Una nuova Dc? Se e come?

La virata della politica italiana ha messo per il momento i partiti ai margini della responsabilità diretta di governo.
La situazione che si è aperta non può obiettivamente far neanche pensare ad un lungo disimpegno, ma neanche al ritorno ad una “pratica” che ha prodotto gravi guasti al sistema politico italiano.
Michele Salvati, sul Corriere del 6 dicembre scorso, ha invitato la politica e i partiti a fare i “compiti a casa” approfittando della seppur breve vacanza: “in nessun Paese civile il discredito per la politica e i partiti è elevato come in Italia e l’idea che nel 2013 si ritorni alla politica che abbiamo conosciuto in questi anni credo faccia accapponare la pelle a tutti. Impegnarsi in una riforma della politica, mentre Monti si prende carico del governo e dell’economia, può ristabilire fiducia nella democrazia ed è nell’interesse degli stessi partiti”.

Molto vasto è il dibattito che si è aperto e coinvolge tutt’assieme passato, presente e soprattutto futuro del nostro Paese.
In tale contesto torna ad appuntarsi l’interesse sulla DC, su cosa è stata, cosa no e se le radici che l’avevano generata avranno ancora nutrimento per ridarle forza, se non così com’era, almeno in una versione che consenta al sistema politico-sociale dell’Italia di tornare a beneficiare a pieno delle energie positive di quel mondo che i suoi epigoni si sentono in grado ancora di rappresentare.
Specialmente negli ultimi tempi si sono moltiplicati e resi più espliciti gli incitamenti dei vertici della Chiesa cattolica: se non a rifare un partito, certamente a riprendere, con grande “coscienza missionaria”, postazioni di battaglie perdute.
Gli incitamenti sono stati visibilmente recepiti e tutto un mondo di “isole” variegate, nate dall’esplosione della galassia democristiana, si sono avvicinate diventando per ora “arcipelago” con una prospettiva più vicina dì tornare “continente”.

Per contribuire a delineare un percorso nel quale incanalare con obiettiva e realistica analisi critica una tale prospettiva e verificare se può essere proiettata verso scenari concreti, abbiamo posto all’On. Gerardo Bianco, che ha gestito la prima fase successiva al “rompete le righe” democristiano e che del partito è stato sempre un convinto, coerente uomo d’azione e di pensiero, domande che oggi premono per risposte di verità e di chiarezza.

A. C.

Intervista a Gerardo Bianco
a cura di Amos Ciabattoni

«Civitas»: È diffusa convinzione che lo scioglimento del partito della Democrazia Cristiana-e quindi la sua scomparsa dal sistema politico- siano avvenuti in modo “anomalo” e senza appello. Al contrario, altri partiti della cosiddetta “prima repubblica”, si sono ricostituiti o rinnovati su nuove basi ideologiche e organizzative e come tali hanno partecipato al trapasso verso la cosiddetta “seconda repubblica”.
L’ “anomalia” sembra stare nella mancata capacità di promuovere un processo di mutamento vero e doveroso. In effetti nella DC questo processo, che poi significava ricerca di ragioni di un fallimento, non c’è stato. E non c’è stata quindi la fase della “ricostruzione”.
Ritiene valida questa convinzione? Come spiega questa “carente coscienza” negli ultimi dirigenti del partito?                                                                                                                                                                 

· Gerardo Bianco: Una esauriente risposta alla domanda richiederebbe una documentata e scrupolosa ricostruzione storica degli eventi italiani, europei e mondiali così vasta da dedicarci un libro. Anzi, per essere più precisi, bisognerebbe farla precedere da una rassegna bibliografica, rigorosamente critica, che sgombri il campo dai persistenti idola, dai pregiudizi e luoghi comuni che continuano ad alimentare l’interpretazione storica della cosiddetta “Prima Repubblica”. Solo per fare un esempio faccio riferimento alla “teoria” del “doppio Stato”, alimentata anche da ambienti giudiziari, che non regge perfino ad una analisi superficiale del corso storico, ma che per molti studiosi e giornalisti resta la chiave interpretativa della “Prima Repubblica”.
Che il fenomeno di Tangentopoli sia stata una patologia grave del sistema politico italiano è un fatto indubbio, ma non si può ridurre tutta la complessa costruzione dello Stato democratico italiano ad una storia di malaffare. Continuano, comunque, ad essere scritti libri con questa ottica che invece di valutare, per esempio, sulla base dei dati economici e istituzionali, il biennio 1992-1994 come un periodo che salvò l’Italia dal naufragio finanziario, gettando le basi per restare agganciata all’Europa, e che avviò una seria opera anche di risanamento morale, giudicano quel tempo fondandosi sul voto dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi la cui disamina si fonda, peraltro, su dati poco analizzati e anche oggettivamente sbagliati. Questa troppo lunga premessa prima di entrare nel merito della domanda mi è parsa necessaria perché c’è molto da dissodare e da vangare per liberare il terreno da macigni e ingombri che rendono difficoltosa una lettura sine ira ac studio della nostra storia.
La questione diventa ancora più spinosa quando si tratta di studi che riguardano la Democrazia Cristiana, la cui peculiare formazione, (cultura e prassi politica) è ancora lontana dall’essere ben compresa, malgrado gli scritti di Gabriele De Rosa forniscano criteri  e percorsi interpretativi quanto mai preziosi.

