n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Cosa avviene nella politica italiana. Segnali di cambiamento da cogliere Le “Primarie” del PD

a cura dell’Istituto Alcide De Gasperi di Bologna

È ogni giorno più realistica e sofferta la constatazione che il mondo politico del nostro Paese (in particolare i partiti) non sia adeguatamente attento ai fenomeni a volte convulsi, ma sempre predittivi di cambiamenti, della società e dei sistemi che la governano e regolano.

Il “vivere alla giornata”, stando soprattutto sugli effetti che sulla genesi dei fenomeni, sembra essere una diffusa, grave costante.

Il “vero politico”, diceva spesso Giulio Andreotti, è colui che conosce già dall’inizio gli effetti prodotti da ciò che dice e ciò che fa.

Applicata ai partiti la “formula” acquista necessario spessore di verità e la sua costante marginalità funzionale concorre a spiegare i tanti gravi ritardi nella comprensione dei fenomeni che sono alla base dei veloci cambiamenti della società italiana e del mondo divenuto “villaggio”.

Per aderire a questa verità, i partiti, per loro specifica funzione, dovrebbero dare precedenza organizzativa a “osservatori” o “laboratori” permanenti di “ascolto” del nascere e svilupparsi dei fenomeni sociali e culturali. In sostanza di studiare la Società.

Soprattutto per contribuire a correggere, una volta tanto, una così poco virtuosa tendenza, pubblichiamo con piacere, e con l’autorizzazione dei promotori, una tempestiva e interessante ricerca diffusa dall’Istituto De Gasperi di Bologna, e sei autorevoli commenti, sui dati e sui fenomeni connessi alle Primarie del Partito Democratico e sulla irruente crescita del “fenomeno” Renzi.

Ciò con la speranza di capire appieno i significati di eventi non occasionali, ma certamente irreversibili, a valere per chiunque voglia davvero guidare il nostro Paese verso un futuro certo, ascoltando e prelevando energie nuove dalle grandi risorse, finora poco utilizzate, offerte dalla società italiana.

A.C.

Primarie PD, fenomeni e realtà nuovi

Chi sono i 2.814.801 uomini e donne che l’8 dicembre 2013 hanno partecipato alle elezioni (“primarie”) del Segretario e dell’Assemblea nazionale del Partito democratico? Che cosa li ha spinti a scegliere l’uno o l’altro candidato? Quali aspettative ed interessi hanno per la politica? Come avevano votato alle politiche 2013? Quale rapporto hanno con il partito democratico, quale giudizio ne danno e quali cambiamenti si aspettano?

Ha tentato di rispondere a queste domande un sondaggio realizzato da C&LS, Candidate & Leader Selection (www.candidateandleaderselection.eu), gruppo della Società Italiana di Scienza Politica. La rilevazione è stata effettuata nella giornata dell’8 dicembre da 150 intervistatori, col metodo di interviste face-to-face; il campione finale è risultato composto da 3.673 casi ed è stato disegnato in base alla distribuzione regionale dei votanti nell’elezione del segretario del PD del 2009.

Il dott. Marco Valbruzzi, ricercatore dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze è il coordinatore della ricerca.

RIPARTENZA DEMOCRATICA? IL SEGRETARIO FIORENTINO, LA SINISTRA E LA POLITICA ITALIANA

Fulvio Venturino, Università di Cagliari e coordinatore C&LS

Sospinto da un’inattesa ventata di partecipazione, Matteo Renzi ha realizzato la migliore performance possibile secondo i pronostici della vigilia. Pochi mettevano in dubbio la sua vittoria, ma ancora meno ipotizzavano un distacco di 50 (cinquanta...) punti percentuali sul secondo classificato. L’avvento di Renzi alla segreteria si inserisce in un contesto di grandi cambiamenti sistemici, fatti di rinnovamento del personale politico in tutti i partiti, riforme istituzionali incipienti e ricerca di soluzioni innovative di politica pubblica. Il nuovo corso del PD, fin dai suoi primi passi, promette di imprimere ulteriore spinta ai cambiamenti in atto (a cominciare dalla sveglia mattutina...).

