Unione Europea: è finito il tempo delle attese

di Giuseppe Alvaro
Facoltà di Statistica Università di Roma “La Sapienza”

  

 

 

Il contributo che segue del Prof. Giuseppe Alvaro fornisce una efficace descrizione dell’attuale situazione europea che può essere sintetizzata con tre annotazioni: lo status quo non è sostenibile perché l’Unione Europea non si è mostrata né si mostra ora in grado di difendere unitariamente i cittadini europei dalla crisi in atto; tornare indietro alle condizioni precedenti l’introduzione dell’euro sarebbe poco realistico perché innescherebbe una valanga di conseguenze negative rendendo più profonde le divisioni europee; andare avanti significherebbe riassorbire in un nuovo progetto le ragioni che hanno portato al fallimento del progetto in atto. La soluzione di demonizzare i cittadini europei che manifestano il loro euro scetticismo è una scorciatoia senza sbocco. Sono le élites europee e nazionali che devono imparare dagli errori compiuti e riprendere l’originario percorso per il quale la moneta unica non era un fine ma un mezzo per realizzare una maggiore unità politica e sociale.

 

 

 

Cittadino d’Europa?

Da tempo si avvertiva che il dissenso degli europei nei confronti dell’Unione tendesse sensibilmente a crescere. Il recente voto in Francia l’ha certificato: gli europei che non amano l’Europa sono divenuti maggioranza. Il cittadino europeo è ormai convinto che l’Unione non è più in grado di realizzare il progetto europeo elaborato e proposto dai nostri padri.

Considera quel progetto fallito. Per il cittadino, l’Unione non è stata capace di difendere unitariamente gli europei dalla crisi finanziaria che, con inusitata violenza, in questi anni li ha travolto. I singoli Paesi sono stati messi nella condizione di affrontare la tempesta finanziaria senza disporre di alcuna autonomia decisionale in materia monetaria. Con l’aggravante di dover osservare vincoli che legavano e legano ogni possibilità di movimento. Quanto dire: si sono trovati come quel pugile chiamato a salire sul ring per sostenere un incontro di pugilato con le braccia legate.

Il cittadino chiaramente avverte che quel progetto è fallito perché l’Unione non è stata in grado di definire una politica economica incentrata su un programma d’investimenti di medio e lungo periodo, coordinata a livello europeo, in grado di collocare l’economia dei singoli Paesi lungo l’interpolante della crescita e del rinnovamento della base produttiva. Tanto che nessuno finora ha capito come l’Unione potesse, unitariamente, superare la crisi, rinnovare il sistema produttivo, ridurre gli squilibri economici e sociali al suo interno, sostenere e potenziare il livello occupazionale, assicurare condizioni di vita più umane e umanizzanti senza una adeguata, coerente, coordinata politica di investimenti.

Il cittadino ha percepito e percepisce che il progetto è fallito perché l’Europa non è stata capace di approntare un programma per dare una risposta unitaria agli spaventosi problemi che in un futuro non lontano dovrà affrontare in ordine alle disponibilità energetiche. Così come si è dimostrata incapace di definire una linea comunitaria di sostegno alle nuove generazioni di giovani senza lavoro che, soprattutto nei Paesi del Sud, hanno perduto finanche la speranza di poter essere, un giorno, utili a se stessi e agli altri, lavorando.

Il cittadino ha percepito e percepisce che il progetto è fallito perché l’Europa si è trovata e si trova del tutto impreparata ad affrontare unitariamente i motivi di crisi apertisi sullo scenario internazionale. Senza una politica estera comune, senza un esercito comune, senza un governo europeo, senza un Parlamento in grado di esprimere una politica europea, l’Europa si è dimostrata (e si dimostra) impotente a decidere e a difendere, unitariamente, gli interessi dei suoi cittadini.

La percezione del cittadino è che il progetto europeo è fallito perché l’Unione non è stata capace di elaborare e adottare una politica di governo, con visione unitaria, del complesso e grave problema dell’immigrazione. I Paesi più esposti, che poi sono i Paesi più deboli del sud Europa, sono stati lasciati soli ad affrontare e risolvere questo drammatico problema umano, economico, sociale, rendendo ancor più grave la crisi economica e finanziaria in cui questi Paesi si dibattevano e si dibattono.

Il cittadino ormai chiaramente avverte che l’attuale assetto politico, istituzionale, decisionale ha lentamente trasformato l’Europa da modello di civiltà, di libertà, di fucina di idee e di progresso in un modello di rigida applicazione di ragionieristici parametri, per di più gestito da una burocrazia nei cui confronti la vituperata burocrazia italiana è meravigliosamente efficiente.

