n. 1-2 - 2015

Il contributo di Piero Malvestiti alla nascita del Mercato unico interno della Comunità Europea

di Flavio Mondello
(Docente e membro del Consiglio di Amministrazione
del Collegio Europeo di Parma)

 

Ringrazio gli organizzatori del Convegno su Piero Malvestiti che mi hanno chiesto di accennare alla parte, quasi totalizzante, della mia vita di lavoro legata alla costruzione europea, quale introduzione a taluni tra i tanti miei ricordi su Piero Malvestiti, assunto a partire dal 1958 alle massime responsabilità della Comunità Economica Europea e della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio. 

La mia attività comunitaria era incominciata nel lontano 1952, quando, da ingegnere siderurgico, fui inviato a Lussemburgo dalle Acciaierie Falck come delegato della siderurgia privata all’interno della Rappresentanza permanente della siderurgia italiana presso l’Alta Autorità della CECA. La Comunità carbosiderurgica si stava allora organizzando nella capitale del Granducato. 

Dopo 6 anni di esperienza presso la prima Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio sono stato inviato a Bruxelles nel gennaio 1958 per continuare l’attività comunitaria come Rappresentante Permanente della Confindustria italiana presso la Comunità Economica Europea in fase di insediamento.

Sono rimasto a Bruxelles sino al 1997, con un parallelo incarico presso la Nato durante l’ultima fase della guerra fredda quale rappresentante italiano nel Comitato dei piani civili di emergenza. Era allora necessario prepararsi a fronteggiare un ipotetico sfondamento della frontiera Nato da parte dell’Unione Sovietica che avrebbe comportato l’immediato arrivo dei carri armati del Patto di Varsavia all’Atlantico ed all’Adriatico.

Rientrato a Roma per mia decisione, nonostante il pressante invito a rimanere, sempre perché nel mio sangue correva essenzialmente i fluido europeo ho progettato, rimanendo in collegamento con le Istituzioni dell’UE, il “Gruppo dei 10 per una Europa più dinamica e forte”, di cui sono il Coordinatore. Il Gruppo è composto da personalità italiane che, quando ero a Bruxelles,  hanno direttamente partecipato con ruoli primari al processo di integrazione europea: Ministri, Commissari europei, Ambasciatori Rappresentanti Permanenti, ecc. Tra di loro l’On. Virgilio Rognoni allora Presidente del Consiglio dei Ministri europei della Difesa, oggi presente tra noi.

Il Gruppo è ospitato dal prestigioso Istituto Luigi Sturzo il cui Segretario Generale Dr. Giuseppe Sangiorgi è copresidente di questo Convegno e che qui ringrazio per il deciso sostegno che dà alla nostra attività: questa consiste nella elaborazione di Documenti periodici, stampati da un Editore nostro sostenitore, su attività topiche del Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo. 

I Documenti sono trasmessi, con lusinghieri riscontri e incoraggiamenti, a tutti i Parlamentari, al Governo, alle maggiori Autorità istituzionali.

I miei ricordi  sull’attività comunitaria di Piero Malvestiti non rispondono certo alla profondità odierna dei professori e degli storici qui intervenuti, ma esprimono solo alcune tra le numerose sensazioni di chi, in differente ruolo, era come lui impegnato in trincea sul fronte comunitario. Evidenzierò dunque, data l’ora tarda, solo  alcune  sue prese di posizione, allora audaci che, soprattutto oggi, dopo 50 anni, dimostrano sempre la loro validità. Tralascio pertanto i riferimenti alla sua intensa attività quotidiana.

Consentitemi, tuttavia, di incominciare col ricordare quale era la posizione del Governo italiano sull’avvio della Comunità Economica Europea quando designò Piero Malvestiti  membro italiano della Commissione Europea: ciò può far comprendere atteggiamenti tenuti per lungo tempo da Roma e che speriamo oggi vengano modificati profondamente.

