n. 2-3 - 2012

Editoriale

• Dalla fine della Democrazia cristiana nel 1994, non si era mai discusso così intensamente di cattolici e politica come è avvenuto negli ultimi mesi. L’impegno diretto di una parte del mondo cattolico è stato, per la prima volta dopo molto tempo, all’origine di una nuova iniziativa politica: quella di Mario Monti e della nuova lista, Scelta civica, alla Camera dei deputati. E il Partito democratico, preoccupato per una certa disaffezione del mondo cattolico nei suoi confronti, ha inserito candidati cattolici nelle sue liste. Le elezioni politiche 2013, dunque, fanno emergere importanti novità per quanto riguarda i cattolici.
Sono novità che hanno investito in profondità il rapporto tra i cattolici e la politica, scongelando le forme obbligate che tale rapporto è venuto assumendo nel corso della Seconda Repubblica. In particolare, è stato gradualmente messo in discussione un approccio schizofrenico – perché contemporaneamente più clericalizzante e più laicizzante – le cui radici si collocano nella svolta dei primi anni Novanta. Dopo le elezioni del 1994, infatti, l’esperienza nascente del Patito popolare subì i contraccolpi del distacco dell’istituzione ecclesiastica che in precedenza aveva sostenuto sia la Dc sia lo stesso Ppi. L’anno successivo, nel convegno della Chiesa italiana a Palermo, venne affermata l’estraneità della Chiesa alla politica italiana e l’equidistanza rispetto alle diverse forze politiche. Tra le conseguenze di questa svolta c’è stata, da una parte, una maggiore presenza dell’istituzione ecclesiastica in quanto tale, senza la mediazione dei laici, nella vita civile e politica, che ha finito per favorire quanti, nel centro-destra, si sono autoproclamati difensori dei “valori cattolici”; e, dall’altra, un crescente isolamento, rispetto alla comunità ecclesiale, dei cattolici impegnati in politica alcuni dei quali – soprattutto nel centro-sinistra – hanno finito per accettare e persino per teorizzare autodefinendosi «cattolici adulti». Si sono innestate così, contemporaneamente, due diverse tendenze, contrapposte ma in qualche modo anche funzionali l’una altra, alla clericalizzazione e alla laicizzazione della presenza cattolica nella politica italiana. Negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi, tuttavia queste due tendenze e il loro singolare intreccio sono state messe concretamente in discussione da una serie di sviluppi all’interno del cattolicesimo italiano. E, insieme all’evoluzione del rapporto tra cattolici e politica, novità sono intervenute – com’era inevitabile – anche nel rapporto tra istituzione ecclesiastica e laicato cattolico.

• È un’evoluzione favorita dal clima complessivo del pontificato di Benedetto XVI. Nel 2007, il papa ha chiamato i cattolici ad esprimere una nuova generazione di politici e successivamente sia il segretario di Stato, card. Bertone, sia il presidente della Cei, card. Bagnasco, hanno rilanciato questo auspicio. Numerosi episodi, come l’attacco sferrato contro il direttore di Avvenire, Dino Boffo, hanno intanto logorato il rapporto tra mondo cattolico e Berlusconi. Nel settembre 2011 il card. Bagnasco ha censurato severamente «comportamenti licenziosi e relazioni improprie che ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune»: la frase fu allora riferita a Silvio Berlusconi e questa interpretazione non è stata smentita. Contemporaneamente, la crisi dei partiti e i progressi dell’antipolitica hanno indotto molti a discutere di una nuova presenza dei cattolici in politica. Queste spinte si sono concretizzate in incontri e convegni, come quello di Todi dell’ottobre 2011. Dopo le dimissioni di Berlusconi, nel novembre 2011, alcune personalità cattoliche sono state chiamate a far parte del nuovo governo Monti – che ha ricevuto fin dall’inizio e mantenuto fino alla fine l’apprezzamento della Santa Sede e dell’episcopato italiano – e hanno contribuito, come nel caso del ministro Andrea Riccardi, a promuovere l’iniziativa politica Scelta civica con Monti per l’Italia, accolta positivamente dall'Osservatore romano e da Avvenire.

