n. 1-2 - 2015

Piero Malvestiti: un profilo biografico

di Andrea Becherucci
(Archivista HAEU, EUI)

 

Nel 2001 – al momento del conferimento da parte della famiglia dell’archivio privato di Piero Malvestiti all’Istituto Luigi Sturzo - Agostino Giovagnoli parlava di queste carte come di un patrimonio la cui ricchezza «è dovuta principalmente a un motivo, e cioè alla personalità davvero ricca di Piero Malvestiti, antifascista, e quindi […] perseguitato e incarcerato, uomo politico, democristiano, costituente, parlamentare, sottosegretario, ministro e poi fino alle alte cariche che ha rivestito a livello europeo, ma anche tante altre cose. Nell’archivio si trovano molte tracce di ciò che egli ha fatto ed è stato, ma direi che si trovano soprattutto molte tracce di chi è stato Piero Malvestiti, cioè della sua umanità e in particolare della sua forte tempra morale, forse il dato che emerge con più immediatezza ed evidenza in molte delle carte qui conservate».(1)

Ancora nel 2005, mentre l’archivio attendeva di essere riordinato, si auspicava - in rapporto all’azione di Malvestiti e del movimento guelfo - che oltre alle carte processuali e a quelle di polizia fosse finalmente reso disponibile alla ricerca l’archivio privato dell’uomo politico lombardo. Questo complesso di documenti era ritenuto strumento essenziale, per la sua natura di ricco giacimento documentario, a restituire non solo la personalità multiforme del depositante nei suoi diversi aspetti di patriota, statista, ed europeo, ma anche a chiarire taluni passaggi della storia del cattolicesimo politico italiano del Novecento(2).

Nonostante il ruolo d’indubbia importanza ricoperto da Malvestiti in fasi diverse della sua vita - ad esempio nella costituzione del Movimento guelfo d’azione, nel contributo alla lotta di Liberazione, nell’azione come deputato, nell’incarico di sottosegretario alle Finanze (titolare del dicastero era Giuseppe Pella) nel quarto gabinetto De Gasperi (dal 25 ottobre 1947 al 24 maggio 1948) e al Tesoro (ancora Pella ricopre l’incarico di ministro) nel sesto (dal 27 gennaio 1950 al 26 luglio 1951) - la sua figura ha rischiato per anni di passare inosservata o di risultare quantomeno sostanzialmente sottovalutata(3).

Benché ad esempio, sia stato pubblicato di recente un ampio studio sulla figura di Pella, il nome di Malvestiti, che pure del politico piemontese sarà uno dei più stretti collaboratori, compare solo di sfuggita in poche occasioni pur essendo ricordato come uno stretto collaboratore del ministro con cui s’instaurò da subito un’invidiabile sintonia(4).

La prima valutazione che emerge è che almeno nelle circostanze appena ricordate che sono senza dubbio tra le più importanti vissute da Malvestiti, egli abbia avuto la ventura di andare “contro corrente” pagando forse anche per questo lo scotto di una riscoperta tardiva.

In questa sede cercheremo di evidenziare alcuni dei momenti che hanno visto Malvestiti fra i protagonisti e che sono ampiamente documentati dalle carte presenti nel suo archivio.


1. Il Movimento guelfo d’azione

Piero Malvestiti nasce ad Apiro in provincia di Macerata il 26 giugno 1899 ma studia e si forma in Lombardia al seguito del padre ufficiale dei carabinieri. Ancora molto giovane frequenta assiduamente l’Azione cattolica. Al ritorno dalla prima guerra mondiale dov’è ferito e decorato, è attivo tra gli ex-combattenti. Più avanti s’impegna come attivista nel movimento sindacale cattolico. Al momento della costituzione del Partito popolare non vi aderisce, né lo fa più avanti. Non lo fa per un problema generazionale e perché, per usare le sue stesse parole, era «ostile addirittura davanti all’equivoco di persone e di cose che saltava troppo spesso agli occhi nel binomio Azione cattolica-Partito popolare»(5).

Tuttavia il fatto di non aver aderito al Partito popolare non lo lascia indifferente alla sua sorte. La sua concezione autenticamente “cattolico democratica”, che è stata assimilata per quest’aspetto a quella di De Gasperi, lo convince a raccoglierne la bandiera con il movimento guelfo d’azione(6). E qui riemerge nuovamente la sua atipicità: Malvestiti conduce la sua battaglia in modo del tutto diverso rispetto al passato.

Il movimento guelfo d’azione funziona come elemento di rottura tra il vecchio e il nuovo antifascismo cattolico nella stessa misura in cui il movimento di Giustizia e Libertà rappresenta il soggetto innovatore fra le culture politiche della sinistra negli anni Trenta del Novecento. La caratteristica del movimento guelfo si può rintracciare in un’opposizione dichiarata al fascismo che i guelfi considerano come ostile in sé e per sé alla Chiesa cattolica alla stessa stregua del marxismo e del liberalismo. Ciò che rende inconciliabile il fascismo con la cattolicità è per i guelfi il suo ghibellinismo considerato come uno dei fattori costitutivi del fascismo stesso, intimamente collegato alle correnti di pensiero da sempre contrarie alla presenza della Chiesa nella società(7).