Il Governo aveva tre priorità: la prima era ovviamente quella di indicare Malvestiti come primo dei tre Vicepresidenti della Commissione, essendo stata decisa la Presidenza di Walter Hallstein membro del Governo Adenauer e praticamente portavoce del Cancelliere tedesco. 

Precedentemente la prima presidenza della Alta Autorità della Ceca a Lussemburgo era stata affidata alla Francia, a Jean Monnet, ideatore della Comunità carbosiderurgica.

A Malvestiti fu dunque assegnato, per autonoma unanime decisione dei nove Membri della Commissione, e non dei 6 Governi, un incarico di particolare rilievo, quello del Mercato interno della Comunità Economica Europea, chiamata allora curiosamente  MEC dall’Italia. Si trattava di fondere progressivamente in un Mercato Comune liberalizzato sei mercati antagonisti, divisi tra loro da dazi e contingenti all’interno di rigide frontiere. 

Malvestiti cominciò questa sua attività creando dal nulla il suo Dicastero, perché al suo arrivo a Bruxelles aveva solo la sua sedia, la sua scrivania ed il suo armadio. 

Ha costruito la Direzione Generale di cui era Presidente partendo da zero, come del resto ha riconosciuto con ammirazione il Presidente Walter Hallstein, secondo quanto qui ricordato questa sera, evidenziando come riuscisse a mantenere il ritmo particolarmente serrato del difficile processo di liberalizzazione degli scambi.

E devo dire che ebbe subito una prima battaglia, perché Malvestiti, come dimostra il suo passato, è l’uomo che non si arrende. Per la nomina del suo Direttore Generale fu ostacolato dal potente capo del personale dell’Alta Autorità: aveva presentato la candidatura di un giovane francese, Francois–Xavier Ortoli, subito respinta per due ragioni: la prima perché Ortoli era troppo giovane, 33 anni, e la seconda perché era troppo cattolico come lo stesso Malvestiti. Facile comprendere chi l’ebbe vinta perché Malvestiti aveva avuto ben altre opposizioni quando era in clandestinità antifascista.

Malvestiti dimostrò in questa occasione grande fiuto nel cercarsi i collaboratori, perché  il giovane Francois-Xavier Ortoli terminò con successo la sua attività comunitaria dopo che il  suo Presidente fu designato alla testa della Ceca: rientrò in Francia come Ministro nel potente Dicastero Tesoro, Economia, Industria. Non solo: concluso il suo incarico, fu rinviato a Bruxelles ove era entrato come alto funzionario, questa volta come Presidente della Commissione Europea.

La seconda priorità per l’Italia, dopo aver puntato in alto con la Vicepresidenza della Cee, era l’ottenimento di una Presidenza che servisse taluni particolari interessi economici italiani quali quelli del Mezzogiorno. Essendo stata creata col Trattato di Roma la Banca Europea degli Investimenti per finanziamenti agevolati nelle zone Cee disagiate, l’Italia chiese ed ottenne per l’allora Ministro della Cassa per il Mezzogiorno  un suo trasferimento alla Presidenza di questa banca.

Purtroppo però questo incarico durò pochissimo tempo concludendosi con dimissioni dopo la constatazione dell’impossibilità di autonoma concessione dei prestiti. I finanziamenti potevano infatti essere decisi solo dopo l’approvazione comunitaria di progetti elaborati a livello nazionale secondo regole stabilite in comune.

Permettetemi qui di ricordare la successiva via crucis dell’Italia, sino ai tempi nostri,  nell’utilizzo del Fondo Regionale Cee per le nostre aree depresse. Purtroppo i Fondi a disposizione del nostro Mezzogiorno sono stati scarsamente utilizzati per l’incapacità di presentare progetti adeguati, volendosi insistere nell’elaborare piccoli progetti regionali, se non locali, troppo spesso a finalità elettorali.

