agli squilibri del sistema economico italiano. Come mostra proprio l'esperienza del Codice di Camaldoli, infatti, Saraceno e Paronetto avevano già messo a fuoco, nei primi anni Quaranta, l'importanza dell'obiettivo della piena occupazione da perseguire attraverso un'opera di industrializzazione sostenuta anche dall'azione pubblica. Si trattava di una visione molto concreta e poco ideologica, a differenza di quelle diffuse in molti che si richiamavano in modo confuso a Keynes.

Il Codice di Camaldoli ha avuto una sorte singolare. Poco diffuso, presto accantonato, è tornato periodicamente a emergere, specie nei momenti di difficoltà e di crisi. Ben presente nella memoria di molti protagonisti della classe dirigente cattolica nei decenni post-bellici, ha costituito una sorta di richiamo a ciò che si sarebbe dovuto fare e che si era fatto. Le periodiche riscoperte del Codice, in altre parole, hanno manifestato una coscienza di inadeguatezza che in specifiche occasioni è emersa nella classe dirigente cattolica o in suoi singoli esponenti e che li spingeva verso un "ritorno alle origini" di cui il testo camaldolese appariva un'espressione emblematica. È impossibile, dunque, non interrogarsi su tale inadeguatezza, ogni volta che si torna a parlare di questo ormai antico volumetto. E non chiedersi perché le sue indicazioni e i suoi obiettivi siano stati disattesi o siano rimasti (anche se non completamente) irrealizzati.

In realtà, alcune spiegazioni degli sviluppi successivi si trovano già nelle origini del Codice. Composto tra il 1943 e il 1945 è stato pensato indipendentemente dall'assetto politico democratico che l'Italia si sarebbe data nel Secondo dopoguerra, anche a causa di quella incertezza verso la democrazia che il mondo cattolico ha sciolto solo dopo il 1944. Il disegno di Saraceno e di Paronetto non era certamente legato al progetto politico fascista, anche se l'IRI è nata durante il regime e per volontà dei suoi vertici. L'Istituto per la Ricostruzione Industriale, infatti, ha sempre goduto di una relativa autonomia dalla politica e i suoi dirigenti hanno operato nell'interesse del Paese, non in quello del fascismo. Tuttavia, nel Secondo dopoguerra il disegno degli uomini dell'IRI non poteva non fare i conti con l'inevitabile e, per molti versi, positivo pluralismo dei partiti politici. In concreto, le idee del Codice conobbero la massima fortuna tra il 1959 e il 1962, quando Moro, segretario politico della Dc, chiamò Saraceno a indicare le linee di fondo della politica economica che i nuovi governi di centro-sinistra avrebbero dovuto attuare. Il disegno, però, fu bruscamente deviato prima dalla volontà socialista di imporre la nazionalizzazione dell'energia elettrica e, poi, dalle reazioni generate da tale nazionalizzazione.

Non a caso, le elezioni politiche del 1963 penalizzarono fortemente la Democrazia cristiana, mentre il Partito liberale conobbe un inaspettato balzo al 7% dei consensi. Verso il partito di Malagodi, infatti, si indirizzarono i voti della borghesia settentrionale, spaventata dal protagonismo socialista e avversa all'intervento dello Stato in campo economico. Il centro-sinistra, così, fu bocciato dagli elettori prima ancora che nascesse. L'inizio degli anni Sessanta ha rappresentato in questo senso un momento di svolta, ponendo le premesse di un'opposizione settentrionale al centro-sinistra e, poi, ai governi di solidarietà nazionale e innestando un rapporto complesso e diffidente con la Democrazia cristiana, cui non è stata estranea anche la genesi della Seconda Repubblica. Nel retroterra del consenso al berlusconismo c'era anche il ricordo di un patrimonio imprenditoriale disperso a opera dello Stato e a seguito di una decisione che veniva dall'alto e da lontano. Dopo il 1963, lo spazio per realizzare gli ideali del Codice di Camaldoli e i progetti di Saraceno si è venuto restringendo sempre di più. E il rapporto tra tecnici e politici, che si è spezzato allora, non si è più ricomposto.

Da quando, nel 2011, abbiamo preso coscienza della gravità della situazione italiana, questo rapporto è tornato a riproporsi con insistenza. Dopo il governo esplicitamente tecnico di Monti, si è formato un altro governo, quello di Letta, che non può propriamente definirsi politico, almeno secondo i criteri abituali, e che per molti versi continua a muoversi lungo la strada tracciata da Monti. Anche i successi ottenuto da Letta in sede europea sarebbero stati impossibili senza l'azione svolta dal suo predecessore. Si continua a insistere, tuttavia, sulla necessità di tornare ad un governo pienamente politico. Ma perché tale obiettivo sia concretamente realizzabile è necessario che la politica sia in grado di riagganciare la tecnica, che i partiti siano in grado di formulare orientamenti economici concretamente praticabili e effettivamente rispondenti alle esigenze del Paese. In questo senso, il Codice di Camaldoli torna ad essere di attualità: anche oggi si avverte infatti l'esigenza di programmi che, ispirati a principi etici e sociali di grande respiro, possano essere assunti e realizzati dalla politica.

Agostino Giovagnoli