n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Parliamo del nostro debito pubblico

di Giuseppe Alvaro

Facoltà di Statistica Università di Roma “La Sapienza”

…e parliamo del nostro debito pubblico che nell’anno 2012, ha varcato la soglia dei 2000 miliardi di euro, superando del 28 per cento il valore del Pil, e che in quest’anno 2013 dovrebbe attestarsi al 130 per cento, sempre rispetto al Pil.

Una cifra record. Un rapporto tra i più elevati nel mondo dei paesi industrializzati. Un rapporto triplo rispetto al 41,8 per cento registrato nel 1971, quarant’anni fa (Tav. 1, Col. 2, in Appendice).

Come e perché si è potuto verificare questo enorme e ingovernabile aumento?

Il contributo di Alvaro è di esortare il lettore a non fermarsi alla semplice lettura del dato statistico ma di andare alla ricerca delle cause alla base della manifestazione del fenomeno che il dato quantifica, nella convinzione che solo percorrendo questa strada esso diviene “fonte di conoscenza e maestro di vita”.

La corsa dei conti

Dai conti della Pubblica Amministrazione apprendiamo che, in ogni anno del lungo periodo 1971-2010, la P.A. ha chiuso i conti indebitandosi per un totale che, riferito a tutto il periodo, è risultato pari a 1647 miliardi di euro (Tav.2, Col.5).

Dai conti apprendiamo anche che, con riferimento allo stesso periodo 1971-2010, la P.A. ha registrato un avanzo primario (risparmio corrente al netto, degli interessi passivi) pari, cumulativamente, a 1485 miliardi di euro e che, a partire dal 1977, l’avanzo primario l’ha presentato in ogni anno. Ciò indica che nel periodo 1971-2010 la P.A. è stata in grado di finanziare attraverso le entrate fiscali e parafiscali sia la produzione dei consumi pubblici (dall’istruzione alla difesa, al funzionamento della macchina dello Stato e degli enti locali), sia l’erogazione delle prestazioni sociali: previdenza, sanità, assistenza.

Spesa per prestazioni sociali che, dal 12-13 per cento degli anni ’70, si colloca stabilmente, a partire dal 1981, intorno al 16-17 per cento del Pil fino al 2007 (Tav.2, col.6) e solo nel successivo triennio 2008-2009 si porta al 19 per cento a causa della diminuzione del Pil registratasi nel periodo: -1,2 per cento nel 2008; -5,1 per cento nel 2009 (Tav. 4, Col. 2).

Dai conti della P.A. apprendiamo ancora che, non solo la spesa per le prestazioni sociali (previdenza, sanità e assistenza) si mantiene stabile in rapporto al Pil, ma pure la spesa relativa alle retribuzioni dei pubblici dipendenti si presenta stabile nel tempo: intorno al 10 per cento del Pil nel decennio ’70 e tra l’11 e il 12 per cento nei trent’anni del periodo 1980-2010 (Tav.5, Col.2). E stabile si mantiene anche la spesa per l’acquisto dei beni e servizi intermedi utilizzati dalla P.A. per la produzione dei consumi collettivi, giacché oscilla tra il 3 e il 4 per cento nel ventennio 1970-1990 e tra il 4 e il 5 per cento nel ventennio successivo (Tav.5, Col.3).

Occorre ancora ricordare che la P.A. eroga alle imprese contributi alla produzione e agli investimenti che negli anni 1970-1990 hanno oscillato tra il 2 e il 4 per cento del Pil e negli anni successivi tra il 2 e il 3 per cento (Tav.5, Col. 6).

Dai conti della P.A. apprendiamo, dunque, che nei quarant’anni del periodo 1971-2010, pur in presenza di un risparmio corrente di 1485 miliardi di euro, la P.A. si indebita per un totale di 1647 miliardi di euro (Tav.2, Col.5). S’indebita perché ogni anno deve finanziare investimenti e altre spese in conto capitale che, per l’intero periodo, risultano pari a 1044 miliardi di euro circa (Tav.2,col.4). E s’indebita anche per pagare interessi passivi sul debito contratto che, nel periodo 1971-2010, ammontano ad un valore doppio rispetto a quello sostenuto per le spese in conto capitale: 2088 miliardi di euro circa contro i 1044 miliardi di spesa in conto capitale (Tav.2, col.3). Interessi passivi che, rispetto al Pil, dal 3-4 per cento degli anni ’70, passano al 7 per cento negli anni ’80, aumentano ancora negli anni ’90 fino a toccare punte dell’11-12 per cento. Scendono lentamente negli anni successivi fino ad attestarsi intorno al 5-6 per cento negli anni 2000 (Tav.1, Col.3), a causa della contestuale diminuzione dei tassi di interesse (Tav.1, Col.4).

Tale pagamento d’interessi indica che nel periodo 1971-2010 si è registrato attraverso la P.A. un colossale trasferimento di risorse dall’economia reale a quella finanziaria.

In pratica, con questo pagamento d’interessi, la P.A. ha proceduto al rimborso del debito mantenendolo in essere. E, per di più, alimentandolo nel tempo!

Nel periodo 1971-2010, dunque, con il risparmio di parte corrente la P.A. ha in parte finanziato gli investimenti e in una misura più rilevante ha finanziato gli interessi passivi gravanti sul debito pubblico maturato. Interessi passivi che, a seguito della sensibile crescita registrata a partire dagli anni ’80, non solo hanno attivato l’espansione del debito pubblico ma, aspetto più grave, hanno innescato il perverso processo di auto alimentazione dello stesso debito pubblico, di cui oggi scontiamo tutte la negative conseguenze sia sul piano interno sia su quello comunitario.

Interessi passivi, squilibri e classe politica

L’accentuata crescita degli interessi passivi ha pure prodotto uno squilibrio nei conti della P.A., rispetto agli altri paesi europei. L’Italia è il Paese che in ambito europeo presenta, rispetto al Pil (Tav.3), la percentuale di spesa per interessi passivi più alta: 11,3 per cento nel 1991 contro il 2,8 per cento della Francia, il 2,7 della Germania e il 5,5 della media europea. Pure a seguito del calo dell’inflazione e del conseguente calo dei tassi di rendimento dei titoli di Stato registratisi nel periodo 1990-2000, l’Italia ha continuato a presentare il più alto rapporto interessi passivi-pil: 5,1 per cento nel 2008 contro il 2,9 della Francia, il 2,7 della Germania e il 2,4 per cento della media europea.

Per converso, l’Italia registra tra i principali paesi europei, sempre rispetto al Pil, la percentuale più bassa in riferimento alle altre voci di spesa, quali: istruzione, consumi pubblici e protezione sociale (previdenza, sanità, assistenza).

In pratica, dunque, e in termini più espliciti, l’elevata spesa sostenuta per il pagamento degli interessi passivi ha comportato la rottura dell’equilibrio dei conti della P.A. e la compressione delle rimanenti voci di spesa.

In ciò sta tutta la responsabilità della classe politica e dirigenziale del tempo: non aver saputo (o voluto o potuto) governare la spirale perversa interessi passivi-debito pubblico e, quindi, il rapporto moneta-sistema bancario-sistema economico. Mancanza di governo che, riportandoci alle vicende attuali, è alla base della spirale di crisi in cui oggi si trova avvolta l’Europa.

Perché è potuto avvenire nel tempo questo fenomeno? Quali le vicende politico-sociali che non hanno permesso al nostro sistema democratico di vigilare per evitare la formazione di un debito pubblico di queste proporzioni, che oggi rende ingovernabile il nostro sistema economico e, quindi, compromette le possibilità di lavoro, attuali e future, dei giovani?

Nel dibattito corrente, anziché approfondire la ricerca delle cause che hanno messo in moto il perverso meccanismo di auto alimentazione del debito pubblico, al fine di attenuarne la portata o, meglio ancora, di eliminarlo, si è scelta la strada più comoda, politicamente e mediaticamente più efficace: tutta la responsabilità è da ricercare nel mal governo della cosa pubblica, negli sprechi delle risorse pubbliche operati dai due principali partiti di riferimento dei governi di quegli anni: la DC e il PSI. Il luogo comune è divenuto: la spesa per le prestazioni sociali (previdenza, sanità, assistenza) e quella per l’erogazione dei consumi collettivi sono le sole voci di spesa della P.A. che hanno causato la patologica crescita del nostro debito pubblico.

Si è, dunque, veicolato tra la gente il messaggio che la responsabilità della formazione nel tempo del nostro elevato debito pubblico debba essere individuata in quelle voci di spesa, consumi collettivi e prestazioni sociali, che hanno dato all’individuo la dignità del cittadino, che hanno generato la formazione di una coscienza civica e di un aggregante tessuto sociale che ha permesso al Paese di superare, nella sua espressione unitaria, i momenti di tragiche difficoltà che nel periodo 1970-2010 si sono registrati.

Per converso, nel dibattito sono stati del tutto ignorati l’impatto e le conseguenze che sulla formazione del debito pubblico andavano generando le altre voci di spesa della P.A., in particolare degli interessi passivi. Meglio: gli interessi passivi sono stati considerati e trattati dalla pubblicistica sempre come una conseguenza della rottura dei conti P.A. causata dagli sprechi operati nei settori della previdenza, della sanità e dei consumi pubblici, mai come una possibile causa del processo di crescita del debito pubblico.

