n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Parliamo ancora di debito pubblico

di Giuseppe Bianchi

Presidente ISRIL

È noto che l’escalation del debito pubblico parte dalla metà degli anni ’80 per autoalimentarsi nel tempo, in un contesto, peraltro, di progressivo rallentamento dei tassi di crescita. L’intreccio di variabili che combinandosi tra loro sono all’origine di un tale fenomeno non è facilmente districabile. C’è tuttavia una tesi che viene spesa con maggiore insistenza che associa l’incremento del debito pubblico con l’eccesso di generosità sociale da parte dello Stato (pensioni, sanità, in primis) e, dato il rapporto causa effetto stabilito, la terapia indicata sta in interventi restrittivi in tale area per rimettere un equilibrio i conti pubblici e ridurre così il debito pubblico.

Non si può certo escludere che la costruzione dello Stato sociale abbia dilatato la spesa pubblica, che si siano attivati meccanismi perversi che hanno alimentato sprechi di risorse, che con il passare degli anni questo stato sociale ha mostrato crepe nella sostenibilità economica e squilibri nelle tutele.

Ma il problema che si pone non è la sua inevitabile riforma ma l’attribuita prevalente responsabilità nell’alimentare il debito pubblico che tende a trascurare che nel frattempo, i cittadini italiani hanno contribuito con sempre maggiori tasse e contributi a pagare almeno in parte le prestazioni sociali godute.

Il saggio di Alvaro (che precede questa nota) merita una sua riconsiderazione perché attraverso una appropriata documentazione statistica richiama l’attenzione su una variabile, trascurata per anni dal dibattito politico, che individua negli interessi pagati per il rifinanziamento del debito pubblico la causa principale della sua autoalimentazione, che è diventata dirompente nel tempo con i mutamenti strutturali interventi che hanno segnato l’egemonia della finanza internazionale e limitato di spazi della sovranità degli stati nazionali.

Alvaro, nella sua ricostruzione, parte dal divorzio Tesoro-Banca d’Italia. Il venir meno dell’impegno della Banca d’Italia di sottoscrivere le quantità di Bot non collocate ha provocato nel mercato dei titoli italiani un aumento dei rendimenti richiesti per rifinanziare il debito pubblico, a tassi costantemente e in taluni periodi sensibilmente superiori all’inflazione, che hanno accelerato la rottura dei conti pubblici e disincentivato l’investimento produttivo a favore di quello finanziario, concausa del rallentamento della nostra crescita.

Tesi peraltro condivisa da Guido Carli che nelle sue memorie (G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, 1993) indica come tale divorzio sia stato seguito «dai maggiori scostamenti tra obiettivi e risultati in termini di deficit» con il risultato indesiderabile di accrescere il peso degli interessi passivi sul Pil dal 5,4% nel 1980 al 10% nel 1990.

Ciò è avvenuto per il mancato contrappeso di un’azione governativa sul piano fiscale e della politica economica in grado di stabilizzare gli interessi sul debito, in presenza di una elevata inflazione, data la situazione conflittuale nel Paese e un assetto istituzionale non in grado di esprimere un governo autorevole.

L’entrata dell’Italia nella moneta unica, citata da Alvaro, altro momento “critico” della recente storia economica italiana, vede il paese in una condizione di debolezza sia economica che politica, aggravata da un persistente debito pubblico (ben oltre il 100% del Pil). I vincoli imposti dal Trattato di Maastrich riducono i margini di libertà della politica economica e i benefici ottenuti in termini di riduzione degli interessi sul debito pubblico (stimati in 700 miliardi nei primi otto anni) vengono riassorbiti da una crescita spesa pubblica corrente (come prima avvenuto per le entrate dalle privatizzazioni), senza che vengano sanate le debolezze strutturali del Paese, anche perché, a livello europeo, l’ideologia dominante è che la moneta unica avrebbe favorita un’autonoma convergenza nella competitività dei sistemi produttivi.

La crisi finanziaria del 2008, ricorda infine Alvaro, pone al centro delle politiche europee la sostenibilità delle finanze pubbliche in nome di una rigidità tecnocratica dimentica che l’unione monetaria non era un fine ma un mezzo per progredire nell’integrazione. L’austerità imposta ai paesi debitori a crescita zero o negativa alimenta recessione economica, disoccupazione e disuguaglianze sociali. Si interviene con la riduzione delle spese sociali (pensioni, sanità), con appesantimenti fiscali per ridurre il “deficit”, ma i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico alimentati dalla speculazione finanziaria non rallentano la pressione dei mercati sui costi del suo finanziamento e così il debito pubblico continua a crescere.

Nel contempo si alterano le condizioni di concorrenza fra paesi creditori e debitori nei costi di accesso anche al mercato dei capitali privati allargando i divari di competitività fra sistemi produttivi appartenenti ad una stessa area monetaria.

