n. 1-2 - 2015

«Esportare, esportare, esportare». L'economia italiana e il mercato comune europeo

di Francesco Petrini
(Ricercatore confermato in Storia diplomatica,
Università di Padova)

 

 

Il presente saggio propone una riflessione generale sull’inserimento dell’economia italiana nell’Europa comunitaria. Esso è quindi concepito per fornire una cornice concettuale ai capitoli più specificamente riguardanti l’azione di Malvestiti nei riguardi della costruzione europea.

Come punto di partenza ci pare ineludibile assumere la riflessione di Alan Milward, a tutt’oggi l’analisi storiografica più compiuta attorno all’integrazione europea, almeno per quanto riguarda i primi due decenni del suo sviluppo. Secondo lo storico inglese, è fondamentalmente fuorviante pensare le origini e la dinamica delle Comunità europee in termini di opposizione tra integrazione e Stati nazionali, come invece hanno fatto il pensiero federalista e quello neo-funzionalista. Piuttosto che rappresentare il primo passo verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa o portare al graduale spostamento di lealtà, aspettative e attività politiche di gruppi di interesse e cittadini verso il nuovo centro sovranazionale, nella lettura di Milward l’integrazione rappresentò uno strumento di rilancio e rilegittimazione dello Stato nazionale. Dopo il fallimento degli anni Trenta nell’assicurare la sicurezza economica e quello dei Quaranta nell’assicurare quella fisica dei propri cittadini, gli Stati nazione europei si trovarono nella necessità di ridefinire il loro ruolo come garanti del benessere delle popolazioni ad essi sottoposte. La creazione di un mercato comune, libero da barriere commerciali interne ma al contempo difeso verso l’esterno, e la messa in comune delle politiche di tutela dell’agricoltura, rappresentarono i due pilastri attorno ai quali si strutturò la costruzione europea. In pratica si trattò del tentativo di realizzare l’apertura dei mercati necessaria all’espansione del commercio intraeuropeo, chiave indispensabile per lo sviluppo delle economie continentali, evitando al contempo gli effetti distruttivi di un eccesso di concorrenza, già sperimentati durante la Grande Depressione di fine XIX secolo. Utilizzando la formula coniata da Robert Gilpin, l’integrazione fu lo strumento per coniugare “Keynes in casa e Smith all’estero”1, cioè rendere compatibile la costruzione di sistemi di welfare nazionali con la liberalizzazione del commercio internazionale. Nelle parole di Milward: 

The problem […] was how to construct a commercial framework which would not endanger the levels of social welfare which had been reached. […] The Treaties of Rome had to be […] an external buttress to the welfare State2.

Al contempo, andando un passo oltre la cornice analitica di Milward, la creazione in Europa occidentale di un grande mercato transnazionale rappresentava la condizione indispensabile per mettere in campo la ricetta produttivistica (produzione di massa per un mercato di massa) su cui si fondava il messaggio egemonico degli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale3. L’idea di base della “politica della produttività”, allargare le dimensioni della torta per permettere a ciascuno di averne una fetta più grossa, mantenendo però invariata la suddivisione relativa della stessa («The concept of growth as a surrogate for redistribution appears, in retrospect, as the great conservative idea of the last generation», scriveva Charles Maier alla fine degli anni Settanta4), poteva prendere corpo solo se si fossero realizzati i necessari presupposti economici, e la creazione di un mercato sufficientemente ampio era il primo di questi. In questo senso l’integrazione dei mercati rappresentava, agli occhi dei sostenitori della politics of productivity, un indispensabile strumento per la stabilizzazione dei rapporti sociali europei, creando le condizioni favorevoli alla sostituzione del conflitto redistributivo con la cooperazione corporativa (cioè tra i rappresentanti dei gruppi sociali organizzati) tesa all’aumento dell’efficienza produttiva.

Vista sotto questa luce, l’ipotesi interpretativa di Milward rivela il suo vero punto debole. Di solito ciò che viene rimproverato allo storico britannico è l’eccessivo stato-centrismo del suo punto di vista, che, escludendo dalla sua analisi l’azione degli attori non governativi, non gli permetterebbe di cogliere aspetti importanti della storia dell’integrazione europee5. Vi è sicuramente del vero in questa osservazione6, ma, nell’ottica di chi scrive, il punto più critico dell’analisi milwardiana risiede nella mancata definizione del “chi” e del “cosa” verrebbe salvato dall’integrazione. Certo, l’integrazione rappresentò uno strumento per ricostruire la legittimità delle classi dirigenti attraverso l’aumento del benessere economico della popolazione. Ma questo aumento del benessere come si realizzò? Con quali criteri venne distribuito? Chi ne trasse maggiormente beneficio? In altre parole occorre calare lo «European rescue of the nation State» all’interno della realtà dei conflitti di classe propri dell’economia capitalista e declinare l’ipotesi milwardiana a seconda dei vari casi nazionali. Per fare ciò è necessario destrutturare l’espressione “Stato nazione” e domandarsi cosa vi si celi dietro. Quale tipo di classe dirigente l’integrazione “salva”? Quali sono le sue concezioni di sviluppo e su quali basi fonda il suo potere? 

 

La via italiana alla modernizzazione

 

La storiografia più avvertita ha evidenziato una peculiarità italiana sia rispetto al percorso che, dopo il 1945, ha completato la transizione verso una società pienamente industriale, sia, più in particolare, rispetto all’adesione all’integrazione europea. Come ha sostenuto Franco De Felice, se in Italia, come negli altri Paesi, la scelta dell’integrazione era risultata funzionale al perseguimento di obiettivi di modernizzazione definiti negli anni Trenta, nel nostro Paese «l’ammodernamento segue le vie imposte dal mercato, è garantito dalla conservazione dei bassi salari e bassi consumi e da un’altissima disoccupazione»7.

Pier Paolo D’Attorre ha evidenziato come le modalità con cui venne gestito in Italia il piano Marshall e le prime fasi dell’integrazione europea configurassero una via italiana alla modernizzazione che ricordava «più che il New Deal americano i nostrani anni Venti»:

Negli anni Venti ristrettezza del mercato interno e assetto del mercato del lavoro favorevole alla domanda avevano convissuto con un’apertura internazionale della nostra economia. Si trattava, trent’anni dopo, di adattare un apparato produttivo assai più ampio ad analoghi binari8.

In effetti, l’idea dell’integrazione come strumento per conciliare apertura dei mercati e costruzione di un moderno Welfare State, sembra poco applicabile al caso italiano, dove lo Stato assistenziale conobbe un’espansione decisa solo negli anni Settanta e il recupero di legittimità dello Stato nazione fu assicurato principalmente dal grande balzo del “miracolo economico”, nel contesto di quello che Fabrizio Barca ha definito «compromesso straordinario» tra le diverse influenze del mondo economico italiano9, in cui il keynesismo – come vedremo – ha giocato un ruolo del tutto marginale.

Sulla scia di queste osservazioni, ciò che qui intendiamo argomentare è che, nel caso italiano, l’integrazione è servita a dispiegare e poi difendere un modello di sviluppo“mercantilista”, fondato sull’espansione delle esportazioni e sul contenimento del costo del lavoro e dei consumi interni, ostile quindi nei confronti delle ipotesi di ispirazione keynesiana di sostegno della domanda interna. A scanso di equivoci circa una supposta Sonderweg italiana, occorre aggiungere che l’Italia non rappresentava, da questo punto di vista, un’anomalia nel panorama europeo. Per fare un solo esempio, nella principale potenza economica del vecchio continente, la Germania occidentale, le classi dirigenti al governo nutrivano una concezione per certi aspetti simile, fondata sul mercantilismo e sulle predominanza delle concezioni ordoliberiste, che erano quanto di più lontano si poteva dare dal keynesismo nel clima politico e sociale del secondo dopoguerra10.

Nel secondo dopoguerra l’espansione delle vendite all’estero appariva alle classi dirigenti della Penisola come la strada maestra per uscire dal sottosviluppo. Un punto di vista peraltro perfettamente logico per un Paese che doveva importare la quasi totalità delle materie prime per far funzionare il proprio apparato industriale e che per di più era gravato da un surplus strutturale di manodopera. Nelle parole di Angelo Costa, presidente di Confindustria nella primavera del 1946: 

L’Italia è un Paese ricco di mano d’opera e ha tutto l’interesse che si arrivi a una politica mondiale di libertà di commercio: l’Italia può essere tipicamente il Paese trasformatore di materie prime. […] Non c’è dubbio che l’avvenire economico italiano è intimamente legato a una politica liberista. Più sarà liberista e meglio staremo11.