Renzi è spesso paragonato a Tony Blair, e con l’ex premier inglese ha almeno un punto in comune: è un leader innovatore giunto a capo di un partito pre-esistente, non creato da lui (ogni riferimento a Berlusconi è puramente voluto). In questo senso, i primi cambiamenti portati da Renzi interessano, e da subito, proprio il Partito Democratico. I partiti in esso confluiti erano abituati ad inalberare bandiere come Enrico Berlinguer, e a biasimare l’altrui “decisionismo”. Anche nel corso della Seconda Repubblica, gli innumerevoli partiti del centrosinistra hanno variamente presentato anti- leader come Occhetto e Bersani, leader bene intenzionati ma cagionevoli come Veltroni, o nella migliore delle ipotesi leader senza partito come Prodi. Mentre da sinistra si continuava ad ammonire sui pericoli della deriva plebiscitaria, da altre parti scendevano in campo partiti con un leader, meglio attrezzati per le competizioni elettorali del XXI secolo. E i risultati si sono visti.

A parte la discutibile eccezione di Bettino Craxi, per la prima volta nella sua storia la sinistra italiana è adesso guidata da un leader che non esita ad iniziare una frase con “io” invece che con il tradizionale – e talvolta un po’ melenso – “noi”. Considerando l’investitura dal basso ottenuta domenica scorsa, è verosimile che il popolo della sinistra non si ribelli più all’idea di fare politica in un partito personale (peraltro con limiti di mandato e possibilità di revoca del leader da parte dell’Assemblea Nazionale. I formattatori del centrodestra prendano nota). Anche gli organi centrali di partito sono, da oggi, renziani. Casomai, resistenze al nuovo corso potrebbero venire dai gruppi parlamentari, nei quali molti esponenti si sono già dimostrati del tutto indifferenti alle richieste dei cittadini, e anche refrattari alle più elementari norme di correttezza. Vedremo. Certo è che per davvero una classe politica sembra giunta al capolinea.

Per finire: sono passati otto anni dalle primarie vinte da Prodi nell’ottobre 2005. Da oggi tutti i candidati alla guida del governo passeranno ineluttabilmente per le primarie. E inoltre i partiti piccoli scelgono ormai i loro leader con le primarie chiuse, quelli grandi con le primarie aperte. In rapida successione, le primarie della Lega Nord vinte da un altro Matteo e la prima fase dell’elezione diretta del leader democratico (il cosiddetto voto dei circoli) hanno mostrato le differenze fra i due sistemi. Le primarie chiuse, anche quando riuscite come quelle del Caroccio, sono un evento interno, più adatto ad un partito di nicchia che ad uno a vocazione maggioritaria. E quando non riescono bene risultano affette da patologie acute del tesseramento. Le primarie aperte propongono una spettacolarità incredibile, che, a seconda dei casi, si presta benissimo a lanciare una candidatura, o a installare un leader che sia anche dotato di leadership. Insomma, purché siano fatte bene, primarie per tutti anche nella Terza Repubblica.

USURATO SARAI TU! LE PRIMARIE STANNO BENE E LOTTANO PER UNA DEMOCRAZIA GOVERNANTE

Marco Valbruzzi, Istituto Universitario Europeo

Appena una settimana fa fioccavano sui giornali le dichiarazioni, barbose e scorbutiche, di chi non intendeva partecipare a quella farsa della politica italiana a cui viene dato il nome di “primarie”: una roba troppo popolare e troppo poco sofisticata per far scendere i pensosi intellettuali dalle loro comode torri d’avorio. Nel frattempo, su quegli stessi giornali spopolavano de profundis, non del tutto disinteressati, per quella che è una della più importanti innovazioni politiche nella storia d’Italia, almeno da una ventina d’anni a questa parte. Le primarie – si leggeva – sono usurate, logorate, persino logoranti e così, alla fine, hanno stancato gli italiani. Di conseguenza, la partecipazione, nel migliore dei casi, non avrebbe superato i due milioni e il candidato vincente, chiunque fosse stato, avrebbe potuto fregiarsi soltanto di una vittoria mutilata.

