Lavoro, impresa e unione europea tra ideologia cultura e politica

di Giuseppe Alvaro
Facoltà di Statistica Università di Roma “La Sapienza”

 

 

 

È la prima volta che l’elezione per il rinnovo del Parlamento Europeo avviene nel corso di una crisi economica e sociale che ha visto divaricare tra i diversi paesi i costi/benefici di una comune appartenenza, evidenziando la necessità di un più equo bilanciamento dei vantaggi/svantaggi dei paesi membri per evitare il possibile collassamento dell’intera architettura europea.

Di questi temi tratta il contributo di Giuseppe Alvaro che richiama, in primo luogo, ciò che l’Italia deve fare per recuperare i suoi ritardi nel percorso riformistico che non consistono solo negli squilibri della finanza pubblica, ma soprattutto nella debolezza crescente del sistema produttivo in cui il ruolo degli investimenti diretti ad innovare prodotti e processi è rimasto patrimonio di una minoranza di imprenditori lungimiranti.

Responsabilità dell’Europa è di favorire tale riposizionamento competitivo in nome di interessi comuni alla crescita, ridefinendo l’agenda di una politica economica in grado di rimettere in moto il motore dell’integrazione, oggi bloccato da patti fiscali che alimentano il fantasma della deflazione ed il potenziale risvolto antidemocratico derivante dall’attuale mancanza di lavoro.

 

  

 

La sfida del cambiamento 

Sia chiaro: perdurando l’attuale architettura politico-istituzionale-decisionale e gli attuali rapporti di forza nell’ambito dell’Unione Europea, il nostro Paese senza riforme è destinato a trascinarsi verso un irreversibile declino. In un mondo che cambia rapidamente, in un mondo in cui nuovi equilibri mondiali si stanno registrando e consolidando, in un mondo in cui la dimensione nazionale non ha in sé grosse possibilità di affrontare e sostenere le grandi sfide poste da sistemi politico-economico-sociali sempre più interconnessi e complessi, il nostro Paese si trova di fronte al drammatico dilemma: o accetta le sfide del cambiamento o resta tagliato fuori da ogni forma di progresso economico e sociale.

Ed ancora: pensando che con la semplice uscita dall’euro, il Paese possa superare le sue inefficienze e i suoi ritardi di ammodernamento senza affrontare i problemi della sue riforme strutturali, rappresenta un grave errore per due evidenti ragioni: a) uscire dall’euro genera costi rilevanti; b) dopo essere uscito dall’euro e sostenuto i costi connessi, il Paese dovrà pur sempre affrontare i mercati e dovrà affrontarli con un’architettura politico-istituzionale-decisionale-amministrativa-burocratica inefficiente e paralizzante e senza più la copertura di una moneta forte.

Infine, ritenere che, diventando padroni della sorte della propria moneta, il sistema economico del nostro Paese possa agevolmente affrontare i mercati senza l’ammodernamento dell’apparato politico-istituzionale-decisionale, significa esplicitamente ammettere che si intende affrontare il futuro attraverso manovre sul cambio, quindi, attraverso un processo inflazionistico più o meno accentuato e più o meno prolungato nel tempo. Quanto dire, in una posizione di intensa instabilità politico-economico-finanziaria.

 

La sfida delle riforme

Per rimanere nell’Unione occorre, quindi, accettare la sfida delle riforme che investono, in particolar modo, i poteri decisionali dell’esecutivo e della burocrazia, il rapporto politica-giustizia, l’efficienza della macchina giudiziaria, il mercato del lavoro e, quindi, il rapporto impresa-lavoro.

Su questi temi, malgrado annosi dibattiti, sostanziali passi in avanti non sono stati fatti, contrariamente a quanto avvenuto nei principali Paesi industrializzati, compresi quelli dell’Unione Europea, i quali, a seguito delle riforme realizzate nel passato, oggi si trovano nelle condizioni di poter affrontare le sfide internazionali con un’architettura politico-decisionale pronta a cogliere le opportunità offerte dai mutamenti in corso.

