n. 1-2 - 2015

Piero Malvestiti presidente dell’alta autorità CECA

di Ruggero Ranieri
(
Professore di Storia economica contemporanea,
Università di Padova)

 

Il 15 settembre 1959 Malvestiti prendeva funzione come Presidente della Alta Autorità della CECA; vi sarebbe rimasto per tre anni e mezzo, dimettendosi il 6 marzo del 1963.  Prima di arrivare a Lussemburgo, era stato chiamato, nel gennaio del 1958, su indicazione del governo italiano, alla vice presidenza della prima Commissione della CEE, presieduta da Walter Hallstein, dove si era occupato dei dossier relativi al Mercato interno.

Nel 1958, Piero Malvestiti, nato nel 1899, era un deputato della DC eletto nella circoscrizione di Milano; la sua carriera governativa, iniziata nel maggio 1947 quando era stato nominato sottosegretario alle Finanze nel quarto governo De Gasperi, era terminata nel gennaio 1954, dopo che era stato ministro dei Trasporti nel VII governo De Gasperi fra il luglio 1951 e il luglio 1953 e poi, fra l’agosto 1953 e il gennaio 1954, ministro dell’Industria e del Commercio nel governo Pella(1).

Chi lo nominò ai prestigiosi incarichi europei? La prima nomina avvenne da parte del Governo monocolore Zoli, con la DC saldamente in mano al segretario Fanfani. La nomina a Presidente della CECA nel 1959 fu invece opera del governo Segni, con una Democrazia Cristiana divisa fra Fanfani e la nuova corrente dorotea di Aldo Moro, che si scontravano sui tempi e i modi dell’”apertura a sinistra”. C’è però da notare che in entrambi i governi, il ministero degli Esteri era detenuto da Giuseppe Pella, con cui Malvestiti aveva a lungo collaborato e il quale di Malvestiti era estimatore.

Malvestiti, uno dei fondatori della DC, inizialmente su posizioni di antifascismo militante e vicino alle correnti di sinistra, si era poi allineato a De Gasperi e a Pella, prendendo le distanze dalla sinistra dossettiana. I degasperiani, dopo il 1954, si erano riuniti nella corrente detta “Concentrazione”, all’opposizione del nuovo corso fanfaniano.  Nel 1958-59, quindi, Malvestiti era, all’interno della DC, uomo della passata stagione, di cui rivendicava e continuava gli ideali(2).

L’Alta Autorità, nel 1959, viveva una stagione di profonda crisi. La nascita della CEE aveva accentuato il suo indebolimento, provocando fra l’altro le dimissioni di Renè Mayer, il secondo Presidente dopo Jean Monnet. Il terzo Presidente fu il belga Paul Finet: la Francia ebbe la presidenza dell’EURATOM, la Germania, con Hallstein, quella della Commissione CEE. L’Alta Autorità dovette affrontare l’ostilità del governo francese dopo l’ascesa al potere di De Gaulle nel maggio 1958. De Gaulle rifiutava il concetto di soprannazionalità e fu in questo quadro che nel maggio 1959 fu respinto dagli stati membri  in particolare per volontà della Francia, della Germania occidentale e dell’Italia  nel Consiglio speciale dei Ministri, il ricorso proposto dall’Alta Autorità alla “crisi manifesta” (art.58) per fronteggiare la grave crisi del mercato carbonifero(3).

Le trattative per rinnovare l’Alta Autorità erano cominciate nel gennaio 1959 e il Governo italiano avanzò la candidatura dell’ambasciatore Umberto Grazzi, già ambasciatore presso la CECA, poi ambasciatore a Bonn e all’epoca rappresentante italiano presso la NATO. Il collegio scadeva il 9 febbraio 1959 ma non si riuscì a trovare un accordo fino all’estate. C’era una volontà comune che il nuovo presidente fosse un italiano, ma il nome di Grazzi non raccolse i consensi sufficienti. Il Governo italiano avanzò anche la candidatura di Pacciardi, poi quella di Folchi, e, infine, di Malvestiti. Si ripeté, in un certo senso, quanto avvenuto già nel 1952, all’atto della nomina del membro italiano della prima Alta Autorità. Anche in quella occasione si erano scontrate candidature “tecniche” (un diplomatico e un industriale), una candidatura dell’ala laica (si era parlato di La Malfa), mentre alla fine venne designato Enzo Giacchero, un democristiano federalista vicino a De Gasperi. L’accordo su Malvestiti fu raggiunto il 25 luglio 1959. Rimase fra i membri anche Paul Finet, cooptato dagli altri otto. Malvestiti presidente aveva un mandato di 6 anni. Nell’Alta Autorità un ruolo importante rivestirono il membro francese, Pierre Olivier Lapie, uomo di De Gaulle, e il tedesco Fritz Hellwig, vicino agli interessi della Ruhr. Furono poi accolte le forti pressioni da parte degli altri stati membri per confermare le vicepresidenze di Spierenburg e di Coppé(4).