Il cittadino ha ormai chiaramente percepito che il progetto europeo è fallito perché l’Europa non ha una guida politica che governi la domanda politica della gente, ma un assetto decisionale intergovernativo che risponde alla domanda politica della gente solo e soltanto attraverso soluzioni improntate ad un freddo tecnicismo. In un tale contesto, la domanda di politica della gente e l’offerta di soluzioni da parte dell’Unione divengono divergenti e finiscono col far sentire il cittadino sempre più lontano dai palazzi di Bruxelles. In queste condizioni, l’Unione non è più vissuta dalla gente come dimora comune, ma come un’entità ostile, insensibile ai suoi bisogni, alle sue esigenze di vita.

Lo dimostra il fatto che la sola strategia che nelle comode e ovattate stanze degli uffici di Bruxelles si è stati capaci di elaborare è stata ed è tuttora quella dei sacrifici, del ragionieristico rispetto di vincoli e parametri, indipendentemente dalle vicende del ciclo economico. E mai si è voluto capire che il totem del 3 per cento del disavanzo pubblico rispetto al Pil non si rispetta solo e soltanto abbassando le spese e aumentando a dismisura l’imposizione fiscale, ma si rispetta anche definendo e realizzando adeguate e finalizzate politiche di investimenti, per stimolare l’aumento del Pil, .

Una famiglia che è in difficoltà, aumenta le risorse contenendo sì i consumi, vendendo sì i gioielli di casa, ma soprattutto facendo lavorare i suoi membri, creando risorse. Ossia, aumentando il Pil.

 

Una “maestra” poco severa con se stessa

Questa linea politica si doveva seguire, questo programma si doveva realizzare nell’Unione e dall’Unione non è stato realizzato. L’Unione ha per anni chiesto, con forza e giustamente, ai Paesi in difficoltà di fare i compiti a casa, di fare le riforme. E, come ogni severa maestra, altrettanto giustamente, era lì quotidianamente ad osservare e verificare che i compiti dai singoli Paesi venissero svolti.

Nei fatti i compiti sono stati svolti. Solo che quella severa maestra non è stata altrettanta severa nei confronti di se stessa, giacché non ha dimostrato l’uguale premuroso dovere di svolgere l’importante compito di parlare al cittadino, di spiegare al cittadino come, in che termini, in quali tempi, con quale efficacia, con quale intensità, lo svolgimento dei compiti assegnati agli “allievi” in difficoltà avesse permesso di raggiungere fondamentali obiettivi, quali: a) la crescita delle risorse in ciascun Paese; b) la ripresa degli investimenti: c) la crescita dell’occupazione; d) la riduzione degli squilibri territoriali. Squilibri, occorre ricordare, che, senza specifiche politiche d’intervento, tendono ad ampliarsi, giacché, con un euro forte, i Pesi deboli divengono più deboli e i Paesi forti più forti. E, come conseguenza, si avrà che, nei Paesi più deboli, le regioni povere diverranno sempre più povere rispetto alle regioni più ricche. In questa prospettiva, pensiamo alle condizioni in cui si verrà a trovare nel tempo il nostro Mezzogiorno, dove, già oggi, oltre il 50 per cento dei giovani è senza lavoro!

Era un compito che la severa maestra avrebbe dovuto svolgere perché aveva per finalità la definizione e l’attuazione di misure d’intervento volte a far uscire dalla crisi l’Unione con le economie dei singoli Paesi più raccordate, più integrate. Di modo che, lungo questo percorso, le diversità tra i vari Paesi si potessero trasformare in ricchezza, ricchezza di rapporti umani, economici, sociali di popoli integrati e integrantisi in una Comunità: l’Unione Europea.

Questo fondamentale compito a casa l’Unione non l’ha fatto. L’ha consapevolmente ignorato. E, ignorandolo, s’è trovata costretta a seguire la strada più semplice che, nei fatti e nel tempo, è divenuta la più pericolosa. Ha costretto i Paesi più deboli a perseguire il pareggio di bilancio con pesanti e insostenibili politiche fiscali. Il risultato è stato l’avvitamento della crisi, che li ha spinti lungo la spirale del sottosviluppo. A riprova del fatto che introdurre solo e soltanto misure di austerità in periodi di crisi genera solo e soltanto moltiplicazione e diffusione della crisi. Quindi, flessione del Pil. Fenomeno che, in questi Paesi, compreso il nostro, è avvenuto con governi di centro-destra e con governi di centro-sinistra. Con governi guidati da politici e con governi guidati da eminenti tecnici.

