La politica è morta? Viva la politica!

di Amos Ciabattoni

 

 

 

 

Lunga è stata la riflessione sulla opportunità del punto di interrogazione sulla “morte” della politica.

Se cioè darla per avvenuta oppure lasciare ancora uno spazio all’ottimismo e alla speranza.

Ho optato per la seconda interpretazione e quindi su questo spazio, ancorché limitato, di fiducia tenterò di costruire le basi per una apertura di credito alla politica per gli aspetti che ha assunto nel nostro Paese.

Ovviamente, ciascuno ha la propria idea, ma è l’insieme delle idee e delle valutazioni che sostanziano la realtà.

 

 

Definire la politica

Sulla Politica, parole e contenuti, c’è una immensa letteratura e pratica che si prestano ad infinite interpretazioni: ci sono luoghi dove essa sostanzia la vera natura della Democrazia moderna ancorata alla storia, e luoghi dove è pretesto di copertura per tutt’altro significato e pratica.

Per cui dare una risposta alla domanda che cosa è e deve intendersi per politica, non è semplice: anche perché le definizioni presentano a volte vere e proprie forzature.

Però, per avere materia di valutazione e di discussione, raccogliamo alcune più evidenti definizioni della politica: ciascuno adotti quella più vicina al proprio sentire, e si unisca al percorso comune che è nelle intenzioni di questo incontro di ricerca e di scambio di conoscenze.

Bisogna premettere che la Politica è nata con l’Uomo e dal momento in cui ha dovuto naturalmente organizzarsi per se stesso e per i rapporti con l’altro, e quindi costituire un primitivo nucleo di Comunità; allora è nato “un modo di fare”, una serie di relazioni che potremmo già definire “regole” e da qui la necessità di gestirle.

Ma senza riandare troppo lontano, la civiltà offre definizioni della Politica che in poche parole racchiudono diverse e molteplici versioni e concetti.

Per cui la parola stessa ha perso un significato univoco.

Tra le tante definizioni in circolazione, personalmente adotto quella sulla quale un semplice prete diffuse un fecondo messaggio di fede nella politica: mi riferisco a don Luigi Sturzo il quale definì la Politica “L’arte di fare il bene della gente”.

Ma l’essenza della Politica si può ricavare anche dalle numerose definizioni dell’Uomo che fa politica. Ne cito alcune:

- “Le doti di un buon politico sono la intelligenza per comprendere, il coraggio per risolvere, la forza per agire e il disinteresse personale come esempio e donazione” (Edmondo Gibson – storico).

- “L’uomo politico non può essere un individuo stanziale nel cortile della società, deve avere lo spirito del navigatore” (Dossetti).

- Una terza definizione viene offerta dall’articolo 54 della nostra Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore”.

- Una quarta citazione è di Paolo VI “la politica è un singolare ambito della Carità”.

- Ancora: “La politica è un “pharmakon” e cioè – per rispettare rigorosamente l’ambivalenza del termine greco – una medicina che intossica, un veleno che guarisce.”

 

 

Un metodo comune di approccio

Posti a preambolo questi concetti – ovviamente offerti alla libera condivisione – penso sia propedeutico allo sviluppo comune dell’argomento, una proposta sul metodo da seguire: da chi ne offre aspetti, significati ed effetti e da chi li confronta con le proprie idee.

Un metodo che propongo è di isolarci durante l’intera trattazione e trasferirci su una sorta di “iperuranio” dove secondo Platone, risiedono le forme intere e pure delle nostre parole e delle nostre idee. Che nel nostro caso significa astrarci dalla quotidiana lotta tra quello che vorremmo e quello che invece “è”. Fare “yoga” e seguire le onde di un “mantra” liberatore e purificatore di tutto ciò che appesantisce il nostro intelletto e nutre le nostre quotidiane angosce.

Cioè, adottare il metodo della purezza del fine: che consiglia di non farsi intrappolare dagli effetti negativi che viviamo delle cose, ma andare alle origini di esse ricercandone le cause, per difenderci e capire.

In politica è un errore grave non farlo spesso, perché, tra l’altro, disunisce il passato dal presente e rende faticoso il suo transito nel futuro. E si è costretti a vivere in un “immobile presente”.

Tra l’altro è il metodo più idoneo che ridare a molte delle non numerose parole di cui disponiamo per esprimerci, il loro vero senso quasi irrimediabilmente perso per l’abuso deviante che se ne fa. Tra esse: Democrazia, Onestà, Progresso, Giustizia, Carità, Amore, Emozioni ed i concetti di Bene e di Male.

 

 

Politica e vita comune

La Politica, quindi, è destinata da sempre a disciplinare la vita in comune degli individui.

Ciò avviene delegando potere ad alcuni di essi e lasciando intatti i poteri propri e indelegabili dei singoli cittadini: tra i primi la facoltà di premiare i capaci, sollevare gli inetti, offrire energie nuove, custodire il patrimonio di progresso accumulato.