 

La transizione incompiuta

Convengo sull’affermazione contenuta nella domanda che la scomparsa della Democrazia Cristiana dal panorama politico italiano sia avvenuta in modo “anomalo”; meno concordo sulla considerazione che altri partiti si siano rinnovati e ricostituiti, transitando verso la “seconda Repubblica”. Questa  a me pare, piuttosto,  “l’isola che non c’è”, poiché il quindicennio circa che ci separa dal 1994 può essere definito solo come “transizione incompiuta”, non essendo emersa alcuna forma riconoscibile di vero approdo. Si può anzi affermare perfino che si è trattato di un cammino a ritroso, essendo riemerso un antico male, pressoché corretto negli anni novanta, della reciproca delegittimazione, che è il cancro di ogni sistema politico.  La controprova che nulla di realmente nuovo si sia verificato dopo la grande crisi del biennio 1992-94, che non trovò il suo positivo sbocco, come pure era possibile, per la precipitazione verso le elezioni anticipate, è dimostrata dalla nascita del Governo Monti, classico esempio di tregua per consentire alle forze politiche in campo di prendere ossigeno, ma soprattutto di definire orientamenti che non sono mai stati seriamente studiati né individuati.

 

L’anomalia del tramonto DC

L’ “anomalia” del tramonto democristiano consiste soprattutto nel dato storico, difficilmente contestabile, che la crisi non è stata determinata dal fallimento della concezione politica del partito, né dalle fondamentali concrete scelte economiche e internazionali operate nell’arco di oltre mezzo secolo.  Si può, perfino, affermare che mentre gli indirizzi politici  costitutivi  della Repubblica, fissati fin dagli albori da Alcide De Gasperi, e sostanzialmente perseguiti negli anni successivi, venivano ritenuti validi anche da forze politiche originariamente anti-sistema, proprio in quel tempo, si manifestavano, in modo sempre più grave, i sintomi di crisi della Democrazia Cristiana.
Per capire il fenomeno bisogna tener conto dei fattori storici e sociali in profondo mutamento in Italia e nel mondo, a cominciare dalla fine del blocco sovietico. Con la caduta del muro di Berlino calava anche la grande paura e veniva, quindi, meno la funzione di scudo esercitato dalla DC, che si era giovata anche di consensi elettorali che andavano oltre la condivisione dei principî e dei programmi propri del partito. Ma questo è un punto perfino scontato, ciò che è meno scontato è che la stessa crescita sociale ed economica di ceti sociali “subalterni”, sviluppatisi per impulso delle politiche democristiane, spingeva queste classi emergenti verso opzioni di rappresentanza diretta, ma anche più egoistiche e localistiche alimentate, peraltro, da una cultura e da un’informazione sempre più partigiana e  radicaleggiante. La DC veniva presentata come il partito degli esangui e untuosi protagonisti di una storia passata e superata e l’attitudine alla mediazione politica veniva screditata come debole, impotente azione  di governo. Più in profondità ancora agiva il processo di secolarizzazione che,  con i referendum sul divorzio e ancor più sull’aborto, ebbe la sua evidente conferma, distanziando mentalità e costumi della società italiana dalla concezione originaria del movimento politico dei cattolici italiani. Sotto certi aspetti fu lo stesso partito ad essere toccato da questa ondata, mi si passi un neologismo, “sconsacrante”, smorzando così gli slanci ideali, riducendo a formule ripetitive principî una volta vitali, affievolendo l’interesse per la elaborazione dottrinale, riducendo l’impegno politico a prassi di mera gestione del potere.
In un sistema bloccato, come quello italiano per l’insuperato fattore K del PCI,  aspetto che viene troppo spesso ignorato o sottovalutato, l’atmosfera politica veniva percepita come soffocante e il governo democristiano considerato come un regime, con la conseguenza di vedere schierato contro la DC la quasi totalità del mondo intellettuale e giornalistico italiano, fino al punto estremo da dichiararsi neutrali verso il terrorismo.
C’era, dunque, una varietà di tarli in azione che andavano erodendo la grande nave che aveva traghettato l’Italia tra i grandi Paesi sviluppati del mondo, e quando scoppiò Tangentopoli, la struttura portante era parecchio corrosa, ma non distrutta.