Gioacchino Malavasi, amico e sodale di Malvestiti e con lui promotore del Movimento guelfo d’azione, ricorda che gli aderenti al nuovo soggetto politico erano mossi in parte dalla naturale tendenza dei giovani a dare un significato al mondo attraverso le proprie esperienze, e in parte dalla necessità – ancora avvertita confusamente - di proporsi come oppositori di un regime che conculcava le libertà fondamentali anche senza darsi un programma d’azione ben preciso(8). Tuttavia non passa molto tempo prima che il movimento guelfo d’azione si dia delle direttive programmatiche(9).

Quanto all’organizzazione e alla ricerca di contatti con altre forze d’opposizione, gli aderenti al movimento guelfo d’azione - prima di essere tratti in arresto dalla polizia politica fascista nel 1933 - cercano di stabilire collegamenti operativi con altri gruppi e in particolare con esponenti del movimento di Giustizia e Libertà. 

Come abbiamo già visto, è stata rilevata più volte l’atipicità del cattolicesimo di Malvestiti, una caratteristica, questa, che aveva origine nella sua lettura della società e della cultura del tempo. Malvestiti si richiama, tra gli altri, al cattolicesimo ottocentesco, con una particolare predilezione per il predicatore palermitano padre Gioacchino Ventura. Si abbevera alle fonti del cattolicesimo sociale lombardo, trovando infine nell’enciclica Rerum Novarum promulgata dal pontefice Leone XIII nel 1891 la ragione del proprio impegno nel movimento sindacale cattolico(10).

Non è facile dar conto dell’impatto che la Rerum Novarum ebbe sull’universo cattolico al momento della sua diffusione, ma forse può essere utile, in questa circostanza, ricorrere a un celebre brano letterario. Nel Diario di un curato di campagna, Georges Bernanos fa dire al parroco di Torcy rivolto al protagonista:

La famosa enciclica di Leone XIII, voi la leggete tranquillamente, coll’orlo delle ciglia, come una qualunque pastorale di Quaresima. Alla sua epoca, piccolo mio, ci è parso di sentirci tremare la terra sotto i piedi. Quale entusiasmo! Ero, in quel momento, curato di Norefontes, in pieno paese di miniere. Quest’idea così semplice che il lavoro non è una merce, sottoposta alla legge dell’offerta e della domanda, che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini come sul grano, lo zucchero o il caffé, metteva sottosopra le coscienze, lo credi?

La filiazione diretta dal cristianesimo sociale maturato negli ultimi anni del pontificato leonino è richiamata anche da Malavasi quando ricorda che i guelfi – benché fortemente critici con i dirigenti del partito popolare – non lasciavano che tali divergenze politiche contingenti potessero intaccare i loro “principi programmatici fondamentali”.

L’insistenza sul messaggio della Rerum Novarum torna anche nella manifestazione pubblica più nota dei “Guelfi” avvenuta nel maggio 1931. Ricorrendo il quarantesimo anniversario dell’enciclica, i “Guelfi” diffondono dei manifestini che riportano le parole “Cristo Re e il popolo e il popolo e Cristo Re”. Il movimento guelfo è forse l’unico dei gruppi d’ispirazione cattolica che anche dopo la normalizzazione dei rapporti tra il fascismo e le gerarchie ecclesiastiche seguita alla “conciliazione” mantiene intatta la propria determinazione ad opporsi al regime(11).

Malvestiti è ormai nel mirino della polizia politica fascista. Frequenta a Milano il circolo «Problemi del lavoro» fondato dal sindacalista e deputato socialista Rinaldo Rigola, dove prende contatto con elementi socialisti e altri militanti di GL. Quando il 20 marzo 1933 Malvestiti è tratto in arresto insieme agli esponenti del movimento guelfo, varcano la soglia del carcere insieme a lui anche cospiratori repubblicani, socialisti e giellisti(12).


2. La Resistenza

Dopo la scarcerazione avvenuta nel 1937, Malvestiti con l’amico Malavasi riprende, seppur con maggior cautela, i contatti con altri esponenti dell’antifascismo cattolico, tra i quali l’imprenditore Enrico Falck e l’avvocato Luigi Meda, figlio del deputato popolare Filippo. Nel frattempo stringono rapporti con alcuni ex-popolari come Stefano Jacini e Achille Grandi.

Nel momento in cui, dal piano della cospirazione la lotta passa a quello della resistenza armata, Malvestiti è tra i pochi (con Benigno Zaccagnini, Paolo Emilio Taviani, Ermanno Gorrieri, Giuseppe Dossetti, Enrico Mattei e con i più giovani Giovanni Marcora e Lorenzo Natali) fra i rappresentanti della prima e seconda generazione di politici democristiani a fare la scelta del partigianato nonostante i pericoli che questa comportava, senza contare l’età avanzata e le precarie condizioni di salute.

