Percorsi di Cittadinanza

di Franco Riva 
Filosofo, Università Cattolica
Sacro Cuore Milano

 

 

 

Ospitalità significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico. Sulla superficie terrestre in quanto sferica gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono sopportare di stare l’uno a fianco dell’altro.

Immanuel Kant, Per la pace perpetua.

 

Fino a scorgere cose impossibili che tuttavia ci sono,
fino al luogo dove Dio fu senza un tetto
e dove tutti gli uomini sono a casa.

Gilbert Keith Chesterton, Poema di Natale.

 

 

 

 

 

Dov'è l'uomo, dov'è il fratello?

Nei primi capitoli della Bibbia si consuma la storia dell’umanità. Con una strana domanda che riguarda il luogo, il Dio biblico reagisce nello stesso modo tanto al peccato dei progenitori del genere umano, Adamo ed Eva, quanto al fratricidio di Abele da parte di Caino. Dove sei Adamo? Dov’è tuo fratello? Dov’è l’uomo, dove si è uomini? Dov’è il fratello, dove si è fratelli? Al male, alla violenza, all’inganno ci si oppone interrogandosi su un dove, su cosa succede nei luoghi di vita.

 La domanda sul dove è centrale. I luoghi di vita non sono indifferenti, derivati, secondari. Il luogo dell’esistenza non viene dopo, non è un’appendice di convinzioni o di valori che stanno altrove. Il luogo stesso che si condivide con gli altri è già, per conto suo, una convinzione e un valore senza cui nessun’altra convinzione e nessun altro valore ha la speranza di incarnarsi nella vita dell’uomo.

 Dove mai si può mettere alla prova il proprio essere uomini, la propria capacità di condividere qualcosa con gli altri, il proprio sentirsi fratelli, se non nei luoghi ordinari della vita, quelli del lavoro e dello studio, degli affetti e del tempo libero, della famiglia e della città, della politica e della rete globale? E dove mai si possono porre in atto delle pratiche alternative di bene o di male, di vita o di morte, di speranza o di disperazione, se non nei luoghi dell’esistenza? Non si è uomini, non si è fratelli, senza condividere, costruire e abitare insieme i luoghi di vita.

 Di certo è impossibile esserlo se non ci s’impegna per trasformare quei luoghi che comunque esistono di già, intrisi come sono di speranze ma anche d’interessi e d’ingiustizia, d’indifferenza e di complicità, di rivalità e d’ipocrisia, in luoghi rinnovati dal senso dell’altro accanto a sé, dalla giustizia. Le domande sul dove, domande sull’uomo e sul fratello, non sono diverse da quelle sulla giustizia e sulla democrazia.

 

Un grido dalla terra

Nel racconto biblico Dio reagisce a più riprese chiedendo “dove?». E a più riprese l’uomo si nasconde, facendo così un ulteriore passo indietro rispetto al suo essere uomo e al suo essere fratello. Basterebbe questo per risvegliare l’attenzione su ciò avviene ogni giorno nei luoghi di vita. C’è però qualcosa di ancora più sconcertante. Dio domanda il dove, e l’uomo si nasconde. Nell’episodio di Caino e Abele il fratricida cerca di farlo con delle parole che lo prendono tuttavia in contropiede. Risponde a Dio, sembra di nuovo che sfugga, aggirando irriverente la domanda sul dove, mentre invece la ferma per tutti nella sua importanza. A Dio che chiede dov’è Abele, Caino risponde con un’altra, singolare domanda: “Non so. Sono responsabile di mio fratello?». È la prima volta che s’affaccia la responsabilità per altri, e proprio per bocca di chi ha commesso violenza.

 Tutto è intrecciato: il luogo, l’essere uomini e fratelli, farsi responsabili. Non si è uomini né fratelli senza responsabilità per l’altro. Non si è uomini, fratelli, responsabili senza il luogo condiviso dell’esistenza. Il sangue grida dalla terra. La domanda sul dove è davvero fondamentale e con l’episodio di Caino e Abele inizia la storia sofferta della civiltà umana. Nel racconto biblico la prima città, gravata di sangue e di violenza, Enoch, porta il nome del figlio di Caino.

 

Migranti/Cittadini

In un mondo globale dove tutto è in viaggio, e dove si trovano a diretto contatto culture prima distanti, per qualche aspetto si può anche capire come possa venire facile di distinguere in maniera sbrigativa tra chi è del posto e chi non lo è, tra migranti e cittadini. Fermo restando che, in proiezione globale, tutti viaggiano per i più svariati motivi, non ultimi il turismo, lo studio e il lavoro.

Di fatto, nel linguaggio comune il migrante e il cittadino si rapportano tra loro come le icone contrapposte della cittadinanza quando, in realtà, sono l’una il riflesso allo specchio dell’altra. Proprio come un guanto che, sia pure rovesciato, resta lo stesso. La contrapposizione è comoda e serve per rassicurare, sebbene non tenga quand’è osservata da vicino.

Il migrante non sembra abbia molto a che fare con il luogo, la nazione, la città, mentre il cittadino è fin troppo sicuro di appartenervi. L’immigrato si presenta come straniero, come abitante di un altro luogo, il cittadino invece come a casa sua, di questo luogo. Il migrante è sempre in bilico tra un luogo lasciato e un altro luogo non ancora trovato; il cittadino sembra all’opposto avere radici talmente robuste da non temere lo strappo. Eppure per entrambi, il migrante e il cittadino, la cittadinanza è difficile.