Oggi questa “osmosi virtuosa” tra termini, significati e valori si è persa dando luogo ad una società disorientata, che ha smarrito il discrimine tra bene e male, bello e brutto, locale e globale, nomade e stanziale, amicizia e sincerità, scienza e fede, giustizia e carità, giovinezza e vecchiaia. Una società che ha perso l’orgoglio dell’onestà e la virtù della solidarietà che, oltre essere un esercizio cristiano, è un potente aggregante sociale, anche a piccole dosi: un saluto, uno sguardo amichevole, una monetina nel palmo di una mano tesa, un complimento, una partecipazione ad una difficoltà del prossimo, fino alla pratica del concetto alto di “solidarietà umana” e di “giustizia sociale”.

Una società soprattutto decaduta che trasforma i “diritti” in favori resi in cambio di qualcosa ed i “doveri” in occasionali virtù.

Su questo fronte, soltanto una generale presa di coscienza e un vero collettivo “risorgimento dell’anima” potranno ripristinare l’armonia persa. Più ancora, un nuovo Rinascimento.

Quanto a Solidarietà mi piace inserire un piccolo frammento di poesia in un contesto tematico serio e complesso come quello che stiamo trattando.

Lo ricavo da una fiaba che, come tutte le favole, ha uno spessore di morale.

“Un violento incendio stava distruggendo un bosco. Gli uomini faticavano a spegnerlo. Un piccolo Colibrì, che tra gli alberi aveva il suo nido, corre a riempirsi il piccolo becco di alcune gocce d’acqua da un ruscello e vola per contribuire a spegnerlo”.

Come dire, il mare della solidarietà è fatto di tante piccole gocce.

 

 

Politica e Democrazia

Gli effetti negativi dell’attuale disorientamento, si manifestano, ancor più, con una progressiva “dicotomia” tra Politica e Democrazia. I due termini non sono, per destinazione, scindibili. Per vivere e produrre effetti virtuosi hanno bisogno di una “simbiosi mutualistica”.

Quando non avviene, la politica decade a mero strumento di passioni senza virtù e la Democrazia diventa una vuota parola, un esercizio sterile privo di anima e di effetti sublimi.

Accenni di tale pericolosa dicotomia li stiamo vivendo nel nostro Paese, dove una legge elettorale toglie da quasi un decennio al popolo proprio il potere di giudizio sull’operato dei politici, aprendo sul fianco della democrazia una pericolosa ferita.

Effetto ancora più grave è che questo sistema influisce sul rapporto stretto tra Politica-Cittadini-Istituzioni ed ha abituato gli elettori a non chiedere severamente conto a chi comanda.

“Il mondo diventa un posto pericoloso non per quelli che fanno il male, ma per quello che lo sanno e lo lasciano fare” (Einstein).

Se infatti con l’instaurarsi e il diffondersi dei regimi democratici, ogni cittadino è diventato potenzialmente e concretamente un politico, tutte le caratteristiche di un tale stato debbono essergli garantiti.

Quando ciò non è la regola, la democrazia decade a puro esercizio di retorica.

 

 

Cittadino e doveri

Garantito deve essere soprattutto l’esercizio del “dovere” del cittadino di partecipare con pieni poteri al processo democratico che genera e legittima le connessioni e fissa le funzioni e i rapporti tra istituzioni e cittadini. E ciò comporta l’obbligo di contribuire a far funzionare il sistema “Politica-Democrazia-liberta” in un costante ordine morale.

Per ottenere tale risultato è però necessario, che sia il cittadino “politico” che il cittadino “delegato”, siano strumenti di un corretto funzionamento della Democrazia.

Dal più giusto punto di vista è proprio questo il senso della “spiritualità” che deve essere garantita alla Politica di cui è l’anima.

E per farlo e ottenerlo è necessario che il “cittadino politico” conservi sempre questo suo proprio stato. Non ceda mai. Non si tiri mai da parte. Non lasci mai deleghe in bianco e incontrollate degli effetti che sono destinati a produrre per il bene comune, nel quale il singolo individuo deve trovare ciò che occorre alla sua vita e sentirsi partecipe della “teologia delle realtà terresti”, dove è contenuta la spiritualità che anima tutte le applicazioni del nostro essere “umani”.

 

 

Decadenza delle idee

La debacle della vita politica si alimenta anche e soprattutto dell’alluvione di sociologismi, psicologismi e formule ferme, didascaliche, senza contenuti, ripetitive e quindi del manifestarsi di una malattia mortale per la transitività delle idee: cioè la decadenza della cultura politica e della capacità di individuare, valutare, cogliere e capire i mutamenti della società che ormai hanno assunto ritmi che scavalcano il tempo.

È proprio l’emarginazione della cultura che sta diventando un ornamento del dire e del fare, e sta trasformando l’esercizio della politica da alta offerta missionaria a mero mestiere.

La decadenza, per questo aspetto, è progressiva e non accenna a fermarsi. Tra le cause: la scomparsa dei luoghi deputati al confronto, allo scambio delle idee, all’offerta dei propri talenti per la causa comune. La “piazza” non è più l’Agorà, il luogo dell’incontro di spiriti votati alla donazione e scambio di tutto ciò che è Conoscenza e “arte” di vivere. Oggi impera l’arte di produrre documenti, lanciare proclami, usare le idee come “bombe” per aprirsi varchi, inzeppare di appelli al “bisogna fare”, dimenticando l’obbligo del “fare”: e mentre si discetta e ognuno è pago della sua eloquenza, la sostanza politica svanisce.