Il processo di integrazione europea viveva anni cruciali. Dalla parte della CEE si era nella fase di accelerazione della costruzione dell’Unione doganale, mentre muoveva i primi, decisivi, passi la Politica Agricola Comune. Nello stesso tempo si era scatenata l’offensiva di De Gaulle per spostare l’asse dell’azione europea sul piano intergovernativo con il Piano Fouchet, che tuttavia trovò forti resistenze, soprattutto da parte dei paesi del Benelux, e già all’inizio del 1962 si era sostanzialmente arenato. Nel frattempo erano iniziate le trattative con la Gran Bretagna che il 9 agosto 1961 aveva fatto domanda di adesione alla CEE. Dopo 16 mesi, il 14 gennaio 1963 arrivò il veto di De Gaulle. 

I principali dossier trattati durante la presidenza Malvestiti furono: la gestione della crisi carbonifera, lo sviluppo della politica sociale, la riorganizzazione dell’Alta Autorità, i problemi legati all’azione contro le intese e le concentrazioni, il problema del rottame e il tentativo di impostare una politica comune dell’energia.  In larga parte si trattava di dossier ereditati dalle presidenze precedenti. Non è possibile in questa breve relazione dedicarvi che qualche cenno, anche in attesa che il ruolo specifico di Malvestiti venga approfondito sulla  base della nuova documentazione archivistica proveniente dal suo Fondo personale.

Dopo il rifiuto del Consiglio speciale dei ministri di procedere alla dichiarazione di crisi manifesta, l’Alta Autorità applicò l’art. 37 del Trattato CECA, che, di fatto, autorizzava misure straordinarie quali la limitazione degli scambi tra il Belgio e gli altri paesi della Comunità, la limitazione delle importazioni in provenienza dai paesi terzi e infine un’azione sugli stocks intesa ad impedirne la liquidazione. Il primo programma di chiusura delle miniere belghe comportò una diminuzione di capacità di 5,5 milioni di t. Le misure continuarono anche nel 1962 estendendosi alla Germania e alla Francia(5).

Strettamente collegata fu la riforma del Trattato per estendere l’applicazione delle misure di riadattazione previste nell’art. 56. In sostanza si tutelava la manodopera contro i rischi che mutamenti strutturali negli sbocchi dei prodotti carbosiderurgici mettessero a repentaglio alcune imprese. Secondo la procedura di revisione la riforma dell’art. fu approvata dall’Assemblea Comune a maggioranza qualificata il 29/03/1960 (secondo la procedura prevista dall’art 95)(6).

Problemi spinosi di rivalità nazionali e personali si presentarono nel processo di distribuzione dei compiti dei membri dell’Alta Autorità e dell’organizzazione degli uffici.  C’è da notare come, all’inizio del 1960, i funzionari a Lussemburgo erano cresciuti fino a diventare quasi mille. Secondo Dino Del Bo, il successore di Malvestiti alla Presidenza dell’Alta Autorità, Malvestiti affrontò e risolse con successo quei problemi(7).

Malvestiti affrontò anche il problema della Cassa perequazione rottame che aveva suscitato molte critiche e anche accuse di corruzione riecheggiate nell’Assemblea Parlamentare Europea. La sua maggiore preoccupazione fu quella di rimediare a taluni inconvenienti del sistema e di procedere poi a porre fine all’esperimento, liberalizzando completamente il mercato comunitario del rottame(8).