La condizione del migrante è quella di chi è in cerca, di chi chiede, di chi è costretto e che costringe nello stesso tempo a interrogarsi su cosa sia cittadinanza. Spesso la cittadinanza è data per scontata, una cosa da convalida di passaporto, su cui non si riflette perché, dal punto di vista giuridico, segue ciascuno in modo irriflesso fin dalla nascita. L’esperienza del migrante dà al cittadino l’opportunità di prendere coscienza anche per se stesso, di interrogarsi forse la prima volta, su cosa sia in effetti cittadinanza. Se è faccenda di nascita, di razza, di cultura, di economia, di religione – in breve, se sia la variabile dipendente di un’appartenenza – o se, viceversa, sia tutto al contrario. È la persona che ruota intorno alla cittadinanza, legandosi così a territori politici e culturali (nazioni, comunità) dove dentro si è tutto e fuori si è niente, dove chi sta dentro vale e chi sta fuori non vale, o è piuttosto la cittadinanza che segue la persona?

Il migrante è l’icona in trasparenza del proprio contrario, che smette così di essere nemico – icona del cittadino offeso che non ha più, che non ha ancora, che sta perdendo cittadinanza. La cittadinanza è a rischio per molti, sempre sul punto d’incrinarsi, di smentirsi, di rovesciarsi perfino nel proprio contrario. Il migrante si scopre cittadino e il cittadino un migrante. C’è un migrare che riguarda la stessa cittadinanza, in cui si entra e da cui si esce ogni giorno nelle pratiche di convivenza. Non si riduce al solo passaggio tra paesi e nazioni del mondo.

Le icone del migrante e del cittadino tendono tuttavia a dissociarsi. Diventano luoghi comuni facilmente contrapposti in un vortice ascendente del non senso. A livello collettivo si ragiona di solito a partire dal migrante, dallo straniero preso per nemico, non certo dalla parte del cittadino che perde cittadinanza e che diventa a sua volta migrante. Sarebbe scomodo e impopolare. Ma è così. La cittadinanza che si attende e quella che si perde sono sorelle gemelle.

 

Nel cuore dell’altro

Le icone del migrante e del cittadino si leggono in controluce. Nessuna delle due si comprende senza avere l’altra sullo sfondo come la propria filigrana.

Lontano e vicino, rifiutato e accettato, senza diritti e con diritti esprimono l’altalena continua di una cittadinanza che è sempre in viaggio, sempre in biblico, sempre prossima (questo luogo) e sempre lontana (il mondo intero). Cittadinanza che non è mai soltanto né di questo luogo né del mondo. Di un mondo, piuttosto, che tende a farsi un luogo umano di accoglienza, e di un luogo che inizia perciò, nell’accoglienza, a farsi di tutti, a diventare un mondo finalmente umano.

Il migrante e il cittadino dicono insieme il destino della cittadinanza. Di essere cioè trovata e persa, goduta e dimenticata, garantita e minacciata. Dentro e fuori dai luoghi, dentro e fuori dalla cittadinanza. Il confine è sottile, lo sconfinamento impercettibile. La cittadinanza è borderline. Le sicurezze eccessive sono sempre bugiarde e pretestuose. Sicurezze che il migrante non sia un cittadino in attesa e che il cittadino non sia a sua volta un potenziale migrante. Buone casomai per propagande invecchiate.

Se è vero che lo straniero ha il diritto “di non essere trattato come un nemico», non è meno vero che il cittadino ha il dovere di non lasciarsi trattare come uno straniero. Per Kant solo la prima cosa è chiara, non la seconda. Sulla superficie terrestre vige difatti “il diritto di una proprietà comune” che non si può maciullare in mille pezzi sull’altare della proprietà privata. La terra è rotonda e gli uomini, anche se lo volessero, non possono “disperdersi all’infinito” senza incontrarsi mai. Sono destinati prima o poi ad incrociarsi e devono infine “sopportare», fosse pure controvoglia, “di stare l’uno a fianco dell’altro”(I. Kant, Per la pace perpetua, 1795). Sebbene lo straniero non sia un nemico, non si prevede che lo possa diventare il cittadino quand’è trattato da straniero nella propria patria. Non si avverte cioè la contraddizione di una cittadinanza che, incollata giuridicamente a ciascuno dal punto di vista formale, si può perdere dal punto di vista reale e sostanziale.

Il rovesciamento sotterraneo tra migrante e cittadino ruota intorno al dialogo tra diritti e doveri di cittadinanza che, oltre a creare situazioni contraddittorie fino all’inverosimile, chiama subito in causa la convivenza democratica. I problemi delle tasse (doveri) e del voto (diritti) sono in tal senso paradigmatici.

 

Diritti inviolabili, doveri inderogabili

I diritti di cittadinanza si accompagnano a doveri. Tra questi vi sono quelli di contribuire attraverso le imposte alla nazione in cui si vive. Dopo avere garantito i “diritti inviolabili dell’uomo” la Costituzione della Repubblica italiana “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale”(art. 2), fatte salve la pari dignità sociale, l’uguaglianza di fronte alla legge e la necessità di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà, la persona e la partecipazione (art. 3).