Anche questa circostanza contribuisce a porre Malvestiti in una luce diversa rispetto ai suoi compagni di partito con i quali condividerà di lì a poco, responsabilità di governo. Pensiamo ad esempio a quanti, durante il regime fascista, pur già aderenti al Partito popolare, hanno sospeso agni attività politica ritirandosi a vita privata in attesa di tempi migliori come hanno fatto Gronchi, Scelba e Spataro o a coloro che, come Giorgio La Pira, si sono impegnati con l’esempio, col magistero universitario e con la parola o infine a chi rientrò in Italia solo a guerra finita dopo aver trovato riparo altrove (beninteso, non si vuole in alcun modo dare un giudizio morale sul comportamento dei singoli, ma solo constatare dei dati di fatto). Malvestiti non solo partecipa alla resistenza armata in una posizione di primo piano ma ha conosciuto anche il carcere come De Gasperi (altre figure pure ugualmente se non più illustri si erano condannati all’esilio come Sturzo, Miglioli, Donati e Ferrari).

Ugualmente rilevante è il contributo del “guelfi” alla fondazione della Democrazia cristiana: dai Dieci punti risalenti alla metà del 1942 all’appello Agli italiani degni della libertà del luglio 1943 fino al Programma di Milano (luglio 1943), Malvestiti e compagni sono sempre presenti quando si tratta di delineare le caratteristiche del futuro partito dei cattolici italiani. Tutti questi documenti politici fino a quello che è considerato il vero e proprio atto fondativo della DC – Le idee ricostruttive dell’agosto 1943 – si connotano per i richiami a saldi valori morali e per la ricerca di posizioni che non precludano pregiudizialmente la possibilità di rivolgersi a settori diversificati della società. Si vuole evitare, in tal modo, il rischio di trovarsi, più avanti, con uno spazio di manovra troppo limitato(13). Ne consegue che l’interclassismo sarà il dato qualificante del nuovo soggetto politico(14).

Nel corso della sua attività di partigiano nella repubblica dell’Ossola, Malvestiti ha l’occasione di mettere alla prova la sua concezione del cattolicesimo politico nei rapporti, talora molto contrastati, con gli alleati socialcomunisti. Ciò di cui fa esperienza in questi mesi, lo induce a una a un’opposizione decisa al comunismo che ritiene inconciliabile con le sue idee di democratico e di cristiano(15), tuttavia considera opportuno che i cattolici si aprano alle istanze di rinnovamento sociale che salgono dalla società per disarmare i sostenitori del comunismo sovietico e procedere verso la via dell’ordine nella libertà(16).


3. La ricostruzione e gli incarichi di governo

Il dopoguerra vede la Democrazia cristiana riunita nel suo primo congresso nazionale (aprile 1946) sostanzialmente divisa tra gli ex-popolari e i “guelfi” con questi ultimi che si sono spesi attivamente nella campagna per il referendum istituzionale a sostegno della repubblica. Al congresso Malvestiti sceglie di parlare quasi a conclusione dei lavori dopo aver ascoltato la maggior parte degli interventi, ma quando arriva il suo turno, si trova a parlare davanti a una platea quasi vuota. Non è il solo torto che subisce. Tra questi vi è anche la mancata assegnazione della direzione dell’edizione lombarda de Il Popolo(17).

Malvestiti è membro della Costituente e consigliere nazionale della DC dall’aprile 1946. Da settembre a dicembre 1946 entra a far parte della direzione del partito. E’ eletto deputato nel collegio Milano-Pavia per la prima e la seconda legislatura.

Alcuni anni fa, nel corso di un convegno, Roberto Gualtieri si chiedeva se fosse possibile per la storiografia tracciare l’azione economica sviluppata dai governi centristi tra il 1948 e il 1953 e lamentava che sull’azione del ministro Pella, a lungo titolare dei dicasteri economici per gli anni che qui interessano, non esistesse alcuno studio specifico. Il giudizio che per lunghi anni ha dominato l’interpretazione di questa pagina della storia dell’Italia repubblicana è stato quello di una gestione della politica economica aderente, senza incertezze, al dogma monetarista espressione di una politica deflazionista, di contenimento dei salari e ottusamente coerente nella ricerca del pareggio di bilancio. Di questa stagione dell’economia italiana Malvestiti è senz’alcun dubbio tra i protagonisti(18).

Rivelatrice delle convinzioni di Malvestiti in tema di politica economica è la polemica che lo investe a seguito della pubblicazione sulla rivista dossettiana “Cronache sociali” dell’articolo di Giorgio La Pira su “L’attesa della povera gente”. I dossettiani nel quinto esecutivo presieduto da De Gasperi sono ancora al governo con Fanfani ministro del Lavoro e della Previdenza sociale e La Pira suo sottosegretario, ma la loro polemica contro la linea economica adottata dal governo e dal governatore della Banca d’Italia Menichella è destinata a salire di tono di lì a poco. E’ in questi mesi trascorsi al ministero del Lavoro a fianco di Fanfani che La Pira si avvicina al pensiero di Keynes(19).