 

Mancata “pazienza”

A completare la demolizione furono decisioni sbagliate della stessa classe dirigente democristiana nella convinzione che un tempo si era ormai concluso e che bisognava voltare pagina, senza considerare che quel patrimonio di cultura politica restava ancora vitale, animando il movimento rinato come Partito popolare italiano. Occorreva solo la pazienza di ricominciare, ricollegandosi anche ai generosi tentativi che da S. Pellegrino, a Sorrento, a Lucca, a Roma, a Perugia , ad Assago erano stati compiuti per rivitalizzare il partito. Si preferì la divisione e la diaspora, realizzando così l’ “anomalia”  di un partito che si decomponeva, mentre la storia ne convalidava le fondamentali scelte politiche. È una storia fatta con i se, ma non per questo, a mio parere meno valida, perché essa non fu determinata da fattori ineluttabili, ma da decisioni umane che avrebbero potuto  essere diverse da quelle assunte e che determinarono, poi, la sparizione della D.C. che, diversamente dal MRP francese, non aveva sbagliato politica.

 

Valori ancora disponibili

Per quanto riguarda il movimento politico dei cattolici italiani quelle deliberazioni, maggioritariamente approvate, di scioglimento del partito per confluire in altre formazioni artificialmente concepite non solo hanno creato un’ “anomalia”  storica, hanno anche determinato un evidente vuoto politico e culturale. Oggi se ne percepisce tutta la gravità, per cui,  a fasi alterne, si immagina di poter riempire quella lacuna ricostruendo ciò che pure esisteva e si è voluto invece distruggere. Ma non può bastare né la consapevolezza del vuoto politico, né la buona volontà per rimediare, essendo ormai profondamente mutato il  contesto storico e politico. A mio parere la strada della Democrazia Cristiana non è più percorribile, ma non è vano chiarirne la storia, individuandone i valori fondanti per riproporli come lievito di un nuovo possibile inizio per cattolici che intendono proporsi, in modo organizzato, come protagonisti di una proposta politica riconoscibile come ispirata ai principi cristiani del  popolarismo.

 

 

«C.»: Sempre come interpretazione, che il lungo tempo trascorso tende a legittimare, è anche diffusa l’opinione che la DC non sia crollata per gli effetti dell’uragano “mani pulite”, ma a causa della progressiva perdita di idealità dovuta a più fatti: come il progressivo “inquinamento” del suo personale umano per la convergenza nel partito di elementi lontani dalle radici storiche, morali e di rigore etico che invece avevano nutrito, fatto crescere e rifornito il rigoglioso albero del cattolicesimo sociale fin dall’immediato dopoguerra.

Che valore assegna a tale visione dei fatti?

 

· G.B.: Credo di aver già risposto a questo interrogativo. Non voglio, comunque, sottrarmi ad alcune precisazioni, anche a costo di ripetermi. Tangentopoli ha fatto esplodere un bubbone che pure esisteva, ma anch’io ritengo che non sia stata la causa primaria del crollo democristiano.
L’edificio era corroso per molte trascuratezze, per la diffusa presunzione di essere insostituibili e per pratiche di potere sempre più fine a se stesse. I vari sussulti di risveglio che davano poi origine ai grandi convegni di studio, che ho ricordato nella precedente domanda,  finivano per esaurirsi con la chiusura degli incontri, mentre si ritornava a perverse logiche correntizie non più animate da idealità e obiettivi politici, ma protese piuttosto a perpetrare le proprie posizione di potere.  Ciò generava, come per il tesseramento, pratiche scorrette, favorendo, peraltro, il diffondersi di mentalità e costume non proprio conformi alla tradizione sturziana, degasperiana o del tempo di “Cronache sociali”.
Sempre più la D.C., anche per il sistema di ripartizione degli incarichi governativi e degli enti lottizzati tra le correnti, veniva percepito come il partito che occupava ogni spazio con i suoi uomini non sempre capaci, né integerrimi.
“L’occupazione dello Stato”  da parte democristiana fu lo slogan ossessivamente ripetuto non solo dalle opposizioni, ma anche da molti ambienti intellettuali raccolti intorno a riviste e giornali, dove la D.C. risultava sempre più assente.
Che la situazione così descritta anche da critici democristiani che cercavano correttivi, (si ricordi Leopoldo Elia) corrispondesse alla realtà è un altro conto.  Non si valutava, per esempio, a sufficienza,  la vivace dialettica interna della D.C., in particolare nei Gruppi parlamentari, per individuare le scelte di linea politica più appropriate. Ciò che si affermava sempre più nell’opinione pubblica, martellata da una insidiosa e deformante polemica basata sui lati negativi del partito, era l’immagine di una forza politica dilaniata da lotte interne per pure ragioni di potere, senza alcun senso dello Stato, tutta protesa a impossessarsi delle spoglie pubbliche, indifferente alla cultura e alla scienza, incline a mediare compromessi pur di mantenere il controllo di governo del Paese. La lista delle negatività attribuite alla D.C. potrebbe  continuare.

