n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

De Gasperi e la difficile costruzione dell’Europa

di Ugo De Siervo

Professore di Diritto Costituzionale

Testo della relazione Alcide De Gasperi a la verna, tenuta il 29 settembre 2012 in ricordo del discorso di De Gasperi del luglio 1952. Il Convegno era promosso dal Circolo verso l’Europa di Arezzo.

In via preliminare un doveroso ringraziamento a chi, invitandomi a preparare questo ricordo, mi ha obbligato a riprendere in mano tutta una serie di scritti davvero importanti, se non addirittura affascinanti, da cui mi ero dovuto allontanare per i troppi impegni ed anche per il diffuso clima culturale, tanto ostile ad approfonditi ripensamenti storici e ideali.

Fortunatamente la ricerca documentativa è stata decisamente agevolata anzitutto dal grande lavoro svolto da coloro che hanno pubblicato l’amplissima e completa edizione critica degli Scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi (quattro volumi, formati da dieci tomi, per complessive diecimila pagine) (1). Anche se tanti scritti in materia europeistica erano già stati da tempo molto opportunamente pubblicati specie ad opera di Maria Romana De Gasperi (2), certo la attuale completa conoscibilità di tutti gli scritti politici permette anche di meglio collocare questo tema nella complessiva e straordinaria attività svolta dal grande statista. Ma poi, proprio nell’ultimo decennio, si sono moltiplicati i saggi e i volumi sull’opera di De Gasperi ed anche quelli che specificamente hanno analizzato a fondo la sua politica europeistica (la cui lettura mi ha quindi non poco agevolato) (3). Né certo si può dimenticare la recente opera biografica di Piero Craveri (4).

Certo, non si può che essere invidiosi di quei giovani che poterono ascoltarlo, per di più in un momento nel quale si era davvero al culmine dei grandi tentativi operati da De Gasperi per conseguire subito un assetto di tipo federale dei paesi dell’Europa occidentale. Non a caso, pochi giorni dopo il suo discorso alla Verna, spiegava ai senatori il contenuto ed il senso del famoso art. 38 del trattato istitutivo della Comunità europea di difesa (CED), che era stato il frutto del suo personale e difficile impegno a livello internazionale. Un articolo – forse è bene ricordarlo – che affidava all’Assemblea della CED (in realtà, per fare più in fretta, si utilizzava quella già esistente della CECA, parzialmente integrata) il compito di proporre entro sei mesi la costituzione di una nuova assemblea elettiva e le modifiche necessarie alle altre istituzioni della CED; tutto ciò al fine esplicito – per citare la relazione ministeriale di accompagnamento del disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del trattato istitutivo della CED – «che la organizzazione di carattere definitivo che si sostituirà all’organizzazione provvisoria stabilita dal Trattato dovrà essere concepita in modo da poter costituire uno degli elementi di una struttura federale o confederale ulteriore, fondata sul principio della separazione dei poteri e comportante, in particolare , un sistema rappresentativo bicamerale». In altre parole, con questa disposizione ci si sarebbe avviati in modo esplicito e rapido verso un obiettivo che tuttora, dopo sessant’anni, appare un miraggio, e che forse, ove accolto, avrebbe ridotto non poco anche i complessi problemi attuali dell’Unione europea e dei tanti paesi che attualmente vi aderiscono. Quanto meno, disporremmo nell’Unione europea di un sistema decisionale estremamente più semplice di quello che attualmente risponde in modo assai lento e farraginoso alla grave crisi finanziaria internazionale.

Quindi ecco un primo punto importante: quei giovani che lo ascoltarono nel luglio 1952 non ebbero di fronte un politico genericamente europeista, ma un politico che, invece, era impegnato davvero a fondo per un’Europa legata da un vero e proprio vincolo federativo, malgrado che già si fosse iniziata – con il suo sicuro consenso – la pur impegnativa politica di unificazione “funzionalista” dell’Europa (era già stata istituita la CECA e la stessa CED avrebbe dovuto essere in origine una realtà analoga).