Importante e attuale era il tentativo di impostare una politica comune dell’energia che abbracciasse le tre Comunità europee. Si era formato un organo comune presieduto dal francese Pierre-Olivier Lapie, che lavorò per armonizzare all’interno delle comunità la produzione e il commercio delle differenti fonti energetiche. Si arrivò a proporre un prezzo indicativo che avrebbe dovuto funzionare da orientamento per le politiche nazionali. Sostanzialmente si voleva arrivare, attraverso tre fasi scandite da un calendario fino al 1970, a un mercato comune dell’energia che comprendesse sia la pubblicazione dei prezzi del petrolio, sia, eventualmente, misure fiscali e un sistema di aiuti comunitari per il carbone. Le proposte però non furono accolte e il processo venne insabbiato. Rimasero le misure dell’Alta Autorità a scudo del mercato carbonifero, le uniche sostenute da articoli ben definiti nel Trattato CECA(9)

Malvestiti riteneva importante difendere, entro certi limiti, l’industria carbonifera ma, scrive Del Bo: «Non condivise la tesi degli esasperati difensori del carbone, dell’incremento della sua produzione, della sua lotta inutile e disperata contro le più recenti fonti di energia». Si imponevano misure dirigiste, ma non potevano essere tali da stravolgere l’economia di mercato(10). Scriveva Malvestiti: «Noi possiamo anche disegnare dei modelli di sviluppo; ma è chiaro che nessun potere è dato sin qui agli Esecutivi delle Comunità europee di imporli alla politica economica dei sei Paesi, e che quindi, di fronte all’incognita di una politica generale di sviluppo accettata dai Governi, ben difficile diventa il compito di disegnare le linee di un coordinamento energetico a lungo termine. E non voglio perdere l’occasione di dire che l’integrazione economica, che è una forma di organizzazione, non va confusa con il più severo dirigismo: è questa mentalità che costituisce ancora uno dei più grossi ostacoli al nostro lavoro»(11)

Il problema dell’energia si intrecciò, nel dibattito europeo, con la possibile riforma, nota come “Fusione degli Esecutivi”, cioè la creazione di un unico organismo che raggruppasse l’Alta Autorità e le Commissioni CEE e Euratom.  Essa era stata richiesta inizialmente dal Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa di Monnet e fu fatta propria nel novembre 1960 dall’Assemblea Parlamentare. C’è da dire che all’iniziativa non era estranea la pressione francese per contenere le prerogative indipendenti di cui disponeva l’Alta Autorità. Malvestiti si distinse per una forte rivendicazione della natura speciale del Trattato CECA rispetto al Trattato CEE e per la difesa delle prerogative sovrannazionali. L’Alta Autorità era favorevole alla fusione, a condizione che non vi fosse regresso per i propri poteri e la propria autonomia. A differenza della Commissione CEE, l’Alta Autorità, sottolineava Malvestiti, «detiene poteri che, a torto o a ragione, sono stati chiamati soprannazionali, ma che, di fatto, costituiscono una sostanziale e ardita innovazione nei metodi tradizionali di rapporti fra stati sovrani». Il Trattato di Parigi stabiliva norme che non solo permettevano, ma obbligavano l’Alta Autorità a orientare la produzione. In sostanza introduceva una forma di programmazione indicativa europea dei settori di base. Tutto ciò di cui mancava il Trattato di Roma. In altre parole, Malvestiti sottolineava come la fusione sarebbe stata utile e opportuna solo se fatta sul modello CECA(12).

Non erano questi argomenti tali da favorire ampi consensi al presidente italiano della CECA. Si innesta qui la critica alla presunta “debolezza” della gestione Malvestiti, sottolineata da molti osservatori e denunciata anche pubblicamente. I problemi non erano di ordine personale, o almeno non prevalentemente. In realtà, in quegli anni il centro di interessi della politica europea si era spostato da Lussemburgo a Bruxelles, mentre il Parlamento insisteva sulla fusione degli Esecutivi, ma di fatto considerava la CECA un’entità minore. Il governo francese cercava un grimaldello per colpire la soprannazionalità della CECA(13).

Sembra accurata l’osservazione di Del Bo, secondo cui  Malvestiti  si rifiutasse di assumere un profilo tecnico, che sarebbe forse stato più adeguato alla fase di riorganizzazione  e  di crisi che viveva la CECA.  Egli piuttosto interpretò il suo mandato come una «una contraddizione costante alla tecnocrazia, al gradualismo empirico….». Si eresse a uno degli ultimi difensori della tradizione di De Gasperi e Schuman, rivendicando anche la sua appartenenza a quel filone cattolico-democristiano, che, dichiarava, aveva costruito l’Europa(14).