Apro al riguardo una breve parentesi: abbiamo rifiutato la concessione di un forte contributo comunitario perché fummo incapaci di presentare un valido “progetto acqua” per l’intero Mezzogiorno, progetto che peraltro era stato da noi inizialmente suggerito. Il risultato fu che i fondi a noi destinati  vennero attribuiti ad altro Stato membro più seriamente progettuale. L’Irlanda che contemporaneamente aveva presentato un unico grande progetto per il potenziamento della sua arretrata rete stradale, ottenne il forte concorso comunitario, avviando così l’industrializzazione del Paese.

Poi ci fu la terza priorità italiana: oggi sembra una cosa banale, e invece, con le comunicazioni di allora, aveva grande importanza. La Cee chiese a ciascuno Stato membro di presentare la candidatura di una sede in particolare per la Commissione e per il Consiglio dei Ministri. La Corte di Giustizia era già installata dagli albori della Ceca a Lussemburgo; così pure l’Assemblea Parlamentare si riuniva soprattutto a Strasburgo, sede strategica alla frontiera franco-tedesca. 

L’Italia pensò subito di designare  Milano, che era considerata, giustamente, la capitale economica del Paese. Senonché i milanesi, per non avere un controllore in casa, si opposero e fecero candidare la Villa Reale di Monza che richiedeva una costosa profonda ristrutturazione. La conseguenza fu che l’offerta venne subito respinta. 

La Francia, che voleva consolidare la posizione di Strasburgo, città simbolo alla frontiera franco-tedesca, quale sede dell’Assemblea Parlamentare europea, aveva avanzato per farsela respingere, la candidatura di un Castello della Loira privo di importanti collegamenti europei; in alternativa offriva il sole ed il mare in un’area della Costa Azzurra. 

In definitiva la scelta politica cadde su Bruxelles che rappresentava il baricentro dei cinque Paesi membri, Italia esclusa, e che pertanto era ad immediata portata delle capitali di Francia, Olanda, Germania, Lussemburgo e ovviamente Belgio. La scelta fu strategica perché permetteva, con andata e ritorno in giornata, frequenti contatti tra i Commissari ed i loro referenti nazionali. 

Per Malvestiti il risultato al suo esordio comunitario, a causa della distanza da Roma ed anche della indifferenza politica nei confronti di una Comunità Europea considerata lontana, fu quello di una grande solitudine nell’affrontare i nuovi poderosi problemi dell’integrazione comunitaria. Per di più le lettere che scriveva regolarmente ai Ministri italiani rimanevano quasi sempre senza risposta. 

In Italia, d’altra parte, quasi nessuno conosceva i meccanismi di questa straordinaria costruzione europea e ci si limitava ad esprimere un generico, quasi romantico, sentimento europeista. Direi che ancor oggi, per di più con un forte indebolimento dell’ardore europeista, persiste nel nostro Paese questa scarsa conoscenza delle strutture e delle regole decisionali dell’Unione Europea. 

Vorrei ora ricordarvi alcune posizioni di Malvestiti, sia a Bruxelles alla Cee che a Lussemburgo alla Ceca, su temi che allora erano molto sensibili e che oggi dopo cinquanta anni, come prima ho accennato, sono diventati ancor più sensibili.

Cominciamo col fatto che quando Malvestiti arrivò a Bruxelles nel gennaio 1958 si trovò in presenza di un negoziato con la Gran Bretagna che voleva creare una grande Zona di Libero Scambio in Europa. Questa avrebbe dovuto assorbire la nascente Comunità Economica Europea. Londra aveva addirittura l’ambizione di compiere una operazione non solo europea ma anche mondiale.

La Gran Bretagna infatti credeva di avere ancora il pieno dominio del Commonwealth che invece cominciava a frantumarsi. L’idea di Londra era quella non di costruire una organizzazione sopranazionale e con ambizioni politiche unitarie, ma di realizzare una grande area liberalizzata nell’economia e nel commercio. 

A livello politico dei sei membri della Cee fu sostanzialmente De Gaulle a bocciare questa idea perché il Generale voleva la premiership della costruzione comunitaria e non intendeva lasciarla in mano ai britannici. E la Zona di Libero Scambio si realizzò senza i 6 della Cee nel 1960 col Trattato di Stoccolma tra 7 Paesi europei.