 

Meriti colpevolmente negletti

Nessuna attenzione, invece, veniva riservata alle grandi scelte politiche che il partito aveva compiuto nei primi trenta anni di guida dell’Italia e che ancora si apprestava a compiere a metà degli anni settanta, per allargare l’area democratica del Paese. Emblematico della lettura riduttiva  dell’opera politica democristiana è, per esempio, un dimenticato volumetto, pubblicato dalla Bompiani nel 1976, sulla D.C., scritto da tre noti giornalisti, Vittorio Gorresio, Giampaolo Pansa, Lietta Tornabuoni, dall’eloquente titolo:Trent’anni dopo.  Il regime democristiano nella tempesta.
L’analisi dei tre interpreti della storia democristiana si ferma alle  vicende interne, ai Congressi, ai giochi delle tessere, alla competizione tra i leader, alla perdita del senso alto della cosa pubblica e il giudizio negativo è senza appello. «Vinsero i disonesti» scrive Gorresio, per poi così concludere: «Posso dire comunque che la sorte  della D.C. dopo trent’anni di potere esercitato tanto male, adesso è quella, irrimediabile, di non riuscire più a incantarci». Per Pansa e Tornabuoni i Congressi e i personaggi che li animavano erano squallide lotte di potere tra ambigui protagonisti pronti per ogni  stagione, tra i quali neppure Zaccagnini e Moro si salvavano.
Mi chiedo: ma si può scrivere così la storia politica dell’Italia e del partito che l’ha guidata, tacendo sul “miracolo economico”, sulla “lotta al terrorismo”, sulla ricerca che i Congressi democristiani svolgevano, come quello del 1976, descritto da Pansa,  per trovare una linea di governabilità che non fosse di arretramento democratico?
Benché tendenziosa e unilaterale, quella critica alla gestione politica della Cosa pubblica da parte democristiana prendeva piede e si andava via via affermando come convinzione diffusa.
Il terreno era sempre più preparato per una crisi che si manifestò in modo virulento, soprattutto nelle elezioni amministrative del biennio 1992-1993, con il crollo della D.C.   Ma il partito comunque resisteva con un promettente “zoccolo duro”.
V’era inoltre un punto di forza  per il partito, ed era costituito dai suoi Gruppi parlamentari che, come ritengo di aver dimostrato nel mio libro intervista La Balena Bianca, svolsero in quel periodo un’azione di grande rilievo politico e di incisive decisioni economico-sociali che salvarono l’Italia. Prevalse nel partito una specie di “piagnonismo” che si illuse di guadagnare consensi con una rigenerazione moralistica invece di affrontare i nodi aperti dalla stessa modernizzazione ed evoluzione sociale che la D.C. aveva promosso.

 

 

«C.»: In realtà, sempre restando nell’alveo cattolico e seguendo il “movimento dei movimenti” messo in moto da almeno tre fattori, l’incitamento della Chiesa, il fabbisogno di “nuovo” richiesto dall’Italia per diventare nazione, l’incontro recente di Todi, nessuno mostra di ritenere davvero possibile la resurrezione della DC nella formula ormai consegnata alla storia. Ma non sembra neanche emergere nessun progetto unitario di ritorno “autonomo” dei cattolici nella politica, senza nostalgie né ingenue illusioni, ma con chiaro indirizzo ancorato al “nuovo”  emergente nel Paese, in Europa e nel mondo.

Secondo Lei,  è eccessivo un tale pessimismo?

 

· G.B: La storia del movimento politico dei cattolici italiani si incardinava nella specifica realtà dell’Italia, dopo le vicende risorgimentali, e insieme si collegava alle emergenti formazioni politiche di ispirazione cristiana che fiorirono in Europa, in particolare dopo la celebre enciclica Rerum novarum di Leone XIII.
Il Codice di Malines, che a metà degli anni venti del secolo scorso condensava la dottrina sociale della Chiesa, è successivo al Partito Popolare di Luigi Sturzo, ma, nel contempo, precede ed è modello del Codice di Camaldoli, che costituì il punto di riferimento dottrinario della ripresa del movimento politico dei cattolici italiani che, per volontà di Alcide De Gasperi, assunse il nome di Democrazia Cristiana.
Confluivano nel partito degasperiano due filoni: il primo legato al superamento della lunga frattura del mondo cattolico italiano con lo Stato liberale, con l’assunzione diretta, senza più subalternità, di responsabilità politica verso l’Italia; il secondo derivante dalla comune concezione sociale e politica con i partiti democristiani d’Europa, che costituì il fondamento per la costruzione della Comunità europea. Questi presupposti, irrobustiti dal pensiero toniolino e sturziano, e quindi dal personalismo maritainiano  e dalla lucida e realistica visione politica di De Gasperi, conferirono alla Democrazia Cristiana una dimensione culturale e politica di grande forza, nell’immediato dopoguerra, rispetto agli altri orientamenti politici, anche perché interpretava in profondità l’anima del popolo italiano, strutturalmente cristiana nella sua formazione etica, come ben comprese, all’epoca (1943), Benedetto Croce con il celeberrimo saggio Perché non possiamo non dirci cristiani.