Pur essendo soltanto all’inizio, dove si elencano i principi fondamentali, a proposito dei doveri il tono si fa subito perentorio. La solidarietà si colloca sul lato di doveri che sembrano posti a compenso dei diritti. Diritti inviolabili e doveri inderogabili (solidarietà) formano un dittico. La solidarietà è un dovere e non un diritto, comunitaria e non individuale, inderogabile e non a disposizione. Se fosse del tutto vero, dovrebbe valere anche il contrario. Ma un diritto personale non è individualistico, asociale, derogabile.

Comprensibili le preoccupazioni, e indiscutibile il messaggio, resta il fatto che pur nel nuovo contesto democratico il linguaggio utilizzato per un verso riecheggia ancora l’impostazione moderna e liberale che parte dai diritti individuali per cercare dopo i limiti sociali, difficili da trovare a questo punto se non per via coercitiva (J.S. Mill). Per un altro verso lo stesso linguaggio mantiene vivo per la solidarietà un accento doveristico, di appartenenza comunitaria e di insindacabilità preventiva dagli strani umori premoderni, davvero difficile da capire ponendo mente alla recente e tragica uscita dai totalitarismi (e dai liberalismi) contrapposti. Senza ricorrere al termine solidarietà, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) riflette qualcosa del genere parlando, più in generale, di “doveri verso la comunità”(art. 29).

La cittadinanza si gioca così, tra diritti e doveri che dovrebbero accompagnarsi. Solo che, per il migrante come per il cittadino, emergono situazioni anomale dove il diritto non cammina con il dovere o dove il dovere tende a prevaricare sul diritto.

 

Schizofrenia latente

Nel controluce tra migranti e cittadini, il rapporto tra diritti e doveri è dunque un primo punto caldo, a maggior ragione se si considera la ricaduta fiscale (imposte e tasse) della faccenda. E questo sia in generale che nello specifico. In generale perché la tensione che viene a crearsi tra diritti e doveri intorno alla cittadinanza è delicata, suscettibile di diverse interpretazioni e inclinabile da una parte e dall’altra. Può prestarsi infine, per come formulata, a conflitti e fraintendimenti se è tradotta sbrigativamente nella logica delle garanzie (diritti) e delle loro condizioni (doveri). La tensione, soprattutto, può generare degli attriti devastanti per il tessuto sociale quando il rapporto tra diritti e doveri viene fatto valere per sé, magari con intonazione moralistica, senza inquadrarlo precisamente nel contesto democratico che riscrive il suo significato in modo alternativo rispetto alle altre forme istituite di convivenza.

Il contesto democratico è infatti decisivo nel rapporto tra diritti e doveri del cittadino, perché obbliga innanzitutto a introdurre le discriminanti dell’equità, della trasparenza e della stessa democrazia per i doveri inderogabili, e quindi a interrogarsi seriamente circa l’opportunità di insistere su linguaggi in rotta di collisione. Se si affronta la questione secondo l’ottica della compensazione dei doveri sui diritti si finisce abbastanza presto in una situazione schizofrenica e pericolosa dove si sbanda a turno tra il rivendicazionismo dei diritti e la scontata coercizione del dovere, con scarse speranze di ricomposizione. I comportamenti quotidiani, le corde emotive solleticate nei momenti di necessità o di crisi, e il linguaggio pubblico documentano senz’ombra di dubbio lo sdoppiamento delle coscienze tra un diritto rivendicato e un dovere subìto.

 

Più doveri che diritti?

Nello specifico del controluce tra migranti e cittadini, invece, la tensione tra diritti e doveri si traduce in una dialettica incrociata che, nonostante le differenze, li tiene vicini. La premessa rimane sempre la stessa, ossia che diritti e doveri di cittadinanza vanno insieme. Il migrante e il cittadino condividono sì i doveri, ma non i diritti. Anche il migrante ha il dovere di pagare le imposte sul reddito, ivi compresi i contributi pensionistici di cui probabilmente non fruirà, senza godere però del diritto di cittadinanza. Mentre il cittadino è soggetto di doveri e di diritti, solo che questi sbandano tra la garanzia formale della cittadinanza e la realtà della vita che è ben altra cosa.

Al di là della prima impressione, migranti e cittadini hanno quindi molto in comune. Il rapporto tra diritti e doveri che chiama in causa le tasse; il dovere indiscusso di pagarle; il diritto di cittadinanza negato in un caso o eroso nell’altro; un rapporto non sempre giusto tra tasse e reddito; e una pressione fiscale eccessiva che contribuisce all’uscita dalla cittadinanza.

Vista nel controluce tra migranti e cittadini, la cittadinanza mostra segni di squilibrio sul lato dei doveri. Ponendosi in ogni caso quale condizione preliminare, il dovere (fiscale) propende da un lato a riassorbire in sé i diritti e dall’altro lato a mettere le persone in uno stato di inaccettabile passività, a trasformarle in bersagli, cosa incompatibile con la dialettica e la partecipazione democratiche. Quasi che la garanzia dei diritti fosse esaurita dalla certezza del dovere. Come se, imposto il dovere, i diritti seguissero per conto loro. Le cose non vanno in questo modo né per il migrante, né per il cittadino. Diritti negati in un caso e sfiancati nell’altro, per la cittadinanza resta come polo di riferimento quel perentorio dovere di solidarietà schiacciato tuttavia nell’angolo tecnicamente fin troppo facile dell’imposizione fiscale, soprattutto sulla maggioranza dei redditi dipendenti.