Sebbene ampi settori dell’imprenditoria italiana si riconoscessero ben poco nell’entusiasta adesione di Costa alle parole d’ordine liberiste, la parte più influente dell’establishment dell’industria italiana condivideva le posizioni del presidente di Confindustria12. Alcuni per ragioni contingenti, come nel caso dei tessili, che intendevano sfruttare il momento favorevole per le esportazioni italiane; altri per motivazioni più strutturali, come nel caso dell’amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, che intendeva trovare all’estero gli spazi necessari all’adozione dei sistemi di produzione di massa da parte dell’industria automobilistica italiana13.

Effetto e causa, allo stesso tempo, dell’impostazione mercantilista era una posizione di assoluta determinazione nei riguardi del controllo dei costi del lavoro. Da un lato, il costo della manodopera doveva rimanere basso, condizione indispensabile per la conquista di mercati esteri. D’altro canto, il basso livello salariale interno (e quindi la scarsa capacità di consumo della popolazione autoctona) non poteva che rafforzare la spinta a ricercare spazi di sviluppo al di fuori dei confini nazionali. Era il perpetuarsi di un tratto strutturale della nostra economia, quello che Franco Bonelli ha definito «equilibrio dei bassi consumi e dei bassi salari»14. In definitiva, come ha scritto Provasi, si pensava ad un «processo di accumulazione basato più che sull’accrescimento di produttività del sistema, sul contenimento dei salari e, in genere, dei livelli di vita operai»15

In questa prospettiva le idee keynesiane di sostegno alla domanda interna erano quanto di più lontano dall’orizzonte mentale degli industriali privati: come si legge nel notiziario della Confindustria del novembre 1945 (in un momento in cui l’inflazione falcidiava il potere di acquisto dei salari): «non si tratta di adeguare i salari al costo della vita, ma il costo della vita [e cioè, in altri termini, i livelli di vita] ai salari»16. La stessa politics of productivity, con la sua enfasi sulla produzione di massa per un mercato di massa, non era certo in consonanza con la visione di un “conservatore pre-keynesiano” come Costa, secondo l’efficace definizione che ne ha dato Giuseppe Berta17.

Su posizioni simili, per quanto riguarda mercantilismo e avversione al keynesismo, si attestava la tecnocrazia alla guida dell’industria a partecipazione statale e degli altri grandi soggetti economici in mano pubblica, sia pure con concezioni e finalità molto diverse rispetto al professato liberismo confindustriale. A questo proposito l’Appunto per un piano di ricostruzione economica dell’Italia, un documento elaborato nell’ambito dell’IRI nel 1944, che prefigurava con stupefacente esattezza le linee di sviluppo da seguire negli anni seguenti, prevedeva che l’Italia puntasse «sul rafforzamento di quelle partite visibili e invisibili – dalle esportazioni all’emigrazione al turismo – che potevano causare un immediato miglioramento della bilancia [dei pagamenti] complessiva»18. Vi era di certo una grande differenza tra il mercantilismo della tecnocrazia pubblica, che mirava al rafforzamento e alla modernizzazione dell’apparato industriale nazionale, secondo un disegno che affondava le radici nelle concezioni nittiane dei primi anni del secolo, e quello confindustriale, che puntava invece alla conservazione degli equilibri di potere del capitalismo privato. Ma, all’atto pratico, entrambi vedevano nei mercati esteri la chiave per l’espansione. 

Per quanto riguarda la domanda interna, la tecnocrazia, come ha scritto Rolf Petri, muoveva «da ricette nettamente distinte da quelle keynesiane, puntando decisamente sul lato dell’offerta»19. Così, l’Appunto dell’IRI perorava una «rigida disciplina nazionale» necessaria per non vanificare, con consumi che andassero ad intaccare la creazione di risparmio, gli sforzi tesi alla modernizzazione dell’apparato industriale20. Perciò: «la compressione dei nostri consumi dovrà continuare ancora per molto tempo». In questa ottica, puntualizza Petri, «sensibili aumenti salariali e crescita della spesa pubblica a favore di consumi e previdenza sociale dovevano essere evitati»21

Così si esprimeva la dirigenza dell’IRI nel 1944; nel dopoguerra, pur con toni più felpati, la sostanza non mutò di molto. Gli influenti tecnocrati italiani, personalità come Donato Menichella, fino al 1960 al timone della Banca d’Italia, il centro decisionale supremo della politica economica del Paese, continuarono a perorare e praticare una politica diretta al contenimento dei consumi interni e delle importazioni, per favorire il risparmio e disporre delle risorse per il completamento dell’industrializzazione senza ricorrere al prestito estero22.

Scartata quindi l’applicabilità di uno sviluppo trainato dalla domanda interna, la via italiana alla modernizzazione passava principalmente dai mercati esteri. Come disse Guido Carli: «la nostra parola d’ordine era: esportare, esportare, esportare»23

 

Il Mercato comune: spazio di espansione e vincolo esterno

 

Da un punto di vista puramente economico, tralasciando le pur fondamentali motivazioni politiche che furono alla base dell’adesione italiana ai progetti di integrazione europea24, l’Europa era pensata dalle classi dirigenti italiane in funzione di questa visione “mercantilista”. In un duplice senso: sia comespazio di espansione per le esportazioni che comevincolo esterno. 

Per quanto riguarda l’Europa come mercato di sbocco, i dati indicano in modo incontrovertibile l’importanza dello sbocco europeo per la crescita delle esportazioni italiane, a loro volta componente essenziale del “miracolo economico” in sinergia con gli elevati livelli di investimento25. Secondo quanto riporta Franca Falcone nel 1959 le esportazioni verso i cinque Paesi della Cee fecero registrare un incremento del 55% rispetto all’anno precedente. Nel 1960, sempre su base annua, un +18,1%. Nel 1961, +23,2%; nel 1962, +24,5%, mentre quelle totali crescevano a ritmi più contenuti26. Ovviamente questi sviluppi non sfuggirono alla percezione dei contemporanei, come ben testimoniano le dichiarazioni dei vertici confindustriali, che avevano ben chiara l’importanza dei mercati europei per la crescita della produzione italiana27. Di particolare rilievo nel determinare queste percezioni furono le scarse ripercussioni che la crisi dell’economia statunitense del 1958 ebbe sui mercati europei, sottolineando così la centralità del nascente mercato comune e la sua funzione anticiclica rispetto alle fluttuazioni americane28.

Eppure, ad una valutazione ex post, «la CEE – come scrive Falcone – sembra abbia contribuito in una certa misura a rallentare il processo di evoluzione strutturale delle esportazioni verso settori tecnologicamente più avanzati»29. Secondo l’autrice il mercato comunitario protetto dalla tariffa esterna comune avrebbe offerto un importante sbocco, al riparo della concorrenza dei Paesi emergenti, per le produzioni italiane di beni di consumo tradizionali ad alta intensità di lavoro. Le osservazioni di Falcone sembrano essere confermate dalle riflessioni di Matteo Gomellini circa la relazione tra commercio ed evoluzione tecnologica dell’industria italiana nel corso degli anni Sessanta30. In uno studio pubblicato dalla Banca d’Italia nel 2004, Gomellini mostra come tra il 1961 e il 1973 l’Italia aumentò il proprio peso internazionale nelle produzioni tradizionali, passando dall’11,9 al 13,7 per cento del totale: «Tale aumento sembra essere [stato] influenzato soprattutto dalla domanda dei Paesi della Cee»31. D’altro lato, nel settore dei beni ad alta tecnologia, l’Italia mantenne sì invariata la propria quota internazionale, ottenendo anzi un piccolo incremento (5,2% nel 1961, 5,3% nel 1973), ma le esportazioni italiane in questo settore, mostra Gomellini, ebbero successo soprattutto fuori dall’area Ocse, cioè verso i Paesi meno economicamente “avanzati”, segnalando quindi un problema di competitività sui mercati più evoluti e difficili. Con ciò la penisola realizzava una combinazione particolarmente instabile, esposta da un lato alla concorrenza dei Paesi emergenti sui mercati dei Paesi Ocse, dove esportava beni a basso valore aggiunto, e dall’altro all’instabilità politica ed economica dei mercati in via di sviluppo, dove invece esportava i suoi manufatti più sofisticati. In definitiva:

L’Italia negli anni Sessanta ha dunque percorso un sentiero caratterizzato da luci e ombre: ha sfruttato il volano della sostenuta crescita dei mercati internazionali, ma ha fallito nel tradurre questa spinta propulsiva in un mutamento delle caratteristiche tecnologiche dei propri scambi32.