Invece, nel giro di mezza giornata, il tiepido sole di una domenica di festa ha sciolto le fosche e banali previsioni della vigilia, fatte soprattutto da chi intendeva indebolire il significato e la forza di uno strumento che pone il cittadino al centro del processo decisionale. Così, mentre la Corte costituzionale vestiva, un po’ troppo creativamente, i panni del legislatore elettorale, riportando indietro le lancette di una storia che gli italiani pensavano di avere cancellato con ben due referendum, all’incirca due milioni e novecentomila persone esprimevano clamorosamente la loro dissenting opinion, scegliendo di partecipare in massa alle primarie del principale partito politico italiano. Dal 2005 ad oggi, mai le elezioni primarie erano riuscite a mobilitare così tante persone all’interno del loro schieramento. Prendendo come base elettorale di riferimento le elezioni politiche immediatamente precedenti a ciascuna elezione primaria o “segretaria” (elezione del leader di partito), il voto di domenica scorsa è quello che mostra una maggiore capacità di mobilitazione, di gran lunga superiore anche alle lontane e mitiche “primarie di Prodi” del 2005. Un elettore del PD su tre ha ritenuto utile, importante, doveroso far la fila ai gazebo per eleggere quello che è, ad oggi, il capo del partito e domani, forse, ma con crescenti probabilità, il candidato alla premiership. Anche se il PD, tra il 2008 e il 2013, ha perso per strada all’incirca un terzo del suo elettorato, con il voto di domenica ha dimostrato che può fare affidamento su un “popolo delle primarie” duro e duraturo, ma non più “puro”, anzi disposto a cambiare esso stesso pur di vedere il proprio partito cambiare e crescere (e non solo elettoralmente). Naturalmente, ogni processo di trasformazione comporta, oltre ad enormi opportunità, anche grandi rischi e pericoli. Il rischio più grosso che si troverà ad affrontare il PD nei prossimi mesi è, senza dubbio, quello di una scissione della sua componente più tradizionalista e legata a vecchie e radicate identità. In tal senso, il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente il neo-segretario Matteo Renzi è l’enorme distanza esistente, soprattutto nelle regioni della zona rossa, tra la sfera dei militanti e quella dei simpatizzanti del partito. La cospicua differenza tra il voto a Renzi nei circoli e quello nei gazebo, in particolare in regioni importanti come l’Emilia- Romagna e la Toscana, è un indicatore delle crescenti, e potenzialmente esplosive, tensioni tra il “partito degli iscritti” e quello “degli elettori”. Servirà molta fantasia e altrettanta esperienza organizzativa per riuscire a tenere efficacemente assieme queste due anime del partito.

Di certo, è finita l’epoca dell’iscritto “a una dimensione”: iperattivo in ogni occasione, per ogni evenienza e circostanza. Da tempo, siamo entrati nell’èra della multi-speed membership, dell’iscritto a più velocità, flessibile e attivabile su determinate tematiche a intermittenze irregolari. Chi saprà integrare, in un’unica organizzazione, tutte queste nuove dimensioni della militanza, avrà trovato il sacro Graal in grado di dar vita ad un partito moderno e vincente. Buona fortuna.

L’APPARATO, IL SOCIAL E IL TELESELETTORE: SPAGHETTI-PRIMARY O NUOVA SOCIALIZZAZIONE?

Marino De Luca, Università di Calabria

Il quadro generale è abbastanza chiaro: i mass-media confermano un ruolo centrale nella politica – e nella società – diventando l’agenzia di socializzazione più importante rispetto alle istituzioni tradizionali come i partiti, appunto, ma anche la famiglia e la chiesa. I mass-media diventano contemporaneamente strumento di informazione, potere, controllo e innovazione, ma non solo: assumono, infatti, attraverso il loro ruolo di arena pubblica, la funzione rilevante di costruttore sociale e culturale, luogo di significanti e significati per l’immaginario pubblico e soprattutto mezzo per raggiungere celebrità e visibilità.

