Economia e Democrazia

di Franco Riva
Filosofo, Università Cattolica Sacro Cuore Milano

 

 

 

In regime capitalistico un’impresa industriale non è forse un alveare composto da una parte di lavoratori salariati e dall’altra da capitali riuniti in società; in società non d’uomini ma di denaro e di carta, di segni di ricchezza la cui anima è il desiderio di procreare altri titoli di possesso?

Jacques Maritain, Umanesimo integrale

  

 

 

 

La riflessione su Economia e Democrazia di Franco Riva può considerarsi il preambolo alla trattazione più ampia dell’argomento con l’originalità introspettiva di un filosofo che analizza un “rapporto” che, nella sostanza, è la “giustificazione” dell’essenziale che è unico e inseparabile costituente della democrazia.

I tempi trascorso dall’avvento delle teorie economicistiche, ad oggi, hanno consolidato, nella teoria e nella pratica della politica lo stretto rapporto tra i due termini del progresso civile dell’umanità che si inquadra in un’unica visione pur se da due distinti punti di osservazione: l’Economia democratica e la Democrazia economica.

Il prosieguo dell’importantissimo argomento, con l’approccio sia dell’analisi storica che della evoluzione imposta dalla globalizzazione e dalla contemporaneità della vita dell’umanità intera imposta dalle tecnologie comunicative, non potrà prescindere dalle ricadute nel campo sociale dell’intero sistema “Finanza, Economia, Ricchezza, Lavoro”.

E questo percorso si propone Civitas, di studiare e proporre in un prossimo numero.

 

  

 

 Un caso anomalo

Tutta la vita ha un problema di democrazia. Tutta la democrazia è in rapporto con la vita. Non è una novità che alla democrazia si accompagnino spesso altre parole che riguardano le dimensioni fondamentali dell’esistenza personale e collettiva. Il dialogo della democrazia con la città, i diritti, l’ambiente, i generi, il lavoro, la cultura, la formazione, lo sport si può considerare un vero e proprio classico. Tant’è che risulta impossibile immaginarsi qualche aspetto della vita che non sia attraversato dalla democrazia. Così come qualche aspetto della democrazia che non compenetri a sua volta la vita.

 Detto questo, non si può fare a meno di notare che se entra in scena l’economia ci si trova di fronte a un caso anomalo e singolare perché le faccende si complicano subito, s’innervosiscono non poco e vanno in modo ben diverso da come dovrebbero. Nel momento in cui la vicinanza diventa più stretta ed è sul punto di trasformarsi in collaborazione, il dialogo non fluisce anche perché l’economia e la democrazia fingono ogni volta da capo, con i loro interpreti di turno, di cercare adesso un incontro come fossero dei perfetti estranei. Costrette dalla vicinanza, si scatenano delle reazioni scomposte da una parte e dall’altra. Mentre l’economia manda segnali di nervosismo quasi volesse sottrarsi al dialogo, fatto salvo supplicare la democrazia d’intervenire nei suoi confronti al momento del bisogno, la democrazia si blocca di colpo quando l’economia arranca, come se riconoscesse un’altra sovranità a cui cedere il passo. Il rapporto si sbilancia pericolosamente sul lato dell’economia.

 

Democrazia in quarantena

Alla democrazia di solito non va molto bene nel rapporto con l’economia. Ci sono delle ragioni storiche e culturali, per esempio il modo con cui l’economia si autorappresenta quale attività autonoma e autosufficiente al punto da essere capace di correggersi da sola in corso di marcia. O delle ragioni di forza, dato che difficilmente una democrazia riesce a essere efficace senza un buon stato di salute dell’economia. Si deve però considerare che in qualsiasi rapporto il bene e il male non stanno mai da una parte sola. Un’economia troppo sicura di se stessa mette a nudo una democrazia pavida e succube. E così, all’eccesso di sicurezza dell’economia fa da pendant un eccesso d’insicurezza della democrazia.

 Quando l’economia sta bene il rapporto con la democrazia passa in genere sotto silenzio, dato per scontato come un rapporto tra vecchi coniugi che si barcamenano da tempo. Quando invece le cose vanno male si scopre che il rapporto funziona di preferenza nella direzione che va dall’economia verso la democrazia. La democrazia, da parte sua, nella buona stagione sembra accontentarsi di un ruolo al seguito. Nella brutta stagione al contrario non sa che pesci prendere, entra in fibrillazione e perde consapevolezza al punto da chiamare come medico proprio l’economia, che è una delle cause del suo male.