Bassa crescita ed elevato debito pubblico

In sintesi, gli assetti della società italiana, si sono forgiati, a partire dagli anni ’80 attorno ad un equilibrio di bassa crescita, galleggiante su un elevato debito pubblico fino a quando la crisi finanziaria ha trasformato tale debito da galleggiante a zavorra. Non solo è venuta meno ogni forma di compensazione multilaterale dei rischio a garantire la solvibilità dei debiti sovrani (per cui i debiti pubblici si pagano o si rinnovano alle condizioni del mercato) ma i paesi debitori con il recente “fiscal compact” devono programmare un rientro secondo tempi e modalità vigilate delle istituzioni comunitarie ed internazionali (per l’Italia si stima di 40-50 miliardi di oneri annui).

Che fare per portare il nostro debito pubblico su livelli sostenibili?

Pensare, nel breve termine, ad un coordinamento europeo che preveda l’espansione della domanda dei paesi creditori ed un allentamento del rigore per i paesi debitori è poco realistico.

Tanto meno pensare ad una mutualizzazione europea dei debiti nazionali (eurobond). Il ministro degli esteri tedesco G. Westerwelle è stato categorico in una recente intervista al Corriere della Sera (19.12.2012) «La Germania non è responsabile del debito italiano e non può essere il capro espiatorio».

Se il fardello rimane nostro, una opzione sostenuta da alcuni ambienti politici è quella di una manovra di finanza straordinaria: una tassazione o un prestito forzoso sulla ricchezza patrimoniale: ma a carico di quale ricchezza: quella immobiliare già nascosta nelle società di comodo o quella mobiliare già in fuga nei paradisi fiscali? Alcuni paesi insospettabili (Francia, ma anche Germania) vorrebbero muoversi lungo tale strada ma esiste una grande incertezza sugli strumenti e sugli esiti. L’Italia ci ha provato con le barche di lusso recuperando 24 milioni sui 156 previsti mentre il settore è entrato in crisi.

Per l’Italia le previsioni per il 2013 restano negative in termini di reddito e di occupazione e l’imposizione fiscale raggiungerà il suo picco per cui nuove tasse straordinarie non rischierebbero di gravare, data l’elevata evasione fiscale, su un ceto medio già stressato dalla sua fedeltà fiscale?

Il problema vero è quello di una rimodulazione delle capacità contribuite sulla base dei redditi e della spesa sociale sulla base dei bisogni delle classi più disagiate, ma non è cosa da tempi brevi e non si vedono in campo i possibili protagonisti politici.

Il dato positivo su cui oggi assestarsi è che l’avvenuta riduzione del “deficit” ha in parte riassorbito il maggiore premio pagato dai titoli pubblici italiani per i dubbi sulla sostenibilità del suo debito pubblico grazie ai passi in avanti fatti dall’Unione Europea con il Fondo Salva Stati, con il ruolo attivo della BCE, con l’accordo sulla vigilanza europea sulle banche, che, benché non tutti operativi, hanno rafforzato gli argini nei confronti della speculazione finanziaria.

Secondo la Banca d’Italia l’attuale “spread” è più o meno rispondente ai nostri attuali equilibri economici ma ogni deviazione dal rigore ci farebbe tornare ai tempi bui dell’anno passato.

La via di uscita per la sostenibilità del nostro debito pubblico si conferma quella che richiede la permanenza di un forte surplus del bilancio pubblico, al netto degli interessi del debito, e di una crescita del reddito diversamente stimato (2 – 3% annuo) per riportare il rapporto debito-pil al più accettabile 100%. Ma come invertire una tendenza di medio-lungo periodo che ha visto il nostro paese scendere nei gradini più bassi in Europa nella crescita economica e nei più alti quanto a tassi di disoccupazione e di ineguaglianza sociale?

Il dibattito elettorale in corso non aiuta di certo, tutto orientato a disegnare futuri scenari senza spiegare perché analoghe previsioni prospettiche fatte nel passato abbiano portato a nessun risultato.

Un paese, come l’Italia, zavorrato dal suo debito pubblico ha bisogno di investire sulla sua credibilità internazionale tenendo fede agli impegni sottoscritti con l’Europa (il fiscal compact e la lettera Draghi-Trichet) e al proprio interno, recuperando la competitività perduta del suo apparato produttivo e liberando lo Stato dalla sua invasività e dalla sue inefficienze così da restaurare un più equo rapporto tra le tasse pagate e le prestazioni ottenute. Nel contempo deve essere parte attiva nel progetto di costruzione di una Europa sopranazionale in modo che la concessione di sovranità da parte di tutti gli stati nazionali avvenga in nome di una comune intestazione di una politica di sviluppo entro cui regolare, con maggiore solidarietà, i rapporti tra paesi creditori e paesi debitori. Un percorso tortuoso dagli esiti incerti che non può tuttavia trascurare che l’Europa di oggi è migliore di quella di un anno fa. Non solo per le nuove istituzioni messe in campo ma perché più diffusa è la consapevolezza che senza un rilancio dell’integrazione, sul piano economico e politico varrà per i singoli paesi la profezia latina: «Simul stabunt simul cadent».