I dati C&LS sulle fonti di informazione presenti in Figura 3 rafforzano il trend degli ultimi anni riguardo la ricerca sui processi di selezione di candidati e leader: la televisione (più la radio) si dimostra la principale fonte di informazione utilizzata dagli elettori dell’8 dicembre (41%), seguita dall’informazione cartacea di quotidiani e settimanali (21%). In questa fotografia delle fonti di informazione più utilizzate dagli elettori, l’uso di Internet risulta non particolarmente funzionale alla selezione del segretario Pd (11%). Detto ciò, le altre fonti di informazione – diciamo "convenzionali" – risultano fortemente schiacciate su percentuali abbastanza contenute: il partito nella sua forma decentralizzata raggiunge il 15%, affiancato dal 5% dei comitati a sostegno dei candidati (o dai candidati stessi); la prossimità affettiva di un’informazione veicolata da conoscenti e familiari cumulativamente rappresenta appena il 6%; quasi nullo, invece, risulta il ruolo di sindacati e associazioni culturali (1%). In questa collocazione i media diventano un potere quasi autonomo rispetto a tutto il resto, risultando un’istituzione consolidata in grado di strutturare, orientare e limitare i soggetti che orbitano all’interno delle dinamiche politiche. La cultura mediatica diventa totalizzante, l’homo videns centrale e la dimensione nazionale preponderante rispetto a quella locale, con l’intrattenimento che genera un nuovo rapporto tra leader ed elettori. Da questa prospettiva emergono tre figure di elettori che tendono a sovrapporsi in maniera caratterizzante sui profili dei tre candidati.

Innanzitutto il radicamento storico e sociale dell’elettore di “apparato” che trova nella figura del candidato Cuperlo una forza catalizzatrice. L’elettorato di Cuperlo, infatti, risulta maggiormente informato dal partito (28%) rispetto ai singoli elettorati degli altri due candidati (12% sia per Renzi che per Civati); così come il ruolo dei candidati stessi o dei comitati elettorali che raggiungono il 9% nell’elettorato di Cuperlo, superando di oltre 4 punti percentuali gli elettorati di Renzi e Civati. Si tratta, quindi, del profilo dell’elettore di “apparato”, nuova minoranza all’interno del Pd che trova nelle stesse parole di Cuperlo un senso di legittimazione: «però dobbiamo saperlo, dobbiamo dirlo: il treno dove siamo saliti è il nostro treno. E non scenderà nessuno».

Il secondo profilo dell’elettore 2013 è quello “social” che vive all’interno di una dimensione approssimativamente valutata come “leggerissima” e virtuale ma capace di agganciarsi alla struttura politica e partitica del territorio nazionale. Si tratta dell’altra minoranza, quella che proviene dalla scissione della Leopolda – più i delusi – e che ha guardato positivamente alla candidatura di Civati. Infatti i dati confermano una netta sovrarappresentazione, nell’elettorato di Civati, di elettori che utilizzano Internet come principale fonte di informazione (24%), rispetto agli elettori di Cuperlo (6%) e Renzi (10%). Si tratta del target del nuovo Pd a cui Civati, ma anche gli altri, guardano con curiosità: «riempiremo le sale e faremo le cose che sappiamo fare meglio: costruire relazioni tra di noi. Perché non è che siamo bravi con i social network, come hanno scritto in molti, per banalizzare quanto stavamo facendo: noi siamo un social network».

