n. 2-3 - 2012

Il machiavellismo e l'antipolitica

1) Il machiavellismo, spesso associato alla nostra cultura e prassi politica, è la degenerazione del pensiero e dell’opera di Niccolò Machiavelli, la cui eredità è stata stravolta nell’identificazione della politica come agire subdolo, senza scrupoli, implicante più che l’uso della violenza quello dell’inganno. Un male oscuro che ha tracimato nel nostro paese, dalla politica alla società civile, abbassando l’asticella dell’etica pubblica. Il quesito che viene posto è quanto questo travisamento abbia a che fare con la diffusa antipolitica di oggi, in un momento peraltro cruciale in cui la politica è chiamata al confronto elettorale per decidere chi dovrà governare il nostro paese nel suo tragitto verso il risanamento e la crescita, sotto l’occhio vigilante dei nostri partner europei e delle istituzioni finanziarie internazionali. Il lettore potrà chiedersi: quale è l’utilità nel riabilitare l’eredità di un personaggio che ha vissuto cinque secoli fa quando la politica è chiamata a dare risposte al proprio tempo? Quesito che si propone per qualsiasi rivisitazione dei grandi autori del passato, cui peraltro si richiama la nostra cultura europea. Una riposta convincente la fornisce lo storico Giuseppe Galasso indicando che “siamo noi che dobbiamo evocare il passato, mossi dai problemi dell’oggi, interrogandoci su ciò che resta ai nostri occhi perché se ogni verità è figlia del suo tempo, ci sono verità che valgono per ogni tempo” (Premessa alle 5 ragioni per rileggere Benedetto Croce. Lettura del Corriere della Sera del 19 novembre 2012).



2) Per procedere lungo questa strada è propedeutico ricordare che Niccolò Machiavelli combinò sia esperienze in ruoli diplomatici che capacità di riflessione sull’arte del governo in un periodo tra i più burrascosi della nostra storia. Visse la sua Firenze nell’alternarsi di governi repubblicani e di governi autoritari, fu coevo di pontefici, come Alessandro VI, Giulio II, Clemente VII per i quali lo Stato della Chiesa era più importante della Chiesa stessa, fu testimone del tragico epilogo del Savonarola, vide la frattura dell’unità cristiana con la riforma di Lutero e il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi di Carlo V, fu partecipe delle vicende oscure del duca Valentino. Descrisse il ruolo dell’inganno e della simulazione nella conquista del potere ma laicamente le pose al servizio del perseguimento di obiettivi che portassero utilità alla comunità. Non fu un promotore del potere per il potere, ma di un potere che desse preminenza agli interessi pubblici rispetto a quelli privati, che ricomponesse gli interessi egoistici delle fazioni e delle faide municipali in ordinamenti stabili, aperti alle pratiche delle libertà individuali. Infatti, fu un sostenitore del regime repubblicano per il più efficace bilanciamento dei poteri, riconobbe il ruolo della religione come fattore di coesione sociale, optò per la costruzione di uno Stato in grado di «onorare e premiare le virtù, non dispregiare le povertà, vivere senza sette». La conquista del potere può prevedere mezzi simulativi ma è la qualità dei fini che legittima l’esercizio del potere conquistato.



3) Anche nei nostri sistemi democratici la conquista del potere è il risultato di una competizione, non più tra principi ma tra partiti. Anche nelle nostre competizioni elettorali l’“inganno” si ripropone con le promesse che non possono essere mantenute, con la difesa degli interessi elettorali, laddove sono maggiormente rappresentati. Esempi traibili dalla cronaca quotidiana? Quanti nella sinistra prospettano forme neo-keynesiane di contrasto al rigore montiano, con i soldi di altri, mai identificati o quanti ritengono un attentato alla scuola pubblica la proposta ragionevole che gli insegnanti diano un loro contributo aumentando di poche ore l’orario “settimanale” di lavoro o che siano sottoposti a valutazione. Quanti, nella destra, si dichiarano rigoristi, tutelando nello stesso tempo i ceti più ricchi o quanti esaltano la concorrenza impedendo nel contempo che essa entri nel mondo delle professioni liberali. Non è la condanna moralistica che assume rilevanza, ma la verifica se queste “astuzie” dei nuovi principi (i partiti) siano al servizio di una visione della società in linea con gli interessi generali del paese (sia pure nella diversità delle interpretazioni) o si risolvano nell’obiettivo dell’autoriproduzione di una oligarchia partitica chiusa in sé stessa. Che in Sicilia oltre il 50% dei cittadini non siano andati al voto, che movimenti populistici come i grillini ottengano adesioni di grande portata (il secondo partito?) indicano che la dimensione autoreferenziale dei partiti è la più percepita dall’opinione pubblica, nonostante alcuni tentativi in estremis come le primarie che attivano quanti già disponibili all’attivazione politica.
Il rischio è che la competizione per la conquista del potere si risolva in maggioranze politiche che rapportate alla popolazione votante esprimano una limitata rappresentatività rendendo così fragile la costituzione di un governo chiamato a gestire scelte riformistiche decisive per la solvibilità del nostro debito pubblico e per la ripresa di competitività del nostro apparato produttivo.