 

Pregiudizi e nuove realtà

Oggi la situazione è radicalmente cambiata, con l’avanzamento della società opulenta, con la liquifazione di un’etica comune, con modelli di comportamenti individualisti che favoriscono le tendenze dissociative della comunità, con spinte disgregatrici della stessa unità nazionale, per cui per i cattolici italiani che non intendono rinunciare ad un loro ruolo nella vita del Paese si pone il problema di un nuovo inizio sia culturale sia politico.
Non v’è oggi spazio per nostalgie, né per rivendicazioni del passato. Il chiarimento storico del ruolo dei cattolici nella vita politica dell’Italia resta comunque una premessa indispensabile per riprendere il cammino nel diverso contesto attuale.  Certi pregiudizi, che continuano ad alimentare alcune analisi anche recenti, come quella, per esempio, di Piero Ignazi che, sull’ultimo numero del 2011 della Rivista Il Mulino,  scrive che la tradizione politica della DC era estranea alla costruzione della nazione, restringendola peraltro all’età risorgimentale, in sostanza tentano di mettere in discussione la stessa legittimazione dei cattolici italiani ad organizzarsi in modo autonomo per un progetto politico per l’Italia.
Occorre, dunque, da una parte rimuovere i pregiudizi e ristabilire con obiettività i dati storici, dall’altra riprendere una elaborazione dottrinale di ordine sociale, economica ed istituzionale ispirata ai valori eterni del pensiero cristiano che nella dignità della persona umana, nella dimensione dell’amore per il prossimo e nel sentimento della trascendenza, etsi Deus daretur,  ha il suo fondamento.
C’è un vuoto da riempire che volge verso il nichilismo della società contemporanea che non può non suscitare acuta attenzione da parte dei cattolici, che sanno di non trovare risposte adeguate nel dominante pensiero attuale. Per cui non c’è da domandarsi se si può riuscire o meno, ma piuttosto c’è da  impegnarsi a seminare. Prima o poi ci sarà uno stuolo di mietitori a raccogliere e a offrire buon grano.

 

 

■ «C.»: L’incontro di Todi ha avuto echi diversi, ma sembra a molti che possa davvero rappresentare, a partire dal prevedibile sviluppo dei suoi contenuti ideali, culturali e organizzativi, una seconda Camaldoli il cui “Codice” (1943) influenzò notevolmente l’opera di ricostruzione soprattutto morale, dell’Italia e proiettò in primo piano il contributo dei cattolici alla rinascita.
La presenza a Todi del Presidente della CEI, Cardinale Bagnasco e il suo messaggio, hanno confermato il pressante interesse della gerarchia cattolica ad un disegno ricostruttivo.
Quale è il suo giudizio sull’iniziativa di Todi e quale grado di ottimismo assegna alla possibilità che dal “movimento dei movimenti” messo in moto possa finalmente scaturire un ritorno “unitario e autonomo” dei cattolici democratici nell’esercizio della politica?

 

· G.B: L’incontro di Todi è, a mio parere, la registrazione di una larga insoddisfazione dei cattolici rispetto alle formazioni politiche esistenti. Non mi sentirei, però, di affermare che da questa iniziativa possa rinascere un movimento politico autonomo dei cattolici italiani. L’autonomia, peraltro, va affermata anche in termini di laicità, di assunzione diretta di responsabilità rispetto alla gerarchia ecclesiastica e al compito più alto della Chiesa che trascende la storicità dell’agire umano. Ecco perché è fondamentale, per una rinnovata presenza organizzata dei cattolici italiani nella vita politica, una rielaborazione culturale che faccia i conti con la contemporaneità, con i cambiamenti economici, sociali, istituzionali intervenuti nel mondo globalizzato in grado di offrire risposte forti alle crisi del nostro tempo. La dottrina sociale della Chiesa, le grandi encicliche di questi ultimi decenni sono riferimenti  preziosi, ma non costituiscono un programma politico che deve essere invece definito, come accadde con il PPI e la Democrazia Cristiana, in rapporto alla democrazia contemporanea, al suo carattere pluralista, al sentimento vivo della laicità (non laicismo) dello Stato.  E proprio su questo punto, quanto mai delicato e controverso, è di grande rilevanza la definizione di una visione dei cattolici, capace di armonizzare la complessità dei problemi in esame, come quelli  costitutivi di un’etica comune, della bioetica.
Prima di Camaldoli, per oltre mezzo secolo, ci fu un grande fermento di pensiero cattolico che ne preparò il terreno. Camaldoli  fu un punto di arrivo, non di partenza. È una rinnovata creatività che può gettare le basi per un necessario, anche se difficile, scuotimento del laicato cattolico italiano  che non può ritrovarsi, senza rinunciare alle sue ragioni d’essere, nell’attuale sistema dei partiti e delle proposte politiche. Ecco perché ben venga Todi per una presa di coscienza, ma non mi sembra possa essere  l’avvio di un nuovo corso,  non ancora maturo, che deve svolgersi, appunto, nell’autonomia laica dell’agire politico.

