n. 1-2 - 2015

Sulle orme di Piero Malvestiti. Riflessioni sull’avvio del processo d’integrazione europea

di Daniela Preda
(Professore di Storia economica,
Università di Genova)

 

1. Un destino storiografico comune 

Piero Malvestiti è uno dei tanti costruttori dell’Europa su cui la storiografia ha a lungo taciuto. La sua figura è stata studiata sotto diversi profili, in particolare come oppositore al fascismo e membro attivo della Resistenza, così come appartenente al Movimento Guelfo d’Azione. Nulla invece era stato detto sino a poco tempo fa, ovvero sino agli studi di Anna Maria Fiorentini1, sulla sua attività europeistica. 

Non si tratta di una peculiarità di Piero Malvestiti, ma di una sorte toccata alla maggior parte dei protagonisti del processo d’integrazione europea, accomunando Capi di Stato e di governo ed europeisti d’avanguardia che hanno perorato la causa dell’unità continentale all’interno di associazioni non istituzionali, per non parlare di coloro che hanno rivestito le prime importanti cariche nelle Comunità. 

Pur in presenza di archivi custoditi e a disposizione del pubblico, gli storici hanno a lungo trascurato, se non del tutto ignorato, i documenti utili alla ricostruzione della storia dell’Europa unita, privilegiando letture più nazionalistiche. 

Questa sistematica miopia si è avuta a prescindere dalla statura delle personalità oggetto di studio e dall’importanza del ruolo da queste assunto nel processo e si è tradotta, almeno sino alla fine del XX secolo, nell’assenza di una ricostruzione documentata dell’azione dei maggiori protagonisti del processo d’integrazione europea. A ciò hanno concorso diversi fattori: l’attenzione focalizzata sulle realtà nazionali, frutto di una lettura storiografica che privilegia gli elementi di continuità con il passato rispetto a quelli di discontinuità; la frequente lettura del processo di unificazione continentale, sulla base di questo punto di vista, come sottoprodotto o del nazionalismo o dell’atlantismo; il disconoscimento, nelle ricostruzioni generali del processo, dell’apporto dato alla costruzione europea dalle forze non governative (tra le quali, in particolare, i movimenti per l’unità europea) sia in termini teorici che pratici.

Eppure sono numerosi i leader dell’immediato dopoguerra che, con tempi e modalità diverse – chi in maniera viscerale chi in maniera tiepida, chi continuativamente chi sporadicamente, chi con profonda convinzione maturata nel corso degli anni chi in maniera più superficiale – hanno operato a favore dell’unificazione europea, non limitandosi, nella maggior parte dei casi, a un approccio formale di carattere politico-governativo, ma partecipando al fervore del tempo, spesso anzi militando nei movimenti europeisti, per un progetto dal quale si sperava potessero scaturire nel contempo pace sul continente e benessere per i suoi cittadini. 

Mi sia consentita qualche breve nota su questa peculiarità, con riferimento ai padri fondatori dell’Europa unita a livello istituzionale, tralasciando il versante dei costruttori d’Europa che hanno operato a latere dei governi la cui vastità ci porterebbe a travalicare i limiti di questo intervento2.

Senza nulla voler togliere al valore dell’opera, basti pensare, a titolo esemplificativo, che nella più importante biografia di Alcide De Gasperi apparsa alla fine degli anni Settanta3 non vi è accenno alcuno al suo operato a livello europeo. A lungo gli unici scritti in questa direzione sono state le raccolte documentarie della figlia Maria Romana e le ricostruzioni a carattere memorialistico. L’attenzione è stata posta prevalentemente sulla politica interna, solo parzialmente sulla politica estera, soprattutto quella relativa ai rapporti con gli Stati Uniti, scarsa quella sul De Gasperi padre dell’Europa4 e ancor minore sul De Gasperi federalista europeo. Pur riconosciuto, nell’immagine pubblica, in maniera stereotipata, come padre fondatore dell’Europa accanto a Schuman e Adenauer, l’azione europeistica di De Gasperi è rimasta ignota persino nei suoi tratti essenziali, al punto che la leggenda ha rischiato di occultare la realtà. I primi scritti storiografici degni di nota risalgono all’inizio degli anni Ottanta5 e talora stentano a far emergere il salto di qualità che lo statista italiano seppe imprimere al processo di unificazione in corso, attraverso il superamento dell’approccio funzionalistico e l’affermazione di quello costituzionalistico. Solo recentemente il valore della sua scelta europea è stato valorizzato6, soprattutto con il fiorire di studi in concomitanza con il cinquantenario della morte. 

Analoga riflessione accomuna tutti i grandi statisti europei italiani che hanno collaborato con De Gasperi all’avvio del processo di unificazione europea. 

All’azione europeistica di Carlo Sforza, ministro degli Esteri dal febbraio 1947 sino al luglio 1951, e alla sua ardita concezione federalistica7 di politica estera che ha portato l’Italia nella prima Comunità europea, è stata data voce in maniera sistematica solo all’inizio del XXI secolo sia attraverso la raccolta dei suoi discorsi parlamentari8 sia con un biografia ad hoc9. Precedentemente la storiografia italiana si era soffermata, dapprima, soprattutto sulla politica estera da lui intrapresa nel ’20-’2110, poi, negli anni Settanta, sul periodo dell’esilio11, e infine sulla sua azione a favore dei Trattati di pace, dell’inserimento dell’Italia nell’Alleanza atlantica, del progetto di unione doganale tra Italia e Francia12. Le biografie curate da Livio Zeno13 e da Giancarlo Giordano14, pur utili ai fini di una ricostruzione più approfondita, non hanno posto l’accento sulla continuità dell’azione europeistica di Sforza e sulla coerenza del suo pensiero a partire dal primo dopoguerra, che solo la ricostruzione memorialistica ha saputo far emergere15.

Continua pervicacemente a trovare pochi spazi di attenzione il ruolo svolto a favore del federalismo europeo da Luigi Einaudi, il Presidente della Repubblica italiano del dopoguerra che già nel 1918 aveva scritto articoli critici di carattere federalistico criticando la Società delle Nazioni16. Anche nel suo caso, mentre la storiografia si è concentrata sulla sua condotta in politica interna e sulle sue decisioni di politica economica17, nonché sul periodo dell’esilio svizzero18, le sue riflessioni ante litteram e il suo operato europeistico a carattere federalistico, i rapporti con Rossi, Rappard, Olivetti, la filiazione dai suoi scritti del Manifesto di Ventotene, hanno cominciato a diventare oggetto di attenzione da parte di alcuni storici e storici del pensiero a partire dagli anni Novanta19, ma continuano per lo più a essere ignorati nelle opere complessive sul processo d’integrazione europea.

Pure l’operato di Paolo Emilio Taviani è rimasto in larga misura nell’oblio. Collaboratore di De Gasperi sui temi internazionali ed europei, presidente della delegazione italiana alla Conferenza della CECA e a quella della CED, sino al luglio del ’51, quando diventa sottosegretario agli Esteri nel settimo governo De Gasperi, di lui la storiografia ha sinora messo in luce soprattutto le vicende collegate alla Resistenza. Per un lungo periodo gli unici documenti che ne attestassero la statura europea sono stati una raccolta di suoi articoli e discorsi20 e i diari, peraltro pubblicati a inizio secolo21, data a cui risale anche la prima ricostruzione organica della sua azione europeistica22, mentre totalmente ignorato è stato il suo apporto culturale all’idea di unificazione europea così come il suo rapporto, pur per un certo periodo intenso, con i movimenti per l’unità europea, anche se l’occasione del centenario della sua nascita ha consentito ulteriori ricerche23.

Chi ricorda, poi, anche solo i nomi di Enzo Giacchero e Lodovico Benvenuti? Eppure il primo è stato vicepresidente del Gruppo parlamentare democristiano alla Camera e segretario della Commissione Esteri alla fine degli anni Quaranta, membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa, all’interno della quale ha presieduto la Commissione per gli Affari culturali e scientifici, e primo rappresentante italiano nell’Alta Autorità della CECA, sino al 1959, avendo presieduto anche il Gruppo parlamentare per l’unione europea nel Parlamento italiano ed essendo attivo militante nel Movimento federalista europea (MFE) e nell’Unione parlamentare europea (UPE). Su di lui la storiografia ha cominciato a muoversi all’inizio del nuovo secolo24, così come è successo per Lodovico Benvenuti25, rappresentante italiano presso l’Assemblea Consultiva di Strasburgo26, sottosegretario al Commercio con l’estero nel settimo gabinetto De Gasperi, dal giugno del ’51 al luglio 1953, membro del Comitato di studi per la costituzione europea presieduto da Paul H. Spaak, membro dell’Assemblea comune della CECA, sottosegretario agli Affari esteri dal ’53 al ’55, vicepresidente della Commissione costituzionale e relatore della sottocommissione per le attribuzioni dell’Assemblea ad hoc, vicepresidente dell’Assemblea dell’UEO, capo della delegazione italiana alla Conferenza intergovernativa di Bruxelles per il Mercato comune e l’Euratom, segretario generale del Consiglio d’Europa dal ’57 al ’63, anch’egli militante sia nel MFE sia nell’UPE.

A sua volta, Ugo La Malfa, europeista convinto, membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa, ministro per la Ricostruzione, seppur per un breve periodo, nel primo Gabinetto De Gasperi e ministro del Commercio con l’Estero, in sostituzione di Ivan Matteo Lombardo, nel sesto e settimo ministero De Gasperi, è stato oggetto solo recentemente di prime, ma ancora parziali, ricerche27

Soltanto nel 2007 è stato dedicato un articolo approfondito28 all’azione per l’unità europea di Ivan Matteo Lombardo, sottosegretario all’Industria e al Commercio nel Gabinetto Parri e nel primo governo De Gasperi, capo delegazione per i negoziati economici con la Francia nel ’46 e per le trattative commerciali e finanziarie con gli Stati Uniti tra il maggio e l’agosto del ’47, nell’autunno 1951 protagonista della svolta federalista della delegazione italiana alla Conferenza per la CED alla cui guida aveva sostituito Taviani.