Dal nostro punto di vista, alle radici di questo mancato salto tecnologico dell’industria italiana, che poi si è trascinato per i decenni successivi, alimentato dalle varie vicende e trasformazioni del capitalismo italiano e globale nel corso del tempo, vi è stata la concezione propria delle classi dirigenti italiane del sentiero di sviluppo economico desiderabile, fondata, come abbiamo visto, su una miscela di mercantilismo e perpetuazione dell’equilibrio bassi consumi/bassi salari33. L’integrazione europea era vissuta in funzione di questa concezione, come emergerà in tutta evidenza nel cruciale passaggio del 1963-64, di cui ci occuperemo tra breve. Ma, prima ancora, l’interpretazione conservatrice dell’integrazione emergeva nella visione dell’Europa come vincolo esterno.

A differenza di quel che comunemente si pensa, l’idea dell’Europa come vincolo esterno, cioè come terapia per le storture italiane (dove l’individuazione delle storture era strettamente legata al punto di vista dell’osservatore), emerse fin dai primi passi della CEE. Infatti, nel delicato passaggio politico di fine anni Cinquanta, quando si cominciò a dibattere un’apertura a sinistra dell’area di governo, la Cee veniva vista, nei circoli del capitalismo privato, come «una sponda liberista contro eccessive interferenze dello Stato nella vita economica», come ha scritto Ruggero Ranieri34. Significativamente, al momento dell’entrata in vigore dei trattati, L’Organizzazione industriale, periodico edito dalla Confindustria, titolava su cinque colonne in prima pagina: L’entrata in funzione del Mec. Impegno a rispettare i principi di una ortodossa condotta economica, che lasci ai singoli Paesi la possibilità di muoversi senza intralci e senza artificiosi interessi statali35. Ancor più esplicitamente, a commento al trattato Cee nell’Annuario 1958 della Confindustria si legge: «[…] Le categorie economiche italiane hanno accolto con soddisfazione non solo la possibilità di poter disporre di un mercato più vasto e, naturalmente, più dinamico, ma anche le affermazioni dei principi liberisti che dal trattato sono state fatte»36. Così, nei giorni e mesi immediatamente successivi all’entrata in vigore dei trattati di Roma, i vertici confindustriali non mancarono di sottolineare i vincoli che il trattato Cee poneva all’intervento dei poteri pubblici nell’economia. Il presidente confederale Alighiero De Micheli rilevò a più riprese che gli indirizzi di politica economica che si andavano profilando in Italia apparivano in contrasto con le regole e le necessità del Mec37. Il vice segretario generale della Confindustria, Franco Mattei, in un intervento del gennaio 1959, richiamava gli obblighi derivanti dalla costruzione del Mec per sostenere la necessità di una revisione della politica fiscale, secondo Mattei degenerata «sotto la spinta dell’ignoranza e della demagogia»38. L’articolo si chiudeva con una perfetta concretizzazione dell’idea di Europa come vincolo: «ogni provvedimento in materia economica e sociale dovrebbe essere preceduto dalla risposta al quesito: migliorerà o peggiorerà la posizione dell’Italia nei confronti degli altri Paesi?» In sostanza ci si appellava al carattere liberista del trattato per osteggiare la politica di riforme e l’apertura a sinistra in nome di inderogabili compatibilità economiche e del rispetto del libero mercato39, come emerse nel caso delle discussioni sulla legge sulla concorrenza nel corso del 1960 e poi, con ancor maggiore evidenza, nel corso della battaglia per la nazionalizzazione dell’energia elettrica40.

 

La fine del “miracolo economico”: il vincolo esterno all’opera

 

L’avviamento del Mercato comune dette un contributo decisivo all’affermazione del “miracolo” economico. Componente decisiva del “miracolo” furono infatti le esportazioni41, che crebbero a un tasso del 12,5% annuo (e abbiamo visto come i mercati comunitari svolsero un ruolo decisivo nell’assicurare tale incremento). I consumi privati invece crebbero a un più moderato, sia pur ragguardevole, 5,9% annuo. Evidentemente la straordinaria espansione degli anni Cinquanta-primi Sessanta non intaccava il modello di sviluppo mercantilista. Questo punto fu ben colto da Eugenio Scalfari nel 1963:

Chi guarderà un giorno con occhi di storico alle vicende dell’economia italiana dal 1947 ad oggi non faticherà ad arrivare alla conclusione che la variabile indipendente del sistema, quella che ha governato tutte le altre, è stata la bilancia dei pagamenti. [F]u il pareggio dei nostri conti con l’estero a segnare il limite massimo della politica degli investimenti, ritardando consapevolmente i ritmi di sviluppo e i livelli di reddito e di occupazione42.

Ma c’è un altro dato interessante relativo a questi anni, quello della quota salari sul prodotto industriale, che passò dal 62,7% del 1951 al 48,8% del 196243. In pratica, degli enormi aumenti di produttività verificatisi in quegli anni, la gran parte andò a beneficio dei profitti.

I nodi vennero al pettine con la crisi del 1963-64, passata alla storia come “la congiuntura”, che mise termine al “miracolo economico” italiano. Quel che successe fu che, grazie a una condizione di piena occupazione (la cifra ufficiale dei disoccupati raggiunse il minimo storico di 780.000 persone nel 196344), i lavoratori della fabbriche del Nord si trovarono nella condizione, come scrisse Arturo Carlo Jemolo, di «non più dover temere il licenziamento e non più dover elemosinare l’assunzione»45. E così dagli insediamenti industriali partì un aspro conflitto redistributivo che portò, per la prima volta, i salari a crescere più della produttività. In un biennio i redditi da lavoro dipendente aumentarono del 43%46. La quota salari risalì al 52% nel 1963. La conseguenza immediata fu un’impennata dell’inflazione. La corsa dei prezzi era alimentata dal tentativo degli imprenditori di difendere i profitti. Come scriveva il settimanale confindustriale “L’Organizzazione industriale”, nel maggio 1963: «il trasferimento degli aumenti dei costi sui prezzi diviene indispensabile sotto la spinta della riduzione dei margini sui quali le imprese possono operare»47.

Attorno alla risposta da dare alla crisi si sviluppò un confronto politico assai duro, un contrasto che fu poi la ragione di fondo del collasso del primo governo di centro-sinistra organico. Il soggetto principale di questo scontro, per influenza e capacità decisionale, fu senza dubbio la Banca d’Italia, guidata in quel momento da Guido Carli. Benché inizialmente non ostile alle ipotesi riformiste e programmatorie del centro-sinistra, a mano a mano che la “congiuntura” prendeva forza, il governatore si dimostrava sempre più preoccupato per la tenuta del modello di sviluppo perseguito dall’Italia. L’aumento salariale e la crescita dell’inflazione, avevano ben presto portato ad una crescita delle importazioni e una crisi della bilancia dei pagamenti che colpiva al cuore il mercantilismo italiano48. Inoltre, la stretta sui profitti provocata dalla crescita salariale minacciava di inceppare quello che la Banca centrale considerava il motore primo dell’accumulazione. Carli assumeva come stella polare della propria azione la tutela della profittabilità, secondo una concezione che ha ispirato l’azione della Banca d’Italia fin dai tempi di Luigi Einaudi e sino almeno agli anni Ottanta: solo un livello sufficientemente elevato del tasso di profitto poteva assicurare investimenti tali da garantire lo sviluppo e la modernizzazione del Paese49. In questa prospettiva, la politica monetaria accomodante seguita dall’Istituto di emissione nella prima fase della crisi si spiega con la necessità di dare respiro agli imprenditori messi sotto pressione dalle richieste sindacali. Come ammise Carli stesso, nelle sue memorie pubblicate nel 1993:

il motivo politico dell’espansione monetaria che non contrastammo fu questo: consentire alle imprese di trasferire sui prezzi i costi crescenti, senza dover comprimere i margini di profitto. […O]biettivo essenziale fu la difesa dell’esistenza dell’impresa privata, dell’industria capitalistica, messa in serio pericolo dalla prepotenza nazionalizzatrice del centrosinistra […e dai] sindacati che reclamavano con forza e spesso con violenza porzioni crescenti di quel “plusvalore” che secondo l’ideologia corrente veniva loro espropriato dai capitalisti50.