 

 

«C.»: Si è detto che la visuale dei cattolici e della loro politica  è troppo orientata e costretta verso la “forma Partito”, trascurando l’esigenza preliminare rappresentata dalla formazione e preparazione “pre-politica” e “pre-partitica” del capitale umano da impegnare in una tale impresa.
Eppure di iniziative del genere ce ne sono tante e la sensibilità al problema è molto diffusa: ma la convinzione altrettanto diffusa che si possa fare “politica” anche prescindendo dalla forma partito, non sembra rendere unitariamente orientate coordinate le pur vaste e diffuse iniziative formative mirate al recupero della “buona politica”.

Come vede questo aspetto del problema?

 

· G.B.:  Il partito resta lo strumento indispensabile di partecipazione alla vita politica. Può assumere diverse forme e caratterizzazioni, resta comunque ineludibile il dato organizzativo che costituisce l’elemento che dà forza alla proposta politica e ne rende possibile la realizzazione. Ecco perché, a mio parere, se i cattolici italiani restano dispersi in varie formazioni politiche potranno offrire il loro contributo anche influente, ma dovranno rinunciare ad un proprio progetto riformatore, rimanendo oggettivamente subalterni ad altri orientamenti con ispirazione diversa da quella cristiana.
La politica, oggi, si può indubbiamente esercitare in vari modi, e in diverse posizioni, essendo il potere diffuso nella società, ma se si vuole ricondurre, ed è quanto mai necessario, ad una sintesi la molteplicità degli indirizzi, ciò è possibile solo attraverso la funzione aggregante dei partiti e alla dialettica che essi esprimono nelle assemblee democratiche dove si forma la volontà maggioritaria o unitaria che sia, che governa il Paese.
Rinunciando, quindi, ad una presenza autonomamente organizzata, i cattolici rinunciano ad un proprio progetto politico, diventando di fatto tardi epigoni del “gentilonismo” a destra, al centro, o a sinistra che sia.
Detto questo non intendo minimamente sottovalutare la rilevanza della formazione o come si dice del pre-politico, ma appunto perché  pre-  va completato con la pienezza della politica che, ripeto, si realizza più compiutamente attraverso l’azione partitica.
I sondaggi oggi sui partiti, come sulle altre istituzioni democratiche, sono impietosi ed inquietanti. La percentuale dell’8% di fiducia nei partiti sembrerebbe condannare definitivamente questa forma di attività politica, ma il dato va analizzato. C’è, appunto, da chiedersi, in primo luogo, se questo rigetto non sia legato all’attuale situazione partitica più che al rifiuto tout court della “forma partito”, anche se tra i politologi non mancano quelli che ne recitano il de profundis .
Ma è, comunque, difficile immaginare una democrazia senza partiti e penso che la loro attuale crisi ancor più  deve  indurre  i cattolici ad una riflessione sui mali attuali della politica, respingendo la tentazione di scambiare il cattivo uso di certi strumenti con un giudizio negativo dello strumento stesso,  come può essere nel caso della “forma partito”.
È evidente che l’origine ottocentesca, classista e ideologica del partito moderno, è superata, come fuorviante, sotto il profilo democratico-partecipativo, è la tendenza al partito carismatico e personalistico che si è affermato in questi ultimi tempi di crisi. Ciò che invece deve essere restituito a vitalità nella “forma partito”, è la sua funzione di centro dei grandi dibattiti, delle fondamentali scelte e di animazione della vita pubblica. Su questo versante i cattolici, che hanno nel campo vasta esperienza, possono preparare il futuro che li veda ancora protagonisti. Un serio approfondimento sulla “questione partito” è quello  di Matteo Trufelli, in un libro sul tema, con prefazione di Pietro Scoppola, edito da  Studium  nel  2003.

 

 

«C.»:  A proposito dei partiti tutti i più attenti osservatori sono concordi nel ritenere che si sia prodotta una soluzione di continuità molto profonda e grave nel rapporto “cittadini-politica” e quindi “cittadini-partiti”. E che anche per questo, la “maturità” politica della nostra democrazia sia “sofferente”.

Anche Lei è di questo parere?  Quali le cause e come sanare gli effetti che si sono prodotti?