• Il film dei rapporti tra Chiesa e politica italiana presenta dunque uno svolgimento piuttosto chiaro, almeno nelle linee di fondo. Con l’avvicinarsi delle elezioni, com’è naturale, la autorità ecclesiastiche hanno assunto una posizione prudente. Qualche decisione ecclesiastica è stata interpretata come una presa di distanza e un segnale di disinteresse. È il caso delle rigide disposizioni adottate dalla diocesi di Milano, per escludere contaminazioni tra Chiesa, organismi ecclesiali ed elezioni politiche. Ma l’impressione complessiva è che vescovi, sacerdoti e fedeli si siano sentiti in questo passaggio politico-elettorale questa volta più coinvolti del solito. Ci sono stati vescovi che hanno espresso apprezzamento per una specifica formazione politica, spingono i loro fedeli a candidarsi o sostengono apertamente specifiche candidature. Forti sollecitazioni, intanto, attraversano i movimenti ecclesiali e diverse espressioni dell’associazionismo cattolico hanno scelto un intenso impegno politico.

• Il quadro emerso è indubbiamente un po’ confuso, ma vivace e interessante. Qualcuno ha pensato che sarebbe tornata l’unità politica di tutti i cattolici e quando i fatti lo hanno smentito ha concluso che tutto è come prima. Ma non è così. Il pluralismo politico dei cattolici corrisponde ad una prassi consolidata da tempo, ma appare oggi in discussione l’equazione tra pluralismo e diaspora. È infatti evidente che, ovunque si trovino, i cattolici possono dare testimonianza di ciò in cui credono. Ma fare politica è un’altra cosa e la vera alternativa non è più tra unità e pluralismo, bensì tra irrilevanza e incisività. Per descrivere la presenza dei cattolici in politica, si usano spesso l’immagine del lievito nella pasta o quella del seme gettato nella terra. Sono, però, immagini autoconsolatorie per chi è stato presente ovunque e irrilevanti quasi sempre. Più del lievito o del seme è illuminante il paragone con il sale che dà sapore ai cibi. È, anzitutto, il sale di scelte storicamente efficaci. Il sale che è stato loro affidato, inoltre, deve infondersi nelle realtà in cui entrano e contagiare gli uomini e le donne che incontrano. Ciò è praticamente impossibile se restano semplici ospiti dei partiti che li accolgono: occorre che i loro valori, le loro idee e le loro passioni orientino anche l’azione di altri. «Ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini».

• Al Consiglio permanente del 28 gennaio il card Bagnasco ha sintetizzato la posizione della Cei dichiarando che la Chiesa non fa politica ma non rinuncia alla giustizia. E ha ribadito che, in un momento così delicato e importante della vita del paese, la Chiesa vuole far sentire la sua voce. «La condizione di indigenza» del paese «è sotto gli occhi di chi vuol vedere» e «si va obiettivamente allargando», ha sintetizzato con drammatica incisività. Ma ha anche aperto alla speranza dichiarando che «scongiurato il baratro è il momento decisivo e irrimandabile per il rilancio». Tra l’abisso alle nostre spalle e un futuro ancora incerto, questo è dunque il tempo della mobilitazione di tutte le forze sane e vitali della società italiana. L’appello «a non disertare le urne» conferma che il presidente della Cei punta su queste elezioni come occasione per una svolta profonda. La politica deve smettere di essere «una via indecorosa per l’arricchimento personale» e Bagnasco ha esortato la classe politica a «sfidare i propri vizi storici», denunciando però anche «i comportamenti popolari che resistono al cambiamento». E ha richiamato tutti ad abbandonare populismi e reticenze per affrontare problemi urgenti come questione sociale, disoccupazione giovanile, impoverimento della popolazione, welfare e sanità.
Le parole del presidente della Cei non sono state traducibili in termini politico-elettorali immediati. Ma indubbiamente l’invito ad andare a votare implica una critica dell’antipolitica e, per estensione, una presa di distanza da Grillo e dalle sue invettive. Il rigore richiesto riguarda tutti i partiti, ma è evidente che casi di uso della politica a scopo di arricchimento personale sono emersi soprattutto nel Lazio e in Lombardia. E la condanna del «meccanismo consumi-spesa-debito pubblico» e della «logica delle illusioni che ha fatalmente mostrato la propria assoluta inadeguatezza morale e pratica» non è suonata come un’approvazione del berlusconismo. È noto, inoltre, che i vescovi guardano con preoccupazione le posizioni del Pd sulla bioetica. In una intervista a Famiglia cristiana il card. Bagnasco ha sintetizzato la sua posizione dichiarando che, nei diversi schieramenti, i cattolici devono costituire la coscienza critica: a destra, ad esempio, devono ricordare «i valori della solidarietà» e, a sinistra, richiamare l’importanza dei «temi della bioetica».

