n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

La politica come servizio e come dominio

di Danilo Campanella

Dottorando in Filosofia Politica

Tanto più si disvelano le strategie dei soggetti politici istituzionali, tanto più ci sentiamo smarriti, anche in vista dei risultati a cui tali strategie conducono. Si profila quindi l’urgenza, da parte nostra, di una riflessione su cosa sia la politica e tornare, dunque, alla ricerca del suo fondamento e della sua origine. La filosofia politica è insieme politica e filosofia. Come quest’ultima vuole indagare, ricercare l’origine del miglior modo di convivenza civile in una data comunità. Vuole occuparsi cioè di tutte quelle interazioni sociali che, tra gli uomini, si configurano come relazioni atte a dar luogo a uno o più equilibri per il mantenimento della concordia sociale. Bisogna specificare che, in epoca moderna, lo studio di queste relazioni si configura in particolare come studio delle relazioni di “potere”. Se per gli antichi filosofi il pensiero politico si configurava come lo studio e la ricerca del “buon governo”, per i pensatori moderni la filosofia politica è la forma di pensiero che assume come oggetto centrale il problema (1) del “potere”, definibile come la capacità di controllare con l’influenza, con la forza, con le sanzioni il comportamento altrui.

In filosofia politica vengono trattate maggiormente le forme di potere “concrete” e quindi istituzionalizzate, quelle che vengono depositate nella legislazione e quindi vanno a costituire lo stato, che è: « […] un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza considerata legittima (2)».

Potere e giustizia

Lo stato nella sua unità sottrae ai singoli il diritto di usare la forza su altri uomini, avocandola a sé. Quando si parla di “forza” bisogna considerarla come “legittima”. Da qui va da se che gli uomini abbiano ricercato, nel corso dei secoli, l’ordinamento politico che meglio riconoscesse questa legittimità e, quindi, il più giusto ordinamento politico. Da qui nascono le due grandi attenzioni di base della filosofia politica: quella sul potere e quella sulla giustizia. Da una parte abbiamo la filosofia politica “realista” o che si dichiara tale, che pone innanzi a tutto lo studio del “potere”, come conquistarlo e mantenerlo (l’agire politico), dall’altra la filosofia politica “idealista”, la quale si pone domande sul migliore, sul più giusto ordinamento politico. Per unire sia gli aspetti legati da un lato, a Machiavelli, e dall’altro a Platone possiamo dire che la filosofia politica dovrebbe con equilibrio occuparsi di: «[…] quale sia il modo giusto di organizzare la nostra convivenza, di quali forme di potere siano legittime, di quali diritti debbano essere riconosciuti ai cittadini (3)».

Essa affronta questioni sia “normative”, quando cerca di risolvere i problemi, ad esempio, sulla convivenza civile, sia “strutturali” quando si domanda la “natura” della società o le caratteristiche dell’agire politico. Le domande che si pone la filosofia politica sono principalmente quattro, ovvero sulla costituzione, sull’obbligo, sull’agire e sul metodo. Le prime due sono di tipo normativo, le altre due di tipo realistico. Sulle prime due bisogna sottolineare che ciò che le caratterizza, normativamente, è che esse indagano l’ordine politico come dovrebbe essere (giusto, legittimo…) e non sui fatti così come sono. I paradigmi normativi sono tanti, e vanno dalla Repubblica (4) di Platone alla Teoria della giustizia di Rawls. Tali teorie si occupano di ricercare un ordine politico giusto e riflettendo dunque sull’idea di giustizia, ricerca che risale peraltro dall’origine stessa della filosofia nella Grecia antica. Piuttosto che pensare alla società, allo stato “ideale”, a come dovrebbe essere le teorie realiste vogliono invece ragionare su certi temi della filosofia politica per come sono. Ecco che Niccolò Machiavelli si occuperà non della bontà del governante, ma di come egli si debba porre a seconda delle situazioni:

«mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale e non alla immaginazione di essa […] onde è necessario che un principe, volendosi mantenere, imparare a poter essere non buono, e usarlo e non l’usare a secondo la necessità (5)».

