n. 2-3 - 2012

Regionalismo e Amministrazioni locali

La prossima legislatura dovrà necessariamente affrontare il problema del nostro ordinamento regionale e locale, così come quello delle strutture che possano garantire un efficace coordinamento fra le istituzioni centrali e quelle regionali e locali. Oggi i poteri esercitati, a livello regionale e locale, tramite istituzioni rappresentative delle popolazioni più direttamente interessate, sono troppo ampi e rilevanti perché possano essere ancora sopportati gravi difetti e disfunzionalità che mettono seriamente in gioco il nostro Stato sociale, se non la qualità della nostra democrazia. Ma certo non è pensabile che si possa, in modo semplicistico, ipotizzare di tornare indietro attraverso la creazione di nuove burocrazie statali. Al tempo stesso, il nostro sistema istituzionale non può continuare a funzionare in una situazione di irrisolta conflittualità, se non di radicale incomprensione, fra istituzioni nazionali e istituzioni locali.

Soprattutto negli ultimi anni, specialmente sulla base della gravissima crisi della finanza pubblica, che si è sommata ad alcuni noti e risalenti limiti di funzionalità delle istituzioni regionali e locali, si sono sviluppati molteplici tentativi –che peraltro sono apparsi sempre frutto di iniziative di parte - di dare attuazione o anche di correggere in profondo l’attuale assetto autonomistico. Basti pensare alle vaste riforme costituzionali introdotte fra il 1999 ed il 2001, mai seguite da organiche e coerenti politiche di attuazione poste in essere dal Parlamento nazionale ed anzi più volte contestate o comunque largamente ignorate. Così pure non è stata adottata la nuova legislazione di riforma degli enti locali e di attribuzione ad essi delle loro funzioni (la “Carta delle autonomie”), mentre sono state adottati solo interventi parziali e frammentari. Anche il grande, indubbio sforzo di garantire rinnovate forme di finanziamento a tutto il sistema autonomistico (il cosiddetto “federalismo fiscale”) si è in sostanza arrestato dinanzi alle evidenti difficoltà di completarlo, in assenza di una sicura politica istituzionale in tema di Regioni ed Enti locali.

Le più recenti (e non piccole) innovazioni nel settore dell’amministrazione locale appaiono, infine, sempre più dominate dalla contingenza politica e finanziaria, a cominciare dall’anomala ricorrente utilizzazione dei decreti legge per cercare di introdurre vaste innovazioni istituzionali, per di più con continue modificazioni di quanto appena disciplinato: solo per accennare a pochi esempi (e senza neppure riferirsi al settore, in continua mutazione, dei servizi pubblici locali) basti considerare che sono stati definiti e poi ridefiniti i casi nei quali i Comuni meno popolosi (ma prevalenti sul piano numerico e territoriale) devono gestire insieme tutta una serie di funzioni, quali siano le funzioni fondamentali dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane, quali siano gli organi di governo dei Comuni associati, delle Province e delle Città metropolitane, quali siano i confini territoriali di Province e Città metropolitane (qui – come è noto – vi è stato il finale arresto delle innovazioni proposte). Appare del tutto evidente che scelte importanti del genere meriterebbero di essere il frutto di scelte assai più meditate e condivise, alla luce dei principi di partecipazione e di sussidiarietà, facenti parte di un organico e coerente disegno istituzionale da realizzare mediante idonee procedure legislative.

Né certo si può sottovalutare – pur in presenza di gravi episodi di malcostume di parte delle classi politiche regionali (peraltro purtroppo omogenei a quello che si è registrato nelle istituzioni statali) – la gravità di critiche del tutto radicali e generalizzate nei riguardi delle Regioni: così a livello di alcuni mezzi di informazione si è perfino giunti ad affermare l’opportunità di abolirle, senza neppure considerare cosa ciò rappresenterebbe in termini di riallocazione delle funzioni e di eliminazione di grandi organismi rappresentativi. Ma la stessa proposta di revisione costituzionale di alcune disposizioni della Costituzione che è stata frettolosamente presentata dal Governo Monti, non era solo inutile (dal momento che le prassi attuative hanno largamente sterilizzato le disposizioni più discusse) ma espressiva di una visione unilaterale, che tende a colpevolizzare le sole Regioni per le evidenti disfunzioni esistenti, mentre mette in ombra le vaste responsabilità statali nel cattivo funzionamento del Titolo V della Costituzione.

Ma se si è, invece, consapevoli dell’evidente importanza di un processo riformista che incide su soggetti e procedure largamente responsabili del modo di essere della nostra democrazia e della nostra amministrazione, occorre uscire, una volta per tutte, dall’inconcludente ed ormai pericolosa guerriglia fra autonomisti ed antiautonomisti, fra sedicenti federalisti e centralisti fuori tempo, ricercando precise prospettive da perseguire e l’effettiva piena organicità dei processi correttivi dell’esistente. E tutto ciò non potrà che riguardare il complessivo assetto autonomistico italiano, ricomprendendo anche le aree finora tutelate tramite le arcaiche discipline delle Regioni ad autonomia speciale.

È giunto quindi il momento di sottoporre ad un franco esame lo stato di funzionalità della nostra Repubblica, dopo oltre quarant’anni di completamento del sistema regionale e molteplici vicende e innovazioni legislative, mentre anche l’auspicato progresso del processo di federalismo europeo ci stimola ad un sistema istituzionale più efficace (e quindi affidabile), e la diffusa consapevolezza della necessaria riforma della composizione delle Camere parlamentari offre la storica occasione di poter procedere ad una effettiva caratterizzazione di una delle Camere come rappresentativa anche delle diverse articolazioni territoriali del nostro paese.

Ma poi occorre anche una seria riflessione sull’impatto sulle comunità locali e sullo stesso sistema autonomistico di tanti importanti fenomeni intervenuti (i grandi mutamenti economici e sociali, le trasformazioni urbane e territoriali, ecc.) e di profonde trasformazioni tecnologiche (a cominciare dagli strumenti di comunicazione e di trasmissione). Ma poi occorre anche cercare di capire quanto forti e differenziate siano tuttora le varie realtà sociali e culturali insediate nei diversi territori, quanto autonomi siano gli organismi del pluralismo sociale presenti localmente e come operino i sistemi politici locali nei loro confronti.

Occorre, in altri termini, riprogettare insieme un assetto funzionale e partecipato della Repubblica, rifuggendo da strumentali ed inconcludenti semplicismi.

Su tutti questi temi occorre che anzitutto ne discutano con grande libertà e senza apriorismi gli autonomi centri culturali e di ricerca che caratterizzano la nostra società, a cominciare dall’ Istituto Sturzo, erede di una delle maggiori tradizioni autonomistiche (è programmato un apposito convegno per il prossimo autunno, ma lo si può volentieri fare insieme ad altri centri di studio). Ma occorre anche che le diverse forze politiche che sono impegnate nel confronto elettorale siano davvero pienamente consapevoli del serio impegno che le attende nella prossima legislatura.
Ugo De Siervo
Professore di Diritto costituzionale



Documento realizzato in collaborazione con Nicola Antonetti, Gian Candido De Martin, Mauro Magatti, Marco Olivieri, Andrea Simoncini, Giavanni Tarli Barbieri. Argomento dibattuto nel seminario promosso dall’Istituto Luigi Sturzo “Il prossimo Parlamento: regionalismo e Amministrazioni locali”.