La Pira concorda con Keynes quando l’economista britannico afferma che l’occupazione dipende dalla spesa. Indispensabile corollario dell’affermazione precedente è, per La Pira, che se l’occupazione dipende dalla spesa, la sua mancanza deriva dal risparmio, cioè dall’assenza di spesa. 

Alla teoria keynesiana, l’uomo politico fiorentino affianca la lettura del Vangelo che mette all’indice il risparmiatore pauroso e avaro. Qual è, dunque, la ricetta economica che La Pira suggerisce? Se la mancanza di spesa determina la disoccupazione, l’aumento della spesa pubblica nella misura della differenza tra il valore della domanda di piena occupazione e la domanda esistente dovrebbe riassorbire la disoccupazione stessa.

La pubblicazione dello scritto di La Pira suscita ampie polemiche cui prende parte anche Malvestiti. Il politico lombardo risponde a La Pira su “La Via” con un articolo del 22 aprile 1950 in cui conferma l’importanza della ricerca del pareggio di bilancio come garanzia per la stabilità monetaria che, sola, può assicurare le condizioni per uno sviluppo ordinato e una crescita sana del paese.

Malvestiti aggiunge che non solo il pareggio di bilancio rappresenta la condizione necessaria per assicurare la stabilità della moneta ma che questo è la strada per liberare la massima quota possibile di risparmio in favore delle attività produttive. L’altro obiettivo da raggiungere è il mantenimento del potere d’acquisto dei salari e anche quest’aspetto dipende per Malvestiti dalla stabilità monetaria.

Nella sua risposta a La Pira, Malvestiti gli si rivolge con toni accorati invitandolo a porsi davanti a questo dilemma: vale la pena cercare di reinserire nel mercato del lavoro alcune centinaia di migliaia di lavoratori attraverso investimenti avventati a fronte della possibilità di far saltare il potere d’acquisto di trenta milioni di lavoratori? Malvestiti tiene inoltre a precisare che la politica economica seguita dal governo ha avuto come obiettivo prioritario di tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. Per usare le parole di un biografo di Malvestiti: «l’impostazione di La Pira era essenzialmente sociale e profetica: quella di Malvestiti tecnica e realistica»(20).

Nella replica a Malvestiti interviene Fanfani, maggiormente abituato alle schermaglie dialettiche, in sostituzione di La Pira inadatto per temperamento e per cultura alla polemica giornalistica. L’ex-ministro del Lavoro, com’è suo costume, mette da parte il fioretto e impugna la sciabola. A Malvestiti che ha polemicamente chiesto un elenco di attività in cui impiegare fondi statali, Fanfani non trova di meglio che rispondere adombrando il sospetto che il sottosegretario stia cullando la segreta ambizione di sedersi sulla poltrona del ministro(21).

Sembra che Malvestiti si sia lamentato dell’impertinenza presente nel tono usato da Fanfani, ma nella sua replica, forse per non alimentare ancora il fuoco della contesa preferisce deporre le armi.

E’ necessario, peraltro, rilevare che quella che è stata chiamata per anni impropriamente la “linea Einaudi Pella” non sia fatta di due posizioni esattamente sovrapponibili. Mentre per Einaudi, come del resto, per Costa e per Confindustria, i salari potevano essere compressi fino al limite estremo, Pella e Malvestiti dovevano anche tenere nel debito conto la posizione della dottrina sociale cristiana espressa nelle encicliche Rerum Novarum e Quadragesimo anno

Se identificare una precisa e univoca “cultura economica” della DC, delle sue diverse componenti e più che mai del centrismo è quasi certamente un’operazione destinata al fallimento, possiamo, però, affermare che in campo economico, suo terreno d’elezione, Malvestiti è ascrivibile a una cultura liberista e aperta al mercato – seppur sempre temperata dalla sollecitudine sociale - certamente minoritaria tra i suoi compagni di partito(22).


4. Le responsabilità europee

Quando Malvestiti affronta l’ultima grande sfida della sua vita, l’esperienza europea, è già da alcuni anni ai margini della politica attiva. Ha ricoperto l’ultimo incarico ministeriale nel governo Pella come ministro dell’Industria e del commercio tra il 17 agosto 1953 e il 18 gennaio 1954 mentre la nomina a Bruxelles gli è conferita solo nel gennaio 1958. Nel frattempo ha rinunciato alla presidenza dell’IRI. Nel partito – dopo la morte di De Gasperi, il declino del centrismo e l’elezione alla segreteria di Fanfani - Malvestiti è considerato dalla generazione dei quarantenni un padre nobile da guardare con rispetto ma la cui funzione politica è ormai esaurita. Malvestiti utilizza l’intermezzo che gli si offre dalla politica attiva per studiare e approfondire i problemi dell’economia. Appoggiato da Pella e Fanfani si trasferisce a Bruxelles dove si trova a dover gestire la nascita e i primi passi della CEE(23). Il suo approdo alla vicepresidenza della CEE avviene in momento storico in cui le istituzioni europee vanno cercando un proprio spazio e una propria identità e questa circostanza favorisce un loro utilizzo da parte dei maggiorenti democristiani come di un comodo e più che dignitoso luogo dove “confinare” personalità di rilievo cui sembrava opportuno concedere un adeguato riconoscimento per ciò che avevano compiuto e rappresentato(24)

Il suo operato alla CEE – dove ha la responsabilità del mercato interno -  non sarà esente da critiche, in particolare da parte tedesca nonostante la stima e l’apprezzamento che il presidente Walter Hallstein gli dimostra a più riprese.