Di chi le responsabilità?

Si può in sede storica accettare l’ancora vivo luogo comune secondo cui i maggiori partiti di governo di quegli anni, la DC e il PSI, sono i soli responsabili del disastro del debito pubblico? Si può ritenere che la classe di governo di quegli anni non avesse avuto altro obiettivo, oltre quello di sprecare risorse pubbliche, oltre quello di allargare e mantenere il potere attraverso l’erogazione a dismisura di servizi pubblici gratuiti e di prestazioni pensionistiche a chi non aveva alcun diritto? Si può ritenere che quanto si è realizzato nel Paese dal dopoguerra in avanti sia stato e sia un dono del caso?

In un periodo quale quello che viviamo, caratterizzato dalla diffusione a macchia d’olio dell’antipolitica, del sentimento di rigetto di tutto ciò che odora di politica (l’elevata astensione dall’ultima tornata elettorale in Sicilia ne è la controprova), non appare del tutto inutile ritornare a quel periodo, per ricordare succintamente quanto è avvenuto in quegli anni e cercare di seguire passo passo come e perché si è venuto determinando il debito pubblico nel lungo periodo 1971-2011. E, per farlo nei termini più sereni e oggettivi possibili, è sufficiente far parlare i numeri che appaiono nei conti della finanza pubblica. In quanto, se quei numeri esistono nella loro elevata dimensione e nel loro profilo temporale è perché nel tempo sono avvenuti fatti che sono stati regolati e governati con misure, interventi e impieghi di risorse pubbliche, i cui effetti e le cui conseguenze si ritrovano cristallizzati in quei numeri.

Il decennio 1971-1980

Nel nostro Paese il debito pubblico rispetto al PIL mostra i primi motivi di tensione nella seconda metà degli anni ’70, per esplodere negli anni ’80 e nei primi anni ’90 (Tav.1, Col.2).

Gli anni ’70 si aprono ereditando dal decennio precedente i primi morti del terrorismo: Antonio Annarumma, ucciso a Milano nel novembre del 1969, e le vittime della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre successivo, quando, nel giro di un’ora, si registrano cinque attentati terroristici.

È, questo, il decennio degli anni di piombo, è il decennio in cui ha inizio la strategia della tensione, del terrorismo di sinistra e di destra. Sono gli anni in cui si moltiplicano le sigle terroristiche che nella sinistra vedono i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea, i Comitati Comunisti Rivoluzionari, le Brigate Rosse, i Proletari Armati per il Comunismo. E, nella destra, Ordine Nuovo, Nuclei Armati Rivoluzionari, Avanguardia Nazionale.

In questo decennio, la lotta armata produce oltre 180 vittime appartenenti alle varie parti del corpo sociale del Paese: magistrati, forze dell’ordine, studenti, operai. Il punto più alto e tragico di violenza politica si raggiunge con il sequestro, da parte delle Brigate Rosse, di Aldo Moro nel marzo del 1978 e il suo assassinio nel maggio successivo.

Nel pieno di questo clima di emergenza terroristica, scoppia nei primi anni ‘70 la prima crisi petrolifera. Nel giro di qualche mese il prezzo del barile quadruplica, passando da 3 a 12 dollari. Il Paese all’improvviso scopre di essere del tutto impreparato a fronteggiare tale crisi, perché privo di prodotti energetici di origine interna. Scopre di essere sul piano interno privo dell’elemento essenziale per attivare e sviluppare ogni processo produttivo: l’energia.

Scopre di avere un sistema produttivo in balìa delle decisioni assunte da altri Paesi. Lo scopre dopo essere stato fino alla metà degli anni ’60 all’avanguardia nel campo della ricerca delle fonti energetiche alternative al petrolio, in particolare dell’energia nucleare. Ma, come sovente è avvenuto nella storia del Paese, nel 1963, a seguito di vicende mai del tutto chiarite, viene incriminato, arrestato e condannato Felice Ippolito, responsabile del Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari. Con quell’arresto si blocca nel Paese la primavera della ricerca sulle fonti di energia alternative al petrolio e nel tempo più non conoscerà lo splendore e la vitalità di quegli anni.

Dopo cinquant’anni da quelle vicende, l’Italia si trova ancora ai nastri di partenza: è sempre in balìa delle decisioni degli altri Paesi quanto a disponibilità e possibilità d’impiego di energia nel sistema produttivo.

Così, con la crisi energetica, alle violenti tensioni politiche si vengono ad aggiungere quelle di natura economica, originate dall’esplosione dei prezzi al consumo, che, a seguito del vertiginoso aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi, si portano da un aumento annuo del 5 per cento del 1971 ad un aumento annuo del 21 per cento nel 1980.

È vero che la crisi petrolifera ha riguardato anche gli altri paesi industrializzati, provocando un generalizzato processo inflazionistico, ma in Italia l’evento è risultato più acuto e duraturo nel tempo per due motivi. Primo: l’assoluta mancanza di risorse energetiche di origine interna alternative al petrolio. Mancanza che, non sembra inutile ricordarlo ancora, perdura tutt’oggi!

Secondo: l’esistenza di un clima di violenza terroristica e di scontri sociali che tendeva a creare tensioni non facilmente componibili nel rapporto lavoro-impresa.

Le tensioni sociali nel mondo del lavoro, acuite dalla violenza terroristica, sono in quegli anni talmente elevate che Confindustria e CGIL, guidate rispettivamente da Gianni Agnelli e Luciano Lama, nel 1975 ritengono di attenuare la loro portata accrescendo il potere d’acquisto dei redditi da lavoro attraverso l’introduzione, nell’operante meccanismo di scala mobile, del punto unico di contingenza. Il quale, una volta introdotto: a) produce l’irreversibile declino della classe media, a causa dell’appiattimento dei redditi da lavoro dipendente; b) si trasforma presto in un carburante di micidiale potenza esplosiva del processo inflazionistico in atto, giacché quadruplica gli effetti di ogni iniziale impulso inflazionistico.

E così che, alle tensioni politiche e sociali generate dal perverso circuito di alimentazione e auto alimentazione degli atti terroristici, si vengono a sovrapporre le tensioni economiche e sociali provocate dal perverso circuito di alimentazione e auto alimentazione di un processo inflazionistico attivato dagli improvvisi ed elevati aumenti dei prezzi dei prodotti energetici ed amplificato da un meccanismo di scala mobile tendente a quadruplicare gli effetti di ogni iniziale aumento di prezzi.

In un tale contesto, i governi di quegli anni si trovano a dover “combattere” su tre fronti: 1) inflazione; 2) terrorismo; 3) crisi istituzionale. E, ciò, in presenza di un violento scontro fra le varie forze politiche. Motivo dello scontro: la politica estera. Da una parte, le forze di governo che avevano come modello di riferimento la democrazia dei paesi del mondo occidentale; dall’altra, le forze di opposizione di sinistra, guidate dal PCI, che aveva a riferimento le repubbliche (o democrazie) popolari guidate dall’URSS.

Il processo inflazionistico in atto, la crisi energetica, l’emergenza terroristica di quegli anni erano vissuti e governati in presenza di dure campagne mediatiche di accuse e di scontri parlamentari nei confronti dei più alti vertici dello Stato, come, per un rapido richiamo, il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, il quale nel giugno del 1978 (ossia, dopo appena un mese dall’assassinio di Aldo Moro) è costretto a dimettersi.

Accuse che, giova sempre ricordarlo, a distanza di qualche anno si dimostreranno del tutto insussistenti; così come, negli anni a venire, nel nostro Paese si dimostreranno del tutto insussistenti attacchi e accuse nei confronti di altri uomini politici.

L’assenza di ogni colpevolezza, “emersa” a distanza di qualche anno, non pone, però, alcun rimedio alle negative conseguenze che nei fatti gli attacchi e le accuse avevano provocato: amplificazione delle tensioni in atto, profonde e irreversibili modifiche del percorso evolutivo delle vicende politiche del Paese. Quindi, della storia del Paese.

Queste, per grandi linee, le coordinate storico-sociali in cui hanno operato i governi degli anni’70, che hanno visto, in qualità di Presidenti del Consiglio: Colombo, Andreotti, Rumor, Moro, Cossiga e, in qualità di Ministri del Tesoro (che debbono essere ricordati giacché hanno una non minore responsabilità rispetto al Capo del Governo nella gestione dei conti della finanza pubblica): Ferrari Aggradi, Colombo, Malagodi, Ugo La Malfa, Stammati, Pandolfi (Tav.1, col.6).

In un così difficile contesto politico, economico, sociale, la P.A. s’indebita per un totale di 73 miliardi di euro circa e il rapporto debito pubblico-pil aumenta di circa 15 punti percentuali in dieci anni, portandosi dal 41,8 per cento del 1971 al 56 per cento nel 1980, dopo aver toccato la punta del 60 per cento negli anni ’78-’79.

Quali le voci che hanno generato l’indebitamento della P.A. ? Le spese in conto capitale, per un ammontare pari a 34,3 miliardi di euro, e gli interessi passivi, per un ammontare pari a 41,4 miliardi di euro.

