La dimensione soggettiva del lavoro, presidio di vera cittadinanza nell'economia

di Francesco Sansone
Docente di organizzazione aziendale,
presso la facoltà di economia dell’Università di Pisa

 

 

 

La Dottrina Sociale della Chiesa nella sua visione antropologica pone come punto focale della dignità umana il lavoro. “Esso è, in qualche modo, una componente fissa come della vita sociale, così dell’insegnamento della Chiesa” troviamo scritto al punto 3 dell’enciclica Laborem Excerces. E ancora di più si afferma che “il lavoro umano è una chiave, e probabilmente, la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, Se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo”.

Il lavoro deve essere misurato con “il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell’uomo che lo compie”(L.E. n. 6).

Pertanto afferma l’Enciclica che “difatti in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso” (L.E. ibidem).

Proseguendo afferma ancora che c’è una priorità oggettiva del lavoro rispetto al capitale in quanto quest’ultimo rappresenta la riserva di valore creata dall’uomo attraverso la propria attività di lavoro e di trasformazione delle risorse che il Creatore gli ha messo a disposizione e “così tutto ciò che serve al lavoro, tutto ciò che costituisce – allo stato odierno della tecnica – il suo “strumento” sempre più perfezionato, è frutto del lavoro” (L.E. n. 12).

Tutti i mezzi di produzione considerati “capitale” sono pertanto riconducibili ad un’unica origine: il lavoro umano che ne caratterizza anche la configurazione e l’evoluzione.

La distinzione fondamentale operata dalla Dottrina Sociale è il primato dell’uomo di fronte alle cose e pertanto mentre il capitale altro non è se non un insieme di cose o di valori economici, patrimoniali e finanziari, materiali o immateriali accumulati nel tempo, l’uomo è persona, “L’uomo come soggetto del lavoro, ed indipendentemente dal lavoro che compie, l’uomo, egli solo, è una persona” (L.B. n. 13).

La conseguenza logica di questi brevi passaggi concettuali è che qualora si separi il capitale dal lavoro o si contrapponga il primo al secondo, si crea una situazione di parità delle due realtà quasi fossero di pari livello materiale, considerati entrambe solo sotto l’aspetto economicistico di mezzi di produzione. In tale impostazione consiste l’errore dell’economismo vale a dire il collocare i valori spirituali e personali dell’uomo direttamente o indirettamente in una posizione subordinata alla realtà materiale.

Infatti, il primato che una certa concezione economica attribuisce alla massimizzazione del profitto rischia di rendere l’uomo stesso un “oggetto materiale quantificabile” finalizzando la sua attività esclusivamente alla produzione di valore economico o di denaro.

Lasciati ormai alle spalle i modelli produttivi di tipo fordista e taylorista grazie all’apporto decisivo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, il contesto del mondo del lavoro presenta molte complessità ed incertezze, insieme a nuove opportunità.

Tale riflessione vuole operare una rivisitazione della dimensione soggettiva del lavoro in quanto fattore determinante per la creazione di valore nel nuovo contesto dell’economia della conoscenza ed alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.

 

 

Le nuove regole nella Knowledge driven economy

La competitività internazionale nell’epoca della globalizzazione dei mercati trova il suo fulcro nel ruolo svolto dal capitale umano nella organizzazione manageriale della nuova economia nell’era della conoscenza.

Già agli inizi degli anni 90 Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Centesimus Annus” (par. 32) affermava: “Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità si organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro”.

È decisivo pertanto comprendere le ragioni fondamentali che stanno definendo ed attuando il passaggio dalla economia della società industriale avanzata (detta Knowledge based economy), nella quale la conoscenza innovativa veniva inclusa e quindi nascosta entro lo sviluppo tecnologico basato sulla automazione della produzione, alla cosidetta Knowledge driven new economy, la cui dinamicità dipende sostanzialmente dalla diffusione e condivisione delle conoscenze e dalla loro utilizzazione manageriale per lo sviluppo della globalizzazione dei mercati, per mezzo della elaborazione cognitiva delle tecnologie di informazione interattiva (internet) organizzata in “intranet” (per il Business To Business) ed “extranet” (per il Business to Consumer ), ove il pensiero flessibile gioca un ruolo essenziale per la trasformazione delle informazioni in conoscenza. (Cfr. F. Sansone, Il Pensiero flessibile, Franco Angeli, 2011 seconda edizione).