Pur oggetto di un recente risveglio d’interesse29, anche Ferruccio Parri – Presidente del Consiglio dal giugno al dicembre del ’45, presidente nella seconda metà degli anni Quaranta del  Gruppo parlamentare italiano per l’Unione europea al Senato e membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa – continua ad essere uno dei grandi “dimenticati” dalla storiografia europeistica. Sono stati pubblicati i suoi scritti e alcune ricostruzioni, in gran parte di carattere memorialistico; è stata studiata la sua azione all’interno della Resistenza, meno quella antifascista e quella di governo, poco quella di presidente dell’Istituto di studi economici (ISE), se si eccettuano le ricerche di Enrico Decleva30; recentemente è stata oggetto d’indagine anche la sua attività all’interno dei movimenti per l’unità europea e la sua presidenza al Gruppo parlamentare federalista al Senato31, ma le nuove acquisizioni storiografiche non hanno al momento avuto riflessi sulle ricostruzioni storiografiche più generali. 

Analoghe considerazioni valgono per Celeste Bastianetto, membro del Comitato parlamentare italiano per l’Unione europea alla Costituente sin dalla sua costituzione, nel maggio del ’47, eletto al Senato nel ’48 e membro della delegazione italiana all’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa, oggetto di recenti saggi, e Ludovico Montini, presidente della delegazione del Governo italiano per i rapporti con l’UNRRA, membro dell’Assemblea Costituente, membro della Commissione affari esteri del Parlamento italiano, membro sin dalla sua fondazione del Consiglio d’Europa, di cui divenne nel 1962 vicepresidente, componente dell’Assemblea ad hoc. 

In altri casi il silenzio attende ancora di essere squarciato. 

Si pensi per esempio a Randolfo Pacciardi, il mazziniano che all’attiva lotta antifascista coniugò l’impegno europeista, ministro della Difesa dal 1948 al 1953 e vicepresidente del Consiglio nel 1947 e 1948, ma anche primo presidente del Comitato italiano del Movimento europeo, dopo la ricostituzione di questo, dal 1956 al 1960; oppure al savonese Antonio Boggiano Pico, vicepresidente dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa, membro dell’Assemblea comune della CECA, dell’Assemblea ad hoc e dell’Assemblea dell’UEO; a Francesco Maria Dominedò, membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa e, all’interno di questa, presidente della commissione Regolamenti, incaricato da De Gasperi di partecipare all’attività dell’Ufficio Europa, ma anche sottosegretario agli Esteri nel sesto e nel settimo ministero De Gasperi; a Mario Cingolani, aventiniano, resistente, ministro della Difesa nel quarto governo De Gasperi; a Stefano Jacini, vicepresidente dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa dal ’49; a Guido Gonella, più volte ministro della Pubblica Istruzione tra il 1946 e il 1951 e successivamente ministro di Grazia e Giustizia, che già negli anni Trenta pubblicava ne “L’Osservatore Romano” articoli di stampo europeistico e internazionalistico; a Giulio Bergmann, federalista repubblicano di spirito mazziniano, membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa; a Carlo Russo, sottosegretario agli Esteri nel ministero Tambroni (marzo-luglio 1960) e nel successivo Gabinetto Fanfani (luglio 1960-febbraio 1962), fondatore nel ’67 della rivista settimanale “L’Europa”, con Angelo Magliano ed Emilio Colombo, presidente dal 1974 al 1979 della Commissione Esteri della Camera, ma anche, dal 72 al ’79, del Gruppo italiano dell’Unione interparlamentare, giudice della Corte europea per i diritti dell’uomo dal 1981 al 1998, militante federalista e nel contempo fervente monnetiano, che ancora nel 2005 ha rifondato la sezione del MFE a Savona. E a tanti altri.

Carenti appaiono anche le ricerche su una diplomazia, quella italiana, che pure per decenni è fra le più disinteressate e, in virtù di un passato prossimo da cancellare, fra le più riluttanti, seppur con qualche notevole eccezione, a riconoscere l’esistenza di interessi nazionali forti. Non sono pochi i grandi diplomatici che hanno avuto un ruolo, seppur non di primissimo piano, nella costruzione europea, soprattutto nel periodo del suo avvio: si pensi, a titolo esemplificativo, a Niccolò Carandini, Tommaso Gallarati Scotti, Alberto Tarchiani, che costituirono l’ossatura diplomatica dell’Italia uscita dalla guerra, e, con loro, a Vittorio Zoppi, Francesco Cavalletti, Roberto Ducci. A testimoniare le loro fatiche quotidiane di operosi addetti ai lavori, ma anche gli slanci ideali di chi era ben consapevole di partecipare alla costruzione del ‘nuovo’, rimangono soltanto pochi diari e raccolte di documenti. 

Come coloro testé citati, anche Piero Malvestiti non è certo una personalità di secondo piano né nella politica italiana né in quella europea: in Italia, è stato sottosegretario alle Finanze nel 1947, poi al Tesoro, dal ’48 al ’50, periodo durante il quale fu chiamato anche a presiedere il comitato IMI-ERP e il comitato tecnico misto italo-americano per il riarmo, ministro dei Trasporti nel ’51, dell’Industria e Commercio nel governo Pella tra il ’53 e il ’54; in Europa, è stato membro della prima Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa dal ‘49, vicepresidente, nel 1958, della prima Commissione europea all’interno della quale ha anche avuto la responsabilità del mercato interno (spetterà a lui avviare “le operazioni di sospensione” delle barriere doganali), presidente, dal ’59 al ‘63, dell’Alta Autorità della CECA. Anche Malvestiti ha avuto frequenti occasioni di collaborazione con i movimenti per l’unità europea e con alcuni dei loro leader più importanti, partecipando alle loro Campagne più significative. Tra queste, la manifestazione di chiusura per la firma della Petizione per un Patto di unione federale europea svoltasi a Roma, a Palazzo Sistina, il 4 novembre 1950, assieme al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. La sua conversazione con Spinelli in quell’occasione, i suoi commenti sull’assenza di Saragat, ci fanno percepire una partecipazione intensa e convinta sul piano degli ideali federalisti europei.

 

2. Un generazione vocata all’Europa

Se molto rimane ancora da studiare, negli ultimi tempi, come si è visto, la storiografia ha cominciato a dissodare il terreno, facendo riferimento non solo alle relazioni tra gli Stati e le diplomazie, ma al processo di costruzione dal basso di una statualità nuova, multilivello, come quella europea, ed evidenziando l’impegno nel processo di quella moltitudine silenziosa – formata in gran parte da attori non ‘istituzionali’, a partire da Altiero Spinelli – che nell’immediato dopoguerra si è prodigata nel quotidiano, con passione e senso del dovere, per spirito di servizio e consapevolezza della propria missione, nella costruzione dell’Europa unita. 

Sulla base dei primi risultati, è possibile affermare che l’ideale dell’unità europea fa parte del DNA della generazione del secondo dopoguerra, la quale matura il proprio europeismo nel corso di lunghi anni, a contatto con gli avvenimenti che stavano travagliando e cambiando il continente. Ed è facile intuirne i motivi.

Sono la guerra e l’anelito alla pace a provocare in molti la sete di fare politica, il desiderio d’impegnarsi per rinnovare la società, l’esaltazione di chi si sente protagonista di una storia nuova. E non è certo casuale che proprio a partire dall’approssimarsi della guerra sino all’immediato dopoguerra si assista a una diffusione capillare degli ideali unitari su tutto il continente, a stretto contatto con le devastazioni del conflitto e con le degenerazioni totalitarie cui aveva portato lo stato nazionale. Saranno proprio queste a dare slancio al processo embrionale di formazione delle idee europee.

Ognuno di questi uomini ha un suo percorso, ma alcune tappe sono, per molti, comuni. 

Se vogliamo capire a fondo la loro azione a favore dell’unificazione europea, dobbiamo guardare prima di tutto alla loro formazione, che è umanistica, è politica e spesso anche, ma non esclusivamente, economico-scientifica, ma sempre aperta alla riflessione sul concetto di stato e sulle relazioni internazionali. L’aspetto culturale costituisce il solido fondamento del loro impegno.

La riflessione degli uomini più lungimiranti che operano nel periodo tra le due guerre si dipana lentamente e, gradualmente, provenendo da rivoli diversi, approda all’idea dell’Europa e della sua necessaria unificazione. Essa s’intreccia, nelle sue varie sfaccettature d’azione, con la presa di coscienza antifascista e con il distacco dal mito dello Stato nazionale sovrano.

Quando cerchiamo di mettere a confronto la formazione di tanti antifascisti – cattolici e non – e di leggerne la progressione – dalla critica al fascismo alla critica al nazionalismo, dalla presa di coscienza della degenerazione dello Stato nazionale al suo collegamento con l’anarchia internazionale, dalla guerra alla necessità di porre concretamente le basi, attraverso il diritto e le istituzioni, di un nuovo ordine interno ed europeo che garantisse, da un lato, la democrazia e, dall’altro, la pace – incontriamo molte affinità, anche laddove i percorsi di crescita possono sembrare apparentemente diversi, se non addirittura opposti, caratterizzati come sono dalle rigide appartenenze politico-ideologiche.