Non vanno sottovalutati altri due elementi: in primo luogo, la diffidenza dei partners e poi il mancato sostegno del governo italiano. La presidenza di Malvestiti si iscriveva in un patto per cui i tre presidenti degli organismi esecutivi europei si sarebbero ripartiti fra i tre grandi paesi, Francia, Italia e Germania Occidentale. Proprio a molti «fra i componenti dell’esecutivo la sua presidenza non risultava gradita, sia perché egli proveniva da un’altra comunità (la CEE), e sia perché l’Italia, quasi del tutto sprovvista di carbone e non ancora divenuta grande produttrice siderurgica, non aveva ai loro occhi titoli sufficienti per un incarico tanto elevato e determinante»(15).

Ma gli mancò anche il sostegno pieno sia del governo italiano, sia della Democrazia Cristiana. Il governo italiano sembrò non apprezzare del tutto il fatto che la presidenza Malvestiti era, di fatto, una prova per l’intero paese.  Mentre sul piano politico Malvestiti scontò, probabilmente, il fatto di appartenere a una generazione democristiana che stava tramontando.  Non si capì, o non si volle capire che Malvestiti metteva in campo «adesso a Lussemburgo come prima a Bruxelles, tutt’intera la sua carta di democratico cristiano, fermamente persuaso essere questo il contributo decisivo e più alto alla costruzione dell’unità politica dell’Europa. Egli doveva rimanere fedele e coerente a quella “carta di Milano” nella quale, tracciando il programma dei cattolici politici per il secondo dopoguerra italiano, aveva previsto… la costituzione di veri e propri organismi sovrannazionali… egli non si spogliò mai… della sua fede democratico cristiana, ostentandola anzi come una bandiera nel cui segno egli combatteva la sua buona battaglia»(16)

Per lo storico dell’integrazione è forse questo l’aspetto più interessante: quali erano le radici e i significati di quell’europeismo cattolico di cui Malvestiti si fece portavoce? Per capirli bisogna tornare indietro, agli anni formativi.  Malvestiti matura la propria visione nelle battaglie sostenute a partire dalla Prima guerra mondiale, prima nella opposizione al fascismo e poi nella lotta di resistenza. In sostanza, maturava una critica radicale al modo in cui si era declinato il principio di sovranità nazionale e sentiva l’esigenza di raccordare le funzioni dello stato con quelle della società, superando una politica ristretta e oligarchica. Era una esigenza che in Malvestiti si colorava di accenti etici e in cui politica giocava un ruolo maggiore dell’economia(17)

Dal punto di vista economico Malvestiti è coerentemente a favore di un’economia liberale capitalistica con qualche correttivo. 

A capo del movimento guelfo d’azione; attivamente impegnato, esempio raro se non unico nel mondo cattolico, nella opposizione militante antifascista, era stato condannato dal tribunale speciale nel 1934 e aveva scontato un anno di confino. Ricercato, fugge in Svizzera dopo l’8 Settembre con altri politici milanesi dell’antifascismo cattolico. Nel settembre 1944 partecipò attivamente alla resistenza nella Repubblica dell’Ossola, ritornò in Svizzera e pochi mesi dopo, rientrato clandestinamente in Italia, partecipò alla liberazione di Como. A Lugano, egli fu uno dei principali collaboratori, insieme a Stefano Jacini, Edoardo Clerici e Giambattista Migliori, del foglio “Libertà!”, punto di incontro delle diverse correnti dell’antifascismo cattolico: popolare, liberale, neoguelfo. Malvestiti affrontò temi economici in una serie di articoli dal titolo “Socializzazione o compartecipazione”:  il sistema socialista, scrive, bloccava l’iniziativa privata, quello liberale ignorava la giustizia sociale, ma comunque il liberalismo era da preferire a esperimenti collettivisti. Per Malvestiti il problema era rimediare ai mali del capitalismo, “senza ucciderne la tecnica”. Erano le stesse tesi dell’economia “associata” che troviamo anche nel “programma di Milano” del 1943, che sancì la confluenza del movimento guelfo nella Democrazia Cristiana: la rivendicazione dell’immissione progressiva con titolo giuridico dei lavoratori nel processo produttivo delle imprese di tipo capitalistico mediante compartecipazione agli utili, al capitale, alla gestione(18).

Negli anni seguenti, Malvestiti non rifiutò il ruolo dello stato, né si oppose a soluzioni di tipo Keynesiano ma lo fece con cautela e gradualismo. Polemizzò con Costa, da una parte, ma anche con Dossetti e La Pira dall’altra. Difese la politica economica di Pella, non senza una qualche apertura a ben mirati interventi pubblici, per esempio nel caso dell’IRI di cui sosteneva l’importanza a supporto dell’iniziativa privata(19).