I nuovi mezzi di comunicazione permettono infatti di distribuire e condividere connettivamente conoscenza tra imprese ed enti pubblici e privati, entro una struttura informativa e cognitiva correlata in networks di partenariato di impresa, nell’ambito dei quali si sviluppano gradi di elevata complessità e di ampia velocità di trasformazione della organizzazione delle conoscenze.

Quanto sopra incide fortemente sulla capacità dello sviluppo delle imprese, le quali, – per non subire la concorrenza nel settore della rapida crescita del sapere sulla economia dei sistemi di evoluzione dei mercati –, debbono imparare ad aggregare in forma di network- telematico i loro affari (e.Business), per poter agire in un ambiente dove l’informazione e la conoscenza, costituiscono l’area di concorrenzialità più avanzata per ottenere nuove possibilità di massimizzazione dei profitti e della competitività nel quadro della economia globale. 

In questo contesto, si colloca in maniera molto funzionale un nuovo modello di cultura organizzativa che sta emergendo soprattutto nelle aziende cosidette “familiari” e mi riferisco alla “Organizational Humanizing Culture”, così come la definisce Domènec Melè, che tende a favorire la condivisione e a sviluppare la capacità delle persone di lavorare insieme per uno scopo comune. La fiducia, la comprensione reciproca, i valori condivisi e i comportamenti che legano tra loro le persone rendono possibili la cooperazione e il successo aziendale.

Partendo da questi dati essenziali bisogna di conseguenza riflettere sul fatto che essendo la conoscenza un bene immateriale, tale crescita di valore aggiunto economico del Know-How di organizzazione della Information Communication Technology applicato al mercato, tende a modificare sostanzialmente le forme di accumulazione del capitale.

Per secoli le rendite parassitarie di chi presta denaro per ricavarne profitti di usura sono state deprecate e condannate. Il mestiere di guadagnare prestando denaro è stato censurato da tutte le religioni monoteiste; le regole di condotta ebraiche proibivano l’interesse sui prestiti, ed in fatti Gesù scacciò a frustate i mercanti di denaro dal tempio, ed anche Maometto ed in seguito i profeti dell’Islam vietarono ogni forma di usura nell’ambito della legge Coranica. 

La pratica della attività finanziaria a fini di lucrò è stata sempre regolata socialmente in quanto anche dal pensiero laico le molte forme di interessi sul credito sono state considerate in campo etico, una innaturale ed ingiustificata riproduzione di denaro per il denaro, accettabile solo nei limiti di un trasferimento di finanze che agisca da mediazione utile per favorire la imprenditorialità emergente ad elevato valore produttivo.

L’economista Adam Smith fu sostenitore del fatto che il mercato stesso avrebbe autoregolato la attività finanziare basate sul risparmio sociale, gestite dal sistema bancario ai fini di un progresso economico capace di svilupparsi nell’ambito della libera concorrenza del mercato; ma anche egli diffidò delle azioni finanziarie che attuavano il ricorso ad alti tassi di interesse, proprio in quanto quest’ultime avrebbero raffreddato lo sviluppo del mercato; infatti per Smith alti profitti del prestito della moneta, corrispondono a fare spreco di risorse economiche mettendo fuori mercato quanti intendono investire per usi produttivi, e quindi alti tassi di interesse molto probabilmente sono appannaggio di prodighi venditori di fumo e di scaltri progettisti di iniziative chimeriche.

Infatti la moneta non può essere considerata un bene in se stessa, proprio in quanto ogni moneta ha valore di indicatore delle relazioni tra volumi di scambio di merci . Pertanto quanto più gli scambi di merci avvengono rapidamente ed in espansione, tanto più si eleva il valore di quella moneta di riferimento. Di conseguenza ogni dilazione speculativa sulle monete, trattate come merci di scambio, anziché come indicatori del flusso dell’interscambio di beni, rallenta ove la si attui la fertilità della economia di mercato.