Thomas Merton nel suo magnifico libro “La montagna delle sette balze” descrive molto bene un realistico incontro di uomini che nel chiuso di una stanza, arrochiti dalle grida e dal fumo, nel chiasso assordante di voci sovrapposte, si affannano per la conquista della supremazia delle proprie idee su quelle di tutti gli altri. Poi, a notte fonda, stanchi, ma pieni di sicurezza di aver prevalso, tornano a casa convinti di aver salvato il mondo.

 

Consenso e Democrazia

La morale è che il politico oggi non sente più il bisogno di trovare il consenso collettivo e democratico per agire: e non ricerca il dialogo che eleva gli individui alla centralità dell’operare.

Ha perso anche, nei rapporti, la schiettezza che è una virtù evangelica: “Sia il vostro dire Si, Si, No, No, il più viene dal maligno” (Matteo 5, 37).

Ecco da dove si genera la disaffezione dalla politica. È un tratto generale nei paesi dove le urne elettorali non sono il terminale naturale di ogni giudizio popolare e democratico. I rilevamenti segnalano che oltre un terzo del nostro elettorato non va alle urne, perché non crede nella utilità del proprio voto e detesta la classe dirigente, la politica, e si ritira dall’obbligo di essere Comunità, depauperando il grande valore della vita sociale.

 

La “Società liquida”

Ne è derivata la società “liquida” descritta da Bauman, che si è sviluppata dagli stravolgimenti etici, economici e sociali, di una Finanza egoistica sfuggita al controllo della politica, anzi entrata in commistione con la politica, e in rotta di collisione col capitalismo industriale generatore di economia sociale e di ricchezza per tutti.

Papa Wojtyla, dopo la caduta del comunismo sovietico ammonì l’occidente di non gioire senza coscienza, perché il mondo avrebbe chiesto al capitalismo vittorioso sul comunismo di essere in grado di rispondere al grande fabbisogno di giustizia sociale che il comunismo prometteva, ma non dava. Analisti oggi danno per certo che verrà presto il momento nel quale il potere dei popoli sarà maggiore della potenza del denaro.

Oggi possiamo dire che le macerie del Muro di Berlino non sono cadute soltanto addosso al comunismo reale di marca sovietica, ma anche addosso a quella parte del mondo occidentale che aveva adottato la lotta al comunismo come comodo alibi di tante inefficienze e ingiustizie.

 

“Homines novi”

La luce, ancorché affievolita, per ritornare sulla via maestra, ancora c’è.

Ma la soluzione al ripristino della politica coerente con il suo ruolo, ricercata nel riformismo costituzionale del nostro “sistema Paese”, da sola non basta.

Occorre, contemporaneamente, una profonda rigenerazione morale degli strumenti chiamati “Partiti”, laddove l’aggettivo morale non sta solo nel non rubare e il sostantivo “rigenerazione” non coincide con l’ennesimo repulisti affidato al codice penale.

Rigenerazione morale vuoi dire innanzitutto, nuove generazioni (Homines novi) alla cui preparazione devono attendere, per “missione”, le generazioni che si esauriscono.

Vuol dire restaurare un filo diretto di connessione e di effetto tra l’attività politica e il bene comune della gente.

Vuol dire far funzionare il meccanismo democratico che oltre a ricercare e premiare i migliori, sia in grado di liberare il campo dai demagoghi e voltagabbana. Da coloro che fanno da “tappo” allo scorrere dei tempi.

Cosa che, prendendo a prestito un monito di Flannery O’Connor, vuol dire: “Liberare il campo da tanta gente che vive in un mondo che Dio non ha creato”.

Di certo Dio non ha creato l’Isola dei Lotofagi, che Omero descrive nel Libro IX dell’Odissea, nella quale i compagni di Ulisse vogliono restare dopo aver mangiato il loto della dimenticanza: la dimenticanza di tornare a casa.

È la stoltezza dannosa di molti politici. È la stoltezza di noi che lo consentiamo.

E vuol dire non bloccare il ricambio generazionale, per cui chi ha già ricevuto restituisca in esperienza, guidando da generosi “Tutor” le nuove generazioni ad entrare in campo.

 

Il “Personaggio partito”

Costante in tutti gli scenari è la presenza, visibile o defilata, del “personaggio Partito”.

Lo abbiamo già definito strumento per dare azione e forza alla Democrazia. E, nell’accezione moderna: Un partito è ogni gruppo politico identificato da una etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di accogliere ed offrire giusti candidati per le cariche pubbliche.

Storicamente dal ’45 in poi, la democrazia italiana ha voluto dire i partiti, e la società, nel lungo dopoguerra, è stata piuttosto da essi dominata, organizzata e disciplinata. È peraltro impossibile negare che, in una misura significativa, il grande sviluppo economico del Paese fu reso possibile proprio grazie ai partiti: all’efficacia delle loro scelte e della loro direzione. Ma a partire dagli anni 70/80 la tendenza si rovescia. In un certo senso la società reclama il suo primato “democratico” e comincia a sfuggire ai partiti, i quali ne perdono progressivamente il controllo fino a conoscere la virtuale dissoluzione del loro sistema con le inchieste di Mani pulite. E da allora in avanti, non a caso, essi vivono e sono vissuti soprattutto come qualcosa di superfluo, di parassitario, precisamente come una “casta”.