Malvestiti aveva contribuito al rigetto della proposta britannica ponendo tre obiezioni molto importanti: una Zona di Libero scambio avrebbe tarpato le ali al sogno di una futura unità politica europea che faceva accettare gli innegabili sacrifici dell’abbattimento delle protezioni nazionali all’interno della Comunità. Ribadiva inoltre che la formula britannica avrebbe impedito quella frontiera comune nei confronti del Paesi terzi caratterizzata da una unica cintura daziaria, primo simbolo di unità territoriale che avrebbe potuto contribuire ad un maggior ruolo della Comunità a livello internazionale.

Ebbene: oggi dopo 50 anni,  di fronte ad una Europa in gravi difficoltà economiche e sociali ove molte sono le accuse di politiche comunitarie troppo estese e invasive che incidono pesantemente sulla vita dei cittadini, si riprende il tema della Zona di Libero Scambio. Sono apparsi sulla grande stampa, per esempio italiana, suggerimenti di concentrarsi sulla formula, tutt’ora in negoziato, per una Zona di Libero Scambio interatlantica, Unione Europea-Stati Uniti, piuttosto che perseguire una Europa politicamente unita con eccessive competenze, considerata del tutto irrealistica.

Anche Malvestiti nel 1961 si trovò confrontato con la domanda di Londra di entrare finalmente nella Comunità Economica Europea dopo aver respinto, nel 1951, l’invito a partecipare alla CECA. Malvestiti era d’accordo nel ritenere che questo ingresso avrebbe potenziato la Comunità: tuttavia, fedele alla la sua visione sul futuro politico dell’Europa, aveva fortemente contribuito  a  contestare il sottile disegno britannico di  subordinare l’entrata ad un rinegoziato del Trattato di Roma per eliminare le materie che avrebbero potuto intaccare la sovranità al Regno Unito. Fu poi De Gaulle, nel 1963, a ribadire il suo veto all’adesione del Governo di Londra perché avrebbe rotto l’equilibrio interno franco-tedesco raggiunto dai Sei. 

Vorrei ricordare che nel 1967  De Gaulle disse ancora di no all’ingresso della Gran Bretagna nella Cee per una ragione che allora non fu formalmente resa nota. Il Generale aveva infatti chiesto al Premier britannico di premere insieme,  in caso disperato, il bottone dell’arma atomica posseduta da entrambi i Paesi. Londra invece preferì subito legare la propria bomba a quella degli Usa, per di più rinunciando a continuare la produzione di un proprio vettore missilistico per affidarsi a quello già predisposto dagli Stati Uniti.  

La Gran Bretagna, una volta uscito di scena il Generale, riuscì nel 1972 a firmare il Trattato di adesione alla Cee insieme a Irlanda e Norvegia: quest’ultima poi rinunciò ad entrare nella Comunità Europea. Il nuovo Presidente della Repubblica francese Pompidou promise informalmente al Premier britannico di non incidere in futuro su essenziali sovranità del Regno Unito. 

Oggi la legge del contrappasso si è realizzata con l’accordo franco-britannico in campo militare e nucleare, purtroppo al di fuori della  Agenzia Europea della Difesa. Per ridurre il non più sopportabile alto costo del nucleare, si sono messe in comune parti importanti della difesa atomica e della ricerca in questo campo; inoltre sono state create forze comuni per interventi militari in zone critiche al di fuori dell’Ue. 

Il problema sollevato da Londra sin dal 1961 di sottrarre al processo di integrazione europeo politiche altamente sensibili per il Regno Unito, fortemente contrastato da Malvestiti, è stato riproposto dopo cinquant’anni dal Premier Cameron.