Il forte impegno

Ma allora ci si può porre tutta una serie di interrogativi, a cominciare dal motivo di questo così forte impegno su questo versante di un politico dalle responsabilità del tutto primarie nella difficile gestione istituzionale e politica del nostro paese, nei durissimi anni del dopoguerra, fra la pesantezza delle clausole armistiziali e la emarginazione del paese sul piano internazionale, il contesto tragico della situazione sociale del paese nella fase della prima ricostruzione post-bellica (5), la difficoltà di funzionamento del nuovo sistema politico ed istituzionale dopo la Costituente e le elezioni del 1948. Per di più sono gli anni della spinta espansiva dell’URSS nell’Europa centrale, del manifestarsi della “guerra fredda”, dei durissimi conflitti politici nazionali, dei continui scontri parlamentari fino a quello per la legge elettorale con premio di maggioranza, che precede le elezioni del 1953 e la fine dei Governi diretti da De Gasperi. E poi quanto era complessa in quegli anni la stessa dialettica interna nella DC e fra questo partito e il mondo ecclesiastico!

Una prima risposta all’interrogativo la si trova nel fatto che perfino nei momenti più tragici della seconda guerra mondiale e del disfacimento del regime fascista, allorché De Gasperi e pochi altri devono dare le prime, essenziali linee di programma e di azione, nelle Idee ricostruttive della Democrazia cristiana (del luglio 1943), non solo si auspica una “Comunità europea”, ma si ipotizza dopo la fine della guerra una Dichiarazione dei diritti e dei doveri delle Nazioni, e soprattutto la promozione di “organismi confederali, con legami continentali ed intercontinentali”.

Se in generale le dure lezioni della storia insegnano a tutti, De Gasperi trova in quanto è ancora una volta avvenuto in Europa nella seconda guerra mondiale una tragica conferma dei suoi risalenti convincimenti sulla necessità di superare la logica espansionista degli Stati nazionali e la rassegnata accettazione dello strumento bellico. Ad esempio, proprio in un dibattito parlamentare del 1950 (6), De Gasperi ha ricordato una sua giovanile polemica contro i movimenti politici europei di ispirazione cattolica, a cui apparteneva come giovane deputato dell’Impero austro-ungarico, che non avevano preso parte alla conferenza interparlamentare dell’Aja del 1911, i cui dibattiti avrebbero potuto pesare sui tentativi di pacificazione a livello europeo. Ma soprattutto sono rivelatori due suoi preoccupatissimi interventi sulla stampa alla vigilia delle due guerre mondiali: se nel 1913 la sua polemica è rivolta contro l’incapacità degli Stati europei di essere coerenti con i principi pacifisti, pur enunciati tante volte (7), nel 1938, dinanzi a tutto ciò che sta emergendo, a Spectator (suo pseudonimo) non resta che quella che egli definisce come la “cupa rassegnazione di Adelchi” sulla ineluttabilità delle guerre (8) (una citazione della tragedia di Manzoni che per lui era evidentemente molto calzante, tanto da usarla più volte, come vedremo).

D’altra parte, proprio in un famoso intervento del 1951 in materia europeistica, dirà che in una visione storica ampia le ricorrenti ed innumerevoli guerre fra i paesi europei, pur uniti da un comune patrimonio di civiltà, dovrebbero essere definite “guerre civili” (9).

Al tempo stesso, risale a epoche lontane il collegamento fra l’utilizzazione del processo verso il riconoscimento di una unità sostanziale dei paesi europei e la risoluzione del problema tedesco; ciò emerge già molto chiaramente in una relazione di De Gasperi dopo un viaggio in Germania di una delegazione del P.P.I., negli anni seguenti la fine della prima guerra mondiale (10).