Nel decennio 1971-‘80 la P.A. ha prodotto i servizi pubblici ed erogato le prestazioni sociali registrando un risparmio di 2,7 miliardi di euro; il Pil mediamente registra una crescita superiore al 3,5 annuo; il tasso di occupazione (cioè, il rapporto tra gli occupati e la popolazione superiore ai 15 anni) si mantiene stabile intorno al 46 per cento e il tasso di disoccupazione intorno al 7 per cento.

Il decennio 1981-1990

Ai perduranti motivi di tensione che hanno caratterizzato il decennio ’70, si aggiunge, a metà del 1981, un nuovo evento, che condizionerà le vicende economico-finanziarie del nostro Paese fino ai giorni nostri: il divorzio Banca d’Italia-Tesoro.

Nelle Considerazioni finali del 30 maggio 1981 l’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, scrive che, in presenza di un elevato processo inflazionistico, «non è con l’attrito di una liquidità o con un cambio accomodante che si ripristina l’equilibrio monetario. Il ritorno alla moneta stabile richiede un vero cambiamento di costituzione monetaria, che coinvolge la banca centrale, le procedure per la decisioni di spesa e quelle per la distribuzione del reddito».

In sostanza, è l’ufficializzazione della richiesta alle autorità di governo del Paese dell’autonomia decisionale della Banca d’Italia, ossia, e più semplicemente, della richiesta di eliminazione dell’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli di Stato non collocati sul mercato. Della richiesta, cioè, dettata dal principio alla base del modello culturale, oggi dominante, secondo cui la credibilità della politica monetaria può essere assicurata solo e soltanto attraverso l’indipendenza decisionale della Banca Centrale da ogni forma di condizionamento politico; quindi, dalla preminenza delle decisioni del banchiere centrale rispetto a quelle del potere legislativo, ossia, del Parlamento.

A distanza di qualche mese, luglio 1981, il Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, sopprime tale obbligo, introducendo di fatto il “divorzio” Banca d’Italia-Tesoro.

Si è giustamente rilevato che, con questo divorzio, le modalità di governo della moneta si ponevano in linea con quelle esistenti a livello europeo. Non si è voluto, però, adeguatamente rilevare che, con l’introduzione del divorzio, non ci sarebbe stata più alcuna garanzia di stabilità nel processo di determinazione sul mercato dei tassi d’interesse e che i tassi di interesse sarebbero stati alla mercé di un mercato in quegli anni del tutto instabile e volatile.

Non si è voluto tener presente che si trattava di un passaggio da uno a un altro modello comportamentale e decisionale effettuato in forma brusca, improvvisa e, aspetto ancor più grave, attuata in un periodo in cui il Paese attraversava una fase di profonda instabilità politico-sociale e di elevata inflazione.

Ed infatti, una volta introdotto nel 1981 il divorzio Banca d’Italia-Tesoro, si registra un immediato, profondo e irreversibile mutamento sul mercato dei titoli di Stato: il loro tasso di rendimento diventa presto più elevato del tasso inflazionistico e ininterrottamente si manterrà più elevato dell’inflazione fino ai giorni nostri (Tav.1, col.4).

L’aspetto patologico, però, non sta nel fatto che il tasso di rendimento dei titoli di Stato sia divenuto più elevato dell’inflazione, ma nella circostanza che è divenuto molto più elevato dell’inflazione, tanto da toccare in qualche anno (1990) il 7,1 per cento e (1992) il 7,9 per cento. Sono questi rendimenti reali positivi dei titoli di Stato che nel tempo contribuiscono in misura notevole alla crescita della spesa della Pubblica Amministrazione per gli interessi passivi sul debito pubblico. Spesa che, rispetto al PIL, nel decennio si raddoppia, passando dal 5,4 del 1980 al 10 per cento nel 1990 (Tav.1, col.3).

Di conseguenza, anche l’indebitamento della P.A., rispetto al Pil, accentua la sua tendenza alla crescita passando dal 7,3 per cento del decennio ’71-80 al 10,7 per cento del decennio successivo ’81-90.

In corrispondenza si assiste ad una flessione del tasso di crescita del Pil che si porta al 2,4 per cento medio annuo rispetto al 3,8 per cento del decennio ’71-80. Andamento, questo, che trascina verso il basso anche il tasso di occupazione che dal 46 per cento scende, nel decennio ’81-’90, al 44 per cento e, per converso, spinge verso l’alto il tasso di disoccupazione che, dal 7,2 per cento degli anni ’78-80, si porta all’11-12 per cento nel periodo ’81-90.

È vero: la storia non si scrive con i se e con i ma. Quanto accaduto appartiene al passato e a nessuno è dato cambiare il passato. Ma ciò non giustifica, anche per trarre i dovuti insegnamenti per il presente, il rifiuto di affrontare e dare risposte alle domande: cosa sarebbe accaduto se, in quegli anni di acuta instabilità politica ed economica, anziché procedere al divorzio Banca d’Italia – Tesoro in termini bruschi e improvvisi, lasciando a un mercato instabile e volatile la piena libertà di definire il livello dei tassi di interesse, si fosse attuata un’intesa Banca d’Italia-Tesoro per realizzare una politica tendente a stabilizzare i tassi d’interesse sui titoli di Stato intorno all’andamento dei prezzi? Ed a quanto sarebbe ammontato il risparmio della P.A. sugli interessi passivi? Ed a che livello sarebbe oggi il debito pubblico e, quindi, il rapporto debito pubblico-Pil? E quale sarebbe stata la percentuale, rispetto al Pil, della spesa per interessi passivi dell’Italia nei confronti degli altri paesi?

Non è difficile rilevare che si tratta certamente di cifre ragguardevoli, tenendo presente che, con riferimento agli anni ’80, i tassi di interesse dei BTP hanno superato l’aumento dei prezzi al consumo, hanno cioè presentato tassi reali positivi del 4,5 medio annuo e, con riferimento agli anni ’90, del 5 per cento (Tav.1, col.4).

Nei suoi risvolti reddituali, quindi, è in questa fase che ha inizio l’irreversibile processo di redistribuzione di risorse dall’economia reale all’economia finanziaria. Ed è in questa fase che si genera il processo di auto alimentazione del debito pubblico.

Sappiamo che la classe politica si è trovata in un certo senso di fronte al fatto compiuto, come ha ammesso lo stesso Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta a distanza di dieci anni, in un articolo del 29 luglio 1991, apparso su Il Sole 24 Ore: «Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, divenne un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso - soprattutto sul mercato dei cambi - abolire per tornare alle più confortevoli abitudini del passato».

Si è pure osservato che col divorzio Banca d’Italia-Tesoro si rompe il meccanismo perverso della sottoscrizione da parte della Banca Centrale dei titoli di Stato non collocati sul mercato. È vero, ma come correttamente riconosciuto dallo stesso Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta che, nel citato articolo apparso su Il Sole 24 Ore, scrive ancora: «i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito pubblico rispetto al prodotto nazionale».

Tassi di interesse e debito pubblico

Al riconoscimento della responsabilità che i tassi di interesse reali positivi avevano assunto nella escalation del debito pubblico non è seguito alcun dibattito, alcuna proposta d’intervento per mitigare i suoi effetti perversi nel processo di auto alimentazione del debito pubblico. Anzi, nel dibattito, l’attenzione sulla responsabilità della rottura dell’equilibrio dei conti della P.A. è stata tutta e sempre spostata sulle altre voci di spesa, in particolare su quelle delle prestazioni sociali e sui consumi pubblici.

Nei fatti, però, lasciando inalterato il processo di formazione degli alti tassi reali positivi, si è lasciata tranquilla l’escalation della crescita del debito pubblico. Di quel debito pubblico che, oggi, condiziona in tutta la sua enorme portata negativa i rapporti economici e finanziari interni e le relazioni politico-economico-finanziarie del Paese nel consesso delle relazioni internazionali.

Non va sottaciuto un ulteriore aspetto negativo prodotto sul sistema economico dalla formazione degli elevati rendimenti reali positivi registratisi subito dopo l’introduzione del divorzio Banca d’Italia-Tesoro: l’inizio della fase di disinvestimento dell’apparato produttivo e la corrispondente tendenza alla finanziarizzazione del sistema. Ciò in quanto, i titoli di Stato assicuravano rendimenti reali positivi elevati, certi e immediati. mentre il sistema produttivo offriva prospettive di profitti non solo meno elevati, ma anche incerti, causa le aspre tensioni sociali e l’elevato processo inflazionistico in atto.

Si è pure detto: l’autonomia decisionale del governo della moneta da parte della Banca Centrale doveva essere introdotta e assicurata, giacché l’Italia faceva parte dello Sme e non poteva presentare un assetto della Banca Centrale che, in termini di autonomia di governo della moneta, presentasse caratteristiche del tutto difformi da quelle degli altri paesi membri.

Si è, infine, osservato: occorreva introdurre il divorzio Banca d’Italia-Tesoro in quanto si rendeva necessario assicurare alla Banca Centrale l’autonomia del governo della moneta e, per tal via, assicurare gli interventi monetari per arrestare l’elevato processo inflazionistico in corso.