I partiti così hanno iniziato a mostrare una grave carenza di “intelligenza delle cose”, di capacità di prevenire e comprendere i fenomeni evolutivi della società e soprattutto la capacità di fare, per ignoranza delle connessioni che si muovono all’interno del quadro sociologico e politico-istituzionale, mostrando una impotenza che è soprattutto culturale: la stessa di cui soffre il Paese nel suo insieme, soggetto così ad una deriva democratica. La decadenza dei partiti è dovuta anche a cause ancora più tangibili: hanno perso capacità di capire e conoscere i fenomeni dei veloci cambiamenti in atto e quindi anticipare il futuro. La realtà, ormai diventata regola, che in Italia si è politici per sempre bloccando i ricambi e trasformando la politica in carriera. La incapacità conseguente di offrire alla società le occasioni per eleggere uomini addirittura migliori di se stessa e costruire una società nella quale valgano davvero i meriti che ogni singolo cittadino si guadagni investendo la sua parte di dovere politico.

Solo così si evita lo scadere della politica al ruolo di un mero mestiere, con danni gravi sulla società globale. Scrive Cicerone sul suo “De Repubblica”: “Né vi può essere forma di governo peggiore di quella nella quale solo gli uomini più ricchi e arroganti sono giudicati i migliori”.

 

La caduta delle ideologie

Ma soprattutto è apparso un fenomeno sottovalutato o addirittura ignorato: la caduta delle ideologie.

“La nostra generazione ha vissuto con sollievo il declino delle ideologie ritenendole gabbie entro cui si irrigidivano le visioni della società, rallentando la capacità dei partiti, per il loro dogmatismo, di farsi governo in grado di gestire i problemi emergenti dai cambiamenti. L’esperienza in cui è maturato tale convincimento è stata, prima, quella del marxismo, le cui analisi portavano alla conquista gramsciana delle casematte del potere, subordinando la politica a tale obiettivo. Caduto il muro di Berlino, ha preso il sopravvento il pensiero unico neoliberista che ha affermato il primato dell’economia sulla politica, dei beni privati su quelli pubblici, partendo dal presupposto che l’iniziativa privata, più è libera dai condizionamenti estranei al mercato, meglio è in grado di soddisfare le libere scelte di consumo e di lavoro” (G. Bianchi – Presidente Isril – La caduta delle ideologie).

Con il passare del tempo queste ideologie totalizzanti hanno giocato un ruolo importante sia per l’elettore che optava per l’offerta ideologica a lui più vicina, sia per i partiti che hanno utilizzato le ideologie per ottenere il sostegno elettorale.

È importante considerare ciò che a questo punto è avvenuto, dopo il declino delle ideologie, nelle dinamiche democratiche e nel ruolo dei partiti. Venuti meno i fattori aggreganti quale è stata la nuova discriminante politica?

Soprattutto, si modifica la logica del voto non più orientata a promuovere una società migliore o ideale ma guidata da valutazioni di convenienza. L’elettore individua il suo differenziale tra i diversi partiti non più sulla base dell’offerta ideologica, ma in base al confronto tra i flussi di utilità derivanti dall’azione di governo promessa dal partito preferito o da quello che ha più alta la probabilità di vincere. Prevale la logica dello scambio. Gli elettori, quali consumatori della politica, scelgono i partiti sulla base delle convenienze offerte dai programmi elettorali e della probabilità di essere realizzati.

Scompaiono progressivamente i “voti obbedienti”.

Di conseguenza i partiti formulano le loro offerte elettorali, non in base ad un programma organico di crescita che risponda agli interessi della collettività, ma in funzione dell’obiettivo di massimizzare il consenso dei voti.

La promessa di abolizioni fiscali (ICI-IMU), al di fuori di un contesto di compatibilità economica finanziaria, è esemplificativa di un comportamento per cui le proposte politiche si fanno per vincere le elezioni e non ci si propone di vincere le elezioni per realizzare le proposte politiche.

Senonché questo approccio utilitaristico ha messo presto in evidenza i suoi limiti. Ha messo in crisi le strutture di aggregazione (i partiti) e la capacità di fornire un’offerta politica trasparente e convincente.

I rapporti orizzontali tra le diverse anime dei partiti hanno preso il sopravvento sui rapporti verticali tra votanti e rappresentanti e quando questo avviene rappresenta il rovesciamento della stessa logica rappresentativa. I partiti accentuano la loro autoreferenzialità, vengono meno al loro ruolo di intermediare le dinamiche della società civile e i flussi elettorali diventano sempre più instabili. Si aggrava la nuova configurazione di una democrazia di cittadini “spettatori” che guardano impotenti a ciò che avviene nella politica mentre la crisi peggiora le loro condizioni di vita.