La forza della continuità

Ritengo quindi che nel pensiero di De Gasperi vi sia molta più continuità di quanto da alcuni ritenuto. D’altra parte in uno dei primi testi organici del secondo dopoguerra, nel quale emerge con grande evidenza il tema dell’unità europea e cioè nella conferenza tenuta nel 1948 su Le basi morali della democrazia (11) si ritrovano proprio gli spunti prima accennati: se «il regime democratico, fondato sul popolo, dipende più che ogni altro, non solo dalla coscienza morale dei cittadini, ma anche dai costumi che regolano la loro comunità», in nome di un “sano pessimismo”, occorre farsi carico del fatto che «la radice del male sta nel cuore dell’uomo e questi non è solo il trastullo della libido possidendi ma anche della libido dominandi, della volontà di dominare»; ma allora «libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace» e quindi per resistere ai pericoli «è necessario ricorrere alle energie ricostruttive ed unitarie di tutta Europa», un’area che ha sviluppato una comune civiltà. In questa prospettiva, «lo spirito di solidarietà europea potrà creare, in diversi settori, diversi strumenti di salvaguardia e di difesa, ma la prima difesa della pace sta nello sforzo unitario che, comprendendo anche la Germania, eliminerà il pericolo della guerra di rivincita e di rappresaglia».

Le concomitanti condizioni dell’Italia

A queste idee europeiste di fondo si sommano evidentemente tutte le esigenze e le diverse contingenze dello specifico periodo politico , in primo luogo rappresentate per l’Italia dal pesante isolamento pur tra i paesi occidentali, a causa degli strascichi delle vicende belliche (a cominciare dalla ferita, sempre aperta, della sorte di Trieste), del suo mancato coinvolgimento nelle prime forme di alleanza fra i paesi europei occidentali (Patto di Bruxelles), nonché dalla sua stessa perdurante esclusione dall’ONU (12): quindi, per andare oltre ai meri rapporti bilaterali e rientrare pienamente nella “famiglia europea” , è lo stesso Governo italiano che attraverso Sforza, Ministro degli esteri, nel 1948 propone prima un accordo politico fra i paesi europei coinvolti dal Piano Marshall e poi che l’OECE (l’Organizzazione per la cooperazione economica europea era stata istituita solo per la gestione del Piano e ad essa aderiva l’Italia) promuova un’Unione europea (13). Tutto inoltre rischiava di essere messo in ombra o, quanto meno, equivocato dal contemporaneo intenso dibattito sul Patto atlantico e sulla adesione ad esso dell’Italia.

Ma poi dal 1950 si discute della proposta di Schuman di istituire una Comunità europea del carbone e dell’acciaio e nell’aprile 1951 sei Governi dell’Europa occidentale (fra cui l’Italia) stipulano il relativo Trattato istitutivo: una iniziativa sicuramente di grande importanza, ma certamente limitata ad uno specifico ambito produttivo, per quanto di rilevante peso.

Quindi si può ben capire che De Gasperi in questa fase ipotizzi come possibili per il processo di unificazione europeo soluzioni istituzionali ancora molto diverse, anche per venir incontro ai differenziati interessi dei diversi paesi e per superare le varie resistenze. E ciò malgrado che De Gasperi, da “privato cittadino”, dichiari ai federalisti europei di essere favorevole “all’unione o alla federazione dell’Europa”, pur invitando però tutti alla prudenza e magari anche a qualche tatticismo (14).

Ciò malgrado, dinanzi a rapporti internazionali sempre più preoccupanti dopo l’inizio della guerra in Corea, è esplicita la sua preoccupazione a far presto a concretizzare il processo di unità europea, malgrado tutte le difficoltà scaturenti dalle conseguenze belliche a dai tanti problemi della ricostruzione, arrivando prima della riedificazione di troppo forti logiche nazionaliste; altrimenti potrebbero addirittura essere messe nel nulla le tante innovazioni originate dal conflitto mondiale: «che cosa varrebbe questa trasformazione di regimi e cambiamenti territoriali, […] che cosa varrebbe, se domani tornassero in Europa le guerre?» (15).