Eppure, come è successo a Ventotene attraverso il riconoscimento di una matrice comune che superava gli steccati ideologici andando a saldare nel pensiero e nell’azione uomini tanto diversi quali l’ex comunista Altiero Spinelli, il socialista Eugenio Colorni e il liberale Ernesto Rossi, così accade in generale che le riflessioni d’anteguerra di molti uomini politici e pensatori s’incontrino naturalmente sul terreno comune della critica allo stato nazionale chiuso e della costruzione di un nuovo modo di concepire le relazioni internazionali, spesso sfociando nella redazione di progetti, opuscoli, articoli di carattere europeistico.

Come è noto, Piero Malvestiti fonda nel ’28 assieme a Gioacchino Malavasi il Movimento Guelfo d’Azione, che costituisce forse la manifestazione più rigorosa dell’antifascismo cattolico, militando clandestinamente contro il Regime per l’affermazione dei principi di libertà. Alla diffusione regolare di manifesti di critica al fascismo segue, nel ’33, l’arresto dei fondatori e la loro condanna da parte del Tribunale Speciale. Nel processo tenuto a Roma contro i neoguelfi, Malvestiti, che sarà condannato a 5 anni di reclusione di cui sconterà solo una parte, sarà difeso da Edoardo Clerici, con cui avrebbe mantenuto un fraterno sodalizio intellettuale e umano. 

Tornato in libertà, nonostante fosse sorvegliato, Malvestiti avrebbe ripreso i contatti con gli ambienti antifascisti riallacciando i rapporti con i neoguelfi. La loro formazione era destinata a staccarsi in quegli anni decisamente da quella degli altri gruppi democratici cristiani non solo sul tema dell’antifascismo, ma anche con riferimento alla costruzione del nuovo stato, distinguendosi per maturità nel campo della politica estera e in particolar modo di quella europea. 

È significativo al riguardo che proprio a Malvestiti e al Movimento Guelfo siano riconducibili i primi rimandi di gruppi politici italiani all’Europa unita. Le idee maturate in quegli anni troveranno espressione, nei primi mesi del 1941, in un manifesto programmatico formulato in dieci punti, al primo posto dei quali spiccava l'idea di una "Comunità delle Nazioni Europee professanti il rispetto per le libertà civili e politiche". Il programma prevedeva anche, da un lato, l’“elezione diretta dei rappresentanti al Consiglio della comunità europea”, dall’altro, che “i particolari diritti sovrani degli Stati [fossero] difesi da delegati governativi”. Non si limitava infine a invocare il disarmo, ma chiedeva che “tutte le armi offensive [fossero messe] a disposizione del Consiglio della comunità europea”. 

A queste posizioni avrebbero fatto in seguito riferimento molti federalisti d’ispirazione cattolica. Saranno queste idee a caratterizzare in senso europeista e federalista i primi documenti della Democrazia Cristiana (DC), segnando una rottura, nonostante le sostanziali convergenze dal punto di vista politico, anche rispetto alle Idee ricostruttive redatte tra la fine del ’42 e l’aprile del ’43 da Alcide De Gasperi con la collaborazione di alcuni ex popolari e diffuse in ciclostile dal luglio di quell’anno, nelle quali i temi di politica estera erano significativamente relegati al termine del documento. Nelle Idee ricostruttive il messaggio europeo, infatti, non figura direttamente, risultando semplicemente intuibile nelle pieghe della dichiarazione, quando questa affronta la “ricostruzione dell’ordine internazionale secondo giustizia”. Le Idee si limitavano di fatto ad auspicare l’elaborazione di una Dichiarazione dei diritti e dei doveri delle Nazioni, una revisione della Società delle Nazioni e la creazione di una giurisdizione universalmente riconosciuta in grado di risolvere pacificamente le controversie tra gli Stati, ma nulla vi era detto riguardo al federalismo e all’unità europea, affermando genericamente che “Il principio dell’autodecisione sarà riconosciuto a tutti i popoli, ma essi dovranno accettare limitazioni della loro sovranità statale in favore d’una più vasta solidarietà fra i popoli liberi. Dovranno quindi essere promossi organismi confederali con legami continentali e intercontinentali”.

Come è noto, nell’estate del ‘42, Malvestiti, Clerici e Falck si recarono a Borgo Valsugana, dove si tenne un incontro tra gli ex popolari e il gruppo neoguelfo, per valutare con De Gasperi la possibilità di fondere i due gruppi, creando un nuovo partito, la futura Democrazia Cristiana. Pochi mesi dopo, durante una nuova riunione a Milano, in casa Falck, si optò per il nome – Democrazia Cristiana – e si trovò un accordo generale sulle linee programmatiche. Durante la riunione, l’incarico di elaborare il programma del nuovo partito fu affidato a una commissione composta da Giuseppe Brusasca, Gaetano Carcano, Enrico Casò, Edoardo Clerici, Augusto De Gasperi, Enrico Falck, Achille Grandi, Giovanni Gronchi, Stefano Jacini, Gioacchino Malavasi, Piero Malvestiti, Luigi Meda, Giovanni Battista Migliori, Luigi Nebuloni, Giovanni Pullara, Armando Ridolfi, Ugo Zanchetta. 

Il programma che ne sarebbe scaturito - il Programma di Milano, elaborato fra il 1942 e il 1943, firmato tra gli altri, da Malvestiti, Jacini, dai Meda, Migliori, Fanfani, Lazzati – molto deve alla prospettiva neoguelfa, soprattutto sui temi di politica estera. Il riferimento alla federazione europea, inserito al primo punto, appare qui ancor più esplicito e rigoroso: 

Nel quadro di una rinnovata Società delle Nazioni – espressione della solidarietà di tutti i Popoli – Federazione degli Stati europei retti a sistema di libertà. Rappresentanza diretta dei Popoli – accanto a quella dei Governi – così nell’una come nell’altra. Disarmo generale e simultaneo, forze armate e reclutamento volontario, a esclusiva disposizione della comunità internazionale. Diritto volontario e cittadinanza europea accanto a quello di cittadinanza nazionale. Parità giuridica fra i cittadini di tutti gli Stati. Applicazione di tali principi all’economia nazionale e internazionale.

Il Programma prevedeva inoltre un ampio decentramento, con il potenziamento, in particolare, di comuni e regioni, cui venivano attribuite funzioni normative in materia amministrativa e finanziaria. Nel successivo appello con cui s’invitavano i simpatizzanti ad aderire alla DC il Movimento guelfo avrebbe esortato a “preparare l’unità europea”.

In un opuscolo stampato a Lugano con il titolo Per la ricostruzione italiana, la cui paternità gli è stata attribuita sulla base della presenza di chiare annotazioni biografiche, Malvestiti, spiegando il programma del partito, porrà l’accento con vigore sulla scelta federalistica in politica estera e l’adesione al decentramento regionale in quella interna. Si tratta, secondo Signori, di una delle rare affermazione federaliste del pur nutrito gruppo democristiano in Svizzera, l’unica in cui riemerga il tono perentorio del Programma di Milano, con riferimento sia alla rappresentanza popolare diretta degli Stati membri negli organi di governo della federazione, sia alla necessità di creare un esercito comune, a reclutamento volontario.

Gli altri accenni all’Europa unita presenti in programmi e progetti cattolici sono più tardi. Si pensi sia al testo programmatico attribuito a Guido Gonella, del maggio 1943, in cui l’Europa fa capolino tra le righe quando si accenna alla necessità di creare “strette unioni regionali di natura federativa”, sia alle Idee sulla Democrazia Cristiana attribuite a Paolo Emilio Taviani, uno dei documenti cattolici più avanzati del periodo della Resistenza per quanto attiene ai nuovi assetti politici internazionali, diffuse in clandestinità a partire dalla fine del ’44; oppure, all’inizio del ’44, allo Schema di discussione di un programma ricostruttivo a ispirazione cristiana, redatto prevalentemente da Teresio Olivelli, o ancora, a fine ’44, al documento Essenza della Democrazia cristiana, di Gavino Sabadin e Mariano Rumor e all’opuscolo di Luigi Gui che spronava all’unificazione continentale: “È venuto il tempo di creare una confederazione d’Europa, Inghilterra compresa (…).Creare dunque la confederazione d’Europa e poi costituire un’organizzazione internazionale, una più perfetta Società delle nazioni, per collaborare e dirigere le questioni con i grandi Stati extra europei. Questa è la via del buon senso, dell’interesse e dell’onore”.

Da questi documenti emerge chiaramente come l’impegno per l’Europa coincidesse per molti democratici cristiani – ma analoghe considerazioni si potrebbero proporre per le altre grandi famiglie politiche – con l’impegno per la pace. 

Questo vale in particolar modo per Piero Malvestiti: pace e libertà sono per lui gli aspetti di valore dell’unità europea, a partire dal volume Parte guelfa in Europa. Strumento è la federazione europea, cioè il tentativo di ricomporre la pluralità dei soggetti all’interno di un nuovo ordinamento politico e giuridico che si strutturasse il più capillarmente possibile dagli enti locali al mondo e di cui l’Europa avrebbe rappresentato un fondamentale tassello.

In questo contesto, significativa e vivificante appare, accanto alla militanza nelle file dell’antifascismo e della Resistenza di cui molto è stato detto, anche l’esperienza di volontario esilio nella vicina e ospitale Svizzera, dove molti antifascisti italiani si rifugiarono quando il Paese, dopo l’8 settembre, tornò sotto il giogo nazifascista. “Terra d’asilo”, la chiama appropriatamente Renata Broggini, ma anche terra d’incontro e di fervore culturale e politico, che permette a tanti, che per lungo tempo non avevano avuto altra risorsa teorica se non il lungo monologo con se stessi o il dialogo con ristrettissimi gruppi di amici, di confrontarsi, dibattere, studiare, scoprire, inventare, aprendosi al mondo e nel contempo organizzare, educare, progettare, costruire il futuro.

