n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Alcune attuali questioni economiche fondamentali. Preambolo per un approfondimento

di Sebastiano Fadda

Ordinario Politica Economica Università Roma Tre

L’attuale scenario economico mondiale, nazionale e locale ha raggiunto un tale grado di criticità e di fallimenti che non può essere risolto con piccoli e marginali aggiustamenti o con esortazioni etiche prive di un corrispondente impatto strutturale. Le micro-azioni aiutano; il micro-credito aiuta; i richiami all’etica aiutano; tutto aiuta; ma un cambiamento strutturale si può avere soltanto attraverso un governo dell’economia basato su un radicale rinnovamento della visione complessiva e delle basi fondanti della politica economica. Non si tratta, infatti, di elaborare qualche misura o qualche ritocco normativo per fronteggiare difficoltà di carattere congiunturale, ma si tratta di mettere ben a fuoco gli obiettivi fondamentali per governare le trasformazioni strutturali in atto dell’economia. È vero che l’azione di rinnovamento deve partire dal basso (e forse non può che partire dal basso, perché i “vertici”, i poteri consolidati, sono sempre più propensi a conservare che a innovare) ma è proprio qui, allora, che deve svilupparsi una forza sufficiente ad imporre a chi governa e a tutta la classe dirigente l’adozione di nuove linee guida, oppure a sostituire la classe dirigente qualora essa con tali linee guida sia incompatibile.

Perciò è necessario individuare alcune questioni fondamentali per la dinamica economica dei nostri giorni e su queste avviare un confronto e una riflessione per prospettare nuove visioni concettuali capaci di generare nuove linee di azione. Ed è necessario individuare strumenti attraverso cui tutti i cittadini, attualmente addormentati o sedati dai “mass media”, acquistino consapevolezza dei termini in cui si pongono i nuovi problemi (spesso individualmente avvertiti soltanto nelle manifestazioni terminali) e si impegnino a partecipare attivamente in un processo di costruzione di nuove soluzioni.

Il concetto di “crescita”

Una prima questione che è necessario mettere a fuoco riguarda il concetto di “crescita” adottato come obiettivo e come misura della performance economica. Nonostante le perplessità da tempo sollevate circa l’idoneità del Prodotto Interno Lordo a misurare il livello di attività economica, esso, continua a costituire il principale indicatore di riferimento e l’obiettivo fondamentale della politica economica. Già il cosiddetto “rapporto Sarkozy” conteneva utili indicazioni per una correzione. Anche l’introduzione del cosiddetto “indice di sviluppo umano” rientra tra i tentativi di aggiustamento. Tra le varie correzioni che si rendono oggi necessarie una appare particolarmente urgente: incorporare nel concetto e negli obiettivi di crescita le variabili relative allo stato sociale e quelle relative alla distribuzione del reddito. L’esclusione di queste variabili ha condotto a gravi distorsioni, fino al punto da considerarle addirittura da sacrificare proprio in nome dell’obiettivo di crescita, con conseguenze disastrose sia sul piano della coesione sociale sia sul piano dell’andamento dell’economia (crescita della povertà relativa e squilibro delle “income shares” indubbiamente sono state le condizioni che hanno consentito l’innesco della prima crisi dei subprimes). È necessario elaborare un qualche algoritmo di ponderazione dei “tradizionali” dati del Pil con dati relativi a queste variabili per ottenere un concetto di crescita e un indicatore sintetico più adeguati come misura di performance e come obiettivo di politica economica, e quindi come guida per le scelte di politica economica.