In una precedente intervento ISRIL (I.T.A.L.I.A. Geografie del nuovo made in Italy, Nota ISRIL in Line, n. 16, 2014) è stato osservato che, malgrado questi ritardi, queste strettoie poste da un’architettura politica-amministrativa-decisionale anchilosata ed inefficiente, il nostro Paese ancora regge, ancora presenta isole produttive che lo collocano ai primi posti delle statistiche della produzione e degli scambi internazionali. Constatazione, questa, che porta gli autori della ricerca a trarre motivi di fiduciosa speranza sulle possibilità del nostro Paese di riprendere la via di quella crescita che nel passato ha generato piena occupazione, condizioni di vita economica e sociale, che hanno collocato il cittadino italiano ai primi posti delle classifiche internazionali, quanto a condizioni di benessere economico e sociale.

Questa ricerca, se, da un lato, rappresenta una lodevole (e necessaria) nota di fiducia e di speranza, dall’altro, occorre evitare che si traduca in una pericolosa illusione. Il solo Maradona in campo non costituisce né può costituire una squadra e, tantomeno, una squadra vincente. La presenza in campo di un Maradona rende una squadra vincente se, e solo se, tutti i rimanenti giocatori si integrano, corrono e lottano per portare alla vittoria la squadra.

 

Imprese in vendita

Se ciò non accade, anche il Maradona di turno appassisce e smette di giocare. E succede anche che, essendo un grande giocatore, troverà sempre qualcuno pronto ad acquistarlo per rendere più forte la propria squadra. È quanto da anni sta avvenendo con crescente frequenza nel nostro Paese. Basti scorrere l’elenco delle imprese che, nate e sviluppatesi in Italia, e note nel mondo, sono state acquisite da imprese estere, nell’indifferenza generale: da Bulgari a Fendi, dalla Perugina alla Buitoni, dalla Edison alla Ducati, dalla Omnitel alla Lamborghini.

Qualche mese addietro s’è verificato il caso più eclatante: si è assistito allo spostamento della sede legale della Fiat in Olanda e di quella fiscale in Gran Bretagna nell’assordante silenzio della politica, delle forze sociali e dell’informazione. Come si fosse trattato dello spostamento di una modesta pizzeria dalla via A alla via B della stessa città!

Nei fatti, nessuno ha voluto porre nella giusta evidenza e tensione politica e sociale che l’evento ha rappresentato e rappresenta un segnale pesantemente negativo per la vita economica del Paese, perché indica al mondo dell’economia che l’Italia non è, non sa essere e né vuol essere sede di grandi imprese e tanto meno sede di processi di internazionalizzazione delle imprese.

 

 

La cultura dell’impresa

Perché ciò avviene? Perché questi eventi si devono verificare con tanta frequenza nel nostro Paese?

Per motivi di origine sia interna sia esterna.

Di origine interna. In Italia, nel tempo, è venuta meno la cultura dell’impresa. Peggio. Nel nostro Paese, l’impresa è vista solo come il luogo in cui si sfrutta la fatica e il sudore del lavoratore. L’impresa è l’emblema del potere, della ricchezza e dello sfruttamento; il lavoratore (solo se dipendente) è, invece, il simbolo della povertà e dello sfruttato. Sul piano politico, poi, questa contrapposizione porta a far ritenere l’impresa sinonimo di destra e il lavoratore (solo se dipendente) sinonimo sinistra. Sul piano religioso, infine, per il lavoratore (ma solo per quello dipendente) è abbastanza agevole attraversare la cruna di un ago, mentre, per l’imprenditore, è pressoché impossibile. Di qui, i subliminali messaggi secondo cui il profitto è peccato e, quindi, la ricerca del profitto un atto peccaminoso.