Delle dimensioni politica, economica e sociale della solidarietà rimane, solitario e sovrano, il prelievo fiscale. Tassare è l’unico equivalente del dovere di solidarietà? Il fisco non ha nessun problema, come la pubblica amministrazione o la scuola, di una configurazione democratica?

 

Fratelli di tasse

Viene il sospetto che il dovere non dialoghi più con i diritti e che si proponga come un ticket per poterli godere. Colloca cioè le persone in uno stato passivo che ritarda e penalizza la capacità di agire. Il dovere indifferente di pagare le tasse c’è infatti per tutti, migranti e cittadini. Per il migrante il dovere è indifferente al diritto di cittadinanza che non ha, anche se un lavoro con un reddito sufficiente è tra le richieste per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Per il cittadino il dovere è indifferente all’erosione sostanziale del diritto di cittadinanza. Vale a dire che per tutti la cittadinanza riguarda, più o meno, chi se la può permettere.

Tra i segnali più evidenti dello scollamento tra diritti e doveri si trovano il disordine e la confusione fiscale, il ricorso alla logica della presunzione, e il soffocamento della vita. Il disordine e la confusione si riscontrano nella tendenza ad assimilare e a sommare tra loro imposte (reddito), tasse e tariffe (servizi) senza che si riesca più a capire cosa vi corrisponda di preciso per la vita delle persone, visto che al momento della necessità bisogna versare da capo. Tradotto: il dovere di solidarietà non esprime solidarietà con chi lo ottempera.

La via della presunzione del reddito e della ricchezza porta a tassare in anticipo qualsiasi cosa senza riguardo a nulla. Tutto di per sé, la persona stessa, può diventare presuntivamente fonte di reddito, elemento di scambio, cosa vendibile. Perfino il corpo, visto che tutti potrebbero prostituirsi o vendere qualche pezzo di sé sul mercato di organi per i trapianti. Pare di trovarsi di fronte a imposte senza reddito vero, che diventano quindi delle tasse, e a tasse senza servizi che diventano perciò delle imposte. Imposte senza reddito e tasse senza servizi, il cerchio è perfetto; e la cittadinanza merce in vendita con un suo tariffario.

Tra confusione e presunzione, l’esistenza è soffocata. Basti pensare alle tasse che tendono ad accorparsi sulla prima casa, fatta dipendere da presuntivi valori di mercato e alchemici aggiornamenti catastali, e sui servizi urbani, per di più legati ai metri quadri dell’abitazione anziché al numero degli individui. Nella confusione e nella presunzione s’infiltrano ingiustizia, aggiramento, difformità, penalizzazioni. Le tasse sulla prima casa e sui servizi non sono per nulla degli esempi. Sono casomai la vita tassata nel suo semplice essere vita.

Le domande sul rapporto democratico tra diritti e doveri di cittadinanza restano perciò aperte tanto per i migranti quanto per i cittadini.

 

Un luogo, un voto

Un altro punto sensibile nel conflitto tra diritti e doveri di cittadinanza è la questione del voto. A dispetto delle apparenze, per il migrante e il cittadino le cose vanno di nuovo in modo capovolto e simmetrico. Questo permette di portare in evidenza il rapporto tra cittadinanza, luoghi e democrazia.

Sul territorio in cui vive il migrante ha lo stesso dovere del cittadino di pagare le tasse ma non il diritto di votare. Il cittadino gode invece del diritto di voto. Nel suo caso i doveri si accompagnano ai diritti, nel primo caso no. Con il dovere di contribuire, infatti, il migrante partecipa a pari titolo alla vita della comunità che lo ospita senza però poter decidere nulla in merito ai suoi orientamenti complessivi in materia sociale, politica, culturale. Il cittadino al contrario partecipa e decide attraverso il voto.

La condizione sembra dunque diversa e senza somiglianze. Anche se a ben vedere, e pur essendo fondamentale in democrazia, non è poi detto che il votare incida molto sulle decisioni comuni. Spesso il voto assomiglia a un partecipare spolpato di cui rimane l’osso della conta numerica o poco più. Votare non esaurisce il partecipare, né contribuisce molto a decidere. E così la situazione del cittadino e quella del migrante s’imparentano ancora una volta. Al dovere senza diritto del primo si accoda il diritto vanificato del secondo. La delusione è identica, l’ipocrisia pure.

Partecipare senza partecipare fino in fondo e partecipare senza decidere sul serio. Sullo sfondo del migrante e del cittadino appare, come filigrana di tutte le filigrane, la questione stessa della democrazia che si gioca sul filo di lama del rapporto tagliente tra partecipare e decidere. Con la cittadinanza viaggia, o si arresta, anche la democrazia.

Dov’è, quale è, il luogo della democrazia? La risposta rischia di essere sconfortante. Spesso è ovunque tranne che nei luoghi dove si vive.

 

Democrazia e territori

Per una democrazia è decisivo dunque il rapporto tra partecipare e decidere che, per un verso, permette di progettare e di costruire insieme i luoghi di vita e che, per un altro verso, decide tutto: successo e insuccesso, realtà e irrealtà, presenza o assenza della democrazia rispetto ai luoghi di vita. Solo che la democrazia preferisce essere verticistica o virtuale, localistica o spettacolare.