Corretto, freddamente e tecnicamente. Ma in quegli anni com’era possibile introdurre nel Paese una severa politica di bilancio? Con quali forze parlamentari si poteva trovare in Parlamento un ampio consenso per l’approvazione di severe misure di bilancio, stante un’opposizione forte e resa ancor più forte dai suoi successi elettorali, in presenza di un clima di terrorismo politico che disseminava morti lungo le strade italiane (nel 1981, anno d’introduzione del divorzio Banca d’Italia-Tesoro, le vittime sono state 25) e di un processo inflazionistico attivato dall’instabilità dei prezzi delle fondamentali materie prime ed alimentato da una scala mobile non compatibile con la struttura produttiva del sistema?

È in questo contesto, è nella realtà politico-sociale vissuta in quegli anni che bisogna calare e analizzare la decisione di introdurre l’autonomia del governo della moneta. Per comprendere lo stato di tensione di quegli anni basti ricordare quando sul tappeto politico si pose il problema della revisione del meccanismo di scala mobile introdotto con l’accordo Lama-Agnelli, ormai chiaramente incompatibile con i fondamentali del sistema.

L’accordo “Tarantelli”

Dopo un ampio, lungo, lacerante dibattito, sul finire del 1984, viene trovato un accordo fra il governo, allora presieduto da Bettino Craxi, e le parti sociali sulla base della proposta elaborata da Ezio Tarantelli: predeterminazione dei punti di contingenza in termini coerenti con l’obiettivo di un prefissato tasso di inflazione.

L’accordo è duramente contestato e rigettato dal PCI, decisione politica, questa, che porta, meglio, costringe la CGIL di Lama a rifiutare la proposta.

Dalle dure tensioni sociali si passa ad un più aperto e duro scontro politico-parlamentare. Il PCI, guidato da Enrico Berlinguer, dopo aver introdotto la strategia della diversità del suo partito rispetto alle altre forze partitiche e dopo una lunga e ostruzionistica battaglia parlamentare, in sede di approvazione della proposta di modifica dell’operante scala mobile, oltre alla dichiarazione di voto contrario, annuncia la decisione di indire un referendum per abrogare la modifica approvata dal Parlamento.

Nel Paese lo scontro politico e sociale è violento. Tanto che, nel marzo del 1985, qualche mese prima della data del referendum, giugno 1985, le Brigate Rosse assassinano Ezio Tarantelli, dentro l’Università di Roma, La Sapienza.

La razionale determinazione del rapporto lavoro-impresa è stata nel nostro Paese sempre un tema di profondo, lacerante scontro politico-sociale ed è stata anche alla base di violenti attentati terroristici, come lo dimostrano nel tempo gli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona, maggio 1999, e Marco Biagi, marzo 2002.

Nella battaglia referendaria, il sindacato si divide e lo scontro divampa fra gli stessi lavoratori. Mentre Lama schiera la CGIL sulla posizione indicata dal Pci, quindi favorevole al referendum, Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti, convinti che l’operante meccanismo della scala mobile, introdotto dall’accordo Lama-Agnelli per tutelare il potere d’acquisto del reddito dei lavoratori, si fosse nei fatti trasformato in uno strumento generatore d’inflazione, schierano le rispettive forze sindacali, UIL e CISL, contro la proposta referendaria.

La maggioranza del Paese, col 53 per cento dei voti validi, respinge il referendum. E con quel voto il Paese dimostra di avere compreso che, per potersi incamminare lungo la strada di un progressivo, sano, irreversibile riformismo, occorreva, e occorre, assicurare condizioni di compatibilità e di raccordo tra i tre momenti del circuito del reddito: produzione, distribuzione e impieghi delle risorse.

Questo il contesto in cui hanno operato i governi del tempo, contesto di forti squilibri e tensioni politico-sociali, di stragi e attentati terroristici. Ed è in questo contesto che venivano gestiti i conti della finanza pubblica dai Ministri del Tesoro del tempo: Andreatta, Goria, Amato, Carli, che hanno fatto parte dei governi presieduti da: Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti.

Se torniamo a quelle vicende non possiamo non affrontare alcune domande: cosa sarebbe accaduto al nostro Paese, al nostro sistema produttivo, se quel referendum fosse passato? E, più in generale, quale sarebbe stata la sorte del nostro Paese se quella classe politica si fosse dimostrata tentennante e debole nella difesa della scelta di fondo di tenere ancorato il nostro Paese tra i paesi del mondo occidentale?

Solo ponendoci domande di questa natura e solo elaborando e approfondendo le relative risposte diviene possibile verificare che l’azione dei governi del tempo non è costituita da un terreno lastricato solo e soltanto di negatività, ma è costituita anche da un terreno che presenta positività strutturali. Certo, se ci si limita ad osservare il solo dato di sintesi costituito dal rapporto debito pubblico-Pil diviene semplicistico individuare negli uomini di governo di quel tempo i dissipatori della finanza pubblica, responsabili di aver portato il nostro debito pubblico, rispetto al Pil, dal 58,4 per cento del 1980 al 94,8 per cento del 1990.

Se, però, guardiamo con un maggior dettaglio i conti della finanza pubblica di quegli anni, si scopre che la realtà fattuale è diversa da quella che può o si vuol fare apparire limitando l’analisi a qualche solo dato, per di più, effettuata fuori dal contesto dei fatti e delle vicende che in termini quantitativi quel dato esprime. Si scopre, cioè, che tale eccezionale aumento non può essere stato determinato dalle spese di natura politica per eccellenza, sanità, previdenza, assistenza, giacché il complesso di tali spese nel periodo si mantiene costantemente intorno al 16-17 per cento del Pil (Tav. 2, col.6). mentre, nello stesso periodo, gli interessi passivi rispetto al Pil passano dal 6 al 10 per cento.

Si scopre che nel decennio ’81-90 la P.A. registra un avanzo di poco più di 87 miliardi di euro e che l’indebitamento della P.A., pari a 495 miliardi di euro, è generato dal pagamento degli interventi in conto capitale per 208 miliardi e dal pagamento degli interessi passivi per un ammontare di circa 375 miliardi circa.

È stato più volte ricordato che il divorzio Banca d’Italia-Tesoro ha contributo a debellare l’inflazione del tempo a due cifre. Certamente ha contribuito. Nei fatti, però, l’inflazione comincia a mostrare sensibili segni di flessione a partire dal 1985 (Tav. 2, Col.7) a seguito sia della diminuzione dei prezzi delle materie prime, sia dell’abolizione della scala mobile, conseguente al risultato del referendum che si era svolto nell’anno.

Almeno questo merito bisogna riconoscerlo alla maggioranza del Paese che, respingendo la proposta referendaria, ha permesso l’eliminazione di un perverso meccanismo di destabilizzazione nel processo di formazione del sistema dei prezzi. Cosa che, nel mercato instabile e volatile di quegli anni, non avviene per il meccanismo di formazione dei tassi d’interesse sui titoli di Stato, che, in termini reali, a partire dal 1981, si mantengono sempre positivi, contribuendo, per tutto il periodo, ad alimentare il debito pubblico e costringendo, così, la P.A. ad ulteriori indebitamenti per pagare gli interessi gravanti su un debito pubblico la cui crescita era alimentata dalla stessa crescita degli interessi!

I due decenni 1991-2000 e 2001-2010

Nel decennio 1991-2000 la P.A. registra un avanzo primario di 684 miliardi di euro. Quindi, le entrate fiscali e parafiscali sono nel periodo più che sufficienti a sostenere le spese per la erogazione dei servizi collettivi e delle prestazioni sociali e sono anche sufficienti a finanziare il disavanzo in conto capitale, pari a 299 miliardi di euro. Ma nel periodo la P.A. s’indebita per complessivi 565 miliardi di euro perché costretta a sostenere una spesa per interessi passivi di ben 950 miliardi di euro (Tav. 2). Anche in questo periodo, quindi, la voce di spesa responsabile della crescita del debito pubblico e, quindi, del rapporto debito pubblico - Pil che nel periodo si porta dal 98,2 per cento del 1991 al 108,5 del 2000, è da individuarsi nell’accentuata espansione degli interessi.

Come e perché si è potuta realizzare questa colossale redistribuzione di risorse dall’economia reale a quella finanziaria?

Val la pena mettere subito in chiaro che, contrariamente ai periodi precedenti, negli anni ’90 la gestione della finanza pubblica non è più nelle mani dei politici ma in quelle dei tecnici che hanno avuto le più alte responsabilità nel governo della Banca d’Italia e del sistema bancario: Guido Carli, governatore; Carlo Azeglio Ciampi, governatore; Lamberto Dini, Direttore Generale; Piero Barucci, Presidente del Monte dei Paschi di Siena e dell’Associazione Bancaria Italiana. Inoltre, alla Direzione Generale del Ministero del Tesoro viene nominato nell’anno iniziale del decennio, il 1991, Mario Draghi, carica che, unitamente a quella di Presidente del Comitato Privatizzazione, conserverà fino al 2001.