Il Capo del Governo di Londra, per fronteggiare il fronte anticomunitario interno  che si sta sempre più rafforzando, ha fatto approvare dal Parlamento il lancio nel 2017 di un referendum popolare sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Ha però sommessamente fatto filtrare a Bruxelles che non avrebbe fatto campagna per l’uscita dalla Unione Europea  qualora, con la nuova legislatura comunitaria, dopo le imminenti elezioni europee ed il relativo rinnovo delle più alte cariche istituzionali, si fossero selezionate e ridotte le politiche comuni con forte incidenza sulla sovranità del Regno Unito. La maggiore ambizione britannica è quella del rafforzamento del “Mercato unico di beni, servizi e capitali”, associata a riforme sulla libera circolazione dei migranti europei,ad alcune politiche legate agli Affari Interni ed alla Giustizia salvo casi particolari di specifico interesse britannico. Un elenco di precise richieste sarà presentato alla nuova Commissione dopo le prossime elezioni del Parlamento Europeo.

Ritornando a Malvestiti, da Presidente della Alta Autorità della Ceca si era reso conto che si stava progressivamente sgretolando la vera sopranazionalità che i Padri fondatori avevano attribuito a questa straordinariamente innovativa Istituzione comunitaria. Infatti il potere decisionale stava progressivamente passando in mano ai Governi, come del resto era avvenuto per la Comunità Economica Europea.

Senza preoccuparsi delle reazioni negative, Piero Malvestiti non ha esitato a ribadire che la sopranazionalità è il vero primo passo essenziale per avvicinarsi all’Europa politica. Ha contestato  dunque la pericolosa marcia indietro dei Governi.

Gran parte dei suoi colleghi membri dell’Alta Autorità era in forte disaccordo con  lui. 

I più accesi arrivarono al limite della denigrazione  pensando al loro futuro perché si stava disegnando l’unificazione dei tre Esecutivi di Cee, Ceca e Euratom  in una unica Commissione, con la conseguente eliminazione dell’Alta Autorità. Questo nuovo esecutivo sarebbe stato ancor più sensibile alla formula intergovernativa. 

Ricordo che alcuni Ambasciatori, Rappresentanti Permanenti degli Stati membri presso la Ceca, mi dicevano “Eh! Malvestiti invocando la sopranazionalità mette gli scarponi in una vetrina di cristallo, mentre occorre la massima delicatezza per non alimentare la suscettibilità dei Governi”.

La parola sopranazionalità per anni fu bandita dal vocabolario comunitario. Oggi, invece, dopo 50 anni, sono molti negli stessi Vertici dell’Unione Europea a sostenere l’esigenza di una sovranità comunitaria condivisa da Stati e Unione. Sta sviluppandosi la convinzione che, per meglio far fronte alle persistenti gravi difficoltà economiche e sociali, difficilmente i singoli Stati membri possono agire in maniera completamente autonoma. D’altra parte l’invocata solidarietà comunitaria significa appunto assumere decisioni che sono espressione non più di una di una sovranità nazionale, bensì di una sovranità condivisa tra Istituzioni Ue e Stati membri. Ritengo che anche Malvestiti sarebbe soddisfatto di questa evoluzione che rende più percorribile la strada dell’unione politica.

Consentitemi un ‘altra breve digressione a proposito delle reazioni dei cittadini dei Paesi membri che maggiormente soffrono per l’imperativa esigenza di mettere in ordine i conti pubblici dei loro Paesi. La finalità di questo obbligo comunitario è creazione di basi, sostenibili nel tempo, sulle quali innescare un effettivo rilancio della crescita e della occupazione, ridotte ormai ai minimi termini nei Paesi che, col passare degli anni, non hanno rispettato le discipline necessarie alla salvaguardia della moneta unica. Ricordo che nel 2002 l’Euro si era sostituito alle monete di 12 dei 15 Paesi membri dell’Unione Europea con la deroga dunque per Gran Bretagna, Danimarca e Svezia.  