 I segnali in proposito non sono pochi e resi ancor più evidenti dalla crisi economica. Tutto il vocabolario della crisi e dei modi per uscirne, l’insistenza spasmodica sull’urgenza, i refrain sulle priorità, l’overdose acuta di manovre sembrano riguardare soltanto l’economia. Si sente mai dire che c’è una crisi di democrazia? Che ci sono delle priorità democratiche? Certo che si sente, non appena si pensi alla questione delle riforme istituzionali. Non è tuttavia singolare che la fretta riformista, per quanto necessaria possa essere, acceleri sullo sfondo di una grave contingenza economica che mette ancor più nell’angolo una democrazia che balbetta da sola?

 Dal punto di vista istituzionale sembra che la crisi economica autorizzi a sospendere e a mettere in quarantena la democrazia come avesse una malattia infettiva. Nessuno più tira il fiato, la stessa vita democratica sembra come ipnotizzata nell’attesa di respirare l’aria nuova dell’economia, del suo atteso giorno di resurrezione. Per la democrazia tutto diventa incerto, a termine, concentrato sulle poche cose ritenute davvero urgenti dettate naturalmente dall’economia. Le procedure democratiche sopravvivono allora come gestione burocratica dell’ordinario che diventa all’improvviso straordinario, dell’urgenza che diventa non si sa bene come una lunga degenza.

 

Immagini surreali

Di dialogo non si parla. Di recuperare democrazia insieme all’economia neppure. Anzi. Per la democrazia si accentua il ruolo gregario e aumenta il senso di fastidio per l’esigenza, e la fatica, di mediare istituzionalmente le decisioni che riguardano tutti.

 Il rapporto tra economia e democrazia sembra un quadro dipinto da un pittore surrealista, dove si forza l’immagine facendo cozzare tra loro degli elementi sì incompatibili ma che pure tengono degli agganci con la realtà. Come spiegare altrimenti che proprio a una democrazia che è stata ricoverata e messa in quarantena l’economia si rivolga, in modo pressante e spazientito, per chiedere misure e interventi urgenti in suo favore?

 Il quadro è surreale. L’economia pretende delle misure da una democrazia che non può chiedere nulla. Davvero non si capisce chi prenda le decisioni. Una democrazia sospesa e gregaria? O un’economia che detta l’agenda? Una democrazia che si rivolge all’economia facendo finta che questa investitura di seconda mano l’abiliti sul serio a decidere, magari palesando di avere genialmente trovato non si sa bene quali soluzioni miracolose sfuggite ai più? O un’economia che s’impone come legge benché sprofondata nella sua crisi fuorilegge?

 Impostato in questi termini, il rapporto tra economia e democrazia non ha nessuna speranza perché una situazione di questo tipo non può tenere. Situazione di un’economia che mette in discussione la democrazia, che la sospende perfino, e di una democrazia che non trova niente di meglio se non inorgoglirsi per il proprio ruolo decisionale, per la propria leadership, scordando (o facendo finta) che si tratta in fondo di un subappalto. Situazione, ancora, di un’economia che chiede interventi a una democrazia che ha appena internato e di una democrazia che interviene nei confronti dell’economia dopo avere firmato e sottoscritto la carta del proprio ricovero.

 L’incubo surreale durerà. Almeno fino a quando si trattano l’economia e la democrazia come se non avessero nulla a che fare l’una con l’altra, come fossero degli estranei che entrano in rapporto a un certo momento non si sa bene come e per quale motivo. Durerà fino a quando non si riconosce che c’è mancanza di democrazia come d’economia, anche nel loro rapporto.

 

Qualcosa in comune

Qualcosa di molto simile è successo nella crisi dell’economia e della democrazia. Volerlo poi ammettere è tutt’altra cosa. E pur senza condividere le ragioni che portano a farlo si può ben capire perché si possa avere interesse a sottacere la loro sintonia in negativo. L’economia perché scoprirebbe in tal modo due volte il fianco, tanto sulle proprie mancanze quanto sulle sue lacune di democrazia. Che cos’è la finanziarizzazione dell’economia se non un primato imposto del virtuale sul reale, del denaro come puro segno numerico sull’imprenditoria e sul lavoro? La democrazia invece perché non riuscirebbe più a nascondere un rapporto tanto timido quanto discutibile con un’economia che versa per di più in gravi difficoltà.