Perché e come mai uomini di siffatta, elevata professionalità e competenza nel campo del governo della moneta e della finanza pubblica, non sono riusciti a “dominare” l’accentuata crescita del rapporto debito pubblico- pil, tanto da superare il 121,4 per cento nel 1994? E perché non sono riusciti ad arrestare l’immenso processo di redistribuzione delle risorse dall’economia reale all’economia finanziaria? E cos’è accaduto in quegli anni che ha contribuito a rendere ingovernabili i processi economici, monetari e finanziari?

Di tutto e di più, recita un vecchio e noto slogan. All’inizio del decennio, febbraio 1992, scoppia la rivoluzione “Mani pulite” che crea nel Paese un clima d’inusitata violenza sul piano politico-giudiziario. Si scopre nel Paese un sistema corruttivo di finanziamenti illeciti ampio, diffuso, che coinvolge, almeno dalle risultanze delle indagini giudiziarie, solo le forze partitiche che avevano avuto la responsabilità del governo del Paese dal dopoguerra.

In quegli anni si rompe l’equilibrio fra i poteri dello Stato, soprattutto fra giustizia e politica. Avvisi di garanzia e arresti di politici e imprenditori si susseguono a ritmi serrati, lasciando sul terreno suicidi eccellenti: 11 nel solo 2002; oltre 30 nel triennio 2002-2004.

Come in tutte le rivoluzioni, anche in quella di mani pulite viene a mancare il senso della razionalità, delle proporzioni. Un semplice avviso di garanzia diviene mediaticamente strumento di condanna passata in giudicato. L’opinione pubblica è orientata da una violenta, martellante campagna mediatica che descrive l’Italia come un Paese in profonda, irreversibile decomposizione. Il Parlamento, con un consistente numero di inquisiti, diviene presto impotente a svolgere una pur minima attività legislativa.

Alla politica viene a mancare l’autorità politico-morale per governare in termini coerenti e fermi il Paese.

Sciolte le Camere, in questo clima di tensioni e scontri politico-giudiziari, nell’aprile del 1992, a distanza cioè di qualche mese dello scoppio della rivoluzione “Mani pulite”, si va alle elezioni politiche. L’esito elettorale sancisce l’irreversibile sconfitta delle forze politiche che avevano fin qui governato il Paese. S’insedia il nuovo Parlamento, che, però, fin dall’inizio, appare strutturalmente debole per governare un Paese che vive in mezzo ad una violenta tempesta politica e giudiziaria e che, con eguale violenza, coinvolge i processi economici, monetari e finanziari.

Mentre il Paese è alla ricerca di una soluzione per uscire con prioritaria urgenza dalla crisi politico-giudiziaria in cui si trova avvitato, la Banca d’Italia, governatore Carlo Azeglio Ciampi, avverte, luglio 1992, le prime avvisaglie della tempesta valutaria che, di lì a qualche mese, porterà alla svalutazione della moneta del tempo: la nostra vecchia lira.

I mezzi approntati per la difesa del suo cambio conducono alla perdita di gran parte delle nostre riserve: il cambio fisso non poteva reggere; e, infatti, non ha retto, allo tsunami provocato dai massicci interventi speculativi, effettuati in un Paese privo di una ferma guida politica ed in preda allo sbandamento generato dall’altro tsunami, quello giudiziario.

Le misure adottate, anche nottetempo, per far fronte alla tempesta valutaria e tamponare gli squilibri dei conti furono rilevanti: oltre 90 mila miliardi di lire, pari al 5,8 per cento del Pil.

Una gelata, quella, che negativamente ha tanto pesato sulle successive possibilità di ripresa del Paese.

Tempesta giudiziaria sempre attiva e difficoltà politico-economico-sociali conducono, dopo appena due anni, ad un nuovo scioglimento del Parlamento e alle elezioni del marzo del 1994, anno in cui il rapporto debito pubblico-pil si porta al 121,4 per cento.

Il primo governo Berlusconi

I risultati elettorali registrano la scomparsa delle tradizionali forze politiche e l’affermazione del partito fondato nel giro di qualche mese da Silvio Berlusconi.

Con la nascita del primo governo Berlusconi, maggio 1994, si acuiscono le contrapposizioni politiche e le tensioni politico-giudiziarie. Il punto più aspro dello scontro si raggiunge qualche mese dopo, luglio 1994, quando al summit del G7, Mani Pulite fa recapitare al neo premier Berlusconi, Presidente di turno del summit, un avviso di garanzia, dimostratosi a distanza di qualche anno insussistente.

In un’intervista rilasciata a Maurizio Molinari della Stampa di Torino, l’ambasciatore a Roma degli Stati Uniti, Reginald Bartholomew, poco prima di morire, agosto 2012, nel ricordare l’episodio ammette: «Si trattò di un’offesa al Presidente degli Stati Uniti perché era al vertice e il pool di mani pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa contro Berlusconi».

L’indebolimento del I governo Berlusconi e, quindi, del quadro politico generale conducono a distanza di poco più di un anno ad un nuovo scioglimento del Parlamento e a nuove elezioni. Elezioni vinte dal centro-sinistra, che portano alla formazione, nel maggio del 1996, del governo Prodi e del successivo governo D’Alema, che sopravvivrà fino all’aprile del 2000, ed a cui seguirà il governo Amato, che resterà in carica fino al giugno 2001.

Con la formazione del governo Prodi si accentua il dibattito sull’ingresso dell’Italia nell’area euro, quindi, sul rispetto dei parametri di Maastricht che, fra l’altro, prevedevano, e prevedono, un disavanzo pubblico annuo non superiore al 3 per cento del Pil. Per riportarlo entro tale limite, il governo introduce nel successivo mese di dicembre un’imposta, nota come imposta Eurotassa, che, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie, contribuisce a render ancor più debole la stagnante domanda interna e, quindi, il Pil e la produttività. Ed è in questa fase di economia stagnante che si creano le premesse per l’ingresso del’Italia nell’euro, che avverrà nel gennaio del 1999.

Dubbi sulla strutturale efficacia delle misure adottate per assicurare la stabile permanenza dell’Italia nell’euro sono stati nel tempo avanzati, dubbi rafforzati dai risultati dell’indagine “Operazione autoinganno”, apparsa nel maggio scorso sul settimanale tedesco Spiegel, secondo cui l’ingresso dell’Italia non è stato la conseguenza delle misure e degli interventi economici adottati, ma la conseguenza di una decisione politica di Helmut Kohl. Perché, l’ingresso dell’Italia avrebbe permesso al cancelliere tedesco di realizzare una pluralità di risultati: a) avere una moneta, l’euro, in sé debole, evento, questo, che avrebbe garantito alla Germania di consolidare la sua politica di esportazioni; b) costringere la Francia a far parte della zona euro, in quanto veniva meno la riserva che senza l’Italia non avrebbe aderito all’euro; c) l’Italia entrava a far parte dell’euro in strutturale condizione di debolezza, con un assetto politico costituito da forze partitiche divise e contrapposte, con un apparato burocratico amministrativo inefficiente e con un assetto costituzionale inidoneo ad esprimere governi autorevoli o, comunque, in grado di rappresentare nelle trattative internazionali, quindi, anche in ambito UE, il Paese nella sua espressione compatta. Evento, questo, che avveniva e avviene negli altri paesi europei, dalla Germania alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Spagna.

Inoltre, entrando nell’euro, l’Italia rimaneva priva di gradi di libertà nel definire una linea di politica economica capace di assicurare un autonomo sostegno alle proprie esportazioni e alla propria capacità produttiva.

Se così è, un capolavoro politico. Un capolavoro politico realizzato dietro lo schermo dei sacrifici imposti al Paese attraverso una dura politica fiscale per ripristinare l’equilibrio dei conti della P.A. nel tempo rottosi anche, se non soprattutto, per l’anomalo andamento nel tempo registrato dagli interessi passivi.

Crescita bloccata

Di certo è che, a partire da quegli anni, la crescita del nostro sistema economico e della nostra produttività è rimasta bloccata. E ciò non può essere avvenuto per caso. Come non può essere avvenuto per caso la negativa circostanza che, uno dopo l’altro, i paesi dell’euro zona sono entrati in crisi.

Nella fase iniziale dell’ingresso del Paese nell’euro si registra un sensibile calo dei tassi di interesse che, unitamente all’aumento delle entrate generate dalle misure fiscali introdotte, producono un altrettanto sensibile calo degli interessi passivi e del rapporto debito pubblico-Pil, che, dal 121 per cento circa degli anni ’94 è95, passa a poco più del 108 per cento nel 2001. E al 104-105 per cento negli anni centrali del decennio 2000, in cui al governo si è insediato Silvio Berlusconi a seguito del successo elettorale riportato nel 2001.

Anche negli anni ’90 pur in presenza di un sistema economico in evidente, strutturale affanno, lo scontro fra le forze politiche è molto aspro. Rispetto al passato, però, cambia, e sostanzialmente, la natura, l’oggetto dello scontro: non più sulla politica estera, non più sulle linee politico-economiche d’intervento per superare la crisi in cui il Paese si trova avvitato, ma su berlusconismo e antiberlusconismo.

L’indebolimento dell’azione e dell’efficacia rappresentativa del governo e il Pil stagnante sotto l’1 per cento medio annuo sono le caratteristiche di questi anni e i motivi che portano alle elezioni politiche del 2006, al successo del centro-sinistra e al ritorno di Romano Prodi al governo.