Aggiungo rapidamente che la allora mancanza di una base politica unitaria  su cui innescare l’Euro non fu colpevole dimenticanza o sottovalutazione:  era dovuta alla estrema urgenza di non affossare l’unico vero successo comunitario, il mercato unico, che stava per essere distrutto da svalutazioni competitive di diverse monete dell’Unione. Queste svalutazioni avevano infatti l’effetto protettivo equivalente alla reintroduzione di dazi all’importazione e di sovvenzioni all’esportazione. 

In altri termini più scientifici, la Commissione Delors ed il Consiglio avevano sposato la tesi del “Quartetto incoerente”, sollecitata da Padoa Schioppa su pressione del Governatore Ciampi, secondo cui non è possibile la coesistenza di 4 libertà: capitali, merci, servizi e moneta. Per salvare le prime tre che caratterizzavano il “mercato unico UE” era necessario abolire la libertà monetaria delle singole Banche Centrali ed imporre subito una moneta unica gestita da una unica Banca Centrale.  

L’obbiettivo di una unione politica legata all’Euro rimaneva dunque solo nel sottofondo dei comunicati ufficiali  perché, lo ricordo perfettamente e così pure lo ricordano gli membri del mio Gruppo dei 10 allora presenti a Bruxelles, se questo obbiettivo fosse stato esplicitato i Paesi pronti ad accettare la moneta unica sarebbero stati molto meno di 12.

Credo inoltre non sia sufficientemente chiaro che le recenti fondamentali decisioni del Consiglio Europeo a livello dei Capi di Stato e di Governo per fronteggiare la grave crisi in corso, non sono state improvvisate, ma la loro calendarizzazione è stata stabilita in tempo utile per consentire l’invio per iscritto delle proposte da sottoporre alla discussione. 

Ora si continua a sostenere che è la Germania ad imporre la propria posizione. In realtà  le decisioni assunte all’unanimità, anche se successivamente vengono contestate perché molti, una volta prese, le considerano imposte, sono derivate dalla presentazione, entro i tempi concordati, di una sola articolata e motivata proposta scritta, quella presentata dalla Germania, per di più firmata in comune con la Francia. E’ evidente che al tavolo del Consiglio Europeo sono state maggiormente approfondite le proposte  avanzate da Berlino col consenso di Parigi senza che queste fossero state  combattute con sufficiente autorevolezza e credibilità dai Premier dissenzienti. 

Altro mio ricordo su Piero Malvestiti riguarda un argomento che allora non era stato reso pubblico ma che ha anche una valenza molto attuale. Malvestiti, nel suo anno e mezzo di Vice Presidenza della Commissione, si rese conto che le importanti decisioni prese a Bruxelles erano veicolate e motivate in maniera difficilmente  comprensibile dai cittadini. 

I comunicati ufficiali della Cee erano infatti particolarmente criptici od opachi perché si riteneva che, così, avrebbero suscitato meno reazioni e soprattutto meno critiche. D’altra parte ogni Commissario preferiva dare, attraverso il proprio portavoce, le informazioni che gli sembravano più opportune per la propria opinione pubblica. 

Malvestiti reagì sostenendo che, alla lunga, i cittadini della Comunità Europea, che ancora avevano un grande entusiasmo per l’Europa, avrebbero finito per diventare, e ricordo perfettamente la parola, “scettici” perché non capivano quello che si decideva. 

Propose pertanto che,  invece di avere come singoli portavoce dei funzionari di ciascuna  Direzione Generale, si affidassero i comunicati ad un unico organismo esterno specializzato e professionalmente preparato, precisando da parte della Commissione i contenuti e lasciandogli la scelta del modo di esprimerli.

La reazione fu ovviamente negativa perché avrebbe tolto potere a ciascun Commissario.

Dopo 50 anni stiamo assistendo ancora ad una mancanza di trasparenza nei comunicati da Bruxelles del Consiglio Europeo e stiamo constatando la validità dell’intuizione di Malvestiti. In definitiva, infatti, questi comunicati cosiddetti della Presidenza, di ardua comprensione, consentono a ciascun Capo del Governo di far passare nel proprio Paese il messaggio secondo cui le decisioni che determinano comportamenti nazionali molto impegnativi con implicazioni di necessari sacrifici sono attribuite alle arcigne Istituzioni comunitarie, mentre quelle che appaiono più favorevoli ai cittadini sono presentate come esclusivo frutto della propria bravura.   