L’ultimo profilo, il “teleselettore”, guarda soprattutto all’elettorato che pone la televisione (ma anche la radio, seppur in minima parte) come fonte principale di informazione. In questa dinamica risulta evidente come il campione di Renzi sia stato caratterizzato al 46% (contro il 28% di Cuperlo e il 29% di Civati) da questa tipologia di elettore. La vittoria dell’icona pop della nuova sinistra italiana cambia registro – oltre che gruppo dirigente – alle modalità di selezione e alla funzionalità di riuscire a verticalizzare i rapporti. Il nuovo segretario del Pd chiede ai propri tifosi “la fascia di capitano” e promette di “lottare su ogni pallone”. La dimensione “mediale”, quindi, diventa sempre di più una caratteristica forte e determinante nella costruzione della leadership del nuovo Partito Democratico.

ELETTORI E SELETTORI DUE SPECIE ANTROPOLOGICAMENTE DIVERSE?

Nicola Martocchia Diodati, Università Cattolica del Sacro Cuore

Luciano Fasano, Università di Milano e coordinatore C&LS

Incoronato a furor di popolo il sindaco di Firenze, possiamo ora chiederci: «è il popolo delle primarie così diverso dagli elettori democratici , cioè da coloro che hanno votato il PD alle ultime elezioni politiche?».

Nonostante Renzi sin dalle Primarie 2012 abbia posto spesso al centro della sua proposta politica il tema del ricambio generazionale, il 56% dei selettori che hanno votato la sua mozione risulta essere over 55. Mostra la stessa proporzione l’elettorato di Cuperlo, a dispetto della differenza estrema riguardo la percezione del candidato. Civati invece ha convogliato sulla sua proposta politica, per il 61%, selettori under 55, ricoprendo il ruolo dell’outsider challenger che lo scorso anno era impersonificato dal sindaco di Firenze. Se inoltre si considera che soltanto il 43% di chi ha votato PD alle ultime elezioni politiche aveva un’età over 55, risulta evidente come il selettorato che ha votato domenica scorsa sia particolarmente maturo. Considerando che il 74% degli elettori democratici di marzo non aveva raggiunto l’età pensionabile, e il 6% stava ancora studiando, il fatto che il selettorato a sostegno di Renzi e Cuperlo sia composto da pensionati rispettivamente per il 36% e il 39%, e da studenti per l’ 8% e il 7%, appare particolarmente rilevante. Viceversa Civati è stato votato solo per il 22% da pensionati e per 16% da chi frequenta scuole ed università.

Anche rispetto al livello di scolarizzazione è presente una sostanziale differenza tra il selettorato e l’elettorato del PD alle ultime elezioni politiche. Infatti, se solo il 15% dei votanti risulta essersi laureato, il 35% di selettori ha invece ottenuto un diploma universitario. Cuperlo mostra un selettorato con un livello di scolarizzazione inferiore rispetto agli altri due concorrenti, infatti il 28% ha frequentato solo le scuole elementari o quelle medie ed il 41% le superiori, ma solo il 3% in più di coloro che hanno votato il sindaco di Firenze hanno ottenuto la laurea (34%) rispetto ai votanti dell’ultimo segretario della FGCI. Il profilo di chi ha votato Civati, ancora una volta, si discosta dai canoni tipici dell’elettorato democratico: il 45% è laureato, e solamente il 14% non ha ottenuto il diploma superiore.

Riguardo alla pratica religiosa, è invece possibile osservare le differenze e le somiglianze in funzione delle tradizioni politiche di provenienza dei diversi competitor. In tal senso, Civati e Cuperlo mostrano selettori che per gran parte (rispettivamente il 54% e il 45%) non sono praticanti, mentre coloro che hanno votato Renzi sono soliti frequentare le funzioni religiose per il 31% (a differenza del 19% e 20% degli sfidanti) e solo per il 32% non praticare. Il rottamatore è così in grado di rappresentare al meglio il proprio elettorato, visto che i votanti democratici sono per il 36% partecipanti assidui alla messa e solo il 20% non praticanti.

Chi si aspettava che il sindaco di Firenze mostrasse un selettorato particolarmente innovativo è rimasto quindi deluso. D’altronde Matteo Renzi non è più il challenger dello scorso anno, ma il front runner della corsa a segretario di quel partito che dopo una rovinosa tornata elettorale ha deciso di cambiare il suo gruppo dirigente.