In Svizzera, mentre ancora tutto intorno la guerra divampava e l’orrore stentava a cessare, si viveva quasi sospesi in una vita irreale, prigionieri-liberi pieni di energie che potevano trovare sfogo solo nella parola e nell’astrazione. Qualcuno sentiva il contrastante stridore di quella ‘vita non vita’ e faticava a partecipare alle molteplici iniziative dei rifugiati, proprio perché le sentiva astratte, quasi irriverenti: come si poteva discutere, studiare, costruire scenari per un mondo nuovo, mentre a pochi passi di lì si moriva? Molti altri ne seppero invece cogliere appieno le opportunità. Se, in periodo fascista, il carcere fu una sorta di università antifascista, è lecito affermare che l’esperienza svizzera fu per molti una scuola di sovrannazionalità, di federalismo europeo, l’abbandono del vecchio mondo per un mondo nuovo. Ha scritto Piero Chiara, riandando all’esperienza in terra elvetica: “Per noi spinti fuori dai confini dalla forza degli avvenimenti (…) fu possibile forse per la prima volta avvertire il senso e la presenza dell’Europa. L’incontro con rifugiati d’altre lingue (…), la convivenza nella medesima legge e l’attesa della stessa sorte, con l’abbandono ormai di ogni fierezza nazionale annullata nell’incertezza delle nuove frontiere che la guerra aveva segnato, ci consentì di sentir vivere insieme qualche cosa di nuovo che poteva essere l’Europa”.

A guerra conclusa, Attilio Calabi, salutando il Ticino esempio di ‘libertà, democrazia e civismo’, ricorda che “le amicizie nate nell’esilio avrebbero portato a più profonde comunioni di spiriti e di idee per la futura Europa”. Non si sbagliava, perché la vasta rete dell’europeismo post bellico proprio in Svizzera può dirsi in larga parte tessuta, in quel “terreno di coltura – come ebbe a dire Giuseppe Salto – dove rapidamente i sentimenti innati di morale e libertà si sono consolidati”.  

Malvestiti condivide con molti europeisti l’esperienza nel Canton Ticino, dove, come lui stesso scriverà, svolge “un lavoro (…) imponente e fruttuoso”. Dinamico e intraprendente, diventerà infatti uno tra i più attivi promotori di nuove iniziative sul suolo elvetico.

Decide di espatriare, dopo aver progettato in un primo tempo di recarsi in Valle d’Aosta, ed entra in Svizzera dal valico della Cantinetta di Ligornetto tra il 12 e il 13 settembre 1943, assieme a Edoardo Clerici, mentre dal Gaggiolo di Stabio entrava il conte Stefano Jacini e da Saltrio Gioacchino Malavasi, cofondatore del Movimento guelfo d’azione, membro del comitato milanese del CLN, tutti ricercati per aver sottoscritto il Manifesto antifascista del luglio 1943.Viene dapprima internato a Bellinzona, poi liberato sotto controllo militare, risiedendo a Massagno, presso la signora Alice Casella, e poi a Lugano, presso l’abitazione di Clerici, vero e proprio punto di riferimento per i profughi cattolici. 

In terra elvetica, i rifugiati si appoggiavano alle organizzazioni politiche a loro idealmente più vicine, anche per realizzare iniziative di informazione e di propaganda. A Lugano, Malvestiti, Clerici, Jacini, Malavasi, Migliori, Carcano si riuniscono abitualmente nella sede dell’organizzazione ticinese dei cristiano-sociali, la Casa del Popolo, o nell’abitazione dello stesso Clerici, in via Tesserete 28, vero proprio punto di riferimento per i rifugiati cattolici, spesso incontrandosi con rifugiati degli altri partiti, ma anche rappresentanti diplomatici italiani e autorità alleate. Malvestiti viene a contatto con il consigliere di stato Guglielmo Canevascini, uno dei più attivi protettori dei rifugiati che, oltre a far parte del governo cantonale, anima il Comitato svizzero di soccorso operaio e di cui è nota l’importante opera di soccorso nei confronti dei fuorusciti. Sfruttando la sua fitta rete di conoscenze tra gli antifascisti, era Egidio Reale a fornire a Canevascini, che poi li faceva pervenire alle guardie di confine elvetiche, degli elenchi con i nominativi e alcune sintetiche note sui rifugiati in arrivo, al fine di facilitarne l’ingresso in Svizzera. Nell’archivio Canevascini è custodito un album contenente oltre mezzo migliaio di firme di esponenti politici dell’antifascismo italiano raccolte in suo onore dall’Associazione femminile di assistenza di Ginevra, tra cui quella di Malvestiti.

Un ruolo fondamentale nel dar voce ai fuorusciti, permettendo loro di avere spazi di espressione e comunicazione, svolsero i giornali ticinesi, che spesso misero a disposizione degli esuli pagine speciali dei loro fogli. Tra questi, il giornale dei conservatori democratici “Popolo e Libertà” pubblica tra l’agosto del ’44 e il maggio del ’45 un supplemento settimanale – “Libertà!” – con sede a Bellinzona, voluto da Stefano Jacini, Edoardo Clerici e Piero Malvestiti, e sostenuto finanziariamente, oltre che dalle organizzazioni cattoliche locali, da Alessandro Frigerio e dallo stesso Clerici. Il foglio diventa una sorta di tribuna dei rifugiati democratico cristiani in terra elvetica, registrando ansie e speranze, denunce del regime fascista e aneliti a democrazia e libertà, in un dibattito vivace, dando spazio a proposte e salutari confronti, talora anche a scontri tra le varie anime del Centro, che la guida salda e pulsante di Edoardo Clerici cercava di mediare: la componente popolare lombarda (Migliori, i Meda, Lazzati), quella cattolico-liberale (Jacini), i neoguelfi (Malvestiti, Malavasi, Falck). Vi trovano ospitalità diverse personalità del mondo cattolico: Malvestiti, Jacini, Clerici, Migliori, ma anche Fanfani, Degli Occhi, Lazzati, Sturzo; talora vengono riportati articoli già apparsi sulla stampa romana di Gonella, Giordani, De Gasperi.

Su “Libertà!”, Malvestiti interviene assiduamente sia, a firma Fanfulla, con una rubrica – “Osservatorio” – in cui affronta temi di attualità sia con saggi di approfondimento soprattutto su temi economico-sociali, quali gli articoli pubblicati a più riprese su Toniolo, la formazione della Democrazia Cristiana, la legittimità del CLN. Le riflessioni di politica internazionale sono invece contenute in una rubrica redatta da Luigi degli Occhi – “Grani di diritto” – che riprende solo parzialmente le posizioni federalistiche neoguelfe sull’unificazione europea, soffermandosi preferibilmente sulla necessaria riforma della Società delle Nazioni. La mediazione tra le varie anime del nuovo partito non consente, almeno per il momento, l’emergere delle più radicali posizioni neoguelfe al riguardo, nonostante che su territorio elvetico abbiano luogo i primi contatti tra democratici cristiani e federalisti. Le proposte federaliste provocheranno anzi una sorta di frattura fra gli esuli democristiani in Svizzera: mentre Malvestiti sostiene con forza i punti del programma federalista, altri preferiscono tergiversare. Significativo al riguardo è il fatto che, in mancanza di indicazioni da parte della direzione centrale, lo stesso Jacini, che pure aveva avuto un ruolo attivo nella stesura del Programma di Milano e aveva successivamente tenuto a Losanna una conferenza sul tema del regionalismo nella federazione europea, non avrebbe sottoscritto il Manifesto del MFE, suscitando le ire di Ernesto Rossi. Opposta, invece, la posizione di Malvestiti, che afferma in più occasioni la priorità dell’impegno per la Federazione europea, come quando, nell’ottobre 1943, scriverà all’azionista repubblicano Rino De Nobili: “A noi preme soprattutto di realizzare i nostri postulati programmatici in merito ad un radicale decentramento regionale ed alla federazione Europea”.

 

3. Dal pensiero all’azione

Il lungo periodo di preparazione non poteva, nel dopoguerra, non sfociare in azione: dalla progettazione si doveva passare ora alla costruzione. 

Non mi soffermerò sull’attività di Malvestiti in questo periodo, oggetto di altre relazioni, ma mi siano consentite alcune considerazioni conclusive generali su questo tema ispirate dal suo pensiero e dalla sua azione a favore dell’unità europea.

La prima riflessione riguarda la titanicità dell’impresa. Il passaggio dalla progettualità, dai grandi ideali, alla costruzione vera e propria non era affatto scontato. L’eccezionalità del compito è evidente, dal momento che non si trattava di unificare tredici ex-colonie britanniche o un pugno di cantoni, come nel caso dell’esperienza statunitense e svizzera, ma i grandi stati nazionali della storia contemporanea, superando il tradizionale Stato accentrato con il modello federale, le cui caratteristiche di divisione del potere tra governo centrale e Stati membri erano state sperimentate in un numero ristretto di Paesi.

Risulta comprensibile pertanto il disorientamento degli uomini politici che, usciti dal loro mondo nazionale, venivano catapultati in una realtà nuova, totalmente diversa se non addirittura opposta alla precedente, dove non erano chiamati a difendere gli interessi nazionali nel “contrasto contro”, ma nella “collaborazione con” gli altri rappresentanti nazionali. Un discorso di Malvestiti del ’58 pone in maniera acuta il problema. “Si aveva l’impressione che la civiltà (…) si fosse sviluppata più in fretta degli organismi politici (…) [che] non erano ancora pronti per le funzioni verso le quali venivano sospinti”. 