Potere come servizio

Appare evidente che proprio in quest’approccio sono presenti tutte quelle domande sul “potere” di cui accennavo in precedenza. Qui più che mai la lotta per il potere e il modo per conservarlo sono aspetti di primaria importanza; come sottolineò Max Weber in una sua conferenza nel 1919, chi fa politica aspira al potere, per gli altri o per se stesso. Il potere, quindi come potenza o il potere come servizio. In entrambi i casi la leva che muove entrambi gli atteggiamenti è quella del conflitto, sia interiore (del soggetto che ambisce) che sociale (il modo per surclassare il prossimo e acquisire potere). Il realismo politico ha portato a quello che i moderni chiamano “l’agire strategico”, di quei processi ragionativi che considerano non tanto le idee e la persuasione ma soprattutto la valutazione delle forze in campo servendosi di tutti i mezzi disponibili e surclassando le istanze etiche e morali di bene e male che condannerebbero senza troppe esitazioni taluni metodi: «Non può, pertanto, uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanza li torni contro […](6) ».

Res publica e res privata

Da ciò si evince che, nella filosofia realistica come anche nella real-politik il politico debba sentirsi pronto di infrangere anche le leggi per salvaguardare il fine supremo, ad esempio la salvaguardia della repubblica. Non essendoci più oggi né a livello culturale né etico una distinzione tra res pubblica e res privata, dunque tra pubblico e privato, l’uomo politico si sente legittimato a infrangere le leggi “realisticamente” per fini tutt’altro che supremi, confondendo il di lui benessere con quello della res pubblica. In tal senso Machiavelli, come anche altri pensatori realisti, non pone affatto un conflitto tra etica e politica, bensì la distinzione dell’etica individuale, per lo meno secondo l’interpretazione di Isaiah Berlin (7) ovvero l’interpretazione delle “due etiche”, quelle che Weber definirà etica della convinzione ed etica della responsabilità (8). Per la prima, non bisogna mentire nemmeno se la locutio contra mentem potrebbe salvare la vittima dal suo assassino (Immanuel Kant). Per la seconda, invece, bisogna poter prevedere e sentirsi responsabile delle conseguenze delle proprie azioni, resistendo al male se non si vuol essere responsabile del suo prevalere (Benjamin Constant). Weber risolverà il problema asserendo che il buon politico riassume in sé entrambe le etiche della responsabilità e della convinzione. L’etica della responsabilità ci impone di non sottrarci al male, come la “fedeltà” ai nostri principi ci impone di resistergli (9). La riflessione dei politologi, dei filosofi e dei politici contemporanei deve oggi porsi necessariamente su cosa sia giusto fare per il bene della comunità, prima che di se stessi, rileggendo anche Il Principe secondo un’ottica meno personale: quello che Machiavelli vuole dal governante è che egli non si leghi a nessuna ideologia, nessun confessionalismo per raggiungere il suo fine che, bisogna ricordarlo, è un fine nobile quanto ambizioso : un fine alto. Cosa vi è dunque di tanto nobile nel peculato? Cosa vi è di ambizioso nell’accumulare prebende ed intascare, per mezzo di mediocri mezzucci, le risorse dei singoli cittadini? La riflessione stessa della filosofia e delle scienze politiche dovrebbe spostarsi dai paradigmi del potere a quelli dell’equilibrio, ripensando i rapporti fra soggetti e istituzioni, fra istituzioni e soggetti, fra governanti e governati, facilitando una transizione culturale che porti a pensare il potere, nelle parole del politologo Giulio Alfano, non come l’imposizione di un dominio, ma come la manifestazione di un prestigio. In quel giorno il cittadino avrà fiducia nel politico come la si ha di un buon padre di famiglia, mentre quest’ultimo, mutuando le parole di Aldo Moro, lascerà da parte le cose piccole e mediocri per fare posto a cose grandi.


1 Il termine “problema” va inteso in senso filosofico, dunque come “porre in questione”.

2 Max Weber, La politica come professione, Armando, Roma 1997, p. 33.

3 Stefano Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Einaudi, Torino 2003, p. 7.

4 La traduzione originaria era “La Costituzione” tradotta poi da Cicerone in “Repubblica”.

5 Niccolò Machiavelli, Il Principe, La Nuova Italia, Firenze 1963, cap. XV, pp. 136-137.

6 Ivi, cap. XVIII, pp. 152-153.

7 Isaiah Berlin, The Originality of Machiavelli, in AA.VV., Studies on Machiavelli, M. P. Gilmore (a cura di), Sansoni, Firenze 1972, pp. 147-206.

8 Max Weber, La politica come professione, Armando, Roma 1997, p. 102.

9 Ivi, pp. 101-113.