Sul piano politico il percorso ideale  di Malvestiti è tracciato altrettanto chiaramente: lo stato nazionale, in mano alle vecchie classi dirigenti, ha fallito la sua missione, tradendo la sua stessa natura. La resistenza è stato il punto di coagulo di questa crisi, aprendo nuovi orizzonti di ricostruzione internazionale ed europea.

Scrive Malvestiti nella sua raccolta “Costruire l’Europa”: «Le nuove costituzioni europee, anche se possono riecheggiare antiche impostazioni politiche e giuridiche, escono dall’aspro travaglio della resistenza... è proprio nella resistenza… che la coscienza europea ha potuto ripensare nella sua completezza il problema della democrazia; i comitati di studio della resistenza, meditando sulle sanguinose esperienze in atto e sui problemi della democrazia hanno dato origine a un movimento di idee»; hanno costituito il lievito da cui è nata «la necessità dell’Europa», e «l’esigenza che le antiche concezioni statuali di origine machiavellica o hegeliana cedano il passo a nuove forme di convivenza civile e politica»(20).

E ancora: «…solo il metodo democratico conferisce la necessaria legittimità ai poteri politici e potrà preparare un’Europa che potrà forse realizzare la restitutio in integrum di quel diritto sociale che è stato troppe volte conculcato dallo stato moderno. Contro l’individualismo degli stati, l’Europa ha già lanciato il principio della soprannazionalità… metodo fecondo di gestione e di arbitrato nella vita economica». Il metodo sovrannazionale «segna l’inizio di un processo di revisione dei valori morali sul nostro continente, intaccando l’identificazione tra Stato e patria, fra stato e nazione». I partiti cattolici, non compromessi con  l’ideologia e la pratica del vecchio ordine liberale, erano stati il lievito di questo movimento democratico(21).

Il percorso europeo di Malvestiti, personalità incline alla teoria e alla riflessione, si colora di accenti etici e storici. E’ un punto colto molto bene da Walter Hallstein: «L’Europa sempre gli apparve come la prosecuzione naturale e necessitata della resistenza europea, che definiva ‘il primo fenomeno del tutto spontaneo e popolare di unificazione europea’… Ma tale concezione dell’Europa si nutriva altresì della tradizione più viva e moderna del pensiero cattolico. La dottrina cattolica consentiva a Malvestiti di vedere in un’Europa unita e federata, a un tempo, la migliore tutela per i diritti della persona ed il superamento di una visione egoista ed esclusivista della storia. La soprannazionalità doveva così apparigli, oltre a una conquista storica, una conquista morale…»(22).

Alcuni suoi accenti rivestono, potenzialmente, grande attualità.  La fusione degli Esecutivi come poi fu effettivamente condotta, comportò, se non la fine del Trattato CECA, certo il suo indebolimento e soprattutto il confinamento nel recinto stretto della politica carbosiderurgica. Anche oggi, nel dibattito su una nuova politica industriale o su altri temi, ci si rende conto che alcuni degli strumenti a disposizione del pool carbo-siderurgico, opportunamente aggiornati, sarebbero oltremodo necessari per una efficace azione comunitaria. Di converso la soprannazionalità non è morta, ma ritorna periodicamente nelle pieghe del processo di integrazione, a illuminare quel nesso già evidente nel dopoguerra fra un nuovo tipo di istituzioni europee e una politica che rifiuta non lo stato-nazione, che rimaneva, anzi, punto di riferimento imprescindibile,  ma le ristrettezze nazionalistiche, le invadenze tecnocratiche e, soprattutto, la loro declinazione dall’alto verso il basso, ad esclusione degli interessi sociali, economici e, in un senso ampio, popolari che  sono alla base dello stato moderno.

 


 

(1)
Informazioni biografiche in M. Truffelli, “Voce Malvestiti Pietro”, in Dizionario Biografico degli Italiani, v. 68, pp. 305-309 e AAVV, Piero Malvestiti, Milano, Editrice vita e pensiero, 1972; G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, Firenze, Vallecchi, 1974, passim.  

(2)
G. Fanello Marcucci, Giuseppe Pella. Un liberista cristiano, Soveria Manneli, Rubbettino, 2007 pp. 95 e 236; sulle correnti all’interno della DC vedi G. Mammarella, Italia contemporanea (1943-1992), Bologna, Il Mulino, 1993, p. 220 e ss.