In quanto sinonimo di destra, l’impresa, per definizione, diventa non più punto di riferimento della produzione di beni e servizi per il soddisfacimento di bisogni, ma sede di egoismo, di incapacità a comprendere il senso del valore collettivo del progresso economico e sociale. E, in quanto tale, non può che essere rappresentata da uomini (gli imprenditori) che si muovono e agiscono solo e soltanto per tornaconto personale. Per converso, il lavoro (dipendente) diviene sinonimo di sinistra e per definizione risulta costituito da poveri e sfruttati, da sofferenza e sudore, nonché da uomini dotati di un innato senso del progresso economico e sociale della collettività, da uomini spinti ad agire solo e soltanto per il bene comune, da uomini che si nutrono e vivono solo per l’affermazione della democrazia.

 

Rapporto impresa-lavoro

È una ideologizzazione, questa, che ha portato nel nostro Paese alla contrapposizione politica che per anni abbiamo vissuto e continuiamo a vivere e che non ha permesso finora di trovare nel sistema produttivo il giusto equilibrio del rapporto impresa-lavoro, proprio di una Società libera e democratica, nella quale il diritto di ogni cittadino trova e deve trovare il suo limite nel riconoscimento e nel rispetto del diritto degli altri. Detto più semplicemente, che non ha permesso finora di far divenire logica comune un fatto ovvio, di evidenza lampante: senza il lavoro, un’impresa non vive, quindi non produce; così come, senza l’impresa, il lavoro resta inattivo, quindi, disoccupato.

Ma, si sa, nella vita, le cose più ovvie e di evidenza lampante sono sempre le più difficili da scoprire!

Nei Paesi più avanzati del nostro, la ricerca di tale equilibrio è divenuta consapevolezza collettiva. Ed è per questi motivi che oggi tali Paesi si trovano nelle condizioni di poter affrontare senza grossi affanni le sfide che provengono dall’irreversibile processo di globalizzazione in atto, dagli irreversibili mutamenti degli equilibri politici che lo scenario internazionale sta con evidenza mostrando.

Come emerge dalla ricordata Nota ISRIL, l’esistenza di isole produttive di beni apprezzati e richiesti da tutto il mondo esprime e certifica la produzione di beni espressione della cultura del gusto e del bello, prodotta dalla tradizione e dalla civiltà del Paese. Al contempo, però, occorre rilevarlo, certifica anche un grave e negativo aspetto del nostro sistema economico: il profondo vuoto che si registra nella produzione di beni moderni, innovativi, che tanto hanno rivoluzionato la nostra vita quotidiana. Oggi, una persona mantiene i contatti col mondo esterno in ogni momento della giornata e in qualunque posto si trovi portando in tasca il cellulare e non attraverso il telefono fisso di casa, anche se dotato di una splendente, elegante, decorata cornetta. E il cellulare rappresenta il risultato di ricerca, innovazione, tecnologia, investimenti. Fattori, questi, determinanti ai fini della crescita della produttività e, quindi, della competitività del sistema imprese. Fattori, questi, senza i quali un Paese non potrà mai incamminarsi lungo la strada del progresso.

 

Ammodernamento e ricerca

Oggi, le difficoltà che vive l’Italia sono anche difficoltà che derivano dal mancato ammodernamento del sistema economico, dall’insufficienza di risorse destinate alla ricerca. Un solo dato. Nell’ultimo quinquennio, la percentuale più alta della riduzione di personale nel pubblico impiego ha riguardato quello della scuola di ogni ordine e grado, compreso il personale docente e ricercatori delle università: 10 per cento circa. Si tratta di un andamento di segno opposto a quanto avviene nel mercato mondiale degli scambi, in cui i flussi di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico sono rapidamente cresciuti negli ultimi anni tanto da raggiungere oggi il 50 per cento del totale, come emerge da una recente ricerca Mc Kinsey Global Institute.