Il “Piano Pleven”

In realtà dall’autunno del 1950 il quadro muta in radice con la condivisione del Piano Pleven di istituire un esercito comune fra i paesi dell’Europa occidentale, in piena coerenza con i vincoli del Patto atlantico: qui De Gasperi individua una occasione irripetibile per riuscire a far fare un radicale passo in avanti all’ideale europeo, nel momento in cui ci si dota di uno strumento efficace di difesa contro le minacce sovietiche. In occasione di un importante dibattito al Senato nel novembre del 1950 su una mozione (Boggiano Pico, Parri ed altri) “per un patto federale” a livello europeo, De Gasperi non ha alcun timore a dichiarare di operare certamente per la comune difesa militare, ma al tempo stesso per far si che «col favore di particolari circostanze sia possibile giungere a creare un organismo politico economico, unitario, federativo in Europa, vincolato cioè a patti di collaborazione e di solidarietà , piuttosto che ritenere insormontabili in eterno le attuali frontiere». Anzi, in questa occasione De Gasperi appare particolarmente severo nelle polemiche contro gli oppositori politici, che si esibivano in scettiche ironie sull’unità europea; proprio in questa occasione pronuncia le famose parole che invece occorre dare ai giovani il mito dell’ unità e della pace nella federazione europea e non certo quelli della dittatura , della forza , della stessa bandiera nazionale; quindi primo obiettivo da perseguire con tenacia, pazienza, anche gradualità, è «agire per la pace, promuovendo o favorendo la progressiva solidarietà e l’unificazione dei paesi europei, in tutte le forme e in tutti i settori possibili, fino alla creazione di un vincolo federativo» (16). D’altra parte la mozione infine approvata «[…] considera urgente promuovere la costituzione di un primo nucleo federale fra i paesi democratici dell’Europa occidentale, che con maggiore urgenza cercano nella unione forza, salvezza, ed all’unione sono spiritualmente più maturi» ed «invita il Governo a secondare e promuovere ogni iniziativa che possa portare rapidamente ad una prima convenzione tra i Paesi indicati per la costituzione di un Parlamento e di un Consiglio federale del governo» (17).

Lotta alle guerre e alla disgregazione

Ma poi pochi giorni dopo, nel famoso discorso all’Assemblea del Consiglio di Europa, De Gasperi appare ancora più determinato e preciso: in Europa occorre superare la «funesta eredità […] delle guerre civili» e lottare «contro questi germi di disgregazione e di declino, di reciproca diffidenza e di decomposizione morale», riscoprendo, invece, il grande «patrimonio di civiltà comune e di esperienze secolari». Il punto d’incontro è «un’associazione di sovranità nazionali basata su istituti costituzionali democratici». E ciò anche perché se si mettono in comune gli eserciti, occorrono necessariamente istituzioni e forti valori comuni. E la conclusione è che ci si trova in un’occasione unica : «[…] questa è l’occasione che passa e che non tornerà più. Bisogna afferrarla ed inserirla nella logica della storia» (18).

Può dirsi che da questo momento De Gasperi assume pubblicamente un ruolo di primario protagonista, a livello europeo, nella definizione della nuova politica europeista. Non a caso, nella riunione dei sei Ministri degli esteri dell’11 dicembre 1951 egli sembra assumere un ruolo egemone: mentre si meraviglia delle troppo difficoltà che si continua ad avanzare, è netto nell’affermare che è essenziale la previsione di una Assemblea rappresentativa, dal momento che «se si trasferisce tutto l’esercito ad un potere europeo, bisogna che i Parlamenti ed i popoli sappiano in che maniera questo potere sarà organizzato, come gestirà le sue attribuzioni e come sarà organizzato». Una posizione del genere viene infine condivisa, anche per la convergenza di Adenauer e di Schuman (19).