In una democrazia verticistica si decide senza partecipare se non in senso strumentale; e i territori sono trattati alla stregua di periferie del potere. La democrazia virtuale moltiplica e contrappone tra loro territori reali e territori virtuali; e rischia di far perdere il senso stesso dei luoghi e delle comunità: è condannata a interagire molto (che non equivale a partecipare) e a decidere poco. La democrazia localistica dice di farsi carico dei luoghi di vita, ma confonde anch’essa il partecipare democratico con un decidere sul territorio, mentre non c’è nessuna corrispondenza automatica; e così, proprio in nome del territorio si perdono i territori stessi come luoghi di vita e di democrazia.

La democrazia spettacolare funziona come catalizzatore di tutte le precedenti, verticistica, virtuale, localistica. In essa si decide tutto senza decidere niente e si partecipa continuamente senza partecipare per nulla. Vale più la recita. La democrazia è ridotta a spettacolo, con una platea che applaude e degli attori che recitano all’infinito la stessa commedia. Dove è perfino possibile scambiarsi i ruoli, dato che si è comunque in democrazia. Per la democrazia spettacolare il territorio diventa un palcoscenico.

Fuori dai luoghi di vita, anche la democrazia ha poca cittadinanza.

 

Perdere cittadinanza

La cittadinanza è in conflitto. Nel concreto di una nazione o di una città sta in equilibrio tra diritti e doveri. Solo che i doveri tendono a fare la parte del leone. Si parla sì di diritto ma la cittadinanza entra nel tritatutto di doveri, vincoli, clausole, condizioni, per poter godere del suo stesso diritto. Difficile non ricordarsi della figura di Lucifero negli affreschi medievali del Giudizio Universale, che divora ed espelle i dannati senza fermarsi mai.

La cittadinanza si può perdere silenziosamente, un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra mentre si continua formalmente a rimanere cittadini. Cittadinanza e persona si perdono e si salvano insieme. Quando si perde qualcosa della cittadinanza lo si perde per la persona e per la vita. Le situazioni sono davvero ingarbugliate, anch’esse in movimento. Ci sono persone che non arrivano mai ad essere veramente persone perché non ottengono cittadinanza. Ci sono cittadini che fuoriescono lentamente dalla cittadinanza e smettono di essere persone perché non sono più in grado di ottemperare quel dovere, monetario, senza cui non si gode il diritto. A persone che non diventano mai cittadini si affiancano cittadini che, senza più denaro, non lo sono nei fatti pur continuando a esserlo nel diritto. In ogni caso, da una parte o dall’altra che sia, a ogni esodo dalla cittadinanza corrisponde una perdita della persona.

Il migrante e il cittadino danno voce a un contrappunto, dove né la persona né la cittadinanza sono mai garantite. Il rifiuto è subdolo e si pratica in modi diversi. Si nega respingendo, si nega pure ignorando e accettando l’uscita silenziosa dalla cittadinanza. Dietro al rifiuto si nasconde il timore della perdita come dietro alla perdita sta in agguato la trappola di un rifiuto strisciante e insospettato che riguarda ora, e con un colpo di coda inaspettato, non più il migrante bensì il cittadino.

Per la cittadinanza ogni rifiuto s’incastra nella perdita, ogni perdita nel rifiuto. Basta davvero un nulla per passare rapidamente dall’una all’altro; e le parti allora s’invertono. Il migrante e il cittadino. Chi non ha cittadinanza, chi è troppo sicuro di averla. Migranti e cittadini sono complementari come il rifiuto e la perdita.

 

Cittadini del mondo, cittadini di un luogo

La cittadinanza ha una storia. Fin dall’antichità è stato detto che l’uomo è cosmopolita, cittadino del mondo. Si tratta di una vera e propria rivoluzione. Se l’uomo non fosse cittadino del mondo, la cittadinanza sarebbe costretta a identificarsi con la propria città o con la propria nazione. Sarebbe cioè in funzione di un’appartenenza a città rivali perennemente in guerra tra loro per la supremazia com’erano Atene e Sparta o le nazioni dell’Europa moderna, con tutte le complicazioni culturali e religiose immaginabili (il dio della città o della nazione). Non perché la cittadinanza non fosse importante. Era anzi impossibile essere uomini senza essere cittadini. A un certo punto, durante l’impero, Roma antica concesse a tutte le popolazioni sottomesse la cittadinanza. In un certo senso era un’estensione quasi universale, in un altro senso si teneva pur sempre legata la cittadinanza a una città-impero, a una Roma universale. La persona seguiva la cittadinanza, non viceversa. Se invece l’uomo è cittadino del mondo tutto si capovolge. La cittadinanza non segue più la città ma la persona; e l’appartenere non è più l’unico criterio.

L’uomo è cittadino del mondo. Resta però il fatto che è un essere incarnato, che ha bisogno di abitare luoghi precisi, la propria città, il proprio territorio. Il movimento è sempre doppio. Non si abita il mondo senza radici nei luoghi, non si abitano i luoghi senza radici nel mondo. Esistere, stare al mondo, essere in tensione. Ci si apre al mondo e alla vita a partire da un dove, da un qui, da un luogo preciso. Il mondo porta al luogo; il luogo apre al mondo. Se per la cittadinanza non basta rivendicare con rabbia il territorio, non è neppure sufficiente la certezza astratta del suo diritto universale. Tutti gli uomini sono cittadini di un posto perché migranti del mondo, cittadini del mondo perché migranti sul posto.