Espansione produttiva e pressione fiscale

Una politica economica che si dichiari orientata alla crescita ma persegua una contrazione della domanda aggregata attraverso una disuguaglianza nella distribuzione del reddito e una complessiva riduzione della quota-salari pensando di compensare questa con un supposto incremento della domanda estera per via di una presunta crescita della competitività non è credibile nel nostro paese ed è concettualmente insostenibile se applicata a tutti i paesi considerati simultaneamente. Non solo la componente dei consumi ma anche quella degli investimenti fissi risulta danneggiata dalla contrazione della domanda se si considera una realistica funzione d’investimento. È doveroso quindi intraprendere un percorso di riaggiustamento delle quote distributive in primo luogo ridimensionando la quota delle rendite (di ogni tipo) a favore dell’aggregato “profitti più salari” non solo attraverso lo strumento fiscale ma anche attraverso altre misure di politica economica mirate, per esempio, alla riduzione del grado di monopolio nell’intero sistema e all’aumento della trasparenza e dell’accountability. Tuttavia, l’espansione della domanda aggregata non si può ritenere sufficiente né in un’economia aperta né in un’economia chiusa se non viene accompagnata da una politica dell’offerta mirante all’espansione della base produttiva: in sua assenza i rischi di squilibri nei conti con l’estero o dell’innesco di processo inflazionistici sarebbero troppo forti. Ma l’espansione della base produttiva richiede un allentamento della pressione fiscale sulle imprese e la creazione di quelle condizioni istituzionali ed economiche favorevoli alla crescita delle imprese, al rafforzamento delle imprese minori e allo sviluppo di nuova imprenditorialità.

Il debito pubblico

La questione della pressione fiscale si proietta su quella del debito pubblico. Non si può escludere a priori, come spesso invece accade, un ruolo positivo del debito pubblico nei processi di crescita. La sua possibilità di utilizzazione in funzione anticiclica e in funzione di accumulazione di capitale (non di spesa corrente, né tanto meno di sprechi e malaffare) non va ignorata. Non bisogna dimenticare che in termini generali passa proprio attraverso il debito – come le imprese ben sanno – il finanziamento dei settori in disavanzo ad opera dei settori in avanzo. Tuttavia va rispettata l’esigenza di garantire la sostenibilità del debito pubblico; sostenibilità che però poco ha a che fare con i parametri di Maastricht e con le successive regole introdotte dal “fiscal compact”, quanto piuttosto con il livello del tasso d’interesse e del tasso di crescita. Il livello assoluto del debito è la terza variabile rilevante e alla sua riduzione va provveduto nel caso italiano con una appropriata gestione della spesa pubblica (poiché essa non può essere considerata sempre di stimolo alla domanda aggregata) e con una appropriata distribuzione del prelievo fiscale (poiché, a sua volta la tassazione non può essere considerata sempre riduttiva della domanda aggregata). I tentativi di prescindere da questi principi per ottenere una diminuzione del rapporto debito/Pil attraverso misure di contrazione del Pil non possono (come in realtà è successo) che produrre un abbassamento del livello di attività economica e una spirale di peggioramento di quel rapporto. La politica fiscale va ricondotta alla sua funzione di strumento di politica economica e non elevata a rango di obiettivo.

La governance globale

Se assumiamo una prospettiva globale, altri due enormi questioni si presentano in relazione alla crescita: la prima è quella della debolezza dei processi di convergenza tra i vari paesi, che crea l’urgenza dell’adozione di misure per il riequilibrio geografico, sia tra i vari paesi sia all’interno di ciascun paese. La seconda è quella della assoluta inadeguatezza della governance economica globale, che si è rivelata abissale dal momento in cui la dimensione degli stati nazionali ha preso a divergere significativamente dalla dimensione dei mercati diventati globali. Questo problema della governance, già grave a livello mondiale per l’inadeguatezza dei poteri e della struttura degli organismi internazionali, si pone in termini vitali per quanto riguarda l’Unione Europea. Decisioni di vitale importanza per la gestione della crisi nei diversi paesi sono state e vengono tuttora prese a livello di accordi tra capi di Stato e di governo piuttosto che nelle sedi rappresentative della democrazia parlamentare dell’Unione. La configurazione ibrida dell’Unione Europea, che non è attualmente né uno Stato federale né una organizzazione inter-nazionale di Stati, impedisce di adottare politiche economiche corrette per la gestione della crisi, affidando in realtà un potere decisionale informale a sedi dove è facile la prevalenza degli interessi dei paesi (o del paese) più forti. L’uscita da tale ambiguità, ossia il completamento dell’unione politica di un’Europa dei cittadini, che pure era un obiettivo originario dei fondatori, si rivela sempre più complesso e richiede un’attenta gestione di un processo, correttamente orientato e realizzato con un percorso graduale ma coerente, di misure appropriate che al momento non si vedono emergere.