Nel 1959 il governo italiano propone il nome di Malvestiti in sostituzione del belga Paul Finet alla presidenza della CECA. La convergenza sul suo nome è tutt’altro che pacifica, anzitutto da parte dello stesso governo italiano: smentito il nome di Enzo Giacchero – già rappresentante italiano nell’Alta Autorità dove aveva fornito una buona prova – sfuma anche il nome dell’ambasciatore a Bonn Umberto Grazzi nominato rappresentante presso il Consiglio atlantico della NATO. Quando tutti i paesi riconoscono all’Italia il diritto di esprimere un proprio rappresentante quale presidente si fanno i nomi di Randolfo Pacciardi, dell’ambasciatore Folchi e infine di Malvestiti anche se le preferenze degli altri paesi vanno a Pella, ministro degli Affari esteri nel secondo gabinetto Segni (15 febbraio 1959 - 23 marzo 1960). Infine la situazione si sblocca grazie alle pressioni congiunte di Pella e Fanfani che convincono Malvestiti ad assumere la presidenza dell’Alta Autorità(25). Si dimette da quest’incarico il 22 febbraio 1963 per candidarsi alla Camera dei Deputati nelle elezioni politiche che si sarebbero tenute il 28 aprile a seguito delle insistenze del segretario della DC Aldo Moro. Non risulterà eletto, ma grazie a Del Bo che sceglie di occupare la presidenza dell’Alta Autorità della CECA che Malvestiti aveva lasciato scoperta gli subentrerà alla Camera come primo dei non eletti. Già minato dalla malattia muore a Milano il 5 novembre 1964.

Gli esordi Malvestiti come presidente dell’Alta Autorità della CECA sono pieni di speranze(26). In realtà la situazione è ben più difficile di come si presenta all’esterno. Malvestiti deve far fronte alla prima grave crisi del settore carbonifero con i soli strumenti che il trattato gli mette a disposizione e tenere uniti gli interessi nazionali dei partners. L’incarico gli è particolarmente gravoso, in parte per le declinanti condizioni di salute, in parte per le difficoltà linguistiche che lo privano di un’efficace comunicazione con gli altri membri del collegio, in parte ancora perché il suo arrivo a Lussemburgo è stato preceduto da rumours che lo indicano come un candidato inadatto al compito perché proveniente da un paese privo di carbone e con un settore siderurgico povero e tecnicamente arretrato. D’altronde, Malvestiti stesso ambisce a rientrare in Italia perché desidera ancora occuparsi del partito e anche perché teme che la sua presidenza possa essere identificata tout court con la prima grave crisi che il settore carbo-siderurgico sta attraversando. In questi anni, infatti, il petrolio comincia a sostituire il carbone come fonte energetica primaria e il mercato dell’acciaio vive una congiuntura sfavorevole dovuta allo squilibrio tra domanda e offerta. Queste difficoltà, unite alla necessità di riorganizzare il lavoro all’interno dell’Alta Autorità secondo linee più coerenti con le nuove necessità, rendono il lavoro di Malvestiti pesante e condotto sostanzialmente in solitudine. Anche Dino Del Bo, reduce dalla stessa esperienza alcuni anni dopo, rievocherà un panorama comunitario fatto di poche luci e molte ombre e con pochi spazi assolutamente residuali a disposizione di chi avesse voluto ritagliarsi un ruolo operativo(27).

I giudizi sulla sua permanenza al vertice dell’Alta Autorità divergono sensibilmente. Mentre Dirk Spierenburg e Raymond Poidevin nella loro Histoire de la Haute Autorité emettono un giudizio piuttosto severo sul suo operato, una giovane studiosa, Anna Maria Fiorentini, che si è occupata di recente nella sua tesi di dottorato dell’impegno europeo di Malvestiti ne ha dato un giudizio più sfumato(28). Secondo l’opinione di Spierenburg e Poidevin l’Alta Autorità doveva essere guidata, per far sentire il proprio peso, da un presidente forte come Monnet o Mayer, mentre la presidenze più deboli come quelle di Finet e Malvestiti non avevano permesso all’istituzione di rendere al meglio delle sue possibilità(29)

La giovane studiosa italiana ha potuto, però, calibrare un giudizio forse più meditato su questo punto. Secondo quest’interpretazione, infatti, l’Alta Autorità era afflitta da una serie di problemi che ne pregiudicavano seriamente la governance. Anzitutto vi faceva difetto la collegialità e questo rappresentava un difetto strutturale. A questo andavano ad aggiungersi i gravi problemi di ordine congiunturale come la gestione dei problemi economici e sociali legati alla crisi in corso; si evidenziavano, inoltre, tendenze centrifughe che minacciavano la coesione stessa dell’Alta Autorità(30).

