n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Valore del denaro, realtà del lavoro

di Franco Riva

Filosofo Università Cattolica Sacro Cuore, Milano

Un primato difficile

La nuova crisi economica ha un carattere finanziario. Per inevitabile contraccolpo si rivendica da più parti la necessità di tornare all’economia reale e al primato del lavoro, anche se raramente si tocca il punto della questione.

Economia reale significa solo il ritorno alla produzione? La ripresa cioè di contrapposizioni superate tra produttivo e improduttivo, tra materiale e virtuale, con i relativi fraintendimenti? Non sono reali anche i servizi, per esempio, o il commercio o l’informazione o la finanza stessa? Il senso del lavoro finisce in ogni caso schiacciato nell’antica galera della trasformazione delle risorse naturali o nel valore strumentale dove, nonostante gli intenti, perde la sua realtà fondamentale per l’economia come per la vita.

Fosse così, proprio il lavoro cadrebbe vittima delle liti tra strumento e fine, tra bisogno e principio. Altra musica quando il primato del lavoro si orienta verso quello della persona nell’ottica di un nuovo umanesimo. Solo che la si ascolta di rado fino fondo. Per conoscerne bene la melodia non bastano le prime tre note.

Per primato del lavoro cosa s’intende? Pur essendo chiaro sul lato della denuncia, non risulta né semplice né immediatamente risolutivo. Sbanda facilmente tra due alternative che lo portano verso l’economia (reale?) piuttosto che verso la persona (ma quale?). Per quanto, viste da vicino, qualcosa di molto simile non torna da una parte e dall’altra.

La tentazione dello strumento

Economia reale, realtà del lavoro. Il suo primato non coincide del tutto con dimensioni materiali o strumentali. Nell’orizzonte strumentale non ci sono primati, tutto è mezzo per tutto. E il lavoro, sudore e mezzo in qualche misura, diventa – scherzando un po’ – qualcosa di più “bassamente” economico dell’economia stessa.

Solo strumento, il lavoro non ha senso in se stesso ma è sempre oltrepassato. Che si tratti del pane quotidiano, della produzione o del vero fine della persona non cambia poi molto. Difendere e nobilitare il lavoro esclusivamente in vista di qualcosa che non gli appartiene per nulla lo rende irreale e lo consegna a ogni tipo di svilimento, di fragilità e di schiavitù. Mercificato e mercificabile più della stessa merce.

Inteso così il lavoro non è vita, ma faticosa necessità della vita. Non è persona, ma bisogno contingente della persona. Non esistenza, ma ciò che permette di esistere. Non si riesce più a distinguere tra tipi diversi di lavoro, tra lavoro e sensibilità delle persone, tra il lavoro e le sue condizioni, se giuste o meno, tra lavorare in un modo o in un altro, tra stili esecutivi anziché collaborativi, tra schiavitù e democrazia del lavoro.

I momenti di crisi sono tragici anche perché si tende a smarrire la differenza tra il lavoro che manca in senso statistico, sociologico, economico e quello che manca in termini di vita, dignità, giustizia, che sono invece indissociabili. Quel che manca al lavoro è altrettanto grave del lavoro che manca. L’occasione fa l’uomo ladro. La voglia di sfruttare la situazione avanza allora prepotente, dal basso della giungla del lavoro o dall’alto, purtroppo, del suo stesso diritto.

La tentazione del fine

Non si va molto più in là quando il primato del lavoro sottende quello della persona in senso però generico, la precedenza dei fini sui mezzi, dei valori sugli interessi. E cosa ci sarebbe di male? Quale modo migliore per rimettere al centro il lavoro se non quello di radicarlo nel valore supremo della persona? Di male c’è che la persona è presa come un valore a sé stante, come un’entità autosufficiente che vive su qualche bella nuvoletta in un cielo sereno senza calarsi subito nelle sue azioni e nei suoi rapporti, nei suoi impegni e nei suoi coinvolgimenti. Nel suo lavoro che rimane, per quest’altra via, pur sempre strumento e prolungamento di qualcos’altro.

La persona c’è, al contrario, nella misura in cui si manifesta quando sceglie, quando prende delle iniziative, quando ama e quando soffre, quando studia e lavora. Anche se suona un poco provocatorio, la prospettiva si capovolge in una conclusione che viene da sola. Non si dà dignità al lavoro difendendo il principio astratto persona, ma si dà dignità alla persona, al suo incarnamento, difendendo il primato concreto del lavoro.

Strani elenchi

Il lavoro resta marginale sia nella prospettiva dello strumento che in quella del fine estrinseco. La paura ancestrale di mettere al centro il lavoro viene a galla nel modo ambiguo con cui si rivendica il suo primato. La controprova è evidente e insidiosa.

Ogni crisi diventa rapidamente il pretesto per lamentele dell’ultima ora su ciò che si è dimenticato. Se si prende di mira l’aspetto economico, lo stesso denaro, si fa a gara per elencare i valori che gli sfuggono. Si corre perciò a compilare inventari di ciò che vale davvero nell’esistenza. Tralasciamo i sospetti, le diffidenze e i rancori che rispuntano puntuali nei confronti del lavoro. Piuttosto, non si è fatto caso che proprio il lavoro non compare nell’album fotografico dei valori profondi della persona?

Negli inventari si rubrica di tutto, dagli affetti alla verità, dalla giustizia ai rapporti con gli altri, dagli uccellini che cinguettano al rosa del tramonto. Come ciliegina sulla torta, arrivano economie incerte e pentite che non si sa come chiamare se non prendendo in prestito i nomi dagli elenchi di valori che escludono il lavoro (doni, gratuità, comunanze, fratellanze). Per il lavoro l’effetto di ritorno resta lo stesso. Forse, è ancor più devastante.

Lavoro, denaro, valore. Spunti ironici

Il lavoro dell’uomo fa piazza pulita delle tentazioni di un tipo e di un altro. Non fugge, invita a rimanere al di qua, a sporcarsi le mani, e a interrompere il gioco sdegnoso delle dissociazioni. Il lavoro abita con coraggio gli stessi territori del denaro. Resiste nonostante le difficoltà in nome, e al posto, di tutti i valori che si mettono in salvo altrove come nel caveau di una banca (ammesso si debba insistere sul linguaggio, economicistico, del valore). Per intanto, nel confronto di valore tra il lavoro e il denaro cresce un’ironia sottile che va gustata fino in fondo.

Il lavoro nega che ci siano regni sublimi della purezza (quel che conta veramente, i veri valori) contrapposti ai bassifondi sordidi del compromesso (economia, finanza, valori di scambio, ecc.). Il lavoro prende in giro il denaro nella pretesa insensata di porsi insieme come misura e come sorgente del valore. Il lavoro stesso è valore fondamentale e genesi di ogni altro valore nel regno universale del valore, ossia del denaro. Pagando in proprio, la realtà del lavoro denuncia il denaro come un Narciso allo specchio, stralunato, astratto e autoreferenziale. Il lavoro contesta infine l’abbandono dell’economia a se stessa come non fosse in gioco dovunque la prossimità con gli altri.

I valori non sonnecchiano tranquilli nel secchiello dell’acqua santa.