 Economia e democrazia condividono una crisi. È veramente difficile dire se la delusione, la sfiducia, la disperazione appartengano più all’una o all’altra; e lo si vede bene nella percezione e nel linguaggio comuni che sbandano a piacere tra la democrazia e l’economia. A prima vista si sarebbe tentati di dire che è l’economia ad avere deluso e che la democrazia gioca in contropiede nell’illusione di risollevarsi con qualche futura ripresa. Nel modo di affrontare la crisi ci si arresta purtroppo a questo primo livello, dove la democrazia e l’economia sono trattate nello stesso tempo come separate e interagenti ma sul polo preferenziale dell’economia. Eppure la delusione, la sfiducia, la disperazione riguardano pure una democrazia che non ha saputo proporre, governare, legiferare, controllare il cavallo che correva troppo perché dopato prima della gara.

 Democrazia ed economia hanno molto in comune, la sfiducia e la disillusione le riguardano entrambe, qualcosa di simile si è spezzato. Sul lato della democrazia il dibattito insistente circa la necessità di una svolta leaderistica, dirigistica e velocistica fa affiorare la crisi profonda della sua struttura portante, che è il dialogo tra partecipare e decidere. La democrazia scivola rapidamente verso pseudosoluzioni decisionistiche che penalizzano il partecipare ridotto a passaggio notarile di consenso.

 Fatte le debite proporzioni, perché non pensare che la stessa cosa non sia avvenuta per l’economia? Anche l’economia ha un problema di spinta dirigistica, anch’essa patisce un’aggressione antidemocratica, anche per l’economia le decisioni si prendono del tutto altrove rispetto ai luoghi e ai territori di produzione, di lavoro, di vita. La smentita dell’ottimismo economico è come un dito messo nella piaga generata dalla spaccatura tra economia reale ed economia finanziaria. In termini appunto economici è l’equivalente della crisi democratica tra partecipare e decidere. Non ha problemi di dirigismo anche l’economia? Di ostacoli a rianimare le iniziative dal basso? Di dipendenza dall’onnipotenza del denaro e dai suoi avari sacerdoti troppo garantiti a priori nelle loro macabre liturgie? Di perdita di vitalità e di lavoro?

 

Pluralismo economico

Democrazia ed economia hanno in comune molto più di quanto non si creda. Dall’interno di una crisi comune i problemi dell’economia si travasano a maggior ragione sulla democrazia, e viceversa, anche perché fanno parte insieme della vita delle persone, dei rapporti con gli altri e di lavoro. Non stanno su cime diverse separate da una valle, come se per conoscerle si dovesse scalarle una per volta ridiscendendo sempre da capo nella vallata che le divide.

 Democrazia ed economia appartengono ciascuna al codice genetico dell’altra. Che prospettive potrà mai avere l’economia senza libertà, diritti, partecipazione, senso d’iniziativa, creatività, fiducia, consenso, legalità, giustizia? Le rivoluzioni democratiche non sono state combattute anche in nome dell’economia? D’altro canto il rapporto è lo stesso anche a termini invertiti, e non solo perché la democrazia risente di un’economia in crisi. Fermandosi qui si ripropone infatti il copione ammuffito di una democrazia e di un’economia che non si accompagnano fin da subito. Non è così. Il rapporto tra economia e democrazia è molto più stretto, è originario. Non solo dunque perché le contingenze economiche critiche rendono debole la democrazia. Ma soprattutto perché un’attività così rilevante, pervasiva e potente come l’economia mette continuamente a rischio, nel modo stesso con cui si propone e si organizza nelle proprie attività (che del tutto sue non sono mai perché anch’essa deve rendere conto ad altri), l’effettiva possibilità di una convivenza democratica.