Abbiamo dunque constatato che rientrando in Patria  dal Consiglio di Bruxelles, ciascun  Capo di Stato o di Governo per evitare traumi tra le componenti governative dalle posizioni non coincidenti, dava una propria personale interpretazione delle decisioni assunte. 

Tutto ciò, in gran parte dei cittadini, ha contribuito a trasformare lo scetticismo in ostilità nei confronti del processo integrativo europeo.

E verrò ad un ricordo  del quale non mi pare sia mai filtrata la conoscenza. 

Malvestiti aveva particolarmente apprezzato il sistema cosiddetto del “tappeto rosso”, introdotto dal Presidente Hallstein  per accreditare alla Commissione Europea gli Ambasciatori di Paesi terzi di stanza a Bruxelles presso il Capo dello Stato, allora Re Baldovino. Hallstein di fatto, solennizzando la cerimonia, intendeva sollecitare agli Ambasciatori una particolare attenzione a  questa straordinaria innovazione storica in Europa.

Malvestiti si rese però conto che tra i numerosi Ambasciatori accreditatisi mancava il rappresentante dello Stato Vaticano, il Nunzio Apostolico, che tra l’altro per protocollo ha il primo posto tra gli Ambasciatori.

Malvestiti, che  sin dalla sua clandestinità antifascista, come è stato più volte ricordato oggi, era molto legato ai princìpi ed ai valori del cristianesimo, si recò in Vaticano per sollecitare alla Santa Sede una specifica rappresentanza accreditata presso la Comunità Economica Europea,  particolarmente strutturata per approfondir i temi dell’integrazione Europea. Ai massimi livelli gli fu risposto che, sostanzialmente, questa presenza non li interessava perché, intanto, c’era già lui di cattolico ad alto livello.

Cosa è successo dopo 50 anni? Leggete nel Trattato di Lisbona, sul quale si impernia oggi l’attività comunitaria, l’articolo 116/C, da ben pochi conosciuto: si precisa a chiare lettere che l’Unione Europea riconosce non solo i diritti delle Chiese, ma anche il loro apporto alla costruzione dell’Europa integrata. Si impone inoltre alla Commissione UE di consultare il mondo delle Chiese in modo aperto e quindi senza tabù, trasparente per far conoscere a tutti l’apporto delle Chiese alla Unione Europea  e regolare e quindi non una tantum. Debbo dire, avendo seguito talune importanti consultazioni, che queste hanno evidenziato la consapevolezza dell’ incidenza di ogni decisione di Bruxelles sulla vita del cittadino anche per i suoi risvolti etici.

Ho chiesto ad amici e ad Istituzioni del nostro Paese se ne fossero al corrente. La quasi totalità non lo era, ma molti sapevano della diatriba sulla mancanza, nel preambolo del Trattato, di un preciso riferimento storico al cristianesimo, anche se sostanzialmente si richiama a suoi specifici principi e valori.

Aggiungo che il Presidente della Commissione Europea dispone presso di sé di un ufficio straordinario per i rapporti con le Chiese e che oggi è presente a Bruxelles una importante Delegazione permanente della Conferenza Episcopale Europea presso la Commissione.

 

Concludo il mio intervento con un grazie particolare ai responsabili dei prestigiosi  archivi storici della Unione Europea, che con manifestazioni del tipo di questa odierna, magistralmente organizzata e in collaborazione con l’archivio dell’Istituto Luigi Sturzo, contribuiscono a far conoscere soprattutto ai giovani verità talvolta nascoste, della straordinaria storia di un Europa certamente difficile,q ma certamente emozionante per il futuro che offre a ciascuno di noi.