«IO VOTO PERCHÉ...» LE MOTIVAZIONI DEI SELETTORI TRA RINNOVAMENTO, CONTINUITÀ E (TANTA) VOGLIA DI VINCERE

Giuliano Bobba, Università di Torino

«Io voto perché...» è lo slogan della campagna di comunicazione che il Partito Democratico ha scelto per promuovere la partecipazione al voto dell’8 dicembre. Uno slogan che non prende posizione. Un’affermazione da completare secondo una logica di diffusione virale e di coproduzione dei contenuti. Uno slogan che risuonava quasi come una domanda in attesa di risposta.

Se l’affluenza alle urne ha rappresentato un primo responso («Io voto perché ritengo che le primarie siano utili»), elementi più interessanti emergono dalla rilevazione di C&LS. Innanzitutto, se si guardano le due motivazioni che hanno ottenuto maggiori preferenze – la condivisione della visione del futuro del PD del candidato votato (33%) e l’opinione che il candidato rappresenti meglio i valori del rispondente (25%) – emergono alcune spinte contraddittorie.

Si intersecano qui infatti due dimensioni distinte. Da un lato, le richieste sull’asse continuità/rinnovamento; dall’altro, la collocazione su posizioni di centro/sinistra o se si preferisce di ispirazione riformista/socialdemocratica.

Gli elettori di Cuperlo, pubblicamente riconosciuto e descritto come l’«uomo dell’apparato», solo in parte lo hanno preferito per la visione tradizionale del ruolo del partito e per la continuità che garantisce con la direzione precedente. Al contrario la motivazione più importante per i suoi elettori è apparsa la difesa del ruolo e dei valori della sinistra italiana, insidiata ed indebolita da più fronti, non ultimo quello interno rappresentato dal sindaco di Firenze.

Come campioni di rinnovamento si sono invece proposti Civati e Renzi, declinando in maniera peculiare la loro proposta.

Il deputato lombardo si è contraddistinto per le sue posizioni più spostate a sinistra, a partire dalla proposta di fare dell’alleanza con il partito di Vendola un asse stabile del futuro partito. Proprio questo elemento – accanto all’intenzione di portare il PD fuori dal governo delle larghe intese – ha interpretato il malcontento di una parte di elettorato del partito, posizionata più a sinistra ed insofferente nei confronti dell’alleanza con Berlusconi e dell’operato del governo Letta.

Del sindaco di Firenze si potrebbe invece dire che ha raccolto oggi ciò che aveva seminato ieri. Ispirandosi, senza più evocarla, a quella rottamazione che lo rese celebre seppur sconfitto, Renzi ha invece promesso un ricambio generalizzato dell’elites dirigente, incarnando meglio di tutti gli altri candidati la voglia di cambiamento e la necessità di offrire nuovi orizzonti e prospettive non solo al partito, ma ad un paese alle prese con le difficoltà della Grande Crisi.

Accanto a queste motivazioni, spicca però un ulteriore dato. Il voto di domenica presenta infatti una forte componente strategica soprattutto tra chi ha optato per il sindaco di Firenze. Il 27% lo sceglie perché lo considera adatto a vincere le prossime elezioni politiche. Non si tratta quindi soltanto di decidere le sorti di un partito o di ridefinire gli equilibri e le priorità del centro-sinistra. I selettori guardano oltre e legano strettamente le sorti del partito e del suo nuovo segretario a quelle del Paese.

I selettori hanno quindi votato perché vogliono conservare o rinnovare la sinistra. Perché vogliono rinnovare la classe dirigente e il ruolo del partito. Perché vogliono che il PD vinca e governi il paese.

Dare seguito a queste motivazioni e aspettative in parte contraddittorie è il compito arduo che spetta al nuovo segretario.

CRONACA DI UN LEADER ANNUNCIATO, COL FATTORE B.