Su questo tema oggigiorno si giuocano anche le più evidenti contraddizioni nel processo di sviluppo del mercato globale. 

Infatti il capitale di rischio, accumulato dal trading on line o in altra forma, per non rimanere inserito in un sistema di inutili “bolle speculative” associate ad un elevato azzardo economico, tale che può corrispondere a mandare letteralmente in fumo grandi quantità di risparmi, deve essere utilizzato sulla base della attuazione di progetti di sviluppo di ampi partenariati di impresa capaci di valutare e valorizzare ed integrare la associazione delle competenze e le abilità creative ( know-how) proprie del Capitale Umano, con il Capitale di Rischio accumulato tramite le operazioni finanziare di borsa.

D’altra parte, Benedetto XVI nel Capitolo II (p. 21) dell’enciclica “Caritas in Veritate” dedicato a “Lo sviluppo umano nel nostro tempo” sollecita una nuova sintesi umanistica per una comprensione unitaria relativa agli aspetti della crisi e delle sue soluzioni, ponendo la persona al centro come soggetto di discernimento e promotore di nuova progettualità.

Pertanto, in una epoca in cui la conoscenza e la organizzazione dei mercati internazionali sta diventando la chiave del successo dell’impresa, la capacita di agire per dare sviluppo alla condivisione di cultura innovativa, attraverso una pedagogia della flessibilità, diviene il fattore economicamente sempre più importante in questo contesto evolutivo, determinato dal passaggio tra la Knowledge Bases Economy (KBE), propria dell’epoca della industrializzazione avanzata verso la nuova Knowledge Driven Economy (KDE) propria dell’epoca della informazione e della conoscenza.

Nella convinzione che la mente umana sia il punto di partenza e di arrivo di ogni innovazione anche in proposito dell’evoluzione attuale del mercato, ritengo che un appropriato assetto formativo, adeguato al superamento del management skill shortage (scarsità di capacità di competenze manageriali) sia un impegno decisivo per lo sviluppo di una nuova economia nell’era della conoscenza basato sulla centralità della persona, per lo sviluppo dell’impresa nel mercato globale in un’economia al servizio dell’uomo

 

 

 

Il lavoro nell’Antico e Nuovo Testamento

L’Antico Testamento presenta Dio come Creatore onnipotente, che plasma l’uomo a sua immagine, lo invita a lavorare la terra (cfr. Gen 2,5-6) e a custodire il giardino dell’Eden in cui lo ha posto (Gen 2,15). Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (Gen 1,28).

L’uomo è chiamato a “coltivare e custodire” i beni creati da Dio e che ha ricevuto come dono prezioso, del quale avere cura con responsabilità. Coltivare la terra significa non abbandonarla a se stessa; esercitare il dominio su di essa è averne cura, così come un re saggio si prende cura del suo popolo e un pastore del suo gregge.

Il lavoro è dunque un’attività “transitiva”, cioè che ha inizio nel soggetto umano ed è indirizzata verso un oggetto esterno. Suppone uno specifico dominio dell’uomo sulla “terra” e a sua volta conferma e sviluppa tale dominio. La LE specifica che col termine “terra” di cui parla il testo biblico si deve intendere anzitutto quel frammento dell’universo visibile, del quale l’uomo è abitante. Per estensione, però, si può intendere tutto il mondo visibile, in quanto esso si trova nel raggio d’influsso dell’uomo e della sua ricerca di soddisfare le proprie necessità. “Il dominio dell’uomo sulla terra si compie nel lavoro e mediante il lavoro”(L.E. n. 5).

Il CDSC (cfr. n. 256) ci ricorda che il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione, né maledizione. Esso diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che spezzano il loro rapporto fiducioso ed armonioso con Dio (cfr. Gen 3,6-8), tentando di avere il dominio assoluto su tutte le cose, dimenticando di essere creatura e non Creatore. Tuttavia, il disegno del Creatore, il senso delle sue creature e, tra queste, dell’uomo, chiamato ad essere coltivatore e custode del creato, restano invariati.