Da un’attenta lettura dei processi verbali delle sedute dell’Alta Autorità sotto la presidenza di Malvestiti emerge che la grave crisi carbonifera rappresenta un vulnus che investe la legittimità stessa dell’istituzione e che questa difficoltà si riflette seriamente su meccanismi decisionali che risultano gravemente compromessi e che richiedono una loro rimodulazione sulla base di nuove priorità. Il presidente si trova dunque a operare in un contesto difficile nel quale la maggior parte delle energie sono assorbite dalla ricerca di un estenuante compromesso tra i partners. Vi è però, nel pensiero e nella prassi di Malvestiti, un punto fermo rispetto ai progressi che la costruzione europea avrebbe potuto e dovuto fare: la sopranazionalità che avrebbe potuto legare il momento economico e quello politico.

La presidenza Malvestiti si caratterizza perciò per un approccio pragmatico ai problemi, svincolato da pregiudiziali dottrinarie in senso funzionalista o federalista. Costante è invece in lui la ricerca di un “metodo” proprio dell’amministrazione europea in grado di aggiornarsi continuamente al mutare degli obiettivi da raggiungere. In tale attività rientra anche la riflessione, in lui sempre presente, sui mezzi per rendere pienamente operative le Comunità. Lo stesso Malvestiti ha lasciato scritto nel presentare al pubblico il volume che raccoglie i suoi interventi sull’argomento che non era possibile affidarsi nella gestione quotidiana delle istituzioni unicamente alla lettera dei trattati, ma era necessaria, piuttosto, un’opera continua d’interpretazione e di approfondimento, di ricerca delle lacune e delle aporie presenti nei testi fondativi delle Comunità(31). In questo senso anche il suo lascito europeo è argomento col quale confrontarsi sulla base della nuova documentazione ora a disposizione degli studiosi.

 


 

(1)
A. Giovagnoli, Intervento alla tavola rotonda su Piero Malvestiti tenuta all’Istituto Sturzo (dattiloscritto, 2001). 

(2)
C. Brezzi, Un cattolico atipico nella lotta antifascista: Piero Malvestiti, in Per Enzo Santarelli: studi in onore, P. Giannotti e S. Pivato (a cura di), Ancona, Quaderni del consiglio regionale delle Marche, 2005, p. 197.

(3)
Le varie tappe della vita e dell’attività politica di Malvestiti possono essere ripercorse grazie ai saggi contenuti nel volume commemorativo Piero Malvestiti, Milano, Vita e Pensiero, 1972, al volume di C. Bellò, L’onesta democrazia di Piero Malvestiti, Milano, NED, 1985 e alla voce biografica redatta da M. Truffelli per il Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. LXVIII, 2007. Una rivalutazione dell’esperienza neoguelfa alla luce di alcuni elementi presenti nella politica democristiana del dopoguerra si deve al recente lavoro di E. Capozzi, Parte guelfa in Italia. Piero Malvestiti dall'antifascismo alla democrazia repubblicana, in Quaderni degasperiani, vol. 5, 2012, pp. 55-110.

(4)
G. Fanello Marcucci, Giuseppe Pella. Un liberista cristiano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2007.

(5)
C. Brezzi, Intervento alla tavola rotonda su Piero Malvestiti tenuta all’Istituto Sturzo (dattiloscritto, 2001).

(6)
Su cui si vedano in particolare, P. Malvestiti, Parte guelfa in Europa, Milano, Corticelli, 1945, G. Malavasi, L’uomo Malvestiti, in Piero Malvestiti, cit. pp. 6-51, C. Brezzi, Il gruppo guelfo fra gerarchia ecclesiastica e regime fascista, in P. Scoppola e F. Traniello (a cura di) I cattolici tra fascismo e democrazia, Bologna, Il Mulino, 1975, pp. 235-297, G. Malavasi, L’antifascismo cattolico. Il movimento guelfo d’azione (1928-1948), Roma, Edizioni Lavoro, 1982, P. Trionfini, L’antifascismo cattolico di Gioacchino Malavasi, Roma, Edizioni Lavoro, 2004, E. Capozzi, Parte guelfa in Italia, cit.

(7)
C. Bellò, Antifascismo e spiritualità del movimento guelfo, in Piero Malvestiti, cit. p. 89.

(8)
G. Malavasi, L’uomo Malvestiti, in Piero Malvestiti, cit. p. 17.