 

Accogliere/Denunciare

Cittadini del mondo e cittadini del luogo. L’uomo è un essere incarnato. Il corpo è fondamentale. È vita, prossimità, lavoro, educazione, amore, salute, malattia, gioia, sofferenza. Grazie al corpo si esiste stando nell’accoglienza. E l’accoglienza è la radice della cittadinanza che è insieme, che è sempre, sia del mondo che del luogo, universale e particolare. Il corpo educa all’accoglienza che è la radice della cittadinanza come movimento doppio della vita, verso il luogo e verso il mondo, verso l’abitare e verso l’andare, verso l’accogliere e l’essere accolti.

I vari diritti come quelli alla salute e all’istruzione, al lavoro e alla casa specificano in concreto quello di cittadinanza che li ispira e li attraversa da cima a fondo. Se il diritto di cittadinanza non risale continuamente alla propria radice nell’accoglienza diventa impossibile la denuncia di ciò che manca per una vita degna.

Senza accoglienza la cittadinanza resta indefinita, contesa tra astratto e concreto, tra mondo e luogo, e perennemente in bilico nel suo stesso senso. L’accoglienza è l’universale concreto della cittadinanza. Il suo più piccolo gesto è una contestazione delle incertezze della cittadinanza, che non si possono smascherare senza l’esistere come accoglienza. Denuncia che la cittadinanza non c’è ancora, che la città manca di legalità per via dell’illegalità diffusa e visibile come per via di una convinzione debole, e nascosta tra le quinte, circa il fatto che l’accoglienza sia la sua spina dorsale. Denuncia che il diritto non è più né universale né locale, che molti sono esclusi, o che stanno uscendo, dalla cittadinanza.

 

Diritto, vita, cittadinanza

Ma che cos’è poi un diritto? I diritti universali dell’uomo specificano il diritto fondamentale di cittadinanza nei dettagli di una vita degna di questo nome. Anche per i diritti ci sono delle generazioni. Con la prima generazione si fissano i diritti individuali di libertà, vita, sicurezza, integrità. Con la seconda generazione emergono i diritti sociali, economici, culturali (il lavoro, l’istruzione, il benessere, la salute). Con l’ultima generazione s’impongono all’attenzione il diritto alla città e all’ambiente, allo sviluppo sostenibile, alla pace e al patrimonio genetico.

In tutte queste generazioni colpisce la presenza di caratteristiche trasversali e comuni legate allo stare in cammino. In primo luogo che i diritti sono in continuo movimento come la cittadinanza stessa. Vanno senza sosta verso la persona e verso la comunità, verso il locale e verso il globale. In secondo luogo che i diritti viaggiano dentro se stessi, si approfondiscono e si riprendono di continuo, esplicitano significati nuovi che sono però, a ben vedere, in perfetta continuità con quelli precedenti. Il diritto all’ambiente, per esempio, sottolinea qualcosa in più per la vita e la libertà. I diritti alla vita e alla libertà, a loro volta, sono le premesse indiscutibili dei diritti sociali, politici, ambientali. In terzo e ultimo luogo che il diritto di cittadinanza/vita è il motore segreto del dinamismo costante di tutti gli altri.

La storia dei diritti restituisce il faticoso cammino della cittadinanza che, per farsi davvero universale, deve calarsi sempre più nei luoghi e nelle condizioni di vita ma ricordandosi sempre di appartenere al mondo, di essere per tutti, senza esclusioni di sorta. In caso contrario non si evitano le trappole simmetriche di un diritto per tutti senza incidenza concreta e di un diritto regionalistico senza condivisione. Ossia, dalla padella nella brace. La differenza amplificata e ostentata tra il cittadino e il migrante, tra l’accoglienza e il rifiuto, non ha ragion d’essere. Perché anche il cittadino patisce il rifiuto, anche il diritto diventa un migrante.

 

Diritto universale?

La cittadinanza è in viaggio, la cittadinanza è incerta. Per come formulato dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il diritto di cittadinanza resta ambiguo perché segue la logica moderna degli Stati Nazione, e crea un attrito difficile da risolvere. Si sancisce infatti il diritto umano (universale) di avere una nazione (particolare). Fosse davvero così, ci si fermasse qui, del viaggio della cittadinanza che va verso il luogo e verso il mondo, verso il migrante e verso il cittadino, rimarrebbe poco. E poco sembra in effetti rimanere nelle ambivalenze che l’attrito genera a livello sia formale che pratico. Ivi comprese le differenze di non poco conto che sussistono tra le stesse nazioni firmatarie della Dichiarazione per quanto concerne la concessione della cittadinanza e l’ospitalità.

Porsi nuove domande è inevitabile. In cosa consiste di preciso la cittadinanza? Cosa significa essere cittadini? Come fa a essere universale un diritto legato a una nazione precisa? La persona non gode più del diritto di cittadinanza quando esce dalla sua nazione? Il dovere connesso al diritto di cittadinanza non si può ottemperare altrove (come avviene peraltro di già senza essere cittadini)? O questo diritto dipende dall’atteggiamento del paese che ospita? E quando è realizzato pienamente il diritto di cittadinanza? Quando per ogni uomo c’è una nazione o se nella nazione si realizza per tutti il diritto universale di cittadinanza? Non è la stessa cosa.

