n. 2-3 - 2012

Prefazione

Il recente centocinquantenario dell’Unità d’Italia, unità di una nazione (1) con ritardo tradotta politicamente in Stato – e, forse più recisamente, costruita politicamente dallo Stato – , ha coinciso, fra l’altro, con il duecentodecimo anniversario della nascita di quel pensatore del Risorgimento che in forma eminente ha più di altri esaltato l’idea di nazione ai fini dell’indipendenza e dell’unificazione della penisola, Vincenzo Gioberti (2).
Personaggio emblematico, infatti, se le vicende e le vicissitudini della sua breve esistenza e della sua fortuna (e sfortuna) post mortem vengono singolarmente a coincidere con quelle in cui fu via via intesa e vissuta la nazione e nazionalità italiana, dallo Stato liberal-unitario a quello autoritario- fascista a quello repubblicano-democratico. E l’ha esaltata e rappresentata fino in fondo, raccogliendo e rilanciando con tempismo intellettuale e politico e con coerenza radicale quella che S. Rokkan ha chiamato «la bomba ad orologeria» della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche: «l’idea di Stato-nazione e l’ideale della sovranità popolare» (3).
Emblematica, anzitutto, abbiamo detto, la vita di questo intellettuale acuto e ingenuo (ma ingenuità e acutezza intellettuale si conciliano naturalmente) con le sue stridenti contraddizioni e le sue estreme coerenze, incalzato da spinte e aspirazioni di un progressismo impaziente ma non sradicato da un rispetto e da una strenua difesa della tradizione – religiosa (teologica) e culturale – a cui si è comprensibilmente e ampiamente alimentato nel periodo di formazione, in particolare (per quel che interessa il pensiero politico) sugli scrittori “reazionari”.


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1. Assumo questo tema dell’unità nel senso della “comunità nazionale” come intesa nell’ultimo libro di M. Belardinelli su Il Risorgimento e la realizzazione della comunità nazionale dato alle stampe in queste settimane per l’Ed. Studium (che è qualcosa di diverso anche dalla nota definizione crociana che «le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche» – cfr. Storia d’Europa nel secolo XIX, Laterza, Bari 1948, p. 353).
2. Data l’economia di queste riflessioni, mirate per un verso a una sintesi del pensiero giobertiano – notoriamente soggetto, in poco più di un ventennio della sua maturità, ad una continua, ribollente evoluzione –, per l’altro verso ad una sua rilettura attualizzata e “attualizzante”, qui non si toccano né la questione dell’autenticità del suo pensiero stesso nelle numerose opere edite e inedite né della natura polisemica del suo lessico politico né, perciò, quella delle varie fasi di sviluppo (e anche di ripensamento) che attraversa.
3. S. Rokkan, Stato, nazione e democrazia in Europa, P.Flora (a cura di), tr.it., il Mulino, Bologna 2002 p. 217.
Claudio Vasale
Professore di Storia del Pensiero politico



«[…] Gioberti, […] ponendo […] il cattolicesimo come principio di incivilimento […] lo ha additato a guida del “Risorgimento”, candidandolo a egemonizzare il processo di indipendenza e di unificazione all’insegna della libertà […]».