 Pochi anni dopo la grande crisi economica del 1929 Jacques Maritain sente la necessità di parlare di “pluralismo economico” come uno degli aspetti rilevanti di una società pluralistica e democratica, accanto a quelli culturale, giuridico, sociale, politico e religioso. Per pluralismo economico intende, a titolo orientativo, una via d’uscita in senso personalistico e comunitario dalla doppia deriva di un’economia agraria che non vede più in là della proprietà familiare e di un’economia industriale dove la spinta a meccanizzare la produzione porta con sé una tendenza alla collettivizzazione della proprietà, cosa davvero ironica pensando all’ideologia liberista che la sorregge: “in regime capitalistico un’impresa industriale non è forse un alveare composto da una parte di lavoratori salariati e dall’altra da capitali riuniti in società; in società non d’uomini ma di denaro e di carta, di segni di ricchezza la cui anima è il desiderio di procreare altri titoli di possesso?”(Umanesimo integrale, 1936, capitolo quinto).

 Al di là della distanza storica e dei cambiamenti sopravvenuti, e al di là perfino della validità delle proposte di Maritain, rimane insuperata la lezione di metodo. Una società democratica è tale in tutti i suoi aspetti, nessuno escluso. La democrazia è incompatibile con un’economia che non sia pluralistica, senza partecipazione. Ma senza partecipazione e senza pluralismo d’iniziativa, stritolata com’è da monopoli finanziari, anche l’economia diventa infine incompatibile con se stessa.

 

Economia democratica o democrazia economica?

Economia e democrazia. Pluralismo economico. Partecipazione. L’intreccio diretto tra economia e democrazia scombina i significati, ne crea di nuovi, costringe a prendere le distanze dai luoghi comuni. Dona sensi inediti alle parole accostate. Si può quindi parlare di economia democratica come di democrazia economica. Siccome il rapporto è circolare, queste espressioni si possono anche lasciare in un certo senso come sono, e farle vivere così, nella loro doppiezza. Tanto, si parta dalla democrazia o dall’economia, si finisce per forza di cose a doversi confrontare.

 La seconda espressione però, democrazia economica, sembra più efficace e comprensiva. Economia democratica rischia, se si accentua la prima parola, di non dare sufficiente forza alla democrazia oppure, se s’insiste sul secondo termine, di far diventare l’economia una variabile del senso (magari ideologico) che si vuole dare a democratico. Nel primo caso la democrazia è costretta a seguire in tutto e per tutto le fortune e le sfortune dell’economia, come se non avesse capacità autonoma di progettazione e di iniziativa, come se non potesse rilanciarsi ancora una volta nonostante le smentite proprie e della stessa economia, come se la crisi dell’economia diventasse un alibi per la democrazia e le sue difficoltà, fin troppo pronta a giustificare addirittura la sua stessa messa in quarantena. Nel secondo caso il pericolo è di spingere l’economia fuori da se stessa, su di un terreno non ben riconoscibile. Di economie democratiche (per la verità con poco sia di economico che di democratico) se ne sono conosciute diverse e di vari colori.

 Con più rispetto ma con più decisione parlare di democrazia economica lancia la sfida dall’interno stesso dell’economia nella convinzione che la questione democratica le appartiene per intero (come la questione economica per la democrazia). Democrazia economica sembra dunque più forte e più comprensiva perché, tenendo la democrazia come aggettivo o come genitivo dell’economia (democratica, altra, sana, di questo o di quello, ecc.), s’innesca una catena di Sant’Antonio dove ciò che si aggiunge di volta in volta, e ciò che si aggiunge poi alle stesse aggiunte, esprime la ricerca di alternative che, per un verso, creano sempre nuove contrapposizioni tra economia e democrazia e che lasciano perciò di nuovo, per un altro verso, l’economia scoperta rispetto alla domanda intrinseca di democrazia e di partecipazione. La dialettica democratica tra partecipare e decidere qualifica come tale l’economia. Non può resistere a lungo nelle dissociazioni tra partecipare e decidere, o tra i luoghi fantasma delle scelte e i territori reali di vita e di attività.

 Democrazia economica. Qui iniziano le battaglie e i problemi, perché non è detto che l’onnipotente dio denaro permetta una cosa di questo genere. Ma ne siamo sicuri? O non sarà piuttosto di nuovo una rappresentazione strumentale e ideologica che torna però utile per assumere comodamente le parti, uguali e contrarie, nella recita del pro e del contro?

 Intanto una cosa è certa, che manca economia come manca democrazia. La conclusione, provvisoria, può essere solo una nuova domanda. Democrazia economica?