Ma tale politica non poteva essere che di corto respiro, essendo incompatibile con il mantenimento del livello di cambio della lira. Dato che la Banca centrale non intendeva assolutamente svalutare, sia per ragioni di credibilità e prestigio, sia per la relazione con gli Stati Uniti, preoccupati per la stabilità complessiva del sistema51, non restava che la strada delle deflazione per riportare sotto controllo la bilancia dei pagamenti. La svolta restrittiva fu annunciata da Carli nelle Considerazioni Finali lette nel maggio 196352, e messa in opera a partire dall’ultimo trimestre dell’anno. L’annuncio di Carli fu accolto con favore dagli ambienti confindustriali che cominciarono a sostenere la necessità di politiche restrittive richiamando esplicitamente il precedente del 194753 e deplorando come inadatta a fronteggiare la gravità della situazione la politica di programmazione e di riforme strutturali sostenuta dalla componente socialista al governo54. In generale la stampa schierata a destra plaudì alla presa di posizione del governatore. Sul quotidiano “Il Tempo”, l’ex ministro della Finanze di Mussolini, Alberto de Stefani, scrisse: «le sue [di Carli] ultime frasi sono di una virilità di propositi veramente confortante». Sul “Corriere della Sera” Libero Lenti elogiò la prova di autonomia fornita da Carli. In che senso si dovesse intendere questa affermazione di autonomia si preoccupò di puntualizzarlo la Confindustria: «il richiamo all’autonomia nella direzione dell’Istituto di emissione è di per sé una negazione di ogni programmazione»55. La svolta deflazionista di Carli entrava in effetti in rotta di collisione con i progetti riformatori di ampio respiro nutriti dagli elementi più avanzati del nascente centro-sinistra organico.

Come evidenziato da Paolo Peluffo, nell’area del centro-sinistra si confrontavano tre diversi punti di vista56. Da un lato la “destra economica”, rappresentata soprattutto all’interno dell’area “dorotea” della DC, che in campo economico aveva il suo esponente di punta nel più volte ministro Emilio Colombo, figura di grande prestigio anche in campo europeo. Assunto, nel dicembre 1963, l’incarico di ministro del Tesoro nel primo governo Moro, che vedeva il Psi partecipare alla compagine ministeriale per la prima volta dal 1947, Colombo chiese sin dall’inizio una svolta restrittiva nella politica economica, diretta in primo luogo a contenere l’aumento dei salari. La forza e la turbolenza del movimento dei lavoratori preoccupavano fortemente l’uomo politico lucano, che in questo interpretava perfettamente i sentimenti di una larga fetta della borghesia nazionale57. Nel maggio 1964, nel cuore della crisi e del conflitto sulle misure da prendere per rispondervi, Colombo scrisse al presidente del Consiglio Moro in toni allarmati: «nella mia responsabilità desidero ripeterti che la situazione è veramente seria e che occorre in pochi giorni affrontarla globalmente. Noi rischiamo di perdere tutto quanto si è compiuto in questi anni e di dare un colpo mortale alle istituzioni democratiche»58. Di quale genere fossero e da dove provenissero i pericoli per le istituzioni democratiche lo chiarisce una relazione inviata poche settimane prima al ministro dell’Interno dal comandante dell’Arma dei Carabinieri, generale Giovanni De Lorenzo (protagonista pochi mesi dopo del minacciato colpo di Stato noto come Piano Solo59): 

lo sciopero degli statali e altre agitazioni promosse [dalla CGIL] in delicati settori produttivi hanno fornito occasione ad alcune correnti della pubblica opinione, ed in particolare agli ambienti di destra, di lamentare lo scadimento dell’autorità dello Stato e di sottolineare l’ambigua posizione del PSI, il quale ha continuato a svolgere in seno a detta Confederazione opera eversiva contro il governo60.

Colombo chiedeva l’attuazione di una serie di misure, prima tra tutte il contenimento «delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti con esplicito consenso dei Sindacati o, in mancanza di questo, con indiretta imposizione di legge»; e poi: nuove imposte sui consumi, tagli alla spesa pubblica e l’accantonamento delle riforme in cantiere, in particolare il varo delle Regioni e la legge urbanistica61.

Alle letture allarmiste della congiuntura, che vedevano nella deflazione e nel contenimento dei salari la sola via d’uscita, si opponeva il punto di vista di chi riteneva la crisi un passaggio inevitabile e per certi versi salutare per una economia cresciuta tumultuosamente. Alle posizioni del Carli sostenitore della svolta deflazionista, controbatteva l’analisi di un altro influente esponente del mondo finanziario, il presidente della Banca Commerciale Raffaele Mattioli, che in un’intervista all’“Espresso” del giugno 1964, affermava che nella situazione corrente non vi era nulla che facesse «dubitare della sostanziale buona salute della nostra economia e della sua naturale fisiologica espansione, che non può e non deve essere mortificata se non si vuol fare di un giovane gagliardo un focomelico artificiale»62. La crisi poteva costituire l’occasione per rimediare ai molti guasti prodotti da una crescita squilibrata e per avviare un nuovo tipo di sviluppo. In questo senso si muoveva la Cgil, ponendo sul tavolo la questione del superamento del modello mercantilista verso uno sviluppo fondato sui consumi interni. Come dichiarò Vittorio Foa, segretario della CGIL: «Se noi fossimo persuasi che il blocco dei salari servisse a risollevare l’economia nazionale non esiteremmo ad accettare questa necessità e a spiegarne le ragioni agli operai. Ma siamo convinti esattamente del contrario»63. Il tentativo di perpetuare il modello mercantilista fondato sui bassi salari sarebbe stato non solo ingiusto nei confronti dei lavoratori, ma anche sbagliato dal punto di vista dell’interesse generale:

è bene non farsi troppe illusioni sul perdurare d’un volume di esportazioni ad alto livello. È evidente che quando gli sbocchi all’estero diminuissero, il solo fattore di sostegno per l’industria italiana sarebbe la domanda interna. In queste condizioni pensare ad una tregua salariale, ad un contenimento cioè del potere di acquisto delle  masse dei consumatori, è un errore di estrema gravità. C’è bisogno esattamente del contrario: il potere di acquisto dei consumatori deve aumentare per sostenere la domanda e, per conseguenza, la produzione64.

All’interno del I governo Moro, la linea Carli-Colombo incontrava le resistenze del Partito repubblicano e del Partito socialista. I repubblicani, difendevano le posizioni contenute nella Nota aggiuntiva presentata nel 1962 dall’allora ministro del Bilancio Ugo La Malfa, che proponeva alle forze politiche e sociali uno scambio tra la disponibilità a contrattare la dinamica dei redditi e una stagione di massicci investimenti e accumulazione di capitale sociale, soprattutto nel Mezzogiorno, guidata dalla programmazione. Si trattava quindi del tentativo di trasporre nella realtà italiana il dialogo corporativista dei Paesi dell’Europa Nord-occidentale, una sorta di “terza via” tra la deflazione salariale voluta dalla destra e le riforme strutturali rivendicate a sinistra. Ma si trattava di una strada stretta. Se da destra si premeva per un contenimento dei salari senza contropartite, da sinistra la politica dei redditi era considerata niente altro che un espediente per scaricare sui lavoratori i costi dell’aggiustamento. Un punto di vista ben espresso nelle parole di Togliatti: 

Politica dei redditi è, in una società come la nostra, una politica unilaterale, che tende a comprimere (“bloccare”) i redditi da lavoro affinché il loro accrescimento non turbi l’equilibrio di tutto il regime […] Leggete la recente relazione del governatore della Banca d’Italia. Egli lo dice in modo aperto, senza esitazione e con onestà scientifica che gli si deve riconoscere65.

Dal canto suo, il Psi considerava il vincolo allo sviluppo emerso con la congiuntura come il frutto di una dinamica non semplicemente economica, che investiva piuttosto la natura stessa dello Stato repubblicano e che andava perciò affrontato non con una politica dei redditi ma con un vasto programma di riforme. In seno al Consiglio dei ministri gli esponenti socialisti, in prima linea il ministro del Bilancio Antonio Giolitti, pur riconoscendo la necessità di misure stabilizzatrici, si opponevano alla “politica dei due tempi”, battendosi per l’avvio di riforme strutturali e per non far ricadere sui soli salari il costo della stabilizzazione, soprattutto attraverso l’imposizione di un’imposta patrimoniale.