(9)
È indispensabile l'affermazione volontaristica [...] del principio cristiano nel folto della vita politica moderna. 2 È necessaria la distruzione e il superamento del fascismo, perché il fascismo polarizza intorno alla sua convulsa dottrina in apparente contraddizione ma in sostanziale unità, tutti gli elementi negativi che pullulano nel mondo moderno, ed è nemico insieme della Chiesa, della pace, della libertà e dell'Italia. […] La dottrina guelfa trova le sue fonti vive e perenni nella dottrina sociale della chiesa, e più particolarmente negli insegnamenti delle Encicliche sociali pontificie. E ancora: [...] La nostra sia oggi opera organizzata di educazione. Organizzare l'educazione. Contendere al fascismo il cuore del bimbo, la volontà del giovane, il pensiero dell'uomo. Chi legge i quaderni di scuola dei bambini, lardellati di adulazioni nauseanti per l'uomo di Predappio presentato a modello dalla nascita, elevato a simbolo, a eroe, a mito, in una parola deificato, non può non sentire un moto di profondo disgusto. […] Si impone dunque un dovere imperativo: organizzarsi, in  P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Bari, Laterza, 1971, pp. 291-294.

(10)
C. Brezzi, Intervento alla tavola rotonda su Piero Malvestiti tenuta all’Istituto Sturzo (dattiloscritto, 2001). La sottolineatura dell’atipicità del cattolicesimo di Malvestiti costituisce il filo della narrazione anche in uno studio posteriore dello stesso autore, cfr. C. Brezzi, Un cattolico atipico nella lotta antifascista: Piero Malvestiti, in Per Enzo Santarelli: studi in onore, cit., pp. 167-197.

(11)
C. Brezzi, Il gruppo guelfo fra gerarchia ecclesiastica e regime fascista, cit., p. 236.

(12)
Più in generale sulla cospirazione neoguelfa contro il regime si sofferma tutto il saggio di Brezzi Il gruppo guelfo fra gerarchia ecclesiastica e regime fascista, cit., passim.

(13)
V. Capperucci, Il partito dei cattolici. Dall’Italia degasperiana alle correnti democristiane, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, p. 50.

(14)
Un’analisi accurata dei documenti programmatici è in E. Capozzi, Parte guelfa in Italia. cit., pp. 61-73.

(15)
Ivi
, p. 74.

(16)
Sulla Repubblica dell’Ossola e la partecipazione di Malvestiti si vedano G. Bocca, Piero Malvestiti ministro della Repubblica partigiana dell’Ossola e M. Bonfantini, Malvestiti in Ossola, in Piero Malvestiti, cit. pp. 181-187 e 188-191, Ne valeva la pena: dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, A. Aniasi (a cura di), Milano M&B Publishing, 1997, E. Capozzi, Un'epopea moderata. Alfredo Di Dio, la Divisione "Valtoce" e la Resistenza cattolica in Val d'Ossola, in L'Acropoli, 2011, n. 4, pp. 321-344, G. Spigarelli, Le Repubbliche partigiane in Piemonte, in C. Vallauri (a cura di), Le Repubbliche partigiane. Esperienze di autogoverno democratico, Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 117-145.  

(17)
C. Bellò, Piero Malvestiti e le sue Lettere al Presidente, introduzione a Lettere al Presidente. Carteggio De Gasperi-Malvestiti 1948-1953, C. Bellò (a cura di), Milano, Bonetti, 1964, pp. 20-21.

(18)
R. Gualtieri, La politica economica del centrismo e il quadro internazionale, in U. De Siervo, S. Guerrieri, A. Varsori (a cura di), La prima legislatura repubblicana. Continuità e discontinuità nell’azione delle istituzioni, v. I, Roma Carocci, 2004, p. 91. Sulla politica economica di questi anni si vedranno i contributi di C. Daneo, La politica economica della ricostruzione 1945-1949, Torino, Einaudi, 1972, M. De Cecco, La politica economica durante la ricostruzione 1945-1951, in Italia S.J. Woolf (a cura di), 1943-1950. La ricostruzione, Bari, Laterza, 1975, P. Barucci, Ricostruzione, pianificazione, Mezzogiorno: la politica economica in Italia dal 1943 al 1955, Bologna, Il Mulino, 1978, B. Bottiglieri, La politica economica dell’Italia centrista 1948-1958, Milano Edizioni di Comunità, 1984, G. Mori, L’economia italiana (1945-1958), in Storia dell’Italia repubblicana, vol. I, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni cinquanta, Torino, Einaudi, 1994, pp. Ora sulla figura di Giuseppe Pella abbiamo a disposizione, a distanza di più di dieci anni, il già citato studio di G. Fanello Marcucci che però all’attività di ministro del Tesoro di Pella dedica uno spazio molto limitato.

(19)
L’avvicinamento al pensiero di Keynes da parte di La Pira e lo svolgimento della polemica tra La Pira e Malvestiti possono essere seguiti in P. Roggi, I cattolici e la piena occupazione. L’attesa della povera gente di Giorgio La Pira, Milano, Giuffré, 1983, pp. 43-59. Nell’appendice documentaria del libro sono riprodotti i testi che hanno originato la controversia. Quelli che qui interessano si trovano alle pp. 146-189. 