Nella difficoltà del costruire rientra anche un aspetto negli ultimi tempi oggetto di viva attenzione da parte della storiografia: la scelta della via da percorrere e dei modelli da seguire nella costruzione europea, che investe la capacità di progettualità dei padri fondatori, anche contemporanei. Se il sentimento europeo era ormai diffuso, ci si chiedeva quale fosse la strategia da adottare, quale il modello d’Europa a cui tendere. Era la federazione, sull’esempio americano e svizzero, oppure la confederazione, oppure ancora una cooperazione istituzionalizzata tra gli Stati, magari a partire da alcune competenze settoriali? Il problema non concerneva solo l’obiettivo, ma anche il metodo per conseguirlo. 

Malvestiti era contrario all’adozione di modelli precostituiti e sosteneva un’Europa, per così dire, dei piccoli passi, del giorno dopo giorno, da costruire sulla base delle esigenze che di volta in volta fossero emerse, non seguendo modelli rigidi, giocoforza lontani nel tempo e nello spazio per le diversità delle condizioni socio-economiche in cui sono stati attuati.

Tutto questo, però, sulla base di un forte spirito comunitario, della necessità sentita di un passaggio all’olismo, ben lontano da quel modello di do ut des, di reciprocità, di sincronizzazione, che si sarebbe affermato a partire dall’inizio degli anni Sessanta.

Malvestiti sosteneva con impegno il funzionalismo di tipo monnetiano, ma non prescindeva nel contempo dal federalismo spinelliano. Funzionalismo e federalismo non erano per lui in antitesi, erano due momenti dello stesso percorso: immediato il primo, di medio-lungo termine il secondo. Con maggior precisione, si dovrebbe parlare di una sua adesione alla lettera del “gradualismo costituzionale” monnetiano.

Aveva ben chiara peraltro anche l’impossibilità di costruire un’unità economica a prescindere dall’unità politica. In alcuni suoi discorsi cita il presidente della Commissione europea, Walter Hallstein, secondo il quale i Trattati non ponevano in comune le economie dei sei popoli, ma le politiche economiche dei Paesi partecipanti. Era viva la “convinzione che l’unità economica si sarebbe potuta realizzare solo nella misura in cui si sarebbe creato uno Stato sovranazionale europeo. (…) L’unificazione politica sarebbe giunta al termine del processo e avrebbe coronato l’edificio”. Il suo poteva dirsi, negli anni Cinquanta, un pensiero condiviso. Anche Paul Henri Spaak, interpretando lo spirito e la volontà che avevano condotto al “rilancio europeo”, aveva affermato che gli uomini a cui era stato affidato il compito di elaborare i Trattati di Roma “croiaient que l’intégration économique les conduirait immancablement à l’union politique” e consideravano le integrazioni economiche nient’altro che “l’accessoire, ou tout au moins la première étape d’une revolution politique plus importante encore”, mentre nel corso del dibattito al Senato belga per la ratifica dei Trattati di Roma Fernand Dehousse, sottolineando come un’effettiva fusione dei mercati e delle economie rischiasse di essere messa in pericolo dall’insufficienza dei poteri comunitari e da possibili crisi che avessero investito uno dei Paesi firmatari, affermava: “Le couronnement indispensable des Communautés européennes que nous construisons c’est, tôt ou tard, la Communauté politique”.

Un’altra riflessione riguarda la fase tanto delicata quanto negletta dell’opera di costruzione del nuovo dopo l’approvazione dei primi Trattati europei a cui si accinsero con impegno i padri fondatori. 

La storiografia pone normalmente l’accento sull’importanza dei Trattati e delle fasi costituenti, ma trascura il post, la fase applicativa, il momento in cui, a partire da alcune parole stese su un pezzo di carta, si doveva passare dal negoziato al comune operare, superando i nazionalismi, in assenza di una burocrazia consolidata e preparata alle novità che il cambiamento imponeva. È certamente più facile scrivere delle grandi idee, della fase eroica dell’iniziativa, meno delle fatiche di ogni giorno di coloro che hanno assolto il più umile, ma non meno fondamentale, compito di portare a termine l’opera con atti quotidiani di esecuzione senza dubbio meno esaltanti. Basti pensare a quanto sia sconosciuto ai più lo stesso primo presidente della Commissione europea, Walter Hallstein. Esemplare dell’inanità del compito con cui si dovettero confrontare i padri fondatori è il primo ricordo di Malvestiti alla Commissione, che risale al gennaio 1958: “Non avevamo una lira (dovevamo farci prestare i soldi dalla CECA)” e “dovevamo, si diceva, fare l’Europa!”.

Negli organi comunitari affluivano uomini che avevano alle spalle importanti esperienze governative, ma non erano preparati a gestire una realtà operativa di carattere sovrannazionale e che solo gradualmente, a contatto con i problemi concreti e attraverso la fatica della costruzione quotidiana, riusciranno a interpretare la nuova prospettiva storica, spesso sentendosi parte attiva di un processo rivoluzionario.

Pierre Uri coglie al riguardo a sua volta un ulteriore elemento di debolezza, anch’esso tutto da approfondire, nella mancata convergenza tra la grande capacità immaginifica di cui fecero prova i fondatori della Comunità economica europea e il piatto conservatorismo delle amministrazioni nazionali, da un lato, e la prudenza delle istituzioni, dall’altro, nell’applicazione dei Trattati.

Malvestiti è stato tra i primi, infine, a denunciare quello che possiamo considerare oggi uno dei grandi limiti della costruzione europea, che ha portato frutti amari sotto forma di euroscetticismo e disaffezione da parte dell’opinione pubblica: il sostanziale disinteresse in cui ha operato la Comunità, l’isolamento e l’emarginazione in cui sono stati relegati i primi costruttori dell’Europa unita. Un isolamento che emerge anche nei diari di Spinelli, così come dalla lettura della documentazione relativa alle scelte più audaci che De Gasperi promosse nel campo dell’unificazione continentale. Non solo i cittadini sapevano poco della costruzione in corso, ma gli stessi governi ignoravano spesso le implicazioni dei trattati.

In più occasioni Malvestiti denuncia la mancanza di attenzione sia da parte del governo che del partito. Si deve scontrare con impreparazione e inadeguatezza. Riflessioni analoghe troviamo in Lodovico Benvenuti, quando lamenta come la delegazione italiana alla Conferenza intergovernativa di Bruxelles per il Mercato comune e l’Euratom fosse costretta a più riprese a sollecitare le direttive del governo, operando nel diffuso disinteresse dei ministeri, raramente accompagnata nelle diverse fasi delle trattative dai direttori generali, essendo per lo più presenti funzionari di secondo livello.

Per non parlare poi della talora silenziosa talaltra aperta ma costante opposizione di alcuni settori alla costruzione europea. Gli apparati burocratici, la diplomazia, gli ambienti militari, i settori economici, che dei regimi protezionistici sovente si fanno scudo, spesso non condivisero gli orientamenti del governo sulle tematiche europee, frenandone l’azione. 

Se adottiamo il punto di vista che la lettura dell’europeismo di Malvestiti ci offre, diventa chiaro come l’indifferenza della storiografia verso il processo di unificazione europea, di cui s’è detto, sino agli anni Ottanta-Novanta, altro non sia se non il riflesso della politica, quasi che l’Europa fosse altro, non coinvolgesse pienamente la realtà socio-economica del Paese, ma potesse essere relegata all’ambito delle relazioni esterne. È così che il nostro europeismo convinto si è tradotto nell’incapacità di attuazione delle direttive comunitarie, ma più ancora nella mancata partecipazione alla loro formulazione. È così che nei partiti, anche nella DC, nonostante una conclamata adesione agli ideali europei, è mancato un dibattito serio sulle politiche comunitarie. Quando si voleva emarginare, allontanare dall’agone politico qualche potenziale concorrente, nel passato lo si mandava nelle colonie o nelle isole, dopo la seconda guerra nelle istituzioni comunitarie. Il caso di Franco Maria Malfatti dimissionario dalla presidenza della Commissione europea è emblematico. Ricordo un’intervista ad Angelo Bernassola, il quale mi confidò non solo che, quando si parlava di qualsiasi argomento che concernesse l’Europa, il partito – la DC – designava lui a rappresentarlo, ma anche che lo stesso Malfatti, dopo aver saputo che era stato lui a fare il suo nome per la presidenza della Commissione CEE, non gli rivolse la parola per almeno un anno.

In conclusione, è possibile affermare che l’attualità di uno studio su Piero Malvestiti è evidente: solo se sapremo leggere con occhi più attenti e quindi conoscere meglio l’avvio del processo di unificazione europea, le personalità che vi hanno contribuito, le loro iniziative, riusciremo, da un lato, a ritrovare gli ideali smarriti e la direzione del cammino, e troveremo, dall’altro, le chiavi di lettura per capire ed affrontare meglio i numerosi problemi con cui oggi siamo chiamati a confrontarci.

 


 

1 A. M. Fiorentini, Piero Malvestiti e l’Europa. Storia di un’idea clandestina: dall’antifascismo guelfo all’attività europeista, Milano, Unicopli, 2012.

2 Al riguardo, mi sia consentito rimandare al mio articolo La storiografia dell’integrazione europea di fronte alle sfide del cambiamento, in Spagna e Italia nel processo d’integrazione europea (1950-1992), a cura di M. E. Cavallaro e G. Levi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pp. 35-65.

3 P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Bologna, Il Mulino, 1977.

4 Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi: due esperienze di rifondazione della democrazia, Annali dell’Istituto storico italo-germanico, Quaderni, a cura di U. Corsini e K. Repgen, Bologna, Il Mulino, 1984; G. Lentini, Alle radici cristiane dell’Unione Europea: Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Roma, Città Nuova, 2004; E. Arnoux de Pirey, De Gasperi le père italien de l’Europe, Paris, Téqui, 1991; M. R. De Gasperi, Un padre dell’Europa: Alcide De Gasperi tra spiritualità e politica, in “Bulletin Européenn”, 55 (2004), n. 650-651 (luglio-agosto).