• Le parole pronunciate al Consiglio permanente della Cei dal suo presidente non hanno costituito un esplicito endorsment alla lista Scelta Civica con Monti per l’Italia. Ma non è stata neppure confermata quella distanza dall’iniziativa montiana che molti hanno attribuito alla Chiesa dopo un iniziale sostegno. Anzi, la prolusione di Bagnasco alla Cei ha mostrato che una convergenza sulle linee di fondo è, per certi versi, inevitabile. Lo attestano, ad esempio, affinità importanti nella lettura della situazione, soprattutto per quanto riguarda un nuovo slancio morale necessario al rinnovamento della politica italiana. Per sostenere la sua idea di una futura collaborazione tra le diverse forze politiche, Monti potrebbe inoltre appellarsi all’affermazione di Bagnasco secondo cui «non c’è rigore istituzionale degno di questo nome se non ci sono formazioni politiche che lo assumono su di sé, ciascuna con la propria sensibilità, ma alla fine su di esso sostanzialmente convergono». Di certo, per il card. Bagnasco la Chiesa non deve tacere ed egli incoraggia i cattolici che si impegnano per il bene del paese. Subito prima del Consiglio permanente, Giuseppe De Rita ha parlato di silenzio dei cattolici nella campagna elettorale e di una loro frammentazione nell’irrilevanza, perché subalterni ad una cultura statalista. Ma non sembra questa l’opinione del card. Bagnasco che ha definito «quantomeno ingiusto guardare con sufficienza o peggio ironizzare sull’afasia dei cattolici e dei Pastori».

• Com’è noto, per la gerarchia ecclesiastica, i cattolici devono farsi carico anzitutto della questione bioetica e dei temi antropologici: i valori non negoziabili. Il card Bagnasco ha però notato giustamente che questi valori appaiono oggi divisivi e ciò ostacola grandemente la loro comprensione ed accoglienza. Finora, la politica ha accresciuto invece di diminuire le divisioni intorno ad essi. Il richiamo a questi valori, ad esempio, è stato usato strumentalmente da destra per radicalizzare il bipolarismo ed estendere la contrapposizione politica al piano etico. E tale richiamo è stato utilizzato anche per allontanare la Chiesa da iniziative politiche che non mettano al primo piano la loro proclamazione. Eppure, come insegna la storia dell’impegno politico dei cattolici dal Ppi alla Dc, l’aconfessionalità e la laicità di formazioni politiche vicine alle preoccupazioni della Chiesa costituiscono una premessa decisiva per superare le contrapposizioni profonde che accompagnano principi ad alta intensità “confessionale”, per così dire, come i valori non negoziabili. Il problema infatti è quello di soggetti politici che si assumano una sfida ben più impegnativa di una mera proclamazione di principio: dimostrare nei fatti che intorno a questi valori è possibile formulare proposte condivise. Tutti i valori sono per definizione non negoziabili e ciò vale anche in questo caso per tutti i cattolici nei diversi schieramenti. Ma sul terreno storico non basta affermare la validità dei valori in cui si crede, occorre anche mostrare che hanno un’influenza positiva per tutti, compresi coloro che non li condividono. È il caso, ad esempio, della differenza profonda che separa il rifiuto dell’accanimento terapeutico dall’eutanasia. Sottolineata dai credenti, ha riflessi che riguardano tutti: costituisce, infatti, un argine importante per contrastare un’indifferenza per la vita dell’altro che si insinua facilmente nei confronti degli anziani o dei più fragili. Il caso particolare illumina un problema più generale: le questioni che riguardano i momenti cruciali della nascita e della morte evidenziano la condizione di solitudine in cui si trova spesso l’individuo contemporaneo, schiacciato da problemi sempre più complessi senza disporre della forza e degli strumenti necessari per affrontarli. Non basta, perciò, affermare in astratto l’importanza della libertà, occorre anche creare le condizioni concrete perché la moltiplicazione delle opzioni possibili si trasformi per tutti in una vera esperienza di libertà.