 

 “Antipolitica” genesi ed effetti

Questo disagio dei cittadini sta ora tracimando al di fuori degli assetti istituzionali dando vita ad una ideologia della protesta, dell’antagonismo, del rifiuto, che contesta la legittimazione rappresentativa dei partiti in nome di una “sovranità del popolo” che nega il principio “della delega”, alla base della democrazia rappresentativa contestata per la sua natura elitaria perché concentra il potere nelle mani di oligarchie privilegiate (la casta politica).

Da qui la concezione confusa di una democrazia destrutturata, senza gerarchie, senza cariche contendibili, una democrazia creata nella rete, revocatrice di una “volontà generale”, di rousseaniana memoria, di cui il capo è l’interprete autorevole e che incarna una prospettiva radicale quanto velleitaria di uguaglianza. Una politica falsamente ammantata di democrazia. Per cui i partiti diventano proprietà personali.

Riusciremo ad uscire da questo groviglio di problemi irrisolti che avvita crisi politica e crisi economica? È già una fortuna che non si veda all’orizzonte un moderno Alessandro Magno che con la sua spada taglia il nodo che lega il timone al carro dei nostri problemi irrisolti.

Sta i cittadini ed alle istituzioni rappresentative riprendere la guida di una democrazia. E la democrazia ha bisogno di cittadini informati e partecipativi e di partiti rappresentativi di valori condivisi e di una progettualità di governo efficace, perché il trascinamento nel tempo della crisi può aprire nuovi scenari di democrazia dispotica.

 

 

Un “sistema” disfatto

Appare arduo parlare, oggi, di “sistema” partitico, perché i rapporti degli stessi con il “sistema” paese, si sono deteriorati ad un punto di grave pericolosità.

Non si è trattato, però, di una svolta improvvisa, perché si è destrutturato nel corso degli ultimi anni, fino alla crisi del 2011.

Ma con la critica ai partiti si è finito per svalutare anche la loro funzione dimenticando che senza di essi sarà difficile parlare di Democrazia. E si aprono varchi inevitabilmente all’antipolitica e ai partiti personali.

Proprio da queste deficienze si è sviluppata una sollevazione civica sempre più determinata ed ampia, di cittadini decisi a gestire in proprio la parte di politica che non intendono più delegare ai partiti: il riferimento è al fenomeno delle “liste civiche” nelle competizioni elettorali, che ha sancito l’irreversibile conclusione che la politica non è appannaggio soltanto dei partiti.

Però possedere i requisiti richiesti per esercitare correttamente i fini e le funzioni della politica, è un imperativo che vale per tutti.

 

 

La politica è davvero morta?

Le domande che a questo punto si impongono sono queste: la politica è morta davvero? Si può fare a meno della politica? Ha ancora un senso? Da dove ripartire?

Personalmente ritengo che la politica non morirà mai finché l’Uomo nasce libero e vorrà lottare per la sua libertà.

Alla domanda sul senso della politica Hannah Arendt (Hannah Arendt: Che cos’è la Politica? Ed. Comunità), dà una risposta così semplice e convincente da rendere in apparenza del tutto superflue ulteriori risposte: “Il senso della politica è la libertà”. La semplicità della risposta è influenzata dal giudizio sulle sciagure che la politica ha provocato a partire dal secolo passato e da quelle ancora più grandi che rischiano di scaturirne.

È per evitare ancora sciagure che la politica si mostra necessaria e che il politico prenda coscienza del carico di responsabilità che reca con sé, in nome e per conto del popolo, evitando la distinzione tra i “pochi” e i “molti”. Lo svolgimento della politica, a partire da ciò che ci è noto fin da Platone e Aristotele, dipende tutto e per tutto dalla distinzione tra i pochi e i molti. Nel senso non soltanto filosofico, ma reale, che la funzione della Politica, da chi la delega e da chi la pratica, è una necessità inalienabile, volta a provvedere alla esistenza della società e assicurare la vita del singolo.

A mio avviso le principali direzioni a cui mirare sono almeno quattro:

- la Cultura, ovvero la diffusione della Conoscenza dei fenomeni che danno al senso della vita quanto di missionario essa contenga.

- Assecondare la pressione delle nuove generazioni, prepararle, aprire ad esse le porte delle responsabilità dando (per dirla con una nota pubblicità) all’energia una energia nuova.

- Dare precedenza su tutto, dagli atti personali, al concetto e alla pratica della Giustizia sociale.

- Ricostruire la città come palestra di vita.

La Cultura è un punto centrale. Alla sua diffusione la Politica deve spendere ogni suo capitale. Essa comprende la cultura dell’incontro che Papa Francesco ha lanciato come scommessa in tempi di crisi globale per ridare valore e ruolo all’individuo.Un saggio cinese del VII secolo a.c. così recita: “Se dai un pesce ad un uomo, si nutrirà una sola volta. Se gli insegni a pescare mangerà tutta la vita. Se i tuoi progetti valgono un anno, semina il grano. Se valgono dieci anni, pianta un albero. Se valgono cent’anni, istruisci le persone”.