5 S. Pistone, La convergenza fra interessi nazionali italiani e integrazione europea nella politica europea di De Gasperi, in “L’Italia e l’Europa”, VI (1979), n. 12, pp. 115-142; P. Pastorelli, La politica europeistica di De Gasperi, in “Storia e politica”, XXIII (1984), n. 3, pp. 31-93, poi in U. Corsini – K. Repgen (a cura di), Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi: due esperienze di rifondazione della democrazia, Bologna, Il Mulino, 1984.

6 A. Canavero, Alcide De Gasperi: cristiano, democratico, europeo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003; ID., Il trentino che ricostruì l’Italia e fondò l’Europa, Milano, Centro ambrosiano, 1997; D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Bologna, Il Mulino, 2004; G. Quagliariello, La CED, l’ultima spina di De Gasperi, in “Ventunesimo secolo”, III (2004), n. 5 (marzo), pp. 247-286; T. Di Maio, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer: tra superamento del passato e processo d’integrazione europea 1945-1954, Torino, 2004; P. Craveri, De Gasperi, Bologna, Il Mulino, 2006; P. Pombeni, Il primo De Gasperi: la formazione di un leader politico, Bologna, Il Mulino, 2007; Alcide De Gasperi: un percorso europeo, Annali dell’Istituto storico italo-germanico, Quaderni, a cura di E. Conze, G. Corni, P. Pombeni, Bologna, Il Mulino, 2005; Alcide De Gasperi: a European from the Future, a cura di M. R. De Gasperi e P. L. Ballini, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005; S. Trinchese, L’altro De Gasperi: un italiano nell’Impero asburgico 1881-1918, Roma, Laterza, 2006; De Gasperi, 3 voll, Roma, Rubbettino, 2009 (vol I. A. Canavero, Dal Trentino all'esilio in patria (1881-1943); vol II. F. Malgeri, Alcide De Gasperi, Dal fascismo alla democrazia (1943-1947); vol III. P. L. Ballini, Alcide De Gasperi, Dalla costruzione della democrazia alla “Nostra patria Europa” (1948-1954)).

7 C. Sforza, O federazione europea o nuove guerre, Firenze, La Nuova Italia, 1948.

8 C. Sforza, Discorsi parlamentari, con un saggio di E. Di Nolfo, Bologna, Il Mulino, 2006.

9 R. Merlone, L’unificazione europea nel pensiero e nell’azione di Carlo Sforza, Bologna, Il Mulino, 2009.

10 A partire, nel 1969, dagli studi di Maria Grazia Melchionni per arrivare, a quelli di Alessandro Brogi nel 1989 e di Barbara Bracco nel 1998. 

11 Si vedano al riguardo gli scritti di Di Nolfo, Miller, Negri, Varsori.

12 Si vedano in particolare gli scritti di Varsori, Vigezzi, Sterpellone, Serra, Guillen, Bagnato.

13 L. Zeno, Ritratto di Carlo Sforza col carteggio Croce-Sforza e altri documenti inediti, Firenze, Le Monnier, 1975.

14 G. Giordano, Carlo Sforza: la diplomazia (1896-1921), Milano, FrancoAngeli, 1987; Id., Carlo Sforza: la politica (1922-1952), Milano, FrancoAngeli, 1992.

15 In particolare I diari di Sforza, pubblicati a più riprese a cura di L. Zeno, M. Toscano e M. G. Melchionni, e C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi. La politica estera italiana dal 1947 al 1951, Roma, Atlante, 1952.

16 L. Einaudi, La Società delle nazioni è un ideale possibile? e Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle nazioni, in “Corriere della Sera”, rispettivamente 5 gennaio e 28 dicembre 1918. Gli scritti europeistici di Einaudi sono stati raccolti in L. Einaudi, La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1948 (ultima edizione Bologna, Il Mulino, 1986). Scritti europeisti sono reperibili anche in L. Einaudi, Lo scrittoio del Presidente, Torino, Einaudi, 1966. Cfr. inoltre Luigi Einaudi-Ernesto Rossi. Carteggio (1925-1961), a cura di G. Busino e S. Martinotti Dorigo, Torino, Einaudi, 1988.

17 Einaudi fu ministro delle Finanze e del Tesoro dal 31 maggio al 4 giugno 1947. Anche la biografia di Riccardo Faucci (Torino, UTET, 1986) concede poco spazio agli aspetti europei.

18 G. Busino, Luigi Einaudi e la Svizzera, in “Annali della Fondazione Einaudi”, vol. V, 1971.

19 Sull’europeismo di Einaudi cfr. N. Bobbio, Luigi Einaudi federalista, in Alle origini del federalismo in Piemonte. La crisi del primo dopoguerra, la cultura politica piemontese e il problema dell’unità europea, a cura di C. Malandrino, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1993; U. Morelli, Contro il mito dello Stato sovrano: Luigi Einaudi e l’unità europea, Milano, FrancoAngeli, 1990; C. Cressati, L’Europa necessaria. Il federalismo liberale di Luigi Einaudi, Torino, Giappichelli, 1992. 

20 P. E. Taviani, Solidarietà atlantica e Comunità europea, Firenze, Le Monnier, 1954.

21 P. E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, il Mulino, 2002.

22 Mi sia consentito, al riguardo, rimandare al mio L’Europa di Paolo Emilio Taviani, in L’europeismo in Liguria. Dal Risorgimento alla nascita dell’Europa comunitaria, a cura di D. Preda e G. Levi, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 161-237.

23 Paolo Emilio Taviani nella cultura politica e nella storia d’Italia, a cura di F.  Malgeri, Recco, Le Mani, 2012. 

24 Cfr. A. Canavero, Enzo Giacchero dall’europeismo al federalismo, in Europeismo e federalismo in Piemonte tra le due guerre mondiali, la Resistenza e i Trattati di Roma (1957), a cura di S. Pistone e C. Malandrino, Firenze, Leo S. Olschki ed., 1999, pp. 175-193; D. D’Urso, Enzo Giacchero, storia di un uomo, in “Ati contemporanea”, n. 11, 2005, pp. 205-246. 

25 Sull’europeismo di Benvenuti, mi sia permesso di rimandare al mio saggio Verso l’Europa unita. Il ruolo di Lodovico Benvenuti nella costruzione della Comunità europea, in “Clio”, XXXV (1999), n. 3, pp. 449-503 (ora pubblicato in Lodovico Benvenuti e l'Europa unita, Crema, Centro Editoriale Cremasco, 2006) e ai recenti studi di  G. P. Cantoni, Lodovico Benvenuti: il cremasco che fece l’Europa, con prefazione di Giulio Andreotti, Ombriano di Crema, Grafin, 2009.

26 Nel novembre del ’50, Benvenuti era eletto presidente della Commissione speciale dell’Agricoltura, creata dall’Assemblea consultiva per studiare la realizzazione di un’Autorità europea specializzata per l’agricoltura.

27 Su La Malfa si veda il volume di L. Mechi, L’Europa di Ugo La Malfa. La via italiana alla modernizzazione (1942-1979), Milano, FrancoAngeli, 2003, che tuttavia tratta solo marginalmente il periodo della formazione milanese e il rapporto con i federalisti di Ventotene. Si veda inoltre Id., Il problema europeo nel pensiero e nell’azione di Ugo La Malfa, in Europeismo e federalismo in Lombardia dal Risorgimento all’Unione europea, a cura di F. Zucca, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 297-331.

28 P. Caraffini, Ivan Matteo Lombardo e l’unità europea, in Europeismo e federalismo in Lombardia, cit., pp. 333-373.

29 Si veda in particolare il volume di L. Polese Remaggi, La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Bologna, Il Mulino, 2004.

30 E. Decleva, Gli ambienti economici milanesi e le origini della CECA, in Die Anfänge des Schuman-Plans 1950/51, Baden Baden, Nomos Verlagsgesellschaft, 1988, pp. 381-398; Id., Integrazione europea e “iniziativa privata”. Gli ambienti economici milanesi e la nascita del MEC, in L’Italia e la politica di potenza in Europa (1950-60), a cura di E. Di Nolfo, R. H. Rainero, B. Vigezzi, Milano, Marzorati, 1992, pp. 439-480.

31 D. Preda, La scelta europea di Ferruccio Parri, in Europeismo e federalismo in Lombardia dal Risorgimento all’Unione europea, a cura di F. Zucca, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 101-145.

32  F. Zucca, Celeste Bastianetto un cattolico federalista: nuove prospettive di ricerca, in Storia e percorsi del federalismo. L’eredità di Carlo Cattaneo, a cura di D. Preda e C. Rognoni Vercelli, cit., vol. II, pp. 771-802; S. Tramontin, Celeste Bastianetto (1899-1953), un partigiano per l’Europa, Venezia, Comune di Venezia, 1986.

33  Su di lui cfr. i recenti scritti di L. Barbaini, Cattolicesimo, modernità, europeismo in Lodovico Montini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2013; Id., La "scelta" europeista di Lodovico Montini, in Working Papers dell’Associazione Universitaria di Studi Europei (AUSE), 2010/1, pp. 4-56; Id., Limiti e importanza dell’esperienza dell’Unrra nella prospettiva di Lodovico Montini, in Culture economiche e scelte politiche nella costruzione europea, a cura di D. Felisini, Bari, Cacucci Editore S.a.s., 2010, pp. 23-47.

34  Sull’europeismo di Guido Gonella, si vedano la raccolte di scritti Guido Gonella, Lo spirito europeo. Scritti e discorsi, Roma, Logos, 1979; Verso la seconda guerra mondiale. Cronache politiche «Acta Diurna» (1933-1940), a cura di F. Malgeri, Roma Bari, Laterza, 1979; Id., Dalla Liberazione alla Costituente. Scritti pubblicati sul quotidiano “Il Popolo” negli anni 1944-1946, a cura di F. Malgeri, Roma, Cinque Lune, 1980.