Arianna Giovannini, University of Sheffield, University of Salford

L’elezione di Matteo Renzi a segretario del PD è stata più un’incoronazione che una vittoria vera e propria. Se l’aspettavano tutti, anche qua oltre Manica. Così, se fino a qualche mese fa ben poca attenzione veniva data alle “segretarie” dell’8 dicembre e ai candidati a leader del PD, tutto d’un tratto i media britannici hanno puntato i riflettori sul presunto vincitore. Infatti, già dal 7 dicembre, la BBC e il Guardian tracciavano il profilo politico di Renzi (definendolo di fatto nuovo leader del centro- sinistra), senza nemmeno nominare i suoi avversari.

In questo scenario, è interessante notare come l’immagine del nuovo segretario del PD che passa sui media in UK ruota per la maggior parte attorno a due termini di comparazione: Blair e Berlusconi. Da un lato, Renzi viene paragonato, in maniera piuttosto appropriata, al Tony Blair della svolta New Labour del 1994: giovane, con la faccia da bravo ragazzo, ambizioso, carismatico, comunicatore nato, che piace ai media. E con una missione precisa: cambiare non solo il volto di una sinistra che non riesce più a vincere da anni, ma anche il suo impianto ideologico, aprendo una “terza via” che strizza l’occhio ad entrambi i poli dello spettro politico e prende le distanze dai sindacati.

Dall’altro, il sindaco di Firenze viene spesso comparato al suo (forse non più) principale rivale: Silvio Berlusconi. Per il suo carisma in primis. Ma anche per il suo modo di parlare diretto (anche se in realtà studiato nei minimi dettagli) e ammiccante – che piace alla “gente comune” nelle piazze e che, in TV, sfonda lo schermo. Last but not least, Renzi e Berlusconi condividono lo stesso cavallo di battaglia e slogan politico: abbassare le tasse.

Un ulteriore aspetto su cui i media britannici puntano l’attenzione è l’età di Renzi: visto, coi suoi 38 anni, come un’eccezione quasi bizzarra nel paese in cui la politica è “grigia e vecchia” per antonomasia (per usare le parole di un giornalista della BBC). Così, tra doti carismatiche, abilità comunicative, e approccio post-ideologico “piglia- tutti”, Renzi viene definito come il “cambiamento necessario” – il redentore di tutti i mali della politica italiana; una sorta di ultima speranza non solo per il PD, ma per l’intero paese. L’unico in grado di dare alla sinistra italiana la stessa spinta vitale che Tony Blair riuscì ad imporre, con non pochi ostacoli, al partito laburista negli anni ‘90. Focalizzati sulla figura carismatica, i media britannici però hanno lasciato in disparte un paio di punti molto importanti. Anzitutto, ben poco si è detto del dato veramente sorprendente di queste “segretarie”: l’affluenza. In un clima sociale dominato dall’antipolitica, quasi tre milioni di cittadini si sono presi la briga di uscire di casa, donare 2 euro, e dare il loro voto per il nuovo segretario del PD – sottolineando la presenza di una forte domanda di cambiamento, e una sorprendente (e rassicurante) manifestazione di fiducia nella democrazia.

Inoltre, solo pochi commentatori oltre Manica hanno toccato la vera questione cruciale: la relazione Renzi-Letta. Al momento, Renzi è stato eletto segretario del PD ma, di fatto, non sarà leader a tutti gli effetti finché non riuscirà a diventare anche Primo Ministro. Benché Letta sembri sostenere Renzi in pubblico, è difficile pensare che l’attuale Primo Ministro ceda il passo al Segretario senza batter ciglio. Competere con Cuperlo e Civati è stato relativamente facile per Renzi. Ma la vera partita deve ancora cominciare, ed è quella che vede il sindaco di Firenze in competizione con Letta per la premiership. Né Tony Blair né Berlusconi hanno mai dovuto affrontare un avversario così difficile nei confronti interni ai ranghi dei propri partiti. Dal risultato di questa competizione, e non solo dall’elezione dell’8 dicembre, si capirà il vero calibro di Renzi.