Anche col nuovo governo di centro sinistra Pil e occupazione ristagnano. Le conseguenti tensioni politico-sociali portano, dopo due anni, nel 2008, a nuove elezioni e al nuovo successo di Silvio Berlusconi. Il quale, come accaduto per i precedenti governi sia di centro sinistra, sia di centro destra, si trova privo dei necessari strumenti per affrontare la crisi economica che porta ad una caduta verticale del Pil (-5,1 per cento nel 2009) e al conseguente balzo del rapporto debito pubblico-Pil al 116 per cento. Rapporto che continuerà a crescere fino al 120 per cento nel 2011, anno in cui il governo, per le forti tensioni politico-sociali del Paese, per le divisioni al suo interno e la scarsa efficacia rappresentativa in sede internazionale, è costretto a dare le dimissioni, a cui segue, con una procedura democratica-non democratica, inusuale nel nostro sistema politico, l’incarico a Mario Monti, Presidente del Consiglio tutt’ora in carica.

I governi dal 1996 al 2011

Nel periodo maggio 1996-novembre 2011, in quindici anni, abbiamo avuto sette governi, in alternanza di centro-destra e di centro-sinistra: Prodi, D’Alema, Amato, Berlusconi, Prodi, Berlusconi e Monti.

Ciò che chiaramente emerge in questi ultimi quindici anni è che, con governi sia di centro destra sia di centro sinistra, non si è riusciti a creare nel Paese condizioni di crescita e di risanamento dei conti pubblici.

Perché non si è riusciti? Che cosa impedisce alla nuova classe politica e dirigente di definire e attuare politiche di crescita? È possibile che si siano perse le tracce di quella vecchia classe politica che ha trasformato un paese agricolo e arretrato, qual era il nostro, in un paese che è stato un protagonista nel mondo industrializzato? È possibile che nessuna forza politica, di centro-destra e di centro sinistra, sia più capace di individuare “la diritta via” che conduce alla crescita delle risorse e dell’occupazione del nostro Paese, che da vent’anni si trova a vivere in una spirale depressiva?

Anche nell’anno appena trascorso, il 2012, Presidente del Consiglio Mario Monti, il rapporto debito pubblico-Pil ha continuato a crescere, superando il livello record del 128 per cento. Se, un giorno, un osservatore lo leggerà, come avvenuto finora, al di fuori dei motivi, delle cause che lo hanno generato, diverrà agevole e mediaticamente efficace concludere che un rapporto debito pubblico-Pil così elevato non può essere altro che la conseguenza di una politica di spesa facile, di dissennati sprechi di risorse per assicurare pensioni a chi non ha diritto e di servizi sanitari di pessima qualità e prestati a costi elevati. E dedurrà ancora che, a fronte di un rapporto che andava assumendo insostenibili e ingovernabili livelli, vi è stata una classe politica irresponsabile che poco o niente ha fatto per arginare tale impetuosa crescita.

Noi che viviamo questo periodo sappiamo che non è così. Sappiamo che nella realtà che stiamo vivendo abbiamo registrato un aumento dell’imposizione fiscale fino ad assumere i livelli più elevati tra i paesi del mondo industrializzato: il 44 per cento, ma che va oltre il 50 per cento se dal calcolo si elimina l’economia sommersa. Sale, cioè, ad una percentuale al limite della confisca del reddito prodotto dai cittadini.

Sappiamo, inoltre, che sono state introdotte misure di contenimento della spesa, che non trovano confronti con precedenti esperienze. Che è stata approvata la riforma delle pensioni, per contenerne i flussi di spesa. Che sono stati introdotti tagli nella sanità, rendendo più difficoltose e stringenti le prestazioni sanitarie nelle strutture pubbliche, alle quali ricorre la gran parte delle famiglie di lavoratori e pensionati. Che è stato modificato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, quindi, il rapporto del lavoro nell’impresa. Che è stata introdotta, un’imposta patrimoniale, qual è l’attuale, pesante imposizione fiscale sulla casa.

Eppure, malgrado questi duri provvedimenti impositivi, il rapporto debito pubblico-Pil sta aumentando a vista d’occhio. Perché? L’osservatore di domani che non si soffermi al solo rapporto e cominci a spulciare qualche altro dato, con immediatezza troverà che il rapporto debito pubblico-Pil si è portato a tale livello record perché è sensibilmente diminuito il denominatore: è diminuito il Pil.

E non poteva essere diversamente. Perché, è noto, imposizione fiscale e andamento del Pil sono tra loro correlati. Per ogni punto di deficit abbattuto attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale si ha una riduzione del Pil alquanto più ampia, soprattutto in un periodo di crisi quale quello che stiamo vivendo.

Gli elementi negletti

L’osservatore, di fronte a questi risultati, non potrà non chiedersi: come mai non ci si è accorti che la crescita del rapporto debito pubblico-Pil non poteva essere arrestata attraverso il solo, sensibile aumento dell’imposizione fiscale? E che non poteva esserlo per motivi sia economici sia sociali?

Per motivi economici, in quanto l’eccessivo aumento dell’imposizione fiscale in una fase di economia stagnante o, peggio ancora, in una fase recessiva non fa altro che aggravare la recessione, quindi, a frenare il Pil e, conseguentemente, a far aumentare il rapporto debito pubblico-Pil.

Per motivi sociali giacché con il sensibile aumento dell’imposizione fiscale si è inteso inviare al Paese un messaggio che il Paese, oggi, non sembra convinto e disposto ad accettare. Si è voluto dire al Paese: non solo è finito il periodo del permanente indebitamento dello Stato, ma da adesso in avanti lo Stato intende anche “rientrare” di una parte più o meno rilevante di quell’enorme flusso di risorse pubbliche che nel passato è stato erogato ai cittadini.

Si tratta di un messaggio che il Paese non pare disposto ad accettare perché la spesa all’origine della notevole crescita del debito pubblico è stata, ieri, erogata in misura prevalente sotto forma di interessi sui titoli di Stato e, sotto questa forma, è stata distribuita a particolari categorie di cittadini. Oggi, invece, s’intende perseguire la politica del rientro attraverso un’imposizione fiscale che viene a gravare in particolar modo sui cittadini che non sono stati i destinatari, i beneficiari di quella spesa.

Di qui, le tensioni in atto; di qui, la resistenza del cittadino, perché avverte di non dovere restituire ciò che non ha mai ricevuto.

Ma neanche i fruitori di ieri si trovano nelle condizioni di partecipare al rientro di una parte più o meno rilevante della spesa erogata ieri dallo Stato, in quanto detentori di titoli il cui valore si è indebolito nel tempo. E si è indebolito perché lo Stato, oberato di debiti, non presenta più la dovuta credibilità nell’assolvimento dei propri impegni debitori, dato che il sistema economico su cui si regge e che lo sorregge non presenta prospettive di crescita e, per di più, si trova ad operare in un contesto politico-istituzionale incerto e lacerato.

Il cerchio così si chiude e, come nel gioco dell’oca, si torna alla casella di partenza: la crescita del Pil. La crisi è tutta qui.

L’osservatore può ancora chiedersi: perché, accanto alle misure di aumento dell’imposizione fiscale, non sono state introdotte anche le necessarie misure volte a far crescere il Pil?

Ponendosi questa domanda, l’osservatore, è costretto ad alzare lo sguardo oltre la dimensione nazionale e, a quel punto, si troverà davanti alla vasta complessità dei problemi che oggi avviluppano il Nostro Paese e che sono alla base della lunga stagnazione economica e sociale del nostro sistema economico, della lunga stagnazione reddituale delle nostre famiglie.

Troverà che il Paese al suo interno non ha le risorse necessarie per attivare una politica di crescita; che il nostro Paese è costretto ad osservare vincoli e paletti fissati dalla normativa che regola l’attività dell’Unione Europea, di cui fa parte. Troverà, ancora, che non ha autonomi gradi di libertà in termini di politica finanziaria e monetaria. Che deve operare nell’ambito di un’Unione di Paesi che non ha alcuna strategia di sviluppo unitario, che non ha la vocazione, la sensibilità culturale della crescita unitaria. Di un’Unione che finora ha solo elaborato politiche di bilancio strutturalmente recessive; e, si sa, politiche recessive non possono che produrre recessione. Come lo dimostra il fatto che tutti i Paesi dell’UE sono entrati o stanno per entrare in recessione. Compresa la Germania che si sta avviando verso la recessione, in quanto le sue esportazioni tendono ad indebolirsi a causa della recessione in cui gli altri paesi europei si trovano avvitati.

Quando le nubi si addensano nel cielo e prontamente non vengono spazzate da un benefico vento, anche il sole s’appanna, scompare. E scompare proprio quando c’è più bisogno del suo calore. È una legge naturale che nel governo dell’UE non ha fatto ancora capolino!

Se l’osservatore si chiederà ancora: com’era possibile immaginare che l’Unione potesse governare l’invisibile, imprevedibile, imperscrutabile, deregolamentato mercato speculativo finanziario, il quale dispone di risorse finanziarie più elevate di sette-otto volte rispetto a quelle prodotte dai sistemi economici di tutti i paesi al mondo, in assenza di una vigile banca centrale prestatore di ultima istanza?