Dopo due mesi di aspre discussioni, il governo varò, nel febbraio 1964, una manovra diretta a contenere i consumi, soprattutto quelli voluttuari e quelli sul mercato automobilistico. Impostata in questo modo, la manovra risultò sgradita agli ambienti economici66, nonostante l’accantonamento della patrimoniale e la presenza di un provvedimento assai gradito e insistentemente richiesto nei mesi precedenti come l’abolizione della “cedolare d’acconto”67. Essi continuarono perciò a reclamare misure più specificamente dirette al contenimento dei salari e della spesa pubblica.

Lo scontro tra i diversi punti di vista venne risolto in ragione dei rapporti di forza interni al mondo politico-sociale italiano e delle complesse manovre avviate a vari livelli in quei convulsi mesi del 1964. Ma un ruolo non secondario, a sostegno di quella che Federico Caffè definì: «strategia dell’allarmismo economico»68, lo giocò il vincolo esterno europeo. L’instabilità italiana infatti aveva sollevato le preoccupazioni dei partner comunitari per un possibile “contagio” inflazionistico69. Soprattutto tra i tedeschi, particolarmente allarmati dall’afflusso di capitali in fuga dalla lira verso il marco e già costretti nel 1961 ad una rivalutazione del marco. Così, per citare solo due esempi, il 16 marzo 1964 il cancelliere Erhard si soffermava al congresso Cdu sull’importanza della stabilità monetaria e sui provvedimenti necessari a proteggere la Rft dai rischi che l’inflazione serpeggiante nel Mec comportava. Contemporaneamente il ministro dell’Economia Kurt Schmücker perorava la causa di un coordinamento delle politiche finanziarie comunitarie, un modo evidente per cercare una maggiore influenza sulle politiche dei Paesi più indisciplinati dal punto di vista monetario70. Anche i francesi sostenevano la necessità di politiche di rigore per l’Italia, preoccupati per una possibile svalutazione della lira italiana che avrebbe ulteriormente messo pressione sulle produzioni di oltralpe71. Per la commissione Cee, la sopravvenuta instabilità della lira e lo spettro di una sua svalutazione rappresentavano una minaccia alla politica agricola comune. Non per caso già nel 1962 la Commissione presentò, nel quadro dell’avvio della seconda tappa della fase transitoria, una serie di proposte per il coordinamento delle politiche economiche nazionali che portarono, proprio nel 1964, alla creazione del comitato dei governatori, del comitato sulle politiche di bilancio e del comitato sulla politica economica di medio termine72. Le preoccupazioni per un contagio inflazionistico trovarono pubblica espressione nella dichiarazione del Consiglio dei ministri della Cee del 14 aprile 1964 in cui si raccomandava a Francia e Italia di prendere le misure monetarie e fiscali necessarie per arrestare l’inflazione; per l’Italia – si diceva esplicitamente – gli obiettivi di rientro avrebbero dovuto essere raggiunti già nella seconda metà del 1964, imponendo quindi il mantenimento di una severa restrizione creditizia, proprio mentre si facevano sentire gli effetti di un miglioramento della situazione della bilancia dei pagamenti73. Il 20 maggio il presidente del Consiglio Moro riceveva una lettera del presidente della Commissione Cee, Walter Hallstein, in cui la politica di stabilizzazione avviata dal governo coi provvedimenti di fine febbraio veniva definita insufficiente «ad evitare il rischio che i progressi nella realizzazione del mercato comune siano rimessi in forse»74. Perciò, in base all’art. 108 del trattato Cee, la Commissione suggeriva l’adozione di alcuni «complementi» alle misure prese dal governo. In pratica Hallstein raccomandava tagli alla spesa pubblica e agli investimenti; un aumento delle imposte, i cui proventi avrebbero dovuto essere destinati integralmente alla riduzione del deficit di bilancio; l’innalzamento di alcune tariffe pubbliche (in particolare delle ferrovie e delle poste); la restrizione del credito bancario; e, last but not least, l’instaurazione di una politica dei redditi. Come si vede una ricetta che rientrava pienamente nella linea Carli-Colombo. Scrive Cavalieri: «In un tale clima la lettera di Hallstein aggiunse ulteriori pressioni esterne a quelle che già esistevano all’interno della coalizione di centro-sinistra e servì a rafforzare le convinzioni di Carli e Colombo sulla necessità di adottare ulteriori provvedimenti antinflazionistici»75.

A supporto di queste richieste il 18-19 giugno il vice-presidente della Commissione Robert Marjolin si recò a Roma per una serie di incontri con le autorità italiane. Il messaggio della visita fu così riassunto da Nenni nel suo diario: «Tassare senza pietà i redditi e contenere i salari»76. La stampa confindustriale diede risalto ai colloqui per enfatizzare le difficoltà del governo e rafforzare le richieste di accantonamento della politica di riforme: «la missione Marjolin ha chiarito la posizione di estrema apprensione nella quale oggi si trova la Cee di fronte ad un’economia italiana giunta al limite di rottura, sia per la inadeguatezza delle misure anticongiunturali sinora adottate, sia per i contrasti interni [...a]l governo che impediscono di concretare provvedimenti seri ed energici»77.

Nel frattempo, il 27 maggio, il quotidiano “Il Messaggero” pubblicava la lettera riservata inviata da Colombo al presidente del Consiglio il 15 maggio, nella quale –come abbiamo visto – il ministro del Tesoro esprimeva la sua preoccupazione per la situazione economica e chiedeva di accantonare la politica di riforme e procedere con severità alla stabilizzazione finanziaria78. Era un chiaro attacco al Presidente del Consiglio, accusato da più parti di immobilismo. Tanto più che, come emerse immediatamente, la lettera era stata passata alla stampa dal capo di gabinetto di Colombo, Ferdinando Ventriglia79. Il 26 giugno il presidente del Consiglio presentò le sue dimissioni. Si aprì così una nuova concitata fase, caratterizzata dal «tintinnio di sciabole» come dirà poi Nenni, che portò alla formazione di un nuovo governo Moro, segnato dal cedimento totale dei socialisti sia sui contenuti programmatici che sulla composizione del governo. Era, in pratica, il ridimensionamento, se non la fine, della portata riformista del centro-sinistra80.

Anni dopo, Moro, prigioniero delle BR, così rifletteva su quel cruciale maggio-giugno 1964: 

In quel momento si verificarono due fatti: una lettera a me dell’on. Colombo che faceva proprie le ragioni di preoccupazione per il deteriorarsi della situazione economica; una visita del sig. Marjolin della Comunità economica europea che si faceva carico di queste difficoltà dal punto di vista dell’Europa comunitaria. Da entrambe le parti si chiedeva insomma un ridimensionamento del programma di governo e il rinvio di alcune riforme che si ritenevano in quel momento insostenibili. [...] Il fatto grave, ripeto, fu politico anche per il fatto dell’interferenza della Comunità europea nelle cose italiane, attraverso la missione Marjolin81.