35 Negli anni Trenta, Gonella pubblicava ne “L’Osservatore Romano” una rubrica intitolata “problemi del giorno”, in cui, anche su suggerimento di De Gasperi, commentava i messaggi pontifici. Gli articoli furono poi raccolti in due volumi: Presupposti di un ordine internazionale: note ai messaggi di S.S. Pio XII, Città del Vaticano, Civitas Gentium, 1942?; Principi di un ordine sociale: note ai messaggi di S.S. Pio XII, Città del Vaticano, Civitas Gentium, 1944, poi riuniti in G. Gonella, Dalla guerra alla ricostruzione: programmi di un nuovo ordine internazionale, programmi di un nuovo ordine sociale,  Roma, Studium, 1983.

36  Cfr. A. Magliano, L’impegno del giornalista dalla Resistenza all’Europa (Resine), Savona, Sabatelli, 2007.

37  Si vedano in particolare le recenti pubblicazioni nella collana di Studi diplomatici presso la Casa editrice Rubbettino di Soveria Mannelli: Alberto Tarchiani. Tormenti di un ambasciatore. L’anno conclusivo di Washington (1954), a cura di D. Felisini, 2006; R. Ducci, Le speranze d’Europa (carte sparse 1943-1985), a cura di G. Lenzi, 2007.

38  “Malvestiti – scrive Spinelli nel suo diario – mi diceva ironicamente che uno dei due [Saragat e Silone] (ed alludeva a Saragat) si era messo davanti allo specchio ed aveva dimenticato di staccarsene”. Altiero Spinelli, Diario europeo 1948/1969, a cura di E. Paolini, Bologna, Il Mulino, 1989, 4 novembre 1950, p. 64.

39  Spinelli è certamente il più studiato tra i costruttori dell’unità europea in Italia. Tra le opere a lui dedicate cfr. Edmondo Paolini, Altiero Spinelli. Appunti per una biografia, Bologna, Il Mulino, 1988; Id. (a cura di), Altiero Spinelli. Dalla lotta antifascista alla battaglia per la federazione europea 1920-1948: documenti e testimonianze, Bologna, Il Mulino, 1996; P. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, Il Mulino, 2008; Id., Unità europea e federalismo. Da “Giustizia e Libertà” ad Altiero Spinelli, Bologna, il Mulino, 1996; D. Pasquinucci, Europeismo e democrazia. Altiero Spinelli e la sinistra europea (1950-1986), Bologna, Il Mulino, 2000; Altiero Spinelli: il pensiero e l’azione per la federazione europea, a cura di U. Morelli, Milano, Giuffré, 2010; Altiero Spinelli e i movimenti per l’unità europea, a cura di D. Preda, Padova, Cedam, 2010; Altiero Spinelli, il federalismo europeo e la Resistenza, a cura di C. Rognoni Vercelli, P. G. Fontana e D. Preda, Bologna, Il Mulino, 2012. Cfr. inoltre A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio. I. Io Ulisse, e II. La goccia e la roccia, a cura di Edmondo Paolini, Bologna, Il Mulino, rispettivamente 1984 e 1987; A. Spinelli, Diario europeo,vol. I, 1948/1969, vol. II, 1970/1976, vol. III, 1976/1986, a cura di E. Paolini, Bologna, Il Mulino, rispettivamente 1989, 1991, 1992; le raccolte di scritti di Spinelli curati da P. Graglia, Machiavelli nel XX secolo. Scritti del confino e della clandestinità 1941-1944, Bologna, Il Mulino, 1993; La rivoluzione federalista. Scritti 1944-1947, Bologna, Il Mulino, 1996; Europa terza forza, politica estera e difesa comune negli anni della guerra fredda (1947-1957), Bologna, Il Mulino, 2000.

40  Come è noto, il Movimento guelfo fu l’unico gruppo cattolico dichiaratamente antifascista ad operare sul territorio nazionale nel periodo del regime fascista, operando principalmente nella zona della Lombardia. Agli inizi del ’33 il movimento si collegò con altre forze antifasciste, in particolare con Giustizia e Libertà. Sul gruppo neoguelfo cfr. G. Malavasi, L’antifascismo cattolico. Il Movimento guelfo d’azione (1928-1948), intervista di Giuseppe Acocella, Roma, Edizioni Lavoro, 1982; P. Malvestiti, Parte guelfa in Europa, Milano, Corticelli, 1945; C. Brezzi, Il Gruppo neoguelfo tra gerarchia e regime, in P.Scoppola, F. Traniello, I cattolici tra fascismo e democrazia, Bologna, Il Mulino, 1975, pp. 235-286.

41  P. Malvestiti, Achtung! Banditi, Milano, M. Gastaldi, 1960.

42 E. Clerici, Il processo dei neoguelfi, in Piero Malvestiti, Milano, Vita e Pensiero, 1972, pp. 127-173.

43  Incontri erano avvenuti già nel ’38-’39 con Carcano, Clerici, Falck, Jacini, Achille Marazza, don Primo Mazzolari, Giovanni Battista Migliori.

44  C. Bellò, L'onesta democrazia di Piero Malvestiti: memorie e documenti, Milano, NED, 1985, p. 76.

45  Cfr. I cattolici e l’attuazione dello Stato democratico. Contributi e difficoltà, Milano, Centro Puecher, s.d., p. 136.

46  Cfr. P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., p. 69.

47  È provata la collaborazione di Bonomi, Campilli, Corsanego, Gonella, Grandi, Gronchi, Riccio, Saraceno, Scelba e Spataro.

48  Idee ricostruttive della Democrazia cristiana, in Atti e documenti della Democrazia cristiana, cit., pp. 1-12 (citazione a p. 9). Le Idee ricostruttive furono stampate su “Il Popolo” clandestino nel luglio del ’43; un manoscritto precedente, dell’inizio del ’43, attribuibile al solo De Gasperi, dal quale furono tratti spunti per la stesura delle Idee, è citato da G. Tupini, Alcide De Gasperi (1881-1954). Un popolare mitteleuropeo, Urbino, Arti grafiche editoriali, 1995, pp. 25-27. Le Idee ricostruttive furono in seguito pubblicate in opuscolo col titolo Indirizzi politico-sociali della Democrazia cristiana.

49  Parteciparono alla riunione, oltre a De Gasperi, Jacini, Malavasi, Malvestiti, Clerici, Grandi, Gronchi, Migliori, Marazza, Brusasca e altri.

50  Furono soprattutto gli esponenti del movimento neoguelfo a premere per questa denominazione, a favore della quale giocava anche il convincimento di venire incontro ai giovani, evitando di dar l’impressione di una continuità con un partito – quello popolare – al quale essi si sentivano in larga parte estranei. Si veda l’articolo di G. Lazzati, in “Vita e pensiero”, 1978, ripubblicato in Idem, Pensare politicamente, vol. II, Il tempo dell’azione politica. Dal centrismo al centro sinistra, Roma, AVE, 1988, p. 137. Cfr. inoltre P. Scoppola, La Democrazia cristiana in Italia dal 1943 al 1947, in “Storia e politica”, 1975, n. 1-2, e G. Spataro, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica, Milano, Mondadori, 1968, pp. 198-199.

51  Il nome di Brusasca non è inserito nell’elenco riportato in Atti e documenti della Democrazia cristiana 1943-1959, cit., p. 12, ma la sua presenza nella Commissione è ricordata da C. Bellò nell’Introduzione a Lettere al Presidente. Carteggio De Gasperi-Malvestiti 1948-1953, Milano, Sonetti, 1964, p. 12, e da G. Baget  Bozzo, Il Partito cristiano al potere: la DC di de Gasperi e di Dossetti 1945-1954, Firenze, Vallecchi, 1975, vol. I, p. 59. 

52  Cfr. Il Programma di Milano della Democrazia cristiana, 25 luglio 1943, in Atti e documenti della Democrazia cristiana 1943-1959, Roma, Cinque Lune, 1959, pp. 12-15.

53  Il Programma di Milano della Democrazia cristiana, 25 luglio 1943, cit., pp. 12-15 (citazione a  p. 13). Le parti europeistiche di questo documento, come delle Idee ricostruttive, sono pubblicate in W. Lipgens, Europa-Föderationspläne der Widerstandsbewegungen 1940-1945, München, R. Oldenbourg, 1968, pp. 61-63.

54  G. Marcucci Fanello, Alle origini della Democrazia cristiana 1929-1944, Brescia, Morcelliana, 1982, pp. 83-85.

55  Per la ricostruzione italiana, Lugano, s.d.

56  E. Signori, La Svizzera e i fuorusciti italiani. Aspetti e problemi dell’emigrazione politica 1943-1945, Milano, FrancoAngeli, 1983, pp. 128-129.

57  Sulla politica internazionale della DC cfr. il prezioso contributo di G. Formigoni, La Democrazia cristiana e l’alleanza occidentale (1943-1953), Bologna, Il Mulino, 1996.

58  G. Marcucci Fanello, Documenti programmatici dei democratici cristiani (1899-1943), Roma, Cinque Lune, 1983, pp. 121-135. 

