Europa in trappola?

di Giuseppe Bianchi
Presidente ISRIL

 

 

 

I risultati delle recenti elezioni per il Parlamento Europeo confermano quanto Claus Offe, noto sociologo tedesco, anticipava in un suo recente volume L’Europa in trappola (Il Mulino, 2014).

Lo “status quo” è insostenibile, come ha dimostrato il crescente euroscetticismo; ritornare alle condizioni precedenti l’introduzione dell’euro significa mettere in moto meccanismi autolesivi per tutti i paesi e soprattutto per quelli più indebitati in euro; accelerare il progetto europeo troverebbe le opinioni pubbliche impreparate ed ostili. Per uscire dalla trappola in cui l’Europa si trova, scrive Offe, occorre spiegare alle opinioni pubbliche che gli interventi per rimediare agli attuali squilibri commerciali e di bilancio (eurobond, projects bond ed altro) non costituiscono donazioni altruistiche ma atti di solidarietà, in senso proprio, cioè “fare non ciò che è bene per qualche altro ma ciò che è bene per tutti”.

La conclusa campagna elettorale ha dimostrato come i partiti, chiusi nel loro provincialismo, siano stati incapaci di accreditare l’idea di una Europa comune, più partecipata, più democratica, in grado di offrire una prospettiva di crescita a tutti i cittadini così da creare una identità condivisa. Il fatto poi che un altro grande tedesco, il filosofo J. Habermas, proponga anche egli nel suo volume Nella spirale democratica (Laterza, 2014) la necessità di un grande sforzo cooperativo tra i paesi Europei per incrementare la solidarietà quale obiettivo da organizzare politicamente per il futuro, indica che anche in Germania è in atto un dibattito culturale che mira a correggere le chiusure nazionalistiche di una austerità, fine a sé stessa.

 

 

 

 

L’errore progettuale

I risultati delle recenti elezioni europee hanno messo in risalto le ragioni per le quali il progetto di Unione Europea ha deluso le attese dei cittadini in quanto non si è mostrato in grado di difendere unitariamente gli europei dalla crisi economica e sociale; anzi le condizioni di vita e le opportunità occupazionali dei cittadini dei diversi paesi si sono divaricati contraddicendo i fini ultimi che avevano messo in moto il processo unitario.

Che ora i cittadini abbiano dimostrato il loro euro scetticismo con le recenti elezioni è comprensibile, né vale demonizzare tale atteggiamento con l’accusa di populismo.

Occorre prendere atto dell’errore progettuale di ritenere che una unione monetaria potesse funzionare in un’area di paesi diversi, dal punto di vista della competitività economica, della stabilità finanziaria, con ben 23 lingue ufficiali e che il percorso correttivo affidato ai vincoli europei, in termini di inflazione, deficit, debito pubblico, fosse alla portata dei governi nazionali, alle prese con le rispettive opinioni pubbliche, in assenza di politiche comuni a sostegno alla crescita e in grado di ammortizzare i costi sociali delle riforme richieste.

“L’Europa in trappola”, scrive Claus Offe in un suo recente volume (Il Mulino 2014) autorevole sociologo, cioè cittadino del paese che ha fatto del rigore l’asse della politica comunitaria.

Che intende dire l’autore con tale espressione?:

-       che lo “status quo” è insostenibile per gli squilibri economici sociali che si sono creati e perché le politiche promosse ai fini di riallineare i deficit commerciali e di bilancio con misure redistributive regressive a carico soprattutto del lavoro e dello stato sociale hanno creato, soprattutto nei paesi periferici dell’euro zona, stagnazione economica, disoccupazione ed un calo dei consumi che va oltre la caduta del potere d’acquisto delle famiglie, condizioni non certo favorevoli a sostenere recuperi di capacità competitiva ed attivazione di nuovi investimenti interni ed esterni.

-       Che l’ipotesi di ritornare alle condizioni precedenti l’introduzione dell’euro risulta poco realistica soprattutto per i paesi in difficoltà come l’Italia il cui debito pubblico, ora in euro, riconvertito nella moneta nazionale, assumerebbe dimensioni difficilmente gestibili, in presenza di una svalutazione di tale moneta (30%-40% si stima), cui vanno aggiunti i maggiori interessi da pagare per il suo rifinanziamento. L’Ufficio Studi della Confindustria ha stimato che se tornassimo alla lira, in due-tre anni perderemmo fra il 25% ed il 30% del PIL, anche se è oggettivamente difficile fare previsioni in presenza di un evento senza precedenti. Per non parlare poi che la crisi dell’euro travolgerebbe la stessa Unione con il fallimento politico di un’Europa che, sul piano della rappresentanza di sé ai suoi cittadini e al mondo, ha personificato valori universali di libertà, di giustizia sociale, i fondamenti storici della democrazia.