 

Conclusione

 

 

Come abbiamo detto, nell’estate 1963 la politica monetaria della Banca centrale aveva virato di 180 gradi, attuando una severa stretta creditizia. Se nel secondo trimestre del 1963 la creazione di base monetaria da parte dell’Istituto di emissione aveva superato i 1.200 miliardi, nei trimestri successivi essa fu drasticamente limitata fino a collocarsi su una media di 150 miliardi nei primi mesi del 196482. I tassi di interesse praticati dal sistema finanziario salirono rapidamente: quelli reali aumentarono di sei punti percentuali83. Come scrivono Fratianni e Spinelli: “la stretta monetaria arriva tardiva, ma forte; e risulta estremamente efficace”84. Ad essa si aggiunsero i provvedimenti di restrizione fiscale assunti dal governo nel corso del 1964. Come conseguenza delle misure restrittive, gli investimenti totali caddero, già nel 1964, del 20%85. Il risultato fu un repentino raffreddamento della congiuntura: le importazioni rallentarono, la bilancia dei pagamenti tornò in attivo. Il rallentamento dei ritmi di crescita provocò la risalita della disoccupazione (che tornò a superare il milione nel 1965), e il conseguente indebolirsi della spinta sindacale. Avendo ripristinato la pace sociale nelle fabbriche, nella seconda metà del decennio l’economia italiana riprese a correre. Ma, come ha rilevato Riccardo Bellofiore, si trattò di una «accumulazione senza investimenti»86. Si ebbe cioè un ritorno a sostenuti ritmi di incremento del prodotto e dei profitti, che però coesistevano con un basso tasso di investimenti. Questo marcava una grande differenza con la fase di sviluppo degli anni Cinquanta e primi Sessanta, quando gli investimenti erano stati la forza trainante del “miracolo”. Ora la crescita faceva perno in maniera quasi esclusiva sulle esportazioni e su una competitività ottenuta essenzialmente attraverso un’intensificazione dei ritmi di lavoro ed aumenti del salario di nuovo minori di quelli della produttività. Si accentuavano quindi i tratti mercantilistici dello sviluppo economico italiano, secondo una linea che sarebbe continuata negli anni seguenti. Si trattò di un passaggio cruciale della storia repubblicana, che marcò la rinuncia, o l’impossibilità, di attuare una politica di riforme tale da imporre al sistema economico italiano un’evoluzione, sul piano dei rapporti sociali e su quello tecnologico, che lo affrancasse dal suo tradizionale modello di sviluppo: «la crisi del 1963, dietro i fattori congiunturali [...] si presenta come un punto di svolta della “trasformazione incompiuta” dell’industria italiana»87. La crisi, inoltre, consolidò un uso del vincolo esterno europeo come strumento di stabilizzazione, nel senso che a questo termine dà Charles Maier – cioè come restaurazione «delle gerarchie del potere, della ricchezza e dello status che si possono denominare “capitalistiche” un senso lato»88 –, secondo una linea che riemergerà in seguito in altri passaggi cruciali della storia italiana89.

 


 

1 R. Gilpin, The Political Economy of International Relations, Princeton, Princeton University Press, 1987, p. 355.

2 A. S. Milward, The European Rescue of the Nation-State, London, Routledge, 1992, p. 216. Per una sintesi del suo pensiero cfr. A. S. Milward, L’Europa in formazione, in Storia d’Europa, vol. 1: L’Europa oggi, a cura di P. Anderson et alii, Torino, Einaudi, 1993, pp. 161-219.

3 C. S. Maier, La politica della produttività. Gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, in Idem, Alla ricerca della stabilità, Bologna, il Mulino, 2003, pp. 177-222.

4 C. S. Maier, The Politics of Inflation in the Twentieth Century, in F. Hirsch, J. H. Goldthorpe (eds), The Political Economy of Inflation, Cambridge, Harvard UP, 1978, pp. 37-72, p. 70.

5 Cfr. per es.: M. Rasmussen, European Rescue of the Nation-State? Tracing the Role of Economics and Business, in W. Kaiser, A. Varsori (eds), European Union History Themes and Debates, Basingstoke, Palgrave, 2010, pp. 128-149.

6 Anche se, occorre precisare, Milward stesso prendeva le distanze da «the erroneous elitist historiographical tradition that it is States and institutions that mould events» (A. S. Milward, The European Rescue, cit., p. xi.).

7 F. De Felice, Nazione e sviluppo un nodo non sciolto, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana, vol. II, La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squilibri. Tomo I: Politica economia e società, Torino, Einaudi, 1995, pp. 783-882, p. 822.

8 P. P. D’Attorre, Anche noi possiamo essere prosperi. Aiuti Erp e politiche della produttività negli anni Cinquanta, in “Quaderni storici”, n. 1, 1985, pp. 55-93, p. 83 e p. 77.

9 F. Barca, Compromesso senza riforme nel capitalismo italiano, in Idem (a cura di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi, Roma, Donzelli, 1997, pp. 3-115, pp. 12-23..

10 Sul “monetarismo mercantilista” tedesco occidentale cfr.: C. L. Holtfrerich, Monetary Policy Under Fixed Exchange Rates (1948–70), in E. Baltensperger (ed.), Fifty Years of the Deutsche Mark. Central Bank and the Currency in Germany since 1948, New York, Oxford University Press, 1999, pp. 307–402; Idem, Monetary Policy in Germany Since 1948. National Tradition, International Best Practice or Ideology, in Jean-Philippe Touffut (ed.), Central Banks as Economic Institutions, Cheltenham, Edward Elgar, 2008, pp. 22-51. Per un’introduzione all’Ordoliberismo che ne evidenzia il carattere di ”terza via” tra il laisser-faire dell’era liberale e la varie forme del collettivismo (dal paternalismo bismarkiano al bolscevismo, passando per Keynes e il socialismo democratico) cfr. W. Bonefeld, Freedom and the Strong State: On German Ordoliberalism, in “New Political Economy”, n. 5, 2012, pp. 633-656. Vedi anche:. R. Ptak, Neoliberalism in Germany: Revisiting the Ordoliberal Foundations of the Social Market Economy, in P. Mirowski, D. Plehwe (eds), The Road From Mont Pèlerin: The Making of The Neoliberal Thought Collective. Cambridge, Harvard University Press, 2009, pp. 98-138.

11 La citazione viene dall’audizione di Costa di fronte alla Commissione di studio per i problemi del lavoro del ministero per la Costituente, in data 17 maggio 1946 (Angelo Costa, Scritti e discorsi, vol. I: 1942-1948, Milano, FrancoAngeli, 1980, p. 233).

12 Sulle posizioni degli industriali privati circa l’inserimento dell’Italia nell’economia internazionale dopo il 1945, mi sia permesso rimandare a miei lavori passati, come ad es.: F. Petrini; Il liberismo a una dimensione. La Confindustria e l’integrazione europea 1947-1957, Milano, FrancoAngeli, 2005, cap. I; Idem, Americanismo e privatismo. La Confindustria e il piano Marshall, in “Ventunesimo secolo”, n. 13, 2007, pp. 117-151. Vi è da aggiungere che, nell’immediato dopoguerra, le entusiaste professioni di liberismo erano anche funzionali a far cadere nel dimenticatoio le pesanti compromissioni con il regime fascista della grande industria, facendo al contempo argine all’influenza della sinistra.

13 Per il punto di vista di Valletta sulle possibilità di avviare l’industria italiana verso produzioni di massa, cfr. Ministero per la Costituente-Commissione economica, Rapporto della Commissione economica, vol. II, tomo II, L’industria – Appendice alla Relazione (Interrogatori), Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1946, pp. 345-355.

14 F. Bonelli, Il capitalismo italiano. Linee generali di interpretazione, in R. Romano e C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, Annali, I. Dal feudalesimo al capitalismo, Torino, Einaudi, 1978, pp. 1193–1255.

15 G. Provasi, Borghesia industriale e Democrazia cristiana. Sviluppo economico e mediazione politica dalla ricostruzione agli anni settanta, Bari, De Donato, 1976, p. 16.

16 Cit. in M. Legnani, L’“utopia grande borghese”. L’associazionismo padronale tra ricostruzione e Repubblica, in AA. VV., Gli anni della Costituente. Strategie dei governi e delle classi sociali, Milano, Feltrinelli, 1983,, pp. 129-226, p. 140.

17 G. Berta, L’Italia delle fabbriche. Genealogie ed esperienze dell’industrialismo nel Novecento, Bologna, il Mulino, 2001, p. 104. 

18 R. Petri, Storia economica d’Italia. Dalla Grande guerra al miracolo economico (1918-1963), Bologna, il Mulino, 2002, p. 301.

19 R. Petri, Storia economica d’Italia, cit., p. 294.

20 Ivi, p. 301.

21 Ibidem.

22 A. Gigliobianco, Via Nazionale. Banca d’Italia e classe dirigente. Cento anni di storia, Roma, Donzelli, 2006, pp. 217-248.

23 G. Carli (in collaborazione con Paolo Peluffo), Cinquant’anni di vita italiana, Bari-Roma, Laterza, 1993, p. 140.

24 Per una storia politica dell’Italia nell’integrazione europea si veda A. Varsori, La Cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 ad oggi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010.

25 Sul ruolo di esportazioni ed investimenti come motori autonomi della crescita cfr. R. Bellofiore, I lunghi anni settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale, in L. Baldissara (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni 60 e 70, Roma, Carocci, 2001, pp. 57-102.

26 F. Falcone, Commercio internazionale e integrazione europea. Aspetti teorici ed esperienza italiana, Bologna, il Mulino, 1990, p. 235. 