(3)
P.Mioche, Les cinquante annèes de l’Europe du charbon et de l’acier, Commission Européenne, Luxembourg, 2004, p. 50; R. Leboutte, Histoire économique et sociale de la construction européenne, Bruxelles, Peter Lang, 2008, p. 401 e ss.

(4)
D. Spierenburg e R. Poidevin, Histoire de la Haute Autorité européenne du charbon et de l’acier. Une experience supranationale, Bruxelles, Bruylant, 1993, pp. 517-18; R. Ranieri “The Italian Steel Industry and the Schuman Plan Negotiations”, in K. Schwabe (Hrsg.), Die Anfiänge des Schuman Planes 1950‑51; The Beginnings of the Schuman Plan, Baden Baden, Nomos Verlagsgesellschaft, 1988, p. 356.

(5)
D. Del Bo, Alla presidenza dell’Alta Autorità della Comunità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, in Piero Malvestiti, Milano, Editrice Vita e Pensiero, 1972, p. 272.

(6)
L. Mechi, Le politiche sociali della CECA, in R. Ranieri e L. Tosi, La Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio. Gli esiti del trattato in Europa e in Italia, Padova, Cedam, 2004, pp. 105-126. 

(7)
Del Bo,  Alla presidenza dell’Alta Autorità…, cit, p. 272; Spierenburg e Poidevin, Histoire de la Haute Autorité …, cit., p. 639 e ss.

(8)
R. Ranieri, L’espansione siderurgica italiana nel primo quindicennio del Trattato CECA (1952-1967), in Ranieri e Tosi, in La Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, cit., p. 173 e ss; Del Bo, Alla presidenza dell’Alta Autorità…, cit., p. 272.

(9)
Spierenburg e Poidevin,  Histoire de la Haute Autorité …, cit., pp.  675-679 e altriN. J. D. Lucas,Energy and the European Communities, London, Europa Publications, 1977, pp.  29 e ss; J. Cailleau, Energy from synergy to merger in M. Dumoulin, (dir.), The European Commission 1958-1972, History and Memories, Luxembourg: Office for the Official Publications of the European Community, 2007.

(10)
Del Bo, Alla presidenza dell’Alta Autorità…, cit, p. 272.

(11)
P. Malvestiti, Costruire l’Europa, Milano, A. Giuffrè, 1963, p. 300 e 303.

(12)
P. Malvestiti, Costruire l’Europa, cit., pp. 221 e 359-360. Sulla fusione degli Esecutivi vedi Spierenburg e Poidevin,  Histoire de la Haute Autorité …, cit., pp. 636-638.

(13)
Sulla debolezza della presidenza Malvestiti, Spierenburg e Poidevin, Histoire de la Haute Autorité …, cit., pp. 755-756; A. Varsori, La cenerentola d’Europa? L’Italia e l’integrazione europea dal 1947 a oggi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, p. 164 e 212. 

(14)
Del Bo, Alla presidenza dell’Alta Autorità…, cit., p. 273-274.

(15)
Ivi, p. 268. 

(16)
Ivi, pp. 273-274; A. Varsori, La cenerentola d’Europa? cit., sottolinea a più riprese la scarsa attenzione del governo italiano per le istituzioni europee. 

(17)
Sulla formazione di  Malvestiti vedi C. Brezzi, Il gruppo guelfo fra gerarchia ecclesiastica e regime fascista, in P. Scoppola e F. Traniello (a cura di), I cattolici tra fascismo e democrazia, Bologna, Società editrice il Mulino, 1975, pp. 235-297. Vedi anche G. Mazzocchi, Il pensiero economico e sociale di Piero Malvestiti, in Piero Malvestiti, cit., pp. 203-225; G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere, cit., pp. 59-60. Uno sguardo di insieme sul nesso fra la formazione degli uomini politici europei di area cattolica e il loro favore per l’integrazione europea in A. S. Milward, The European Rescue of the Nation-state, London, Routledge, 1994, pp. 325 e ss.

(18)
Sulle attività e le concezioni sviluppate da Malvestiti durante l’esilio svizzero vedi R. Broggini, Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, Bologna, Società editrice il Mulino, 1993, pp. 200, 273, 355-356.

(19)
Sulle polemiche di Malvestiti con La Pira vedi  G. Pella, Piero Malvestiti uomo di governo, in Piero Malvestiti, cit., p. 232.

(20)
P. Malvestiti, Costruire l’Europa, cit., p. 121.

(21)
Ibidem.

(22)
Hallstein, Malvestiti uomo ‘di frontiera’, in Piero Malvestiti, cit., p. 258 e ss.