Non c’è dubbio che i ritardi registrati nell’ammodernamento e rinnovamento del nostro sistema produttivo possano essere in gran parte spiegati dalla pratica impossibilità di poter definire e realizzare i necessari investimenti a causa della mancanza di risorse, dovuta alla crisi finanziaria in cui il Paese è precipitato.

 

La politica dell’Unione europea

Ed è qui che emerge la responsabilità della politica economica dell’Unione. Le soluzioni adottate nell’ambito UE (si entra così nei motivi di origine esterna alla base della nostra crisi), anziché permettere di affrontare la crisi con riferimento all’intera area, l’hanno aggravata. La dura e prolungata politica di austerità adottata dall’Unione ha prodotto (e non poteva non produrlo) l’avvitamento dei motivi di crisi, quindi, l’approfondimento della recessione, l’aggravamento degli squilibri e l’allargamento della frattura fra Paesi forti e Paesi deboli dell’Unione, divenuto, forse, irreversibile.

“Il buon pastore deve tosare le pecore, non scorticarle” scriveva lo scrittore latino Gaio Svetonio Tranquillo, due mila anni fa. A seguito delle politiche d’intervento adottate dall’Unione, le pecore sono state pesantemente scorticate e, conseguentemente, la produzione di lana, ossia, di reddito, s’è contratta, generando la contestuale contrazione dell’occupazione e degli investimenti. Quando in ambienti UE si sostiene che il vero problema in Italia è la bassa produttività si discute su un dato statistico, ignorando o facendo finta di ignorare che in periodi di recessione la produttività può aumentare solo se diminuisce il volume dell’occupazione. E, verificandosi, acuisce i motivi della crisi economica e accentua le tensioni sociali. Come i fatti stanno dimostrando.

Ancor oggi l’Italia non sembra registrare la disponibilità delle necessarie risorse per poter effettuare nel breve e medio periodo un’adeguata e finalizzata politica di investimenti per rinnovare e ammodernare il suo sistema economico. La politica, i vincoli, i paletti posti dall’Unione non aiutano a superare gli ostacoli e le difficoltà congiunturali. Per converso, tali vincoli e paletti stanno producendo pesanti effetti negativi sul piano politico, perché stanno diffondendo e facendo fiorire nell’Unione i semi della disunione. I movimenti di protesta, l’antieuropeismo che si sta diffondendo a macchia d’olio nei principali Paesi europei ne sono la controprova.

 

 

L’Unione europea deve cambiare politica

Il Paese, mostrando oggi, con ingiustificati ritardi politico-decisionali, la consapevolezza che le riforme vanno realizzate mostra anche la necessaria consapevolezza di volersi porre nella posizione di affrontare con responsabilità ogni forma di cambiamento, compresa quella di un’implosione dell’UE. Ipotesi, questa, non auspicabile per la grave crisi che si avrebbe sul piano economico, sociale e finanziaria, ma che non può essere più considerata un’ipotesi appartenente al mondo della fantasia. Soprattutto se l’Europa continuerà ad avere come unica politica di coordinamento e di riduzione degli squilibri quella fin qui seguita, basata sulla rigida osservanza di vincoli e parametri statistici. Meglio, se i ragionieri che reggono le sorti dell’Unione continueranno a non voler capire che l’Europa sta sfuggendo dalle loro mani, che l’Europa sognata dai Padri fondatori si sta infrangendo contro la rigida barriera costruita sull’ideologia di vincoli e di paletti statistici. Se non cominceranno presto a capire che questa mancanza di sensibilità politica è alla base dell’assenza di linee d’intervento volte a costruire l’Europa politica, della cui civiltà e della cui cultura c’è molto bisogno, essendo questa una fase della storia in cui si stanno determinando e consolidando nel mondo nuovi equilibri politici e nuovi rapporti economici, che definiranno per gli anni a venire i nuovi rapporti tra i popoli.