Le nuove generazioni sono la garanzia del futuro. Ma dobbiamo aiutarle a capire che per vedere più lontano bisogna avere un passato. Una delle crisi della società contemporanea è di essere smemorata. “Chi non ricorda non vive”. Quindi dobbiamo aiutarle a portare sulle spalle il peso della loro missione di far transitare il passato nel futuro. Dando continuità alla vita e coscienza ai giovani. Scriveva Seneca a Lucilio: “Renditi certamente padrone di te, fa tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani se ti sarai reso padrone dell’oggi”. E ancora: “Devi imparare finché non sai; anzi finché vivi. Il che può adattarsi anche a questo: devi imparare a vivere finché hai vita… ed io insegno che anche da vecchi si deve imparare”. (Seneca, Lettere a Lucilio, 76,3) In questo compito il ruolo della Politica deve essere di mediazione tra le generazioni, senza la quale si rischia di finire su un terreno altamente conflittuale. E un antagonismo tra vecchi e giovani non sulle idee, ma su posizioni di potere da occupare, non giova a nessuno.

Fare spazio alla Giustizia sociale. La globalizzazione ha fatto capire a masse enormi di poveri, che nel mondo c’è ricchezza sulla quale ora accampano diritti. L’irreversibilità del mondo globale è una realtà di un futuro già presente. Su questo argomento occorre tenere conto che per noi cristiani la povertà non è una classificazione statistica, ma una categoria evangelica.

Ricostruire la città. Cioè renderla il luogo sicuro e ideale di maturità sociale.

Aristotele assegna alla Città precipui scopi per dire cosa deve essere:

- permettere una vita felice al singolo cittadino;

- realizzare una felicità pubblica e la “qualità” dello stare assieme;

- responsabilizzare tutti alla sua gestione, perché una condizione della felicità è appunto la responsabilità singola e collettiva.

Aggiungiamo cosa non deve essere:

- Una città non deve essere una prigione nella quale si è costretti ad abitare in permanenza un “luogo”, ma essere punto di partenza per percorrere le strade del mondo.

Oggi, per di più, le città sono caratterizzate da “non luoghi”, anonimi, refrattari alla condivisione delle idee e inabili alla formazione del Cittadino titolare di diritti civili, politici e sociali da esercitare.

“Per essere un bravo Cittadino occorre essere prima maturo come individuo, possederne la vera natura. Per essere un individuo maturo occorre saper essere un Cittadino”.

Solo così nella Città si crea, quella “simbiosi mutualistica” tra la Persona e gli “altri”, che ne legittima l’esistenza e lo scopo nella vita. E non vince l’estraneità.

Una virtù priva di chi ti consente di esercitarla, si snerva. E vivere senza virtù è come non vivere. Cita Seneca che Curio Dentato diceva, con grande verità, che preferiva essere morto piuttosto che vivere da morto: il peggiore dei mali è uscire dal rango dei viventi prima di morire.

 

 

Due modelli

Sono possibili due modelli per adeguare la Città ai tempi nuovi attingendo alla mitologia dell’Eneide: quello di Andromaca che, distrutta Troia, pretendeva di ricostruirne un’altra, identica alla prima, con gli stessi elementi che l’avevano portata alla decadenza.

Oppure il modello di Enea, che fedele alla propria storia, porta con se i Penati di Troia e tuttavia intende costruire una nuova città diversa e aperta al nuovo che avanzava.

Credo che le città di provincia siano sempre un modello di sviluppo culturale possibile, lontano dal caos delle metropoli: dove l’eccesso di individualismo e di competizione è frenato.

I piccoli centri sono più a misura di uomo, ricchi di cultura e di storia e possono indicare la via per vivere una collettiva e concreta “utopia” del benessere.

La città è un cantiere sempre aperto alle prospettive nuove del vivere in comunità e di essere società.

Essere così società è una condizione fondamentale, c’è un detto che lo spiega: “Se vuoi arrivare primo corri da solo, ma se vuoi andare lontano cammina insieme”. Per aggiungere un pensiero di Paul Claudel secondo il quale la sostanza di un uomo si misura dagli altri.

E aggiungo anche uno dei pensieri sublimi di Padre Camara, Arcivescovo di Recife: “Quando si sogna da soli è solo un sogno. Quando si sogna tutti assieme è il principio di una concreta realtà”.

Ed è così che la Città diventa un sicuro punto di partenza e di ritorno, non soltanto in senso filosofico, per la completezza della vita di ogni individuo.

Scrive I. Calvino: “Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada, ora più densa, tu non devi credere che si possa smetterla di cercarla” (Calvino, Le città invisibili).

 

 

La mondializzazione

Il “localismo” come elemento portante del “globalismo” che avanza, impone però alla Città di essere protagonista non soltanto per se stessa, ma anche per l’intera civiltà di cui è parte.

Appare quindi chiara l’idea di “Città-Impresa”, capace di erogare servizi per i cittadini, ma anche di esprimere una “governance” capace di promuovere e costruire una etica per la moralità richiesta dalla convivenza civile allargata al mondo.

Ciò non può avvenire se non attraverso un profondo processo di formazione e di educazione, che naturalmente significa anche formazione e partecipazione costante dei cittadini, con un adeguato atteggiamento nei riguardi della funzione che va riscoperta nella scuola, nella famiglia, oltre che nel rapporti tra singoli cittadini e tra i cittadini e chi li guida.