Dice la LE: “Colui il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere (Cfr. Mt 13,55; Mc 6,3; Lc 2,51).

 Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente “Vangelo del lavoro”…”(L.E. n. 6).

Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro; descrive la sua stessa missione come un operare: “Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco” (Gv 5,17). I discepoli stessi del Signore sono da Lui designati come “operai nella messe”(cfr. Mt 9,37-38).

Gesù però insegna anche a non lasciarsi asservire dal lavoro: la priorità va data all’anima, perché guadagnare il mondo intero non è lo scopo della vita (cfr. Mc 8,36). Il lavoro non deve mettere in ansia: se è preso da molte cose, l’uomo trascura il regno di Dio e la sua giustizia (cfr. Mt 6,25-34) e il suo cuore si allontana dal vero tesoro che è nel Cielo e che non si consuma.

Il Compendio ci ricorda anche che durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.

Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cfr. Mt 25).

Con il suo lavoro e la sua laboriosità, l’uomo, partecipe dell’arte e della saggezza divina, rende più bello il creato, il cosmo già ordinato dal Padre; suscita quelle energie sociali e comunitarie che alimentano il bene comune, a vantaggio soprattutto dei più bisognosi.

 

 

Il lavoro nel Magistero

Notoriamente, la prima enciclica sociale è la Rerum novarum (1891) di Leone XIII, nella quale il Pontefice, osservando la situazione sociale del suo tempo caratterizzata dalla lotta operaia, tratta la questione opponendo alle ideologie liberista e socialista la “filosofia cristiana», basata sul Vangelo e sul diritto naturale.

Successivamente, Pio XI si occuperà della questione sociale (Quadragesimo anno, 1931); Pio XII del problema dell’ordine internazionale (Radiomessaggio, 1941). Giovanni XXIII tratta le questioni della giustizia e della pace (Mater et magistra, 1961; Pacem in terris, 1963); discorsi che tornano nel Concilio Vaticano II, soprattutto nelle pagine della costituzione pastorale Gaudium et spes (1965). Infine, la Populorum progressio (1967) e la Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI mettono in luce i temi dello sviluppo e della nuova civiltà.

Negli anni Ottanta, mentre si cammina verso il centenario della RN e verso l’inizio del terzo millennio dell’éra cristiana, sembra aprirsi un altro grande momento dell’insegnamento sociale della Chiesa. Di fronte ad una nuova civiltà tecnologica che avanza da Occidente e da Oriente, ogni individuo, ogni società sembrano rimessi in discussione.

Giovanni Paolo II, nella LE, si rivolge, indistintamente, ad ogni uomo, additandogli nel lavoro la fonte della sua dignità, riproponendogli nello spirito di servizio quella povertà evangelica proclamata da Cristo duemila anni fa, con cui ogni individuo può riscattare la propria anima e ottenere la salvezza.

Il Papa, con originalità di pensiero e di stile, riprende le principali tesi della dottrina sociale della Chiesa per organizzarle intorno al concetto e valore centrale del lavoro, chiave della questione sociale. Intorno al lavoro si crea così una profonda solidarietà umana, che abbraccia passato e presente ed è aperta al futuro.

Nel 1987, la Sollicitudo rei socialis constata il fallimento dei regimi comunista e capitalista. Quattro anni più tardi, il crollo del “socialismo reale” realizza le profezie di Leone XIII; a un secolo dalla RN, Giovanni Paolo II può ribadire, nella Centesimus annus (1991), che, fuori del Vangelo, non c’è soluzione della questione sociale, non c’è soluzione per i problemi più profondi e vitali dell’uomo.

Attualmente la dottrina sociale della Chiesa è prevalentemente contenuta nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, documento promulgato il 2 aprile 2004 dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, come raccolta elaborata per esporre in maniera sintetica, ma esauriente, l’insegnamento sociale della Chiesa. Non si tratta, però, di una semplice sintesi, bensì di una elaborazione sistematica che interpreta tutto il percorso compiuto dal Magistero sociale ed è offerta a tutti gli uomini per aiutarli ad orientarsi nella complessità del vivere. In particolare, il cap. 6 è dedicato al “Lavoro umano».