Non si è voluto capire che, quando un popolo è schiacciato da tasse, soprattasse, imposte, accise e balzelli, non può mai produrre cultura, progresso economico e sociale. Non può mai produrre rinnovamento.

Il cittadino sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze di questa grave crisi. La diffusione a macchia d’olio della protesta antieuropea in tutti i Paesi dell’Unione trova le sue motivazioni nelle mancate risposte alla domanda di un efficiente governo unitario.

  

Il cittadino senza cittadinanza

Con il risultato delle recenti elezioni, il cittadino ha espresso una chiara volontà: non più semplice e sterile astensione dal voto ma scelta di forze politiche antieuropeiste, perché ha capito che non è più nelle possibilità dei governi di stampo nazionale affrontare e risolvere i problemi che sorgono all’interno dei singoli Paesi in armonia con le esigenze di politica economica e finanziaria che sorgono nel complesso dell’Unione. Ed ha capito anche che, con l’attuale assetto costituzionale, l’Unione si trova nell’impossibilità di governare le crisi che attraversano l’Europa.

Ciò che oggi non si può, non si deve fare, in quanto non più tollerabile, è rispondere alla domanda di governo unitario espressa dal cittadino, con beffardi sorrisetti o con atti burocratico-amministrativi. Ancor peggio, ritenere e trattare l’attuale protesta come una temporanea e inefficace forma di populismo. Perché, in questo caso, la crisi dell’Unione presto diverrebbe irreversibile. Chiedere politiche di sviluppo non è populismo. Chiedere lavoro non è populismo. Chiedere sicurezza non è populismo.

Sono queste le richieste che oggi il cittadino rivolge all’Europa ed alle quali finora l’Europa non ha dato risposte, finora non è stata capace di indicare credibili soluzioni.

Se poi l’Unione chiede che siano tributati applausi e ovazioni a chi, invece di dare convincenti risposte di futuro al cittadino, ha adottato politiche che nei fatti hanno prodotto un esercito di giovani disoccupati, di imprese che abbassano le saracinesche, di famiglie che incontrano difficoltà notevoli di arrivare a fine mese e, quindi, di mantenere i propri figli a scuola per poi trovarseli in casa senza prospettive di lavoro, allora significa che l’Unione ha smarrito anche il senso della democrazia. Perché, dimentica che la forza di una democrazia sta nel fatto che il popolo non applaude mai, né è costretto ad applaudire chi, nel governarlo, si mostra insensibile alla sua domanda di futuro.

Ed in mancanza di risposte adeguate a tale domanda, non può che divenire impossibile arrestare il moto di protesta che sta divampando in gran parte dei Paesi dell’Unione.

 

La storia ad un bivio

La storia dell’Europa è giunta ad un bivio. La diffusa protesta in corso può trasformarsi in una protesta costruttiva di rinnovamenti nell’Unione o sfociare in protesta distruttiva della stessa Unione. Ciò che oggi il cittadino non sopporta più è che l’Unione continui a proiettare nel futuro l’attuale status quo, l’attuale mancanza di progettualità unitaria. Il recente risultato elettorale francese mostra che, perdurando quest’immobilismo, la protesta non potrà che divenire distruttiva dell’Unione. E questo sarebbe il naturale sbocco dell’insegnamento della storia: una moneta senza uno Stato che la sostenga è destinata nel tempo al fallimento. E’ accaduto già in Europa un secolo e mezzo fa con l’istituzione dell’Unione Monetaria Latina che, nata nel dicembre del 1865 tra Francia, Belgio, Italia, Svizzera e allargata nel corso degli anni a Spagna e Grecia e, successivamente, a Romania e Austria-Ungheria, con affanno è sopravvissuta fino al 1927, anno in cui venne sciolta.

Con l’eventuale fine dell’Unione si va verso l’avventurismo? Forse. Ma in questa prospettiva i responsabili, gli avventurieri non potranno più essere individuati nel popolo, nei giovani che, col loro voto, premiano le forze antieuropee, ma in coloro che, avendo le responsabilità di governo, non hanno dato e non sanno dare le dovute risposte alle esigenze di crescita economica, sociale, morale, umana e civile dell’Unione nella sua espressione unitaria.

E, peggio ancora, quando come uniche risposte danno… beffardi, sprezzanti sorrisetti.