27 Si veda ad es. l’intervista del presidente confederale De Micheli, L’industria italiana nell’economia europea, in “L’Organizzazione industriale”, n. 1, 5/1/1960.

28 Cfr. ad esempio l’analisi contenuta in Confederazione generale dell’industria italiana (Cgii), Annuario 1960, Roma, 1960, pp. 459-460 e Il boom economico europeo, in “L’Organizzazione industriale”, n. 20, 19/5/1960.

29 F. Falcone, Commercio internazionale e integrazione europea,cit., p. 236. Per una lettura simile cfr. V. Zamagni, Dalla periferia al centro. La seconda rinascita economica dell’Italia 1861-1990, Bologna, il Mulino, 1993, pp. 467-469. Per il punto di vista opposto, che sottolinea gli effetti positivi del Mec e i successi dell’industria italiana, cfr. R. Ranieri, L’industria italiana e l’integrazione comunitaria: una sfida riuscita, in P. Craveri, A. Varsori (a cura di), L’Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957-2007), Milano, FrancoAngeli, 2009, pp. 259-282.

30 M. Gomellini, Il commercio estero dell’Italia negli anni sessanta: specializzazione internazionale e tecnologia, in Banca d’Italia, Quaderni dell’Ufficio ricerche storiche, n. 7, 2004.

31  Ivi, p. 43.

32 Ivi, p. 51.

33 Questa tesi è quella che ho tentato di argomentare, per quanto riguarda il caso specifico degli industriali privati, in F. Petrini, Grande mercato, bassi salari: la Confindustria e l’integrazione europea, 1947-1964, in P. Craveri, A. Varsori (a cura di), L’Italia nella costruzione, cit., pp. 233-258.

34 R. Ranieri, L’integrazione europea e gli ambienti economici italiani, in R. H. Rainero (a cura di), Storia dell’integrazione europea, vol. I: L’integrazione europea dalle origini alla nascita della Cee, Milano, Marzorati, 1997, pp. 258-329, p. 315.

35 “L’Organizzazione Industriale”, n. 2, 9/1/1958.

36 Cgii, Annuario 1958, Roma, 1958, p. 511. 

37 Cfr. ad es. l’articolo apparso su “24 Ore” il 2/1/1958, significativamente intitolato L’industria non teme il Mec, bensì la politica economica che si attua nel Paese.

38 F. Mattei, Mercato comune: anno zero, in “L’Organizzazione industriale”, n. 1, 2/1/1959.

39 Si vedano ad esempio i commenti apparsi su “L’Organizzazione industriale” in occasione del passaggio alla seconda tappa dell’instaurazione del Mec, che ammonivano sul presunto contrasto tra l’evoluzione politica interna e le dinamiche comunitarie (Contrasto di obiettivi, “L’Organizzazione industriale”, n. 3, 18/1/1962).

40 Si veda ad es. il commento: Dalle riunioni di Bruxelles ai programmi aperturisti, in “L’Organizzazione industriale”, n. 2, 11/1/1962, in cui si argomentava che la nazionalizzazione sarebbe stata contraria alla lettera e allo spirito del trattato Cee, perché avrebbe alterato le condizioni di concorrenza all’interno del Mec. Cfr. anche La statizzazione elettrica contrasta con le norme comunitarie, in “L’Organizzazione industriale”, n. 38, 18/10/1962, in cui si dà notizia delle denuncie presentate agli esecutivi Cee e Ceca dalla Federazione tedesca degli industriali elettrici e dalla omologa associazione olandese contro la nascita dell’Enel perché avrebbe creato un nuovo monopolio.

41 Per una sintesi del dibattito sul ruolo delle esportazioni nello sviluppo del secondo dopoguerra cfr. Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 56-65.

42 E. Scalfari, La filosofia della Banca d’Italia, “L’Espresso”, 23/6/1963.

43 R. Bellofiore, I lunghi anni Settanta, cit., p. 90. Si veda anche A. Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, cit., p. 83.

44 Cfr. i dati del database AMECO, a cura della Commissione UE disponibile online all’indirizzo: http://ec.europa.eu/economy_finance/ameco/user/serie/SelectSerie.cfm.

45 Cit. in G. Crainz, Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Roma, Donzelli, 2005, p. 42.

46 G. Carli, Cinquanta anni, cit., p. 268.

47 Una più seria politica economica, in “L’Organizzazione industriale”, n. 19, 9/5/1963.

48 Nel 1963 il disavanzo commerciale aveva superato i 1.960 milioni di dollari, pari al 3,7% del Pil. Le riserve valutarie erano scese a circa 1.700 miliardi di lire dal picco di 2.600 miliardi registrato nel 1962 (P. Ciocca, G. Toniolo (a cura di), Storia economia d’Italia. 2. Annali, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 402). 

49 Per un’esposizione di questo punto di vista cfr. Banca d’Italia, Considerazioni finali 1963, in Banca d’Italia, Considerazioni finali 1960-1981, disponibile sul web all’indirizzo: http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/
storia/governatori/1960_1993/CF_1960_1981.pdf, pp. 111-149. Per un’analisi delle concezioni della Banca centrale riguardo a questi aspetti si vedano: M. Fratianni, F. Spinelli, Storia monetaria d'Italia. Lira e politica monetaria dall'Unità all'Unione Europea, Milano, ETAS, 2001, p. 448; E. Gaiotti, S. Rossi, La politica monetaria italiana nella svolta degli anni Ottanta, in S. Colarizi et alii (a cura di), Gli anni Ottanta come storia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 281-340, pp. 308-309; A. Gigliobianco, Via Nazionale, cit., p. 282.

50 G. Carli, Cinquanta anni, cit., pp. 268-269. Nel libro-intervista con Scalfari, a metà anni Settanta, Carli avanzava una diversa spiegazione della linea di politica monetaria seguita dalla Banca centrale nella prima fase della “congiuntura”, sostenendo che fu accomodante per permettere il completamento di importanti investimenti industriali (G. Carli, Intervista sul capitalismo italiano, a cura di E. Scalfari, Torino, Bollati Boringhieri, 2008 [ed. or. Laterza, 1977], p. 50).

51 Sulle ragioni della mancata svalutazione nel 1963-64 si veda A. Verde, La crisi della lira del 1963-64, una crisi senza svalutazione: perché?, “Studi e Note di Economia”, n. 1, 2002, pp. 75-95.

52 Banca d’Italia, Considerazioni finali 1962, in Banca d’Italia, Considerazioni finali 1960-1981, cit., pp. 75-109, in particolare p. 106.

53 “La stabilità monetaria. Il presupposto di ogni sviluppo economico”, in L’Organizzazione industriale, n. 16, 18/4/1963. Particolarmente significativo il richiamo al 1947. Allora, come segnala C. Daneo (La politica economica della ricostruzione 1945-1949, Torino, Einaudi, 1975) il sostegno degli industriali alla “linea Einaudi”, che da un punto di vista finanziario li danneggiava, venne per ragioni politiche, perché forniva «l’occasione per iniziare una serie di riduzioni di personale quali non si erano verificate dalla Liberazione in poi» (p. 241).

54 . Nel comunicato stampa emesso dopo la riunione della Giunta confindustriale del giugno 1963 si legge: «per affrontare le cause di questa situazione non si richiedono né programmazioni, né mezzi di eccezione, ma soltanto il ritorno ad una rigida ortodossia economica e finanziaria» (“L’esigenza del ritorno all’ortodossia economica”, in L’Organizzazione industriale, n. 26, 27/6/1963).

55 Citazioni da P. Peluffo, “Il cavallo non beve”. Dibattiti degli anni Sessanta su politica monetaria e programmazione economica, in G. Carli, Scritti scelti, a cura di P. Peluffo e F. Carli, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. V-LIV, pp. XXXIII-XXXIV.

56 P. Peluffo, “Il cavallo non beve”, cit., pp. VI-VII.

57 Come scriveva Piero Ottone sintetizzando l’opinione raccolta tra dirigenti industriali, «il centrosinistra di Fanfani, Lombardi, La Malfa aveva dichiarato guerra alla libera iniziativa e provocò infiniti guasti, in parte per malizia, in parte per stupidità» (P. Ottone, I capitani di industria parlano di congiuntura, “Il Corriere della Sera” 7/2/1965, cit. in G. Crainz, Il Paese mancato, cit., p. 24.