Il Compendio attinge alla Sacra Scrittura, alle decisioni dei Concili, al magistero papale (encicliche, esortazioni, lettere, messaggi, discorsi…), ai documenti ecclesiali (come il Catechismo della Chiesa Cattolica), ai documenti delle congregazioni e dei pontifici consigli, alle riflessioni dei Padri della Chiesa e di alcuni scrittori ecclesiastici, e al diritto internazionale. È in tutte queste fonti – non solo, dunque, nelle encicliche o nei documenti conciliari – che possiamo trovare il pensiero della Chiesa sul lavoro e su tutte le questioni sociali.

Al Compendio occorre aggiungere l’ultima enciclica sociale del Santo Padre Benedetto XVI Caritas in veritate (29 giugno 2009); documento molto atteso, in questo momento storico di crisi economica. In essa, il Pontefice si ponte in continuità con il Magistero, ribadendo la priorità dell’uomo sul lavoro e richiamando la questione centrale della difesa della vita.

 

 

Uno sguardo sulla Laborem exercens

Gli anni ‘70 sono caratterizzati da una progressiva trasformazione del mondo del lavoro. La società post-industriale passa dalla produzione di beni all’economia di servizi, alla preminenza di professionisti e tecnici, alla centralità del sapere teorico e tecnologico. È la rivoluzione cibernetica, che pone in questione non un aspetto o l’altro dell’uomo e della società, ma l’uomo stesso preso alla radice. Che una nuova “megamacchina”, questa volta di carattere elettronico, arrivi a schiacciare la dignità umana?

Se in passato la lotta era tra il dipendente e il proprietario di capitali, ora lo scontro fatto di discriminazione e di emarginazione è dato dal rapporto superiorità/inferiorità culturale.

Davanti al nuovo scenario, nasce la domanda se l’industrializzazione porta ad una crescita dell’uomo. Si pensava che la macchina liberasse il lavoratore da un’attività tediosa e ripetitiva, che aumentasse le qualifiche professionali. In realtà, la tecnologia libera l’uomo da un eccessivo sforzo fisico, aumentando forse il suo tempo libero, ma tende ad avere altre conseguenze non positive sulla sua salute fisica e mentale. La mobilità ad esempio crea problemi di cambiamenti o di perdita del lavoro con la successiva pressione della ricerca di un nuovo impiego. Mancano valori religiosi e morali. C’è la tendenza a far diventare gli strumenti di lavoro dei fini.

Nel bagaglio della LE entra anche il forte legame che il Pontefice ha con la sua patria, la Polonia; quindi le esperienze fatte in gioventù, proprio nel mondo del lavoro, come anche la difficile situazione economica e politica di quegli anni.

La LE potrebbe essere definita un’enciclica più che sul lavoro, sul lavoratore, sull’uomo che lavora. È questo il passaggio fondamentale, l’innovazione rispetto ai precedenti documenti.

“Il tema dell’enciclica è il lavoro umano. È impossibile riassumerla tutta nella sua complessità. Darò solo alcuni flash. Laborem è un accusativo, exercens è un nominativo. È chiaro che il soggetto è l’uomo. La primazialità non è perciò del lavoro, ma dell’uomo. E si inizia esattamente parlando di lui. Dopo avere scritto la sua prima enciclica Redentor hominis, la sua idea è esattamente quella che la redenzione dell’uomo e del lavoro umano può passare solo attraverso Cristo».

Dallo sguardo dato fino ad ora risulta evidente come all’interno della questione sociale, in cui la Chiesa interviene, ampio spazio viene lasciato al definire alcune condizioni necessarie perché il lavoro sia il più giusto possibile, il più adatto alle necessità dei lavoratori. L’interesse è puntato sul lavoro.

 

 

La dimensione soggettiva del lavoro

La Dottrina Sociale della Chiesa ha sempre posto una particolare attenzione alla dimensione discrezionale, qualitativa e soggettiva del lavoro definendola quale “l’agire dell’uomo in quanto essere dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al mondo del lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale. Il lavoro in senso oggettivo costituisce l’aspetto contingente dell’attività dell’uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. In senso soggettivo si configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel che l’uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale.

Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è “actus personae”.

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella oggettiva, perché è quella dell’uomo stesso che compie il lavoro, determinandone la qualità e il valore più alto” CDSC (cfr. n. 270-271).

Permeato di carità e finalizzato ad essa, il lavoro diventa preghiera e mezzo concreto e quotidiano di santificazione nelle ed attraverso le attività temporali. (Concilio Vaticano II, cost. dogm. Lumen gentium, nn. 40-41).

Nell’economia della conoscenza, la necessità di porre sempre più la persona al centro del lavoro è determinata dalla velocità dell’innovazione tecnologica, dalla globalizzazione, dalla necessità di privilegiare in modo sempre più massiccio la ricerca di qualità.

Per ottenere ciò occorrerà spostare la cultura organizzativa da una cultura focalizzata alla prestazione ad una cultura orientata all’obiettivo. Non soltanto controllo ma ricerca di collaborazione e messa in moto dei potenziali creativi presenti, non uomini-componenti ma uomini risorsa, non solo modelli oggettivi, razionali, formali, quantitativi ma modelli che pongano in luce aspetti soggettivi, affettivi, informali e qualitativi.

Anche secondo le scienze dell’organizzazione, l’attività lavorativa presenta due componenti: una dimensione prescrittiva o oggettiva, fatta di norme, procedure, capacità richieste dall’organizzazione alla persona chiamata a svolgere una determinata mansione e, per così dire, imposta ed una dimensione discrezionale o soggettiva, che riguarda l’esercizio del giudizio, dell’autonomia, della libertà personale, nello svolgimento della mansione stessa.

Un buon lavoro per essere anche un bel lavoro deve raggiungere l’equilibrio tra queste due dimensioni ed una equa remunerazione deve soddisfare in modo preponderante la dimensione discrezionale: non solo “che cosa” ho fatto ma “come” ho agito.

La creazione di valore, di innovazione e dunque di crescita risiede proprio nella qualità di questa dimensione.

 

Conclusioni

La globalizzazione, la frammentazione fisica del ciclo produttivo, le innovazioni tecnologiche, precarietà e flessibilità, sono le nuove sfide di oggi. Pertanto lo sviluppo della conoscenza innovativa e flessibile, parte del capitale umano diviene il più elevato valore aggiunto per la economia di impresa nel contesto della società post-industriale, sia per un migliore e più rapido utilizzo del capitale investito, che in funzione del risparmio di costi delle transazioni in internet che abbattono le spese correlate ai processi di gestione ordini, fatturazioni e transazioni bancarie dei pagamenti a causa delle semplicità e rapidità delle comunicazione online.

Per favorire, pertanto, il passaggio da una società industriale tradizionale, basata sulle risorse, cioè sulla trasformazione delle materie prime ad una società orientata alla produzione specifica di conoscenza come l’anima del prodotto, come oggetto stesso dell’attività, occorre operare a livello culturale per una vera e propria diffusa pedagogia della flessibilità cognitiva e comportamentale nella gestione efficace della complessità come moltiplicatore di opportunità e di ruoli.

La DSC ricorda ancora una volta che l’arbitro di questa complessa fase di cambiamento è ancora una volta l’uomo, che deve restare il vero protagonista del suo lavoro.

E dato che gli uomini hanno una naturale propensione a stabilire relazioni, non bisogna dimenticare che il lavoro ha una dimensione universale, in quanto fondato sulla relazionalità umana. “La tecnica potrà essere la causa strumentale della globalizzazione, ma è l’universalità della famiglia umana la sua causa ultima”(CDSC 322).

Nella Caritas in veritate di Benedetto XVI, al cap. V, l’enciclica ricorda che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro”(n. 53).

Proprio considerando i problemi dello sviluppo, Benedetto XVI richiama il nesso tra povertà e disoccupazione (n. 63): “i poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano». Già Giovanni Paolo II, il 1 maggio 2000, durante il Giubileo dei Lavoratori lanciò un appello per “una coalizione mondiale in favore del lavoro decente” e come ricorda Giovanni Paolo II nella LE il lavoro è decente quando è per l’uomo.