Regole elettorali. Valori della democrazia

In principio fu la proporzionale. L'affacciarsi dei cattolici sulla soglia della vita pubblica a suo tempo fece tutt'uno con la rivendicazione di una nuova legge elettorale che sbaraccasse la vecchia Italia dei notabili e aprisse le porte dello Stato alle nuove culture politiche che si andavano affermando. Erano i primi anni del secolo scorso, e la capillare rete politica intessuta da don Sturzo sentiva il bisogno di affidarsi a regole più eque, più moderne e più gentili. Lo sentiva per se, e per il paese.
Quasi mezzo secolo dopo, finita la guerra, caduta la dittatura, si decise di non inserire la legge elettorale nella Costituzione. In compenso la si inscrisse per così dire nella Costituzione materiale, in quell'insieme di regole, abitudini e costumi che dovevano tenere assieme il nuovo sistema politico. Ancora una volta fu la proporzionale a garantire la qualità e soprattutto la misura del confronto politico (e ideologico).
Si diceva proporzionale per dire un'idea del paese. Dietro la nuova regola si stagliava infatti un'interpretazione dell'Italia. Si scommetteva (1919) sull'innovazione, sul progressivo consumarsi delle elite che avevano governato fino ad allora. E poi ancora (1946) sulla coesistenza, sulla possibilità che masse popolari agli antipodi potessero sottrarsi almeno in parte alla logica della scontro campale dettato dalla guerra fredda.

Marco Follini
Senatore



«Una legge elettorale non si scrive nel vuoto. Ha bisogno di avere dietro una strategia politica. Di più, un’idea di sistema».