Le contraddizioni della cittadinanza sono difficoltà di persone e di vite. A che livello si colloca? Nazionale, comunitario, universale? Difficile capirlo. Secondo la Dichiarazione universale ogni individuo ha diritto a una nazionalità, di cui non può essere privato arbitrariamente e che ha libertà di cambiare. La situazione è tuttavia curiosa. La dichiarazione è universale mentre la cittadinanza riguarda una comunità nazionale. Ha ancora senso mantenere la nazione, in sé e in un mondo globale e comunitario, quale riferimento principale della cittadinanza?

 

Diritto locale?

Per evidenti ragioni può sembrare che radicarsi in un territorio o in una comunità garantisca meglio la cittadinanza. Nel territorio ci si riconosce, ci si appartiene, si vive fianco a fianco, si conoscono i bisogni. Ma è solo un’impressione. Se è vero che non c’è cittadinanza senza territorio, è altrettanto vero che il localismo soffoca una cittadinanza che per sua natura è dinamica, in viaggio. Non occorre molto per accorgersi che, proprio sul territorio, nei luoghi di vita, nella configurazione di una città, il diritto alla cittadinanza rischia di sciogliersi come neve al sole nel momento della necessità.

Nel territorio la cittadinanza patisce una smentita ancora più atroce. Per rendere concreto il diritto di cittadinanza non basta rivendicare il localismo, l’identità culturale, il regionalismo. Nei luoghi comuni di vita, nella propria città e sul proprio territorio, si toccano ancora più con mano la smentita, il vuoto, l’astrattezza, le difficoltà. C’è di più. Il riferimento a comunità particolari può servire da copertura ideologica per rassicurare di essere ancora cittadini mentre continuano gli esodi dalla cittadinanza.

Per la cittadinanza si corre troppo velocemente lungo due direzioni che, pur divergenti e unilaterali, finiscono tuttavia per assomigliarsi troppo: l’universalismo astratto e il localismo ideologico. Nel primo senso ci si crogiola nei proclami astratti, impersonali e generici del diritto di cittadinanza, che non spinge così verso il dove dell’esistenza. Nel secondo senso s’insiste invece, per reazione, sul rapporto con il territorio, la comunità, la cultura quali condizioni concrete della cittadinanza. Però, se è vero che non si è cittadini del mondo senza abitare in un luogo, non è meno vero che non si è cittadini di un luogo senza abitare nel mondo. I valori territoriali e comunitari della cittadinanza possono rivelarsi presto delle illusioni pericolose e manipolabili, oltre che delle comode coperture.

 

Vita e luoghi

I luoghi di vita sono la cartina al tornasole per i diritti. Il luogo non mente. Si vede subito se ciascuno è cittadino del mondo perché è accolto in un luogo o se, viceversa, non è cittadino a pieno titolo né del luogo né del mondo. I luoghi mettono di fronte alla contraddizione spietata di un diritto che ora non diventa mai una possibilità di vita per tutti, ora viene eroso fino al punto in cui il cittadino diventa straniero più dello straniero stesso. Troppo condizionata da presupposti economici e fiscali, dai doveri che filtrano nei fatti il diritto, la cittadinanza può diventare una presa in giro. Insieme al lavoro, alla casa, ai servizi, alla serenità, alla dignità si perdono anche cittadinanza e voglia di vivere.

Nei luoghi di vita, fianco a fianco, esplode tanto la contrapposizione tra cittadino e straniero quanto il suo essere non di rado un pretesto. Ci si scaglia contro lo straniero e intanto si diventa stranieri nella propria città. Non si concede cittadinanza all’immigrato e intanto si perde cittadinanza nelle condizioni insufficienti di vita.

Nella Dichiarazione universale la vita compare come primo diritto che si dispiega poi con la libertà, la partecipazione, la sicurezza, il benessere, la famiglia, la salute, il lavoro, l’istruzione, la comunità. La Dichiarazione proclama il diritto di ogni individuo a “un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari». Il diritto universale di cittadinanza non è dunque vuoto. La cittadinanza c’è nella misura in cui c’è vita; e la vita è tutte queste cose insieme: un tenore sufficiente, la salute, il benessere, la famiglia, la casa, il lavoro, il cibo. Non sono credibili discorsi generici sul diritto alla vita e alla cittadinanza quando diventano sempre più elitari ed esclusivi, sempre più a ticket, nel senso del denaro onnipresente, l’accesso a un cibo decente, a una casa che non sia la scatola speculativa per criceti, a una formazione seria e aggiornata, alla salute, a un impiego con un reddito sufficiente ed equo.

 

Senzatetto

Dove? Dov’è l’uomo? Dov’è il fratello? Dove la vita? Dove la dignità? Dove la cittadinanza? Dove la democrazia? La domanda sul dove coinvolge tutto e tutti, persone e comunità, migranti e cittadini. Non c’è vita degna senza domanda sul dove. Senza cittadinanza. Senza democrazia. Tutto ciò che è umano porta a interrogarsi sul dove.