59  Il documento è conservato nell’archivio “cospirativo e insurrezionale” di Taviani depositato presso l’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (ILSREC) ed è pubblicato in Carlo Brizzolari, Un archivio della Resistenza in Liguria, Genova, G. Di Stefano ed., 1984 (1° edizione 1974),  pp. 877-886. Le Idee, tuttavia, sono sicuramente precedenti, essendo già citate, in una lettera di Taviani del 2 dicembre 1944 scritta a un rappresentante della segreteria DC per l’Alta Italia (Milano), come allegato «da stampare in manualetto». Cfr. Ibidem, p. 679. Nel documento, partendo da una certo non scontata analisi della crisi profonda in cui erano cadute le grandi potenze del passato le quali non erano più in grado di competere con stati continentali, si metteva in luce l’esigenza, che le due grandi guerre imperialistiche e nazionalistiche della prima metà del Novecento avevano dimostrato, di «superare il nazionalismo, coordinandolo – senza negarlo – in un più vasto concetto della comunità statale». Per questo motivo si rendeva necessario, affermava il documento, «il rinnovamento della suddivisione dei continenti in unità federative internazionali, che, senza misconoscere le libertà e le autonomie delle nazioni federate, possano meglio adempiere la loro missione attraverso una più vasta collaborazione di masse umane e un più ampio sfruttamento di territori e di materie prime». Non erano inoltre dimenticati temi cari al personalismo quali il decentramento amministrativo e il riconoscimento delle autonomie locali, attraverso il rafforzamento delle comunità intermedie fra l’individuo e lo Stato – «regione, provincia, comune, sindacato, enti pubblici di beneficenza» – e l’istituzione della regione quale organismo autonomo decentrato.

60  Il documento è attribuito a Taviani, anche sulla base della sua stessa testimonianza, sia da G. B. Varnier, Idee e programmi democratici cristiani nella Resistenza: l’ambiente, gli autori, le prospettive, in “Civitas”, XXXV (1984), n. 2 (marzo-aprile), pp. 5-42, sia da S. Fungareggi, nel profilo biografico di Taviani pubblicato ne Il Parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia 1861-1988, vol. XIX, cit., pp. 355-377.

61  Idee della Democrazia Cristiana, in G. B. Varnier, Idee e programmi democratici cristiani nella Resistenza, cit., p. 65.

62  Schema di discussione di un programma ricostruttivo a ispirazione cristiana (noto anche come Libertà e giustizia-solidarietà. Schema di discussione sui principi informatori di un nuovo ordine sociale), scritto durante l’inverno 1943-1944 e pubblicato in seguito su “Il Ribelle”, ora in G. B. Varnier, Idee e programmi democratici cristiani nella Resistenza, cit., pp. 51-56. 

63  Con Olivelli, sono da ricordare Carlo Bianchi e l’intero gruppo che faceva capo a “Il Ribelle”. Su Olivelli cfr. G. Guderzo, Teresio Olivelli a cinquant’anni dalla morte, Pavia, Ibis, 1996; Idem, Cattolici e fascisti a Pavia tra le due guerre, Pavia, Istituto per la storia del movimento di liberazione nella provincia di Pavia, 1978; la voce Teresio Olivelli, curata da D. Morelli, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia,  vol. II, cit., pp. 425-428..

64  Essenza della Democrazia cristiana, documento redatto da Gavino Sabadin e Mariano Rumor nel dicembre 1944, ora in G. B. Varnier, op. cit., pp. 69-75. Al documento era unito un Programma elaborato da Sabadin in cui s’indicava l’obiettivo di “facilitare la ricostruzione dell’unità spirituale dell’Europa nel cristianesimo applicato alla vita sociale e così (…) raggiungere una organica comunità di nazioni e creare le basi di una “Federazione degli Stati europei” al fine di evitare le guerre e gli attentati alla libertà dei popoli e dei cittadini. Particolarmente avanzato risultava il programma di Sabadin anche riguardo al tema del decentramento. Programma della Democrazia cristiana, documento redatto da Gavino Sabadin nel dicembre 1944, ora in G. B. Varnier, op. cit., pp. 77-90.

65  L. Gui, 1944: pensando al dopo, dicembre 1944, ora in G. B. Varnier, op. cit., pp. 91-104. La citazione trovasi a p. 99.

66  Ivi, p. 100.

67  R. Broggini, Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, Bologna, Il Mulino, 1993.

68  Ivi, p. 606.

69  Ivi, p. 351.

70  Ivi, p. 541.

71  Lettera di Piero Malvestiti a Pietro Mentasti, 6 marzo 1945, citata da Broggini, I rifugiati italiani in Svizzera e il foglio Libertà, cit., p. 161.

72  S. Jacini, Ricordi d’esilio, in Archivio Jacini, citato da Signori, La Svizzera e i fuorusciti italiani, cit., p. 123.

73  E. Signori, Il dovere di schierarsi: Guglielmo Canevascini e l’antifascismo, in R. Carazzetti e R. Huber (a cura di), La Svizzera e la lotta al nazifascismo 1943-45, Locarno, Armando Dadò, 1998, pp. 69-92.

74  Cfr. S. Castro, I socialisti svizzeri e la battaglia di Spinelli nel territorio elvetico, in Altiero Spinelli il federalismo europeo e la Resistenza, a cura di C. Rognoni Vercelli, P. G. Fontana e D. Preda, Bologna, Il Mulino, pp. 199-215.

75  Pubblicato a partire dal 1901, in seguito all'unificazione della stampa militante cattolica del Canton Ticino, “Popolo e Libertà” si distingue nel periodo tra le due guerre per le posizioni antifasciste. Tra il ’35 e il ’40 vi collabora anche don Luigi Sturzo. 

76  Sul foglio “Libertà!” cfr. R. Broggini, I rifugiati italiani in Svizzera e il foglio Libertà! Antologia di scritti 1944-1945, Roma, Cinque Lune, 1979.

77  Sull’attività dei federalisti in Svizzera nel periodo della guerra cfr. F. Pozzoli, Il federalismo europeo organizzato in Svizzera 1943-1945, tesi di laurea discussa presso l’Università degli Studi di Pavia, a.a. 1994-1995, relatore Luigi V. Majocchi; Idem, Svizzera e federalismo europeo durante la seconda guerra mondiale, in Storia e percorsi del federalismo. L’eredità di Carlo Cattaneo, Atti del convegno omonimo (Pavia, 28-30 novembre 2001), a cura di D. Preda e C. Rognoni Vercelli, Bologna, Il Mulino 2004, vol. I, pp. 463-515; C. Rognoni Vercelli, Europeismo e federalismo tra i fuorusciti antifascisti (Svizzera 1943-1945), in “Il Risorgimento”, LIII (2001), n. 1, pp. 5-32.

78  La conferenza, dal titolo “Il problema del regionalismo nella federazione europea”, era stata tenuta da Jacini a Lugano il 24 aprile 1944.

79  “Mi pare – scriverà Rossi a Jacini – che coloro che hanno segnato la Federazione Europea come primo punto del loro programma dovrebbero pure fare qualcosa per dimostrare in pratica la serietà delle loro intenzioni”. Lettera di Ernesto Rossi a Stefano Jacini, 17 agosto 1944, in Archivio Malvestiti, cit. da Signori, La Svizzera e i fuorusciti italiani, cit., p. 129. Nella lettera, Rossi propone a Jacini – che accetterà la proposta salvo poi lasciarla cadere per dissensi intervenuti sull’interpretazione del concetto di autonomia regionale – di scrivere un opuscolo su Federalismo e autonomie locali, da inserire nella collana delle Nuove Edizioni di Capolago.

80  Lettera di Piero Malvestiti a Rino De Nobili, Lugano 5 ottobre 1943, in Archivio Malvestiti, cit. da Signori, La Svizzera e i fuorusciti italiani, cit., pp. 124-125.

81  Fiorentini, op. cit., p. 91.

82  Ivi, p. 86.

83  Ivi, p. 103-104.

84  P. H. Spaak, Cambats inachevés, vol. II, De l’espoir aux déceptions, Parigi 1969, p. 100.

85  F. Dehousse, L’Europe et le monde. Recueil d’études, de rapports et de discours 1945-1960, vol. II, Parigi 1960, cap. VII, Le Marché Commun et l’Euratom, Art. 1: La ratification des Traités de Rome, discorso al Senato belga nel corso della seduta del 26 novembre 1957, pp. 453-497 (tratto da Annales parlementaires (Sénat), sessione ordinaria 1957-1958, pp. 125-130).

86  Cfr. C. Malandrino, “Tut etwas Tapferes”: compi un atto di coraggio. L’Europa federale di Walter Hallstein (1948-1982), Bologna, Il Mulino, 2005

87  Entretien avec Pierre Uri, in La genèse des Traités de Rome. Entretiens inédits avec 18 acteurs et témoins de la négociation, realizzati da Roberto Ducci e Maria Grazia Melchionni, Paris, Economica, 2007, p. 285.

88  Spinelli, Diario europeo, cit.

89  Cfr. D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, cit.

90  Sulla scarsa attenzione da parte del governo italiano per i negoziati relativi ai Trattati di Roma, cfr. R. Ducci, I capintesta, Rusconi, Milano, 1982, p. 244; F. Bobba, L’Italia e i Trattati di Roma, in “Affari Esteri”, 75 (1987), p. 331; Avanti adagio. I Trattati di Roma e l’unità europea, a cura di D. Preda, Padova, Cedam, 2013.

91  Enzo Giacchero ricorda come Palazzo Chigi, nel secondo dopoguerra e sino al 1960 sede del ministero degli Affari esteri, considerasse la CECA “come un posto in cui mandare quelli che non voleva più tra i piedi a Roma”. Succedeva così, per esempio, che spesso i funzionari italiani alla Comunità “provenivano dal vecchio ministero dell’Africa orientale”. Testimonianza rilasciatami da Enzo Giacchero, Pecetto 23 gennaio 1999, in Historical Archives of the European Union (HAEU), European Oral History, Int. 587.

92 Intervista a Angelo Bernassola, 16 aprile 1998, in HAEU, European Oral History, Int. 580.