De Gasperi appare rinfrancato da questi successi, tanto da ipotizzare che dopo la futura adozione «della costituzione federale o confederale» dell’Europa, occorrerà rimetter mano alle stesse costituzioni nazionali (20). Ciò peraltro non elimina certo le resistenze o i timori sia negli altri Stati coinvolti, che nella stessa classe politica italiana più vicina a De Gasperi: questo a causa del riemergere di molteplici interessi, piccoli e grandi, ma anche per l’indubbio grande impegno connesso al perseguimento effettivo di un processo di vera e propria federalizzazione.

Non a caso, nel nuovo intervento all’Assemblea del Consiglio di Europa del settembre 1952 De Gasperi risponde alla domanda se l’occasione (a cui si era riferito l’anno precedente) sia stata colta, solo in modo parzialmente positivo («quello scopo lontano […] si è ora avvicinato»). Pur nella consapevolezza dei tanti passi avanti – dalla firma del Trattato CED all’entrata in vigore del Trattato CECA – egli riafferma che «senza un’autorità politica centrale, il genere di solidarietà previsto dal Trattato della comunità di difesa, solidarietà che va dalla vita alla morte, non potrebbe resistere alle tendenze separatistiche e individualistiche che in certi momenti potrebbero sorgere in qualche Parlamento nazionale». Ciò anche se può essere opportuno prevedere nei trattati «forme elastiche suscettibili di una applicazione graduale e progressiva […]» (21).

Il discorso di Aquisgrana

Ecco che allora il discorso che tiene ad Aquisgrana, in occasione del conferimento a lui del premio “Carlo Magno” rappresenta davvero una efficace sintesi dei suoi alti ideali politici: anzitutto per lui la lunga e dura storia europea insegna che « […] l’avvenire non si costruisce col diritto della forza, né con lo spirito della conquista, ma con la pazienza del metodo democratico, con lo spirito costruttivo delle intese, nel rispetto della libertà». Ma allora occorre respingere le tragiche parole di Manzoni sulla «irrefrenabile vicenda delle guerre» e gettare, invece, in Europa semi di tolleranza e di fraternità, anche approfittando di «un periodo di prostrazione, nel quale le forze istintive del male antico non hanno ancora ripreso vigore e le nazioni ripiegate su se stesse esitano inorridite dinanzi al pensiero di riprendere il corso fatale». In questo quadro generale va allora bene sia il piano Schuman che la CED e le pur limitate realizzazioni di assetti confederali, nella consapevolezza «che gli inizi di qualsiasi aggregato supernazionale sono sempre modesti […]» (il riferimento è sempre alla storia del federalismo svizzero). Ma non basta neppure solo «il rafforzamento e l’accrescimento di potere delle istituzioni federali» poiché in parallelo «devono procedere i progressi di una mentalità europea. Le istituzioni supernazionali sarebbero insufficienti e rischierebbero di diventare una palestra di competizioni di interessi particolari, se gli uomini ad esse preposti non si sentissero mandatari di interessi superiori ed europei» (22).

Le forze ostili

● Gli interventi successivi mettono tutti in maggiore o minore evidenza la consapevolezza di De Gasperi di crescenti forze ostili ad una rapida opzione di tipo federalistico a livello europeo. In un contesto internazionale meno vistosamente pericoloso (nel 1953 muore Stalin e si interrompe la guerra in Corea), riprendono forza le logiche più nazionaliste sia nei rapporti internazionali (si pensi anche al peso dei processi di decolonizzazione) che nei rapporti fra gli stessi Stati europei (si pensi alle ricorrenti polemiche sul riarmo della Germania). Perfino in Italia si registrano a livello governativo disimpegni significativi, se non opposizioni.