 

· G.B.: Credo di aver già risposto in parte alla domanda.  Il principio di cittadinanza, fondamentale per l’esercizio dell’attività politica, ha subito lungo oltre due millenni, profondi cambiamenti, fin dal suo apparire nell’esclusivismo ateniese, nella concezione universalistica di Roma antica  e poi del Medio Evo e,  quindi, nello Stato-nazione del secolo XIX.
Ora, è proprio questa ultima concezione a entrare in crisi e a perdere senso. La ricostruzione di un sentimento profondo di cittadinanza e anche della sua dimensione giuridica non può che collegarsi ad un nuovo “umanesimo” che abbia salde radici in una ben individuata realtà storica, culturale e geografica, ma  proiettata in una visione universale della dignità umana, dei suoi diritti e dei suoi doveri. In un libro apparso nei primi anni ’90,  dal titolo Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, Rémi Brague  indica, nel principio dell’ancoraggio al territorio e insieme nell’universalismo dell’antica Roma, una via per superare la crisi del mondo contemporaneo.
Si può aggiungere che ancor più nella millenaria esperienza della Chiesa cattolica, che ha saputo, lungo i secoli, contemperare le realtà locali con quella universale, si può attingere per rinnovare il valore della “cittadinanza” indispensabile per rivitalizzare la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. Anche sotto questo profilo i cattolici,  dinanzi ai complessi problemi insorti a seguito delle grandi migrazioni, sono chiamati a dare risposte adeguate e coerenti che sono possibili se sostenute da adeguata forza organizzativa autonoma.
Che la nostra democrazia, come si afferma nella domanda, sia “sofferente” su questo delicato punto è indubbio.  I rimedi sono legati ad  un nuovo slancio ideale per un diverso corso storico, rispetto alle tendenze neo-nazionaliste  emergenti, che  assegni all’Italia ancora la missione di continuare nella  costruzione di un’Europa politica, patria comune, dove ciascuno si senta cittadino del proprio Paese e insieme del Continente europeo, che ha una storia comune, contrassegnata dalla tradizione greco-romana e cristiana.

 

 

■ «C.»: I pilastri del pensiero sociale cristiano e quindi della sua proiezione nella politica  - e quindi nella gestione del Paese -  sono soprattutto Toniolo, Sturzo e De Gasperi. Mentre Moro rappresenta il “veggente” al quale è stato impedito di dare forma e concretezza ad una “visione” di prospettiva storica che avrebbe dato alla DC un nuovo futuro e alla politica una più compiuta maturità.
In particolare Moro, durante una tribuna elettorale del gennaio 1962, affermò con vigore: «La DC non è un partito cattolico nel senso che sia una espressione politica della gerarchia ecclesiastica…
L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro personale modo di rendere un servizio e di dare, se possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale».
Quanti di questi personaggi e del loro pensiero (e anche di vita esemplare) potrebbe costituire ancora oggi “corpo” sostanziale e garantito di un progetto di ritorno autonomo dei cattolici laici democratici nella politica?

 

· G.B: È questo un filone di pensiero per molti aspetti ancora vitale, se non per certe specifiche posizioni  legate ad un’epoca di cristianità ormai tramontata, sicuramente per la metodologia, per l’ispirazione etica, per l’apertura mentale verso i fenomeni emergenti dalla società. Come non considerare essenziale, nell’analisi sociale, il ruolo dei corpi intermedi, il loro declino e la loro fioritura che segnano gli alti e bassi della nostra società che la sociologia di Toniolo tuttora stimola ad esplorare? È questo un tema efficacemente riproposto da Giuseppe De Rita in un recente,  acutissimo articolo sul Corriere della Sera. 
L’intuizione del popolarismo sturziano ancora oggi ci interpella per la ricchezza dei suoi possibili sviluppi teorici e politici, mentre il forte richiamo etico del grande sacerdote calatino si rivela quanto mai profetico rispetto alla crisi economica del nostro tempo che ha ritenuto di separare la sfera economica da quella morale con incalcolabili danni finanziari per gli Stati e per le popolazioni. Resta come paradigmatico dell’agire politico il metodo di Alcide De Gasperi, intriso di lungimiranti visioni e di accorto realismo sempre attento al processo democratico del Paese.
In un momento di declino dell’idea politica unitaria dell’Europa, proprio quando più ne risulta evidente la necessità, (come ha ribadito di recente, in modo allarmato, uno degli ultimi grandi europeisti,  Helmut Kohl),  la lezione di De Gasperi ci indica la strada da seguire.
La capacità di ascoltare i rumori di sottofondo della società, e la sapiente fusione degli elementi politici per non arrestare, anche in situazioni abnormi, il cammino democratico, trovano nell’insegnamento di Aldo Moro ineguagliabili esempi.
Ecco perché tutta questa tradizione di pensiero e di prassi, che è patrimonio del movimento politico, dei cattolici italiani, costituisce un’eredità da non disperdere. Essa può diventare feconda fonte di ispirazione, se fiorirà un rinnovato impegno autonomo ed organizzato di un movimento cristianamente ispirato e laicamente concepito, (come, appunto, ribadiva Moro nel passo citato nella domanda), di cui si avverte l’esigenza, ma di cui, per costruirlo, non vedo ancora la “pietra d’angolo”.