Occorre cioè abituarsi e abituare all’avanzare irreversibile di veloci processi evolutivi ed innovativi, perdendo di vista i quali la Città (la Comunità) perde ogni vivificante valore: soprattutto la capacità di costruire il futuro.

Specialmente in questo momento storico, ove siamo in presenza di fenomeni rispetto ai quali occorre abituarsi a “pensare mondiale”, per essere in grado di esprimere un corretto “agire locale” adeguato al necessario equilibrio tra l’eredità del passato e la visione del futuro.

In tutto il mondo si marcia veloci verso la Città cablata, che però può diventare la prigione tecnologica degli individui. A mio parere, anche quando sarà stato raggiunto l’apice della cablatura, un piccolo campo da bocce per i pensionati sarà ancora un grosso servizio.

Sia le vittime del ritardo che le “guide” impreparate, non saranno più assolte dalla Storia, ma soprattutto dalle generazioni che avanzano.

 

 

La “nuova” forza del “localismo”

Non sembri in contraddizione, in tempi di Europa unita e di mondializzazione, puntare sul “locale”. È qui, è stata sempre qui e lo sarà sempre, la forza dell’idea di “Gente” e di “Società”.

Dove si generano le energie della autentica politica di servizio. Si sperimentano e si formano le capacità degli amministratori del “bene comune”. Si addestrano i giovani e si coltiva il ricambio della politica. O almeno così dovrebbe essere!

Però è altrettanto vero che nelle periferie si manifestano i rischi maggiori della degenerazione della politica a causa di quelli che il politologo canadese J. Dessus, definisce “nuovi feudatari del castello che si sono costruiti”. Mediocri, privi di vero coraggio, di iniziativa, di esperienza, di idee e di una autentica visione allargata al mondo.

Da cui le conseguenze che sono: ostacoli alla circolazione delle idee e alla partecipazione; blocco della regola vitale del ricambio; “nanismo” culturale e politico di chi dovrebbero essere generosi ed esemplari “leaders”.

E questo legittima la diffusa convinzione che un migliore destino risieda in un auspicabile sopravanzare del “Civico” sul “Politico”.

Intendiamoci, parte dei successi personali dei politici sono perfettamente meritati, perché agganciati a riconosciute base culturali, a successi professionali, a vita di dedizione autentica. Se ne conoscono tanti, ma sono una minoranza.

 

Le occasioni per cambiare

Da una comunità all’altezza delle funzioni e dei compiti richiesti dalla modernità. Si richiede però il possesso e l’esercizio della capacità di sapersi adeguare ai cambiamenti. È la rincorsa più antica che abbia impegnato l’umanità costituitasi in Comunità.

Platone, nella “Quinta lettera” sosteneva rassegnato, a proposito dei mutamenti richiesti da un contesto sociale in deperimento, che: “Atene è troppo vecchia perché si possano introdurre cambiamenti nelle sue abitudini”. Cicerone aveva risposto: “Roma invece non sarebbe stata mai troppo vecchia perché si tentasse di migliorarla”.

Dobbiamo essere vicini alla speranza di Cicerone.

Si potrebbe iniziare dal “municipalizzare” la Cultura e la Politica locale a misura della storia della città, relegando ai margini la persistente “politicizzazione” della vita municipale.

Riscoprendo così la “nobiltà” della vera politica a misura di popolo e la sua prolificità quanto a Progresso.

E porti tanti giovani a partecipare e pretendere con forza il “nuovo”.

 

Conoscenza, scambio delle idee e vita

La Conoscenza, la Cultura, la pratica delle Virtù sono quindi i pilastri del progresso umano e sociale.

Grande, a tale scopo, è il contributo degli incontri, degli scambi di esperienze, di crescita del senso civico e di apertura alla conoscenza, oggi indispensabile per vivere il mondo globale.

Vivere oltre i confini di dove si nasce non solo è possibile, ma vitale, vista la corsa dell’umanità verso il nuovo.

Oggi non è necessario farlo fisicamente, ma anche usando la fantasia, la mente aperta, la voglia di conoscere oltre gli spazi esistenziali: con un semplice tasto anche la fantasia può farci viaggiare e tutto l’universo si rende visibile, interpretabile e assimilabile, come deposito di immagini e segni ai quali attribuire un posto e un valore grande. “Ho fatto un sacco di viaggi per aver letto e ho letto tanto per aver fatto dei viaggi” (Proust).

Alcuni giorni fa, su un quotidiano campeggiava un titolo che assume il significato di un monito che incombe sul futuro che è già oggi: “Giovani, correte! Perché tutto sta cambiando e dovete esserne i protagonisti”.

La globalizzazione e l’era della tecnologia, sono realtà inesorabili e impietose con chi cammina a passo lento. Perché, come afferma Soren Kierkegaard, la porta della vita non si apre verso l’interno e lanciarsi contro di essa per entrare non serve a nulla: perché essa si apre verso l’esterno.

Il “Council of Economic Advisers” di Bill Clinton, segnala con preoccupazione che gli effetti della tecnologia sulle prospettive occupazionali e salariali dei lavoratori, in futuro dipenderanno sempre più fortemente dal livello di istruzione. Quanto maggiore sarà quest’ultimo, tanto minore sarà la probabilità di essere sostituiti dalle macchine.