Nei racconti biblici delle origini la domanda sul dove s’incastra nella ferita dell’errore e del dolore, nella violenza sul fratello. Viene allora alla mente un altro inizio, quello che narra di una famiglia che cerca un posto e non lo trova, che è senza un tetto per passare la notte. Una famiglia che viaggia per documentare la propria cittadinanza e che tuttavia non trova posto nella città. Senza posto, senza tetto in una città piena di posti e di tetti.

Nel Poema di Natale Chesterton allude in modo poetico al paradosso di una cittadinanza che sembra mettere di fronte a cose che, lì per lì, paiono impossibili mentre sono reali:

 

Di notte presso una capanna all’aperto
giungeranno infine tutti gli uomini,
in un luogo che è più antico dell’Eden
e che alto si leva oltre la grandezza di Roma.

Giungeranno fino alla fine del viaggio di una stella cometa,
fino a scorgere cose impossibili che tuttavia ci sono,
fino al luogo dove Dio fu senza un tetto
e dove tutti gli uomini sono a casa.

 

Il luogo dell’uomo non è l’Eden né Roma né una città particolare. Non è il globale né il locale. Non è virtuale né spettacolare. Questo luogo diverso, a lato dei luoghi, il luogo dei senzatetto, è più antico e più importante di tutti gli altri, perfino di quelli del potere e dello spettacolo, delle origini e delle religioni. È un luogo che mette in discussione, in movimento, e che suscita prossimità. Luogo del viaggio dell’esistenza, dove il migrante scopre in sé il cittadino, il cittadino il migrante. Dove Dio è un senzatetto, senza casa, senza palazzo, senza tempio perché ogni uomo possa essere a casa. Perché nessuno sia più un senzatetto. La domanda sul dove trova infine la sua risposta in un’altra domanda che non si può aggirare: Sono responsabile di mio fratello?

Farsi responsabili rende possibili le cose impossibili. Perché la responsabilità prende posizione, interrompe le incertezze, i non sensi, le recite. Perché fa sorgere nel suo stesso momento una fraternità che non è più scontata e che non è più sulle nuvole. Perché tutti gli uomini sono a casa, nessuno solo migrante, solo cittadino. Perché la vita e la cittadinanza non sono nient’altro se non il movimento di una prossimità con gli altri.

Molto di più del rassegnarsi a dover sopportare di stare l’uno a fianco dell’altro, come dice Kant e per cause di forza maggiore, ossia la rotondità della terra che non permette agli uomini di disperdersi all’infinito senza incontrarsi mai. Fianco a fianco è molto di più di una inevitabile rassegnazione.

 

Cittadinanza: percorsi doppi

 - I percorsi della cittadinanza sono tanto universali quanto particolari, legati cioè a luoghi e territori precisi. Universali e particolari insieme perché la cittadinanza s’incarna nei luoghi di vita senza rimanerne schiava. La cittadinanza segue la persona, non viceversa.

- I percorsi di cittadinanza sono doppi. Dalla cittadinanza si entra e si esce di continuo tanto quanto dalla dignità di una vita. L’ingresso e l’esodo dalla cittadinanza stanno dinamicamente, con gioia e con dolore, con sospetto e con timore, l’uno dentro l’altro. 

- I percorsi di cittadinanza non sono statici, non hanno un punto d’arrivo definitivo. La cittadinanza accompagna la persona per tutta la vita, nella diversità delle età e degli aspetti. Nessun momento della vita è estraneo alla cittadinanza. Il movimento della cittadinanza è il viaggio stesso di una vita. 

- I percorsi di cittadinanza sono logiche di accoglienza, che trova il suo segreto nel rovesciamento perenne. Chi ospita diventa ospite di colui che ospita. Ogni rifiuto, in ingresso o in uscita, è una crisi della cittadinanza.

- I percorsi di cittadinanza sono sempre doppi. Vanno contestualmente verso il migrante e verso il cittadino che si comprendono solo nel controluce l’uno dell’altro. Perché nessuno dei due rimanga, o diventi, straniero e nemico. Patto di cittadinanza e impegno per un reddito almeno sufficiente per una vita degna di questo nome marciano di pari passo. 

- I percorsi di cittadinanza frequentano insieme diritti e doveri. Perché il diritto non dimentichi il dovere ma neppure il dovere prevarichi sul diritto, ponendosi come condizione preliminare di accesso che lo differisce sempre più fino al suo pratico svuotamento.

- I percorsi di cittadinanza sono un lavoro per la vita personale e comunitaria, che sceglie caso per caso, di volta in volta, la tonalità dominante da far emergere nell’orizzonte di una partecipazione democratica: l’incoraggiamento, la promozione, la progettazione, la proposta, la cooperazione, l’informazione, l’analisi, lo studio, la formazione, l’assistenza, la difesa, la denuncia. 

- I percorsi di cittadinanza sono un’opera di giustizia che si muove nello stesso tempo verso l’alto e verso il basso. Verso l’alto del diritto scritto per tutti proprio perché s’impegna nei luoghi di vita; e verso il basso dei luoghi di vita perché pressa da vicino il diritto e la sua scrittura. Senza solidarietà tra diritto, dovere e vita non c’è giustizia. Non possono nascere per il cittadino né il senso né tanto meno l’orgoglio di partecipare a un dovere, se non come imposizione, passività, vincolo, pedaggio, sudditanza e tirannia.