Già nell’ottobre 1953 De Gasperi registra che «vi sono ancora delle esitazioni» e che la spinta per la federalizzazione europea «si intreccia, si sovrappone , si urta con le crisi di governi e di Parlamenti, con gli sforzi reiterati e finora vani per definire i problemi del dopoguerra e garantire contro nuovi pericoli». Eppure, a chi sostiene di «rinviare la costruzione dell’Europa quasi che si trattasse di una complicazione per lo meno superflua», De Gasperi risponde «che è proprio al servizio della pace e della sicurezza che l’unità d’Europa, cioè l’unità di atteggiamento politico delle principali potenze europee, si dimostra necessaria» (23). Ma poi interviene ancora per rassicurare che la federazione europea non sarà mai un vero e proprio Stato federale, sul modello degli USA, ma che opererà solo a tutela della pace ed in ambiti limitati; in questi termini, la Comunità europea non è un’utopia «se si affronta il problema con prudenza e gradualmente» (24).

Ma poi in questo periodo, libero da dirette responsabilità di governo, De Gasperi sembra dedicarsi a spiegare più organicamente che in precedenza due passaggi particolarmente importanti della sua concezione europeistica, ma che avevano originato obiezioni e polemiche: da una parte, il rischio di annullare la grande storia europea e porre dubbi sulla futura esistenza degli Stati europei; dall’altra, il timore di voler edificare un’Europa solo caratterizzata dalla tradizione cristiana.

In relazione al primo tema, egli espone il peso di una “costante” della storia umana e cioè la tendenza all’unità, che nei secoli trascorsi ha ispirato i processi storici che hanno fatto superare, tramite lo Stato nazionale, gli ordinamenti comunali e provinciali, ma che ora naturalmente investe gli stessi Stati, esistendo una forte storia e civiltà europea. Anzi, egli fa un suggestivo paragone con la nostra storia nazionale preunitaria: «ben pochi governi italiani volevano l’Italia unita; al di fuori di un pugno di “esaltati” […] nessuno ci teneva veramente. L’Italia, malgrado tutto, si è unita e rimarrà unita. Accadrà fatalmente la stessa cosa per l’Europa» (25).

Quanto poi alle accuse di coltivare prospettive di ritorno a modelli di Stati cristiani di tipo medioevale, le aveva già più volte respinte nei dibattiti parlamentari come assurde ed antistoriche fantasie (26), ma ora non solo considera «sciocca» quest’accusa, ma afferma che se è impossibile «escludere dall’Europa il cristianesimo», occorre evidentemente considerare che nell’area europea si è sviluppato «il libero pensiero» (27), nonché pure le dottrine socialiste. Così nel famoso discorso alla Conferenza parlamentare europea di Parigi del 1954 potrà affermare che per l’Europa né la tradizione liberale, né quella socialista, né quella di ispirazione cristiana possono «pretendere di trasformarsi da sola in idea dominante ed unica dell’architettura e della vitalità della nuova Europa, ma queste tre tendenze opposte devono insieme contribuire a creare questa idea e ad alimentarne il libero e progressivo sviluppo» (28).

Ma proprio in quest’ultima occasione, nella quale De Gasperi addirittura accomuna alle «nostre patrie europee» quella che chiama la «nostra Patria Europa», è evidente la sua preoccupazione per le resistenze che si stanno manifestando in relazione alle leggi di ratifica del Trattato CED, tanto da alludere al rischio che anche altri possano seguire i francesi nelle loro errate perplessità (29).

L’ultimo sforzo

In realtà ormai in vari paesi europei si erano venuti formando blocchi di interessi politici, economici e sociali decisamente ostili a compiere l’impegnativo salto in avanti costituito dalla ratifica del Trattato CED; di ciò sarà ben consapevole De Gasperi negli ultimi mesi della sua vita, tanto che cercherà di reagire attivando tutta la sua rete di relazioni in Italia ed in Europa a difesa di un obiettivo da cui non recede neppure negli ultimi giorni della sua vita: sono emblematici gli ammonimenti sul rischio che così facendo si rinvii l’istituzione dell’Unione europea «di qualche lustro», nonché le assai dure parole sui compromessi parlamentari e sulle velleità nazionalistiche che si individuavano nella situazione delle forze politiche francesi, che portò – come ben noto – alla mancata ratifica del Trattato CED («che una causa così decisiva ed universale sia divenuta oggetto di contrattazione ministeriale proprio fra gruppi democratici e gruppi nazionalisti, che sognano ancora la gloria militare degli imperatori, è veramente spettacolo desolante e triste presagio per l’avvenire») (30).