L’intelligenza umana contro l’intelligenza artificiale.

Ciò richiama l’esigenza di formarsi e attrezzarsi, per correre paralleli al futuro. Anche questo è un pesantissimo compito della politica preveggente e di una Città sapiente.

 

 

Una tecnica negli “scambi”

La tecnica più giusta negli scambi di conoscenze è quella raccomandata da Socrate: Incontrarsi, Ascoltare, Parlare, Agire.

A quei tempi, nell’antica Grecia, culla della filosofia dell’esistenzialismo, si induceva a dividere la gente in “Matematici” e “Acusmatici”: i primi col diritto di accedere alla Conoscenza e i secondi con l’obbligo di ascoltare e tacere.

Quanta pratica di questo tipo si fa oggi!

Quindi, rovesciamo tutto e riprendiamoci la libertà di tornare a privilegiare gli incontri che però siano scambio continuo di idee e conoscenze, per progredire come singoli individui in una società viva e perenne.

In un mondo in fermento di conoscenze, mutamenti, ere storiche divenute decenni, nessuno può rimanere indifferente, incolore, pago del poco che ha. Che diventa “quel vuoto” di cui parla Bernanos e che non è assenza (perché l’assenza è nobile) ma il nulla.

E dinanzi alle domande e alle risposte che la vita ad ogni istante pone, specialmente nei momenti cruciali, per farsi le domande vere e darsi le risposte ci vuole la saggezza.

 

 

 

 Formazione e dialogo

Ecco perché alla parola “Incontro” è necessario aggiungere anche la parola “Dialogo”, quindi scambio, perché chi ascolta non siano degli “Acusmatici”, ma dei partecipi “Matemata” a pari diritti, assetati di sapere.

Ancora di più quanto l’incontro è tra persone che non vogliono rinunciare a pensare. Per cui nessuno è nemico.

Socrate a chi gli chiedeva coma mai sapesse tante cose, rispondeva “perché ho sempre chiesto agli altri ciò che non sapevo”.

Importane è però che gli altri ai quali chiediamo siano sinceri nel darci la parte di verità che possiedono per completare la nostra.

La morale è che, se “sai, sei”, anche se oggi la saggezza non è più custodita soltanto in uno scaffale di biblioteca, ma in una scatola di “27 centimetri per 7” custodita in una tasca.

Una condizione di saggezza è comunque saper distinguere sempre tra la serenità interiore e la confusione che ci circonda. Saper praticare “Acque chiare”.

Un uomo chiese ad un monaco: “cosa ti insegna la tua vita di silenzio? Il monaco che stava attingendo acqua da un pozzo gli disse: guarda giù nel pozzo. Cosa vedi? Non vedo nulla rispose. Passò un po’ di tempo e il monaco gli ripeté: guarda ancora! Cosa vedi? Ora vedo me stesso riflesso nell’acqua. Il monaco concluse: quando l’acqua è agitata non si vede nulla.”

 

 

Turbamento, Emozioni, Fede

In questa ricerca di cause e ragioni degli effetti che incombono oggi sulla nostra vita e ci rendono insicuri, tristi, nervosi, oltremodo egoisti e dispersi, senza un chiaro futuro, c’è da chiedersi se così esponendo idee ed esperienze non finisca di produrre turbamento, anziché speranza e voglia di lottare. Me è consolante ricordare un insegnamento dei grandi Padri della Chiesa i quali sostengono che soltanto il turbamento può salvarci dall’acquiescenza dell’animo. I veri saggi sono condannati ad essere costantemente turbati e così i politici veri e i cittadini che li seguono.

E, spiega il cardinale Ravasi: “Anche le religioni consolano, ma il loro primo compito è quello di inquietare”.

Al turbamento si accompagnano, come naturali segnali di vita, le Emozioni.

A pensarci bene, il mondo sta perdendo la capacità di emozionarsi e noi con esso. È un grave danno per la vigile sensibilità che deve guidarci per strade non sempre facili.

In un compito in classe che un maestro aveva dato ai suoi piccoli allievi sul tema “Esprimete un desiderio a cui tenete”, un bambino scrisse: “Ridateci le lucciole”.

Ecco, non sembri puerile rispondere idealmente ad uno stesso invito, come creature nutrite di voglia di vivere la vita, “Ridateci le emozioni” per possederla. Ma la “ricchezza” più grande di tutte è la Fede: un potente propellente per la nostra anima.

La lotta della Scienza per conquistare spazi a scapito della Fede diventa uno scontro senza fine: tutto il Creato è la Scienza di Dio creatore.

E noi siamo i “collaboratori” del creato.

Papa Giovanni Paolo II, ad uno scienziato scettico che colloquiava con lui, ad un certo punto disse: “Senti, mettiamoci d’accordo, tutto ciò che avviene fino alla creazione dell’Universo è mio, ciò che avviene dopo è tuo”.

Viene cioè da Dio il nostro mandato sulla Terra. Per onorarlo, coltiviamo soprattutto le Emozioni della Fede”.