 

 

■«C.»: Un qualunque disegno o “Progetto Paese”; costruito con le premesse che si sono evidenziate a Todi, non può prescindere da alcuni elementi basilari anche essi ben presenti, negli incitamenti della Chiesa, in particolare:  Edificazione di un nuovo Umanesimo – Visione europeista di globalità – Primazia della visione politica della Fede-Primato del sociale nella funzione del capitalismo – Rapporto tra modernità e post modernità.
Secondo Lei ci sono oggi nel mondo cattolico la cultura adatta, le riserve morali, le forze necessarie e soprattutto i leaders  per un tale progetto globale che sappia contribuire ad una visione tanto allargata e attuale della missione politica che viene richiesta ai cattolici?

 

· G.B.: Non sarà mai possibile la costruzione di un “nuovo umanesimo” se si perde la bussola della “ricerca della verità”. Il pensiero contemporaneo, in effetti, sempre più  abiura a questa possibilità e privo di bussola,  si sposta,  per un ancoraggio che abbia qualche solidità, verso il pensiero scientifico e tecnico. Ma la costruzione di un umanesimo non può fondarsi su questo presupposto, perché lo statuto del pensiero scientifico al massimo tocca la sfera della libertà, ma resta estraneo ai fondamenti della vita associata che sono quelli dell’etica,  delle molteplici forme della vita umana, dalla religione  all’arte, ai “galatei”, alla bellezza, etc.
Non si apre nessuna strada verso l’edificazione di “un nuovo umanesimo” se si rinuncia preventivamente a dare senso ad un principio, relativizzandolo. La domanda è semplice: come  è possibile costruire una società priva di senso?  È tutta qui la polemica sul relativismo che nel momento in cui diventa principio  fondativo scardina ogni possibilità di definire qualcosa che sia un valore in sé. Il rifiuto di ritenere possibile una “ricerca della verità”, che non è mai acquisizione per sempre, significa rinunciare a dare un assetto ordinato alla società, non a respingere l’integralismo che va contrastato in altro modo, opponendo altri valori che il relativismo, invece, finirebbe per annullare. La ricerca costante della verità è cosa, dunque, ben diversa dall’integralismo che è fissità astorica e quindi mummificazione, così come il relativismo significa adeguarsi alla mutevolezza dell’esistente. L’uno e l’altro sono, in definitiva, scelte passive di adattamento, con conseguenze illiberali per il primo, e di indifferentismo disgregante per il secondo.
È con tutta la crisi della modernità, che la post-modernità ha aggravata,   che bisogna fare i conti, per ricostruire un sistema di valori umani condivisi che alimentino una rinnovata stagione umanistica. A mio parere nella cultura cattolica v’è un ricco deposito dal quale attingere per respingere il nichilismo strisciante, per dare senso alla vita e all’opera degli esseri umani, per recuperare i valori della patria, della democrazia, dell’Europa e della collaborazione tra i paesi del mondo. Nella vita delle persone e dei popoli non può mancare un principio conduttore, che è il contrario del relativismo,  ecco perché  chiarirne la debolezza concettuale significa porre già  la prima pietra per una costruzione sociale e politica decente. Il grande insegnamento di Benedetto XVI su questo tema non è stato, a mio parere, ben compreso da un certo pensiero “laico”.

 

 

«C.» A conclusione, quale è il Suo pensiero, libero dalla costrizione delle domande, su altri argomenti che presidiano il dibattito e il processo politico-culturale in corso nel variegato mondo dei cattolici democratici?

 

· G.B. Oggi viviamo tra  profonde contraddizioni che risultano irrisolte e che prima o poi, come è accaduto,  nel campo dell’economia, verranno come nodi al pettine.
Come è possibile, per esempio, conciliare una società dei desideri crescenti che pretendono soddisfazioni con la limitatezza delle risorse globali, e d’altro canto come raccordare una politica di limitatezza nell’uso delle risorse, e quindi dello sviluppo, con l’esigenza di una crescita costante, per garantire livelli adeguati di occupazione e di godimento dei beni anche da parte di ceti e di  popoli finora esclusi?
Il discorso diventa ancora più complesso se si sposta sulla questione dell’etica che, per millenni, è stata fondamento della società  in quanto vincolo che derivava da una condivisione di valori, da un mos ,  costume comune,  che oggi viene invece respinto nella sfera puramente individuale,  privato di funzione sociale e quindi soggettivizzato, non più suscettibile di giudizio nella sua “natura” di vizio o di virtù. È da una riflessione su un testo “micidiale” della modernità, La favola delle Api, di Mandeville che bisogna ripartire.
La caduta della sanzione sociale non può che provocare liquifazione, per usare una terminologia alla Bauman,  della società. La tenuta sarà sempre più affidata al collante economico o a forze e a istituzioni coercitive, con prevedibile decadenza culturale e creativa dell’intero corpo sociale.
Non vado oltre nelle mie “elucubrazioni” che le domande intelligenti di Civitas mi hanno stimolato, e metto punto, non senza ribadire che, anche se non vedo all’orizzonte avanzare, oggi, una nave, con antichi o nuovi simboli di un movimento politico di cattolici organizzati come partito, non per questo ritengo che ciò sia nel futuro impossibile, anche se come piccola, ma combattiva minoranza.