58 M. Franzinelli e A. Giacone (a cura di), Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), Milano, Feltrinelli, 2012, Doc. 341, Colombo a Moro, 15/5/1964, pp. 353-356, p. 353.

59 Il testo di riferimento è: M. Franzinelli, Il Piano Solo. I servizi segreti, il centro-sinistra e il “golpe” del 1964, Milano, Mondadori, 2010, in cui il Piano viene definito «una pistola scarica, che viene nondimeno oliata e accudita, così che alcuni leader politici si sentono sotto tiro», al fine di condizionare le dinamiche politiche  in senso favorevole ai progetti (sostenuti in primo luogo dal Presidente della Repubblica Antonio Segni) di sostituzione del centro-sinistra con un governo tecnico, di emergenza nazionale.

60 Doc. 319, Dalla relazione del generale De Lorenzo sulla situazione politico-economica e sulle condizioni dell’ordine pubblico nel marzo 1964, 30/3/1964 in M. Franzinelli e A. Giacone (a cura di), Il riformismo alla prova,cit., p. 328.

61 Doc. 341, Colombo a Moro, 15/5/1964, cit.

62 P. Peluffo, “Il cavallo non beve”, cit.,p. IX.

63 Si veda l’intervista concessa a Eugenio Scalfari, Carli si sbaglia,”L’Espresso” 17/1/1965.

64 Ivi.

65 P. Togliatti, Programmazione o politica dei redditi?, “Rinascita”, 13/6/1964.

66 Anche se c’è da dire che il contenimento dei consumi sul mercato automobilistico non risultava sgradito alla Fiat, preoccupata per la penetrazione del mercato automobilistico italiano da parte della produzione estera, a causa dell’effetto congiunto delle aperture imposte dai trattati di Roma e di una sottovalutazione della crescita del mercato interno. Valletta avrebbe però preferito ricorrere alle clausole di salvaguardia del trattato di Roma piuttosto che a misure fiscali. (P. Bairati, Vittorio Valletta, Torino, Utet, 1983, pp. 340-341; F. Petrini, Grande mercato, bassi salari, cit., p. 254.)

67 Varata nel 1962, essa imponeva la nominatività dei titoli azionari al fine di evitare le evasioni, Venne abolita su istanza del ministro Colombo per «ridare fiducia agli operatori economici». Con questo atto, come commenta Crainz, «viene codificato, in sostanza, il mancato rispetto delle regole, e premiata la tendenza a un arricchimento che ignora gli obblighi collettivi» (G. Crainz, Il Paese mancato, cit., p. 26).

68 Definita così: «Presentazione artificiosamente esagerata di fatti reali […che rientra] in una strategia oligopolistica rivolta a mettere in crisi un determinato assetto politico-sociale» (Federico Caffè, La strategia dell'allarmismo economico, “Giornale degli economisti e annali di economia”, settembre-ottobre 1972, pp. 693-699.)

69 Cfr. ad es.: “La situazione economica dell’Italia è la più inflazionata in seno al Mec”, in L’Organizzazione industriale, n. 7, 13/2/1964, in cui si riferisce della riunione dei ministri della Finanze comunitari tenuta a Roma il 10 e l’11.

70 Tensione delle economie del Mec (“Guardian”, 17/3/1964), in “Orientamenti”, n. 453, 15/4/1964. Cfr. anche l’intervista di Eugenio Scalfari a Schmücker, Che si può fare per la lira, “L’Espresso”, 19/7/1964. Sulle posizioni degli europei e della Commissione, in particolare del suo vicepresidente Robert Marjolin, assai interessante è Elena Cavalieri, Il prestito della Cee all’Italia del 1964: storia di un aiuto mai concesso, disponibile online: www.sissco.it/fileadmin/user_upload/Attivita/Convegni/StorieInCorsoI/paper_Cavalieri.pdf.

71 P. Peluffo, “Il cavallo non beve”, cit.,p. IX.

72 Su questo aspetto della storia delle istituzioni Cee cfr. E. Bussière, Les tentatives d’une politique économique et monétaire, in M. Dumoulin (dir.), La Commission européenne 1958-1972. Histoire et mémoire d’une institution, Bruxelles, Communautés Européennes, 2007, pp. 405-424.

73 Anche grazie ai prestiti ottenuti con il sostegno degli Usa in marzo. Cfr. G. Fodor, I prestiti internazionali all’Italia nel 1964, in F. Cotula (a cura di), Stabilità e sviluppo negli anni cinquanta, vol. 1, L’Italia nel contesto internazionale, Bari-Roma, Laterza, 2000, che presenta il ritratto di un Carli impegnato a fare da argine alle pressioni eccessivamente rigoriste dei partner europei, trovando sostegno negli Usa.

74 M. Franzinelli e A. Giacone (a cura di), Il riformismo alla prova,cit., pp. 359-363, Doc. 346, Lettera del presidente della Commissione della CEE Hallstein a S.E. il presidente del Consiglio Aldo Moro, 20/6/1954. 

75 E. Cavalieri, Il prestito Cee all’Italia, cit., p. 10.

76 M. Franzinelli e A. Giacone (a cura di), Il riformismo alla prova,cit., p. 430, Doc. 414. Diario di Nenni, 19/6/1964. Cavalieri riporta che Marjolin, con «scelta molto discutibile», decise di non dare credito al rapporto preparato da un esperto della Commissione in cui si rilevava che l’Italia aveva superato la crisi e si avviava all’equilibrio (E. Cavalieri, Il prestito Cee all’Italia, cit., p. 10).

77 Il riequilibrio dell’economia italiana nel quadro del Mec, in “L’Organizzazione industriale”, n. 26, 25/6/1964.

78 Y. Voulgaris, L’Italia del centro-sinistra 1960-1968, Roma, Carocci, 1998, p. 143. Secondo il settimanale Il punto, Colombo avrebbe fatto pressioni sugli ambienti comunitari perché continuassero a premere sul governo italiano per l’adozione di misure anticongiunturali più severe (G. Tamburrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Milano, Feltrinelli 1973. p. 266. Gaetano Stammati (all’epoca direttore generale al Tesoro) ha contestato tale ricostruzione nelle sue memorie:La finanza pubblica italiana raccontata da un testimone (1945-1975), Napoli, Esi, 1990,pp. 211-212.)

79 M. Franzinelli e A. Giacone (a cura di), Il riformismo alla prova,cit., pp. 380-381, Doc. 363, Informativa dei servizi segreti sula lettera di Colombo rivelata dal quotidiano “Il Messaggero”, 27/5/1964.

80 Su questo passaggio come naufragio delle istanze riformatrici del centrosinistra cfr. G. Crainz, Il Paese mancato, cit., pp. 26-30 e p. 99.

81 La citazione proviene dal memoriale di Moro, pubblicato in S. Flamigni, “Il mio sangue ricadrà su di loro”. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, Milano, Kaos Edizioni 1998, pp. 221-226.

82 A. Verde, La crisi della lira del 1963-64, cit., p. 78.

83 M. Fratianni, F. Spinelli, Storia monetaria d'Italia, cit., p. 425.

84 Ibidem.

85 Si vedano i dati in P. Sylos-Labini, La politica monetaria resta deflazionistica, in A. Graziani (cura di), L’economia italiana 1945-1970, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 302-312.

86 R. Bellofiore, J. Halevi, M. G. Meriggi e E. Masi, Il presente come storia. Un incontro su Paul Sweezy, in “L’ospite ingrato”, n. 1, 2005, pp. 197-236, p. 235.

87 M. Gomellini, M. Pianta, Esportazioni e tecnologia in Italia negli anni cinquanta e sessanta, paper presentato all’incontro di studio del Cnr su “Economia internazionale e sviluppo”, Urbino 27-28/5/2005, p. 24. Nello stesso senso una miriade di altre analisi, cfr. ad es.: M. Salvati, Occasioni mancate. Economia e politica in Italia dagli anni sessanta a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2000, cap. 2.

88 C. S. Maier, I due dopoguerra e le condizioni per la stabilità, in Idem, Alla ricerca della stabilità, Bologna, il Mulino, 2003, pp. 223-269, p. 234.

89 Per una prima riflessione attorno a queste tematiche si veda F. Petrini, “The Unstable Stabilization” Italian Capitalism and the Origins of the Current Crisis, “Les cahiers Irice”, n. 1, 2014, pp. 53-76.