Malgrado questa seria sconfitta, non viene certo meno la scelta europeista, secondo quanto avevano cominciato a realizzare le migliori classi politiche democratiche a cui appartenevano De Gasperi, Schuman, Adenauer. Certo però, in assenza di un rapido processo di federalizzazione, la realizzazione di istituzioni europee comuni e la loro continua necessitata trasformazione divengono lente e tanto più complicate, a causa degli ostacoli costituiti da robusti interessi nazionali, che riducono radicalmente l’efficacia delle varie politiche e la velocità dei processi decisionali (lo stiamo verificando palesemente al momento attuale). Ma non è questa la sede per discuterne.

Qui basta concludere questa conversazione ricordando che De Gasperi, un politico che aveva attraversato la storia europea contemporanea conseguendo, almeno nella parte finale della sua vita operosa, i massimi successi politici ed istituzionali, lasciò l’incarico ai familiari di mettere «sul cuscino che verrà portato al seguito del mio funerale» soltanto la medaglia che gli era stata data ad Aquisgrana per il Premio Carlo Magno (31).

Con tutta evidenza, egli trovava nel processo di federalizzazione europea il tema più significativo del suo complessivo impegno politico: ed allora ben si comprende il suo ripetuto appello alle giovani generazioni di impegnarsi a costruire in sé stessi e nelle comunità una rinnovata cultura europea; come abbiamo prima ricordato, ad Aquisgrana aveva detto che, al di là delle stesse istituzioni , ciò che assolutamente occorreva era un diffuso mutamento di mentalità e la stessa consapevolezza che esistono «interessi superiori ed europei».


1 Alcide De Gasperi, Scritti e discorsi politici, Il Mulino, 2006/ 2009.

2 Si vedano in particolare Maria Romana Catti De Gasperi, La nostra patria Europa, Mondadori 1969, e Alcide De Gasperi, a cura di Maria Romana De Gasperi, L’Europa. Scritti e discorsi, Morcelliana 1983.

3 Devo quanto meno ricordare la monografia Alcide De Gasperi federalista europeo di Daniela Preda, Il Mulino 2004, il saggio di Jean-Dominique Durand , Alcide De Gasperi e la Patria europea, ora in Lezioni degasperiane 2004-2009, Fondazione trentina Alcide De Gasperi / Istituto Luigi Sturzo 2009, p. 69 ss., gli ampi saggi di Pier Luigi Ballini, De Gasperi: la costruzione della democrazia (1948-1954) e di Sara Lorenzini, La politica estera di De Gasperi fra Alleanza atlantica e Comunità europea di difesa 1948-1954 (in De Gasperi, Scritti e discorsi politici, cit. , vol. IV, Tomo 1, p. 13 ss. e Tomo 3, p. 2139 ss.,), il volume La Comunità europea di difesa (CED), a cura di Pier Luigi Ballini, Rubbettino 2009.

4 Piero Craveri, De Gasperi, il Mulino 2006.

5 Forse è bene ricordare, per fare un unico esempio fra i moltissimi che sarebbero possibili, che lo stesso De Gasperi riferisce in un dibattito parlamentare al fatto che nel 1947 si era verificata un’emigrazione di lavoratori italiani nei paesi europei pari a 212.000, mentre nello stesso anno si era verificata un’emigrazione “nelle Americhe” pari a 60.000.

6 Scritti e discorsi politici, cit., IV 1, p. 660.

7 “Ritorniamo dunque proprio indietro? All’epoca sociale seguirà proprio un’era imperialista e nazionalista?”; “[…] Come è nuda, come si rivela in tutto il suo crudo egoismo codesta Europa moderna, proclamatasi tante volte nei congressi e nelle esposizioni internazionali madre disinteressata dei progressi umani” (De Gasperi, L’Europa in crisi, Il Trentino, 25 febbraio 1913.