Ruolo della BCE

Ed in merito al ruolo della Banca Centrale Europea nelle vicende economico-monetarie dell’UE, l’osservatore noterà ancora che l’esperienza vissuta in Italia in ordine al rapporto Tesoro-Banca d’Italia poteva essere di grande aiuto nel definire la politica di difesa contro gli attacchi della speculazione finanziaria che hanno investito in questi ultimi anni i vari Paesi dell’Unione e, quindi, la stabilità dell’euro. La scelta della separatezza, della distinzione fra momento decisionale della Banca Centrale e momento decisionale della politica non può e non deve significare assoluta indifferenza dell’uno rispetto all’altro. Giacché, in queste condizioni, il “nemico” speculatore sa che può intervenire ed agire quando vuole, dove vuole, nella direzione e con l’intensità che vuole, in quanto sa che, in questa sua attività speculativa, non trova alcuna resistenza, non è contrastato da chi i suoi attacchi subisce. È come se un paese disponesse di una potente flotta aerea e decidesse di utilizzarla per colpire un altro paese privo di mezzi di difesa antiaerea. In queste condizioni, il paese che possiede la flotta aerea sa di poter attaccare quando vuole perché la battaglia è vinta in partenza. Se, invece, il paese che subisce il bombardamento dispone di mezzi di difesa altrettanto efficaci e potenti quanto i mezzi di offesa del nemico, le decisioni di attacco certamente diventerebbero più attente. Molto più attente.

Il mezzo di difesa più efficace contro l’attacco speculativo è costituito dalle possibilità concesse alla Banca Centrale di poter contrastare la libertà di movimento di cui godono gli speculatori sul mercato finanziario. La controprova la si coglie nel recente comportamento della Banca Centrale Europea. È bastato che la BCE annunciasse di essere pronta ad intervenire che la speculazione si è attenuata, lo spread ha cessato di essere il regolatore della durata dei governi democraticamente eletti. Ciò, a conferma che la politica di austerità seguita rappresenta al più una condizione necessaria, certamente non sufficiente a spiegare la flessione dello spread e la diminuzione dell’intensità della speculazione sui mercati finanziari, che in questi ultimi tempi stiamo registrando.

L’attuale stato d’incertezza del nostro quadro politico, infatti, non ha provocato alcuna tensione sull’andamento dello spread, contrariamente a quanto avveniva prima che la Banca Centrale Europea avesse annunciato la sua nuova strategia. E non è un caso che tale nuova strategia sia stata definita ed attuata da un italiano, Mario Draghi, che ha conosciuto e vissuto da protagonista sia il problema della gestione della finanza pubblica in presenza di un elevato debito pubblico (nella sua qualità di Direttore Generale del Ministero del Tesoro negli anni ’90) sia il complesso rapporto Tesoro-Banca Centrale (nel suo ruolo di Governatore della Banca d’Italia dal 2006 al 2011).

È tale strategia che ha permesso in questa fase di salvare dal tracollo l’euro, non certamente la politica recessiva attuata nell’ambito UE.

Riflettendo sul ruolo delle banche in ordine a queste vicende l’osservatore non potrà non chiedersi: com’era possibile governare il sistema economico europeo in assenza di una ferma linea unitaria volta a realizzare e assicurare la divisione del mondo bancario in banche ordinarie e banche di investimento? E in assenza di un accenno, di uno spiraglio di una qualche forma di governo comune, di socializzazione del debito pubblico dei paesi dell’UE?

È facile, è fin troppo facile in una famiglia socializzare i momenti di gioia, i momenti di successo. Più difficile, molto più difficile socializzare i momenti di dolore, di difficoltà, di asperità. E, quando una famiglia non riesce a socializzare il momento del bisogno e della sofferenza, quella è una famiglia che non ha futuro, è una famiglia destinata a sciogliersi.

Solo dopo essersi posto domande di siffatta natura ed essersi soffermato su questi aspetti, l’osservatore di domani potrà avere chiara la visione di ciò che sta dietro il semplice e aritmetico aumento del rapporto debito pubblico- Pil. E solo allora capirà che il nostro Paese, col suo ingresso nell’UE, ponendo limitazioni alla sua sovranità nazionale, ha ristretto i confini della sua autonomia decisionale. Quindi, indipendentemente dalla natura politica del governo che lo dirige, il Paese è tenuto a osservare regole e comportamenti definiti e dettati da un’entità spaziale sovranazionale, qual è l’Unione Europea, oggi priva di una strategia di crescita unitaria.

Crescita e tensioni economico-sociali

In queste condizioni, le possibilità di crescita sia del nostro Paese sia dell’Unione nel suo complesso si allontanano sempre più nel tempo e le tensioni economico-sociali non possono che divenire sempre più intense.

Occorre, e prontamente, arrestare tale tendenza. Non arrestarla, non realizzare, con la rapidità richiesta dalla gravità della crisi in atto, la crescita economica, significa avvitarsi sempre più velocemente nella spirale del declino. Lungo questa strada, le probabilità di sopravvivenza dell’Unione tendono a divenire sempre più tenue. E, lungo questa strada, l’epilogo non potrà che essere la sua implosione: la rigidità dei vincoli e dei paletti introdotti nel Trattato di Maastricht non potrà reggere dinnanzi agli irreversibili, profondi mutamenti già registrati e che continuano a registrarsi tra i vari continenti e dinnanzi alla preminenza assunta dall’economia finanziaria rispetto all’economia reale.

L’Unione paga a caro prezzo la mancanza di lungimiranza politica fin qui dimostrata dalla classe dirigente, che non è stata capace di apportare i necessari aggiornamenti per adeguare quei vincoli e quei paletti alle esigenze imposte dalle profonde trasformazioni registrate sui mercati. Che non è stata capace di creare nell’Unione un sistema in grado di ascoltare la voce del cittadino, illudendosi di poter creare e governare una democrazia attraverso un sistema non democraticamente eletto.

Può sopravvivere e consolidarsi nel tempo una democrazia liberale governata attraverso un sistema democratico-non democratico, quale quello esistente in ambito UE? Che la risposta debba ritenersi negativa si arguisce dal fatto che oggi comincia ad assumere corposità la richiesta politica che occorre trasformare l’Europa. Le domande che a questo punto si pongono sono: in quale direzione, stanti i rilevanti, complessi e contrastanti interessi di contenuto nazionalistico? In quali tempi? Sono tempi compatibili con le aspettative di crescita delle risorse e di occupazione, soprattutto dei giovani?

La crisi che stiamo vivendo rappresenta anche la vendetta della democrazia: un’Unione di Paesi con storie, tradizioni, comportamenti diversi, non può essere governata escludendo la presenza, le indicazioni, le aspirazioni, il futuro che il cittadino riesce ad esprimere con la sua libera manifestazione di voto.

Se trasformare l’Unione appare oggi un’impresa ardua, non trasformarla significa rendere irreversibile la crisi che stiamo vivendo. Ma questa è storia di domani. È la storia che vivranno i nostri figli.

La speranza è che, leggendo i dati statistici che rappresentano l’espressione quantitativa di questi avvenimenti, i nostri figli possano trarre i necessari insegnamenti per non commettere gli errori che noi padri abbiamo commesso.

PIL e debito pubblico

Il governo Monti s’è dimesso nel dicembre 2012, dopo essere rimasto in carica per poco più di un anno. Il “vizietto” tutto italiano di avere governi in carica con una durata di uno-due anni rimane sempre vivo e vigoroso. Perdurando queste condizioni, a nessuno è dato sapere, tranne che a Dio, come si possa poi pretendere che un Presidente del Consiglio che duri in carica uno-due anni possa nelle trattative internazionali autorevolmente rappresentare il Paese! Come possa autorevolmente rappresentarlo un Presidente del Consiglio come il nostro che, oltre alla sua breve durata, presenti anche un potere decisionale condizionato, da una parte, dall’autorevolezza del Presidente della Repubblica e, dall’altra, da un Parlamento diviso su tutto tranne che sulla volontà politica di restare diviso, giacché tra le forze partitiche che lo compongono tende sempre a prevalere, esplicitamente o implicitamente, l’ideologia sulla ragione!

Risulta sia ancora abbastanza diffusa tra le forze politiche la consapevolezza che il clima di antipolitica si è molto radicato nel Paese, che il cittadino respira il clima di una crisi che appare senza vie d’uscita, come testimoniato dalla fredda e sferzante eloquenza dei dati statistici relativi al nostro sistema economico e sociale.

Da quando è stata attivata l’Unione Europea, seconda metà del 1990, il cittadino ha assistito impotente alla strutturale flessione del ritmo di crescita del Paese: nel decennio ’90 il Pil è aumentato dell’1,6 per cento annuo ed appena dello 0,4 per cento nel decennio 2000. Per converso, nei difficili anni’80, la crescita è stata del 2,5 per cento annuo e del 3,8 per cento negli anni ’70. E il debito pubblico che, in parallelo con la flessione dei tassi d’interesse, nei primi anni 2000 era sceso al 103-104 per cento, si è prontamente portato al 116-118 per cento, a seguito della caduta del Pil degli 2008-2009 (Tav. 4, Col. 2).