• Il passaggio storico in cui ci troviamo ricorda, per certi versi, quello che nell’Ottocento ha portato alla denuncia del carattere solo formale delle libertà liberali di opinione e di stampa, in assenza di libertà sostanziali legate a condizioni economiche e sociali dignitose e sostenibili. Nel secolo scorso, la Chiesa si è interrogata a lungo sull’atteggiamento da assumere verso la società di massa, nel timore che l’indebolimento del principio di autorità compromettesse anche la sua azione. Ma davanti ad un’“apostasia delle masse” sempre più diffusa ha abbandonato queste resistenze, avvicinandosi alle masse e alle loro esigenze più forti. In Italia, questo cambiamento è stato decisivo anche sul terreno politico: l’atteggiamento della Chiesa nel primo dopoguerra ha favorito l’avvento del fascismo, mentre nel secondo dopoguerra ha sostenuto quello della democrazia. La società in cui viviamo oggi si presenta sempre di più come una società degli individui e, accanto ai problemi economico-sociali, appaiono sempre più rilevanti le questioni culturali, etiche e antropologiche. Su questo terreno, c’è tra i cattolici chi si limita a ribadire l’assolutezza dei propri principi, usandoli come bandiera. Attraverso una riflessione originale, invece, Benedetto XVI cerca di incontrare la fatica dell’individuo contemporaneo alle prese con il difficile compito di costruire la propria identità e tenta di sostenerne la ricerca di una libertà autentica, per mostrare il volto di una Chiesa amica dell’uomo.

• La questione dei valori non negoziabili, in ogni caso, non esaurisce l’orizzonte dell’impegno politico cui sono oggi chiamati i cattolici. Il tema della democrazia nella società degli individui costituisce una sfida ardua per tutti e richiede l’elaborazione di una nuova visione politico-culturale, cui i cattolici sono chiamati a dare un contributo importante. Le opposte e inconciliabili prospettive neo-liberiste e neo-socialdemocratiche non sembrano infatti in grado di offrire le risposte giuste a problemi che oggi interessano un po’ tutta l’Europa. Allo stesso modo, lo scontro tra le logiche di un mercato selvaggio e senza regole e le difese corporative e conservatrici dello status quo produce un conflitto che appare senza soluzione. In questa situazione, è alto il rischio di sacrificare contemporaneamente sia l’esigenza di una incisiva politica riformatrice sia quella di una rinnovata vitalità della democrazia rappresentativa. La tradizione cattolica ha in questo senso ancora qualcosa da dire, richiamando un’attenzione prioritaria sull’uomo che è sempre decisiva nei momenti difficili. È proprio di questa tradizione, inoltre, la capacità di coniugare attenzione alla comunità locale e prospettiva universale, contribuendo a sciogliere la tensione tra territorio e globalizzazione che appare oggi irrisolubile. Sapranno i cattolici italiani essere all’altezza delle difficili sfide che la storia oggi propone loro?



Agostino Giovagnoli