8 “Che cosa si farà di qui innanzi in Europa? Si tornano ad elevare le torri degli armamenti, prove terribili della disgregazione europea, si asserragliano le strade e si sbarrano le frontiere. Milioni d’uomini si apprestano a “fare del bene”! Non rimarrà dunque che la cupa rassegnazione di Adelchi: […] non resta che far torto o patirlo/ Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi/ Dritto: la man degli avi insanguinata; Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno/ Coltivata col sangue; e ormai la terra/ Altra messe non dà”. Spectator, La quindicina internazionale, Osservatore romano, 1 aprile 1938.

9 L’occasione che passa, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2470.

10 “[…] esiste in Germania una corrente nuova, la quale staccandosi dalla tradizionale politica del teutonismo, si muove lentamente ed inevitabilmente verso una concezione di solidarietà e fratellanza europea […] Risvegliare quest’elemento, renderlo più cosciente e più fattivo, chiamandolo a contributo nei contatti e nelle discussioni internazionali è opera di saggia politica internazionale; ed è questo il tentativo del Partito popolare italiano” De Gasperi, La nostra inchiesta in Germania II, Il nuovo Trentino, 14 ottobre 1921.

11 Le basi morali della democrazia (Grandes conférences catholiques, Bruxelles 20 novembre 1948), in Scritti e discorsi politici, cit., IV 2, p. 1146 ss.

12 Come ben noto, l’Italia sarà ammessa a farne parte solo nel 1955.

13 Si vedano, ad esempio, L’Unione europea vuole la pace, in Il popolo, 16 febbraio 1949, e Intervento al Senato sulla politica estera del 27 marzo 1949, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2217 ss. e IV 1, p. 452 ss.

14 Discorso agli europeisti (4 novembre 1950), in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2285 ss.

15 L’unità europea nel solidarismo cristiano, in Il popolo 15 aprile 1950 (Convegno NEI di Sorrento), in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2265 ss.

16 Intervento al Senato della Repubblica, 15 novembre 1950, in Scritti e discorsi politici, cit., in IV 1, p. 659 ss.

17 Atti parlamentari, Senato della Repubblica, Discussioni, p. 20795.

18 L’occasione che passa, Strasburgo 10 dicembre 1951, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2470 ss.

19 Verbale della riunione dei sei Ministri degli esteri della Conferenza dell’esercito europeo, (Strasburgo, 11 dicembre 1951), in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2477 ss.

20 L’anno nuovo vedrà l’Europa unita al servizio della libertà e della democrazia, in Il popolo, 1 gennaio 1952, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2486 ss.

21 Discorso all’Assemblea del Consiglio d’Europa ,15 settembre 1952, Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2570 ss.

22 Le radici spirituali dell’Europa, Premio Carlo Magno. Aquisgrana 24 settembre 1952, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2599 ss.

23 Moralità internazionale, Congresso Movimento europeo, L’Aja, 10 ottobre 1953, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2703 ss.

24 La Communauté européenne n’est pas une utopie, Ouest France, 2 novembre 1953, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2722 ss.

25 Il problema spirituale e culturale dell’Europa considerato nella sua unità storica, e i mezzi per esprimere tale unità in termini attuali, Tavola rotonda d’Europa 13-16 ottobre 1953, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2709 ss.

26 Intervento al Senato su Trattato CECA , 15 marzo 1952, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 1 , p. 955 ss.

27 Il problema spirituale, cit., p. 2712.

28 La nostra patria Europa, Conferenza parlamentare europea 21 aprile 1954, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 3, p. 2741 ss.

29 Ivi, p. 2747.

30 Lettera a Fanfani, 14 agosto 1954, in Scritti e discorsi politici, cit., IV 2, p. 2129, n.153.

31 Maria Romana Catti De Gasperi, La nostra patria Europa, cit., p. 89.