(20)
C. Bellò, Piero Malvestiti e le sue Lettere al Presidente, cit., p. 29.

(21)
Il botta e risposta con Malvestiti è ricostruito da Fanfani in A. Fanfani, Diari, volume II 1949-1955, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, pp. 134-135.

(22)
Malvestiti è tutt’altro che pregiudizialmente ostile al capitalismo ma distingue una prima fase “eroica” in cui è impegnata «quella generazione di autentici ed infaticabili conquistatori che sono stati i creatori dell’industria moderna» da una fase successiva in cui «gli elementi del profitto […] si scompongono anche socialmente in categorie che personificano le diverse funzioni». Nella seconda fase per un ordine economico più giusto e responsabile si rende allora necessario l’intervento dello Stato nella misura in cui questo può contribuire a sanare le sperequazioni più evidenti a vantaggio della collettività. Così Malvestiti nel libro Lo Stato e l’economia pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma nel 1955, p. 51. Per Piero Roggi «intorno al 46-47 i sostenitori del laissez faire avevano nell’ambito cattolico una loro cittadella. Non vi figuravano nomi come Einaudi e Papi, certamente, ma Marsili Libelli, al pari di Einaudi, era professore di Economia presso una prestigiosa università, Malvestiti aveva posizione rilevante nella Democrazia cristiana, mentre di prestigio certo non mancava Stammati. Questi personaggi non rimasero silenziosi, ma, al contrario, diffusero il loro credo economico dall’interno del mondo cattolico, attraverso le sue riviste», in Riviste cattoliche e politica economica in Italia negli anni della “ricostruzione”, Firenze, Università degli Studi di Firenze, Istituto di Scienze economiche, 1979, p. 111.  Per quanto riguarda la posizione del presidente del consiglio De Gasperi ci pare condivisibile quanto scritto da Michele Salvati: «La scelta di De Gasperi era stata quella di affidare il disegno e l’esecuzione della politica economica alle stesse forze del mondo bancario e industriale, sostenute ideologicamente dai grandi economisti liberali» mentre non è ancora completamente chiara la ragione per la quale questa visione riuscì a prevalere, «se si tiene presente che la politica “liberale” di questo periodo e di quello immediatamente successivo è profondamente avversata anche all’interno della Democrazia cristiana, e che lo stesso De Gasperi sembra l’intendesse più come una scelta provvisoria e necessitata che come espressione degli orientamenti profondi del suo partito», in Economia e politica in Italia dal dopoguerra a oggi, Milano, Garzanti, 1984 (II ed. 1986), p. 45. 

(23)
Piero Malvestiti s’insedia nella carica di vicepresidente della CEE (insieme all’olandese Sicco Manholt e al francese Robert Marjolin) il 7 gennaio 1958. Presidente della Commissione CEE è il tedesco Walter Hallstein. Malvestiti manterrà la sua carica fino al settembre 1959 quando il suo posto sarà preso dal senatore democristiano Giuseppe Caron.

(24)
In realtà all’epoca non era neppure ben chiaro quale futuro le istituzioni europee potessero avere, anche per questa ragione l’incarico europeo, benché prestigioso, non era considerato così allettante. Un’altra “vittima” dell’incarico europeo sarà il successore di Malvestiti alla presidenza dell’Alta Autorità della CECA, Dino Del Bo, che parlerà del suo incarico come di un “ritiro in Europa”. M. Carbonell sembra piuttosto vedere la nomina di Malvestiti come una possibilità che il partito gli offre di dare nuovo impulso a una carriera italiana che sembrava ormai in declino, cfr. infra

(25)
D. Spierenburg-R. Poidevin, Histoire de la haute Autorité de la Communauté européenne du Charbon et de l’Acier, Bruxelles, Bruylant, 1993, pp. 517-518.

(26)
D. Spierenburg-R. Poidevin, Histoire de la haute Autorité de la Communauté européenne du Charbon et de l’Acier, cit., p. 631.

(27)
D. Del Bo, Alla presidenza dell’Alta Autorità della CECA,  in Piero Malvestiti, cit. p. 270.

(28)
D. Spierenburg-R. Poidevin, Histoire de la haute Autorité de la Communauté européenne du Charbon et de l’Acier, cit., pp. 629-750, A.M. Fiorentini, Piero Malvestiti e l’Europa. Storia di un'idea clandestina: dall'antifascismo guelfo all'attività europeista, Milano, Unicopli, 2011, pp. 101-139.

(29)
D. Spierenburg-R. Poidevin, Histoire de la haute Autorité de la Communauté européenne du Charbon et de l’Acier, cit., p. 859.

(30)
A.M. Fiorentini, Piero Malvestiti e l’Europa. Storia di un'idea clandestina: dall'antifascismo guelfo all'attività europeista, cit., p. 106.

(31)
P. Malvestiti, Costruire l’Europa, Milano, Giuffrè, 1963, p. III.