 

 

Come uscire dallo status quo?

Il problema che si pone è quello di uscire dall’attuale trappola, soprattutto dopo gli esiti elettorali registrati: ma come? Passi in avanti sono stati fatti sul piano della stabilità finanziaria (i vari fondi Salva Stato, la vigilanza europea sulle banche e soprattutto il ruolo attivo, attualmente rinvigorito, della BCE) i cui effetti positivi sono attualmente verificabili nel calo degli “spread” che abbattono significativamente i costi del rifinanziamento del debito pubblico con possibilità di liberare credito per l’economia reale.

Ma si è ancora lontani da un processo di attivazione di politiche europee a sostegno dello sviluppo evitando, soprattutto nei paesi in difficoltà, che i bassi tassi di crescita e gli elevati tassi di disoccupazione divengano strutturali e quindi molto più difficili da rimuovere con le politiche nazionali.

Di tutto ciò c’è avvertenza nel dialogo europeo e le ipotesi di intervento sono note da tempo: misure di mutualizzazione dei debiti pubblici (euro bond), progetti finanziati a livello europeo (projects bond), in aree strategiche quali energia, telecomunicazioni, trasporti, forme più incisive di integrazione a livello fiscale e di bilancio.

 

 

Il peso dei nazionalismi

L’ostacolo vero, al di là delle incongruenze dell’attuale assetto istituzionale, sta nelle opinioni pubbliche dei singoli paesi, ancora orientate dagli interessi egoistici nazionali. Perché i paesi più virtuosi dovrebbero farsi carico degli sprechi altrui? Ognuno metta ordine e dia solidità alla sua casa e solo dopo si potranno costruire i piani più elevati.

Senonché lo scenario economico europeo con una inflazione inferiore all’1% costituisce il sintomo di una domanda insufficiente a soddisfare l’offerta ed anche la recente stabilità finanziaria può essere presto compromessa sia perché la bassa inflazione innalza gli interessi reali sul debito, sia perché la bassa crescita è destinata ad aggravare gli squilibri delle finanze pubbliche.

Esiste un rischio europeo di deflazione che non risparmierà anche i cosiddetti paesi forti e che la BCE è disposta a fronteggiare “con politiche monetarie non convenzionali” (Draghi). Ma non basta la disponibilità di credito se mancano le convenienze private e le iniziative pubbliche per sostenere la ripresa degli investimenti e dell’occupazione. Il rischio è che l’aumento della massa monetaria, non accompagnata da politiche strutturali, vada ad aumentare, come già avvenuto, i prezzi delle attività finanziarie (vedi le borse affari) e a gonfiare le dimensioni del mercato finanziario globale. Ritorna il problema di ciò che si dovrebbe fare ma che è impossibile fare perché manca una percezione dell’interesse comune.

La conclusione di Offe, è che per uscire dalla trappola l’Europa deve recuperare una concezione corretta della solidarietà “che significa fare non ciò che è bene per qualcun altro ma ciò che è bene per tutti noi”. Non si tratta di evocare donazioni altruistiche, ma evitare di cadere nel noto “dilemma del prigioniero” ove la reciproca sfiducia porta i diversi protagonisti a scegliere la soluzione più svantaggiosa per tutti.

 

 

Ricostruire gli ideali europei menomati

Le avvenute elezioni europee hanno rappresentato un tonfo per gli ideali europei. A questo punto il problema del cosa fare diviene urgente. Andare ancora avanti con i piccoli passi, con le mediazioni raggiunte sull’orlo dell’abisso, può evitare la caduta catastrofica del progetto europeo ma al prezzo di una bassa crescita, di una elevata disoccupazione, condizioni che eroderanno progressivamente il consenso dell’opinione pubblica al progetto europeo.

L’alternativa, peraltro fornita da un altro grande tedesco J. Habermas nel suo recente volume Nella spirale tecnocratica (Laterza, 2014) è quella di attivare un nuovo impegno cooperativo fra i paesi Europei per incrementare la solidarietà quale obiettivo da organizzare politicamente per il futuro.

Un mutamento di prospettiva, soprattutto culturale, per individuare un terreno comune europeo nel quale tutti i cittadini possano riconoscersi sentendosi partecipi di un comune destino e per darsi le istituzioni rappresentative di un vero stato europeo federale e decentrato che non vuole essere solo un progetto politico ma un progetto di civiltà, culla dei diritti umani come lo fu nel passato.

C’è da augurarsi che il Governo tedesco, dopo l’esito delle recenti elezioni, ascolti di più i suoi più autorevoli intellettuali.