Negli ultimi dieci anni, poi, il nostro Paese ha perso oltre il 20 per cento di competitività nei confronti dei Paesi dell’area comunitaria e oltre il 30 per cento nei confronti della Germania.

Perché è potuto accadere? Come mai nel nostro Paese i governi sia di centro destra sia di centro sinistra degli ultimi due decenni non sono riusciti a invertire tale negativa tendenza, facendo perdere al cittadino anche la speranza del futuro?

Non dare risposte credibili a queste domande significa contribuire ad alimentare le manifestazioni di antipolitica, che oramai hanno assunto dimensioni patologiche e lasciato libero campo alla sfiducia del cittadino nella politica e nelle istituzioni.

Per poter recuperare tale fiducia occorre, però, percorrere una strada obbligata: dopo vent’anni di ristagno economico e sociale, di perdita di lavoro e di competitività del sistema economico, di arretratezza delle condizioni di vita delle famiglie, il cittadino non vuole più promesse e parole, non si accontenta più delle semplici indicazioni che vengono presentate alla vigilia di ogni elezione, ma vuole sapere in che tempi, come vengono finanziate e con quali strumenti quelle proposte vengono realizzate.

Dalle vicende vissute soprattutto in quest’ultimo decennio il cittadino ha maturato una certezza: senza un aumento del Pil non diviene più possibile governare il nostro debito pubblico e, tanto meno, produrre una sensibile e permanente tendenza alla sua diminuzione rispetto al Pil.

Domande e risposte

E, sulla base di questa certezza, la domanda di fondo che il cittadino rivolge a chi deve assumere la responsabilità politica del governo del Paese è: cosa fare per attivare il processo di crescita delle risorse dopo vent’anni di stagnazione economica? Quale interpolante programmatica percorrere? Per muoversi verso quale Società? Per realizzare quali traguardi di crescita delle risorse e dell’occupazione? In quali tempi? E quale politica di risanamento del Mezzogiorno perseguire? Con quali mezzi finanziari e con quali strumenti normativi intervenire per dare concretezza alle alternative proposte di intervento?

Le risposte a questi interrogativi non possono più esser date utilizzando le calde, suadenti e spesso ingannevoli ventuno lettere del nostro alfabeto, ma devono esser date attraverso le aride, fredde, ma sempre oggettivamente riscontrabili e verificabili, dieci cifre della nostra base numerica. La buona politica non è costituita solo e soltanto dai buoni propositi, dalle aspirazioni e dalle esortazioni dottamente aggettivate, ma anche, se non soprattutto, dalle scelte che, corroborate dal riferimento oggettivo dei numeri, offrono al cittadino prospettive di concretezza o, meglio ancora, di certezze.

Affermazioni quali: bisogna continuare lungo la strada delle riforme per intraprendere la prospettiva della ripresa e della crescita, restano parole e promesse, come fin qui avvenuto, se al cittadino non si indica con chiarezza di quali riforme si parla, con quali strumenti e mezzi attuarle e quale determinazione politica manifestare per superare le resistenze di chi a quelle riforme si oppone.

Affermazioni quali: il nostro partito è per una politica seria, perché vuole dare un lavoro a chi un lavoro chiede, restano parole e promesse, se non si indica con quali strumenti, in quali tempi e con quali risorse si interviene per effettuare i necessari investimenti nelle imprese, nella ricerca, nell’accrescimento delle condizioni di vita del lavoratore.

Affermazioni quali: il nostro partito è per la crescita delle condizioni reddituali delle famiglie, anche attraverso forme di detassazione, restano parole e promesse se non si indica come assicurare la compatibilità tra i conti della Pubblica Amministrazione e la sostenibilità del debito pubblico. Se non si indica, in termini più generali, come conciliare la rigidità dei vincoli e dei paletti che occorre osservare rispettando la nostra permanenza nell’UE e l’elasticità richiesta dalla politica economico-finanziaria da perseguire per ridare le necessarie possibilità di crescita e di competitività al nostro sistema economico e sociale. Se non si indica, per ricorrere ad un evento che presto adiverrà motivo di intenso dibattito politico, come la rigidità delle condizioni poste dal Fiscal Compact (interventi per 45-50 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni per portare il nostro debito pubblico al 60 per cento del Pil) si possa coniugare con le manovre da effettuare per attivare il processo di crescita delle risorse e dell’occupazione nel nostro Paese.

Non possono essere più ignorate domande del tipo: se l’elasticità della politica economica richiesta per attivare il processo di crescita del nostro Paese dovesse entrare in conflitto con la rigidità dei vincoli e dei paletti fissati a Bruxelles, quali posizioni politico-decisionali assumere? E se non si dovesse trovare la soluzione attraverso il processo di mediazione, come sovente accaduto nel passato, quale risposta dare ai problemi del Paese?

È vero: non è battendo i pugni sul tavolo delle trattative che si fanno aumentare le possibilità di successo. È vero: durante le estenuanti trattative, ci vuole tutta la forza della pazienza per trovare la giusta soluzione. Ma è anche vero che occorre dare risposte alla domanda che il cittadino oggi drammaticamente pone: dati gli enormi, contrastanti interessi nazionali in gioco, se non si trova la giusta mediazione, si farà sempre e comunque prevalere la rigidità dei vincoli e dei paletti definiti a Bruxelles oppure l’elasticità della politica d’interventi scelta dal Parlamento democraticamente eletto per dare slancio al proprio sistema economico e, quindi, un futuro di lavoro a coloro che un lavoro chiedono?

Il cittadino sa che, dopo vent’anni di ristagno economico e sociale, si resta nel campo delle parole e delle promesse se non sono sciolti i nodi responsabili delle drammatiche vicende che stiamo vivendo.

Troppe le delusioni subìte, troppe le speranze tradite sia all’interno del Paese sia in ambito UE. Non è più sufficiente e, tantomeno, credibile una semplice elencazione degli obiettivi da perseguire. Oggi occorre indicare con la dovuta chiarezza anche i mezzi e gli strumenti che si vogliono adottare per raggiungerli.

È finito il tempo delle promesse formulate con aggettivi arricchiti anche attraverso l’eleganza propria della parvenza tecnica. Oggi è il tempo degli impegni che nei numeri debbono trovare la forza della loro oggettivante credibilità e, quindi, dell’attrazione del cittadino per una sua diretta partecipazione alla vita democratica del paese.

È vero: la politica non è numeri. La politica è visione della Società, è passione, è aspirazione del suo cambiamento. Il numero, invece, è semplice rappresentazione quantitativa della realtà che il cittadino vive. Ma, in quanto rappresentazione della realtà, è il solo strumento che permette di capire in che misura, con le scelte operate, con gli strumenti adottati, la visione e l’aspirazione di cambiamento della Società divengono via via realtà di vita quotidiana del cittadino.

In questa direzione il numero vivifica la Politica, indica se il Paese è governato bene o male e costituisce l’unica oggettiva guida per il cittadino nel momento più qualificante della sua partecipazione al consolidamento della democrazia: l’espressione del voto.

I numeri oggi certificano che da vent’anni il nostro Paese è in crisi. La mancanza di indicazioni e di riscontri quantitativi nei programmi fin qui presentati dalle varie forze partitiche mostra, con sferzante evidenza, che la politica oggi non appare capace di indicare né come, né quando e neppure se ha la forza di far uscire il Paese dalla crisi.

Il cittadino questo lo avverte. Perdurando tale stato, l’antipolitica rischia di divenire il suo solo mezzo per fare politica, aggravando, per tal via, la crisi politico-istituzionale ancor più della crisi economico-sociale in cui da anni si trova a vivere.


1 Qualche precisazione di natura tecnica che aiuta ad individuare la voci del conto della P.A. che concorrono alla formazione nel tempo del debito pubblico. Come per ogni famiglia e per ogni impresa, anche per la P.A. si genera un indebitamento (o, un accreditamento) quando le entrate sono minori (maggiori) delle spese. Come emerge dalla Tav.2, esso è determinato dal concorso di tre grandi voci: a) avanzo (+) o disavanzo (-) primario, ossia differenza tra entrate correnti e uscite correnti, al netto degli interessi passivi pagati dalla P.A. sul debito pubblico già maturato; b) interessi passivi; c) avanzo o disavanzo del conto capitale. La somma algebrica di queste tre voci conduce all’indebitamento della P.A., che, ad esempio, per l’anno 2010, è pari a 71,5 miliardi di euro. È un indebitamento, questo, che rappresenta una percentuale dell’ordine dell’80-85 per cento del complessivo debito contratto nell’anno 2010 e che, aggiunto al debito maturato negli anni precedenti, concorre alla formazione del debito pubblico cumulato alla fine dell’anno 2010. La rimanente parte, dell’ordine del 15-20 per cento, è costituita dal saldo negativo del conto delle operazioni finanziarie effettuate sul mercato dagli enti del settore pubblico, nonché dagli effetti derivanti dal sistema di contabilizzazione dei titoli emessi per la copertura del fabbisogno e da quelli generati dal cambio utilizzato per valutare in euro l’ammontare del debito costituito da titoli espressi in altra valuta.