4) Non so quanto machiavellica o inconsapevole sia la scarsa considerazione riservata nella competizione elettorale in corso alla questione europea che costituisce la dimensione politica entro la quale possono trovare soluzione i nostri problemi.
Il nostro futuro non è tanto determinato dal come ridistribuiamo i costi dell’austerità al nostro interno, fra i diversi ceti sociali, contrapponendo le parole d’ordine di un vecchio vocabolario di destra e di sinistra: libertà, uguaglianza, lavoro, concorrenza, merito od altro.
Il nostro futuro è legato al procedere di una integrazione europea progressiva, sostenuta da una sempre maggiore condivisione delle sovranità nazionali, perché si attivino ombrelli protettivi (B.C.E., Fondi salva Stato) che consentano ai paesi con maggiori difficoltà di colmare le divergenze dai paesi più forti, al riparo dalla speculazione finanziaria. Far confluire le piccole patrie in una patria più grande è l’imperativo imposto della nuova geo-politica e dai nuovi assetti economici. Obiettivo che anche Machiavelli, ai suoi tempi, colse quando di fronte alla litigiosità di un municipalismo esasperato che faceva degli stati stranieri gli arbitri delle beghe italiane propose l’obiettivo dell’unificazione dell’Italia ed il ritorno ai principi patriottici. Il mancato risultato diede luogo a due secoli di declino e di sottomissione.
Certo il percorso per una più compiuta integrazione europea è irto di ostacoli ma privo di alternative se non vogliamo ripetere errori storici. La sperimentazione ormai decennale della moneta unica non ha mantenuto le promesse di avvicinare i popoli, le loro culture, le loro economie. Già a suo tempo Machiavelli annotava che «i tedeschi sono in gran parte ricchi perché vivono come poveri» (Rapporto delle cose della Magna riportato in N. Machiavelli di Lucio Villari, Piemme 2000). Problema che oggi si ripropone con l’inclusione della stessa Unione Europea di paesi creditori (Germania) e di paesi debitori (tra i quali l’Italia) che crea ostacoli oggettivi nella costruzione di una casa comune per la diversità degli interessi in gioco.
Per stare al nostro paese, gli italiani hanno capito che non esistono soluzioni facili, come la messa in comune dei debiti pubblici, che ciascun paese è chiamato a fare i propri compiti in casa, che l’Europa offre opportunità ma impone anche vincoli e restrizioni nella gestione della spesa pubblica, nel riallineamento dei tassi di competitività. Il ricorso al “governo tecnico” è l’acquisizione di questa consapevolezza, così come il percorso di riforme avviato, entro il quadro di riferimento europeo, (in parte realizzato, in parte in stallo) per mettere il paese al riparo dall’aggressività della speculazione finanziaria. Una eredità che i partiti in competizione tra loro devono ora valutare nei pro e nei contro e soprattutto integrare perché il risanamento finanziario avviato riattivi meccanismi di crescita, senza la quale la ricaduta nella crisi finanziaria si può ripetere. Rimangono aperti problemi di grande portata, come il fisco, la P.A., le politiche sociali, le regole del lavoro, i sostegni alle imprese, che mettono in contrasto interessi che trovano rappresentanza nei diversi partiti, di destra e di sinistra.
Le “astuzie” dei partiti per la conquista del potere e per l’allargamento dei consensi possono esercitarsi nell’eludere le scelte, o nel proporre equilibrismi equivoci fra continuità e rottura rispetto al precedente governo che avrebbero però le gambe corte, non facendo prevedere la futura nascita di un governo autorevole in grado di ricostruire una prospettiva credibile per far uscire il paese dall’attuale disagio sociale ed economico.
Il prevalere del machiavellismo offrirebbe una ulteriore sponda all’antipolitica perché, come direbbe Machiavelli la “simulazione” può facilitare la conquista del potere ma non il suo successivo esercizio perché i mercati e gli investitori guardano all’andamento del debito pubblico, ai tassi di crescita, ai livelli di occupazione, per orientare le loro decisioni e non ai programmi elettorali scritti sull’acqua.