L’Italia e il sistema produttivo mondiale

A questi problemi e a queste sfide si aggiungono quelli generati dalla nuova divisione internazionale del lavoro in uno scenario di competitività globale. Sebbene non sia vero che i salari dei nostri lavoratori “siano decisi a Pechino”, sembra che l’abbassamento dei labour standards, l’intensificarsi dei flussi migratori e il mutamento delle specializzazioni produttive pongano al nostro, come ad altri paesi, una serie di difficoltà la cui soluzione viene affidata unicamente ad una accentuazione della flessibilità del lavoro. Ma proprio il concetto di flessibilità del lavoro ha bisogno di essere ridefinito. Spesso esso viene piegato semplicemente in termini di schiacciamento delle retribuzioni e di peggioramento delle condizioni di lavoro, che poco hanno a che fare con l’autentica flessibilità. Questa infatti consiste nella riduzione dei “costi di aggiustamento” quando le imprese devono fronteggiare contrazioni della domanda o devono intraprendere doverosi processi di riconversione, di ristrutturazione e di riorganizzazione della produzione. Perché questa flessibilità sia possibile non serve una compressione salariale; servono piuttosto da un lato un appropriato sostegno al reddito dei lavoratori (giustamente il costo del lavoro va considerato un costo variabile per le imprese, ma esso costituisce purtroppo – o fortunatamente – un costo fisso per la società) e dall’altro un adeguato sistema di formazione, di aggiornamento e di riqualificazione delle competenze (al giorno d’oggi nel nostro paese perversamente inadeguato). Tutto questo sarebbe però vano se le autorità di politica economica non fossero in grado di porre in essere politiche macroeconomiche e politiche industriali capaci di sostenere le scelte strategiche necessarie per un riposizionamento del paese nel sistema produttivo mondiale e per governare quei fattori da cui l’efficienza del sistema e la stessa competitività delle imprese dipendono: infrastrutture, energia, pubblica Amministrazione, fisco e credito.

Competitività e innovazione

Dalla competitività globale discende la necessità, oltre che di una visione strategica per il riposizionamento nella nuova divisione internazionale del lavoro, anche la necessità del rafforzamento dei processi di innovazione (intesa non soltanto nella sua dimensione tecnologica, ma anche in quella organizzativa, gestionale e manageriale). Questa, però, deve essere inquadrata non solo nella prospettiva della crescita di competitività, ma come un obiettivo in sé, in quanto generatrice della possibilità di distribuire i “dividendi” della crescita della produttività oraria non solo in termini di incrementi retributivi, ma anche in termini di miglioramento delle condizioni generali del lavoro e in termini di incremento dell’occupazione attraverso una conseguente riduzione degli orari di lavoro. È chiaro che questa prospettiva richiede una condivisione a livello globale, come è chiaro anche che essa comporta una revisione dei rapporti tra capitale e lavoro. L’estrazione del massimo profitto dalla attività lavorativa, che fin’ora, e particolarmente negli ultimi tempi, ha guidato le decisioni del capitale industriale mondiale in maniera vincente deve trovare dei limiti di carattere istituzionale (come, per esempio, il salario minimo o e la riduzione tendenziale degli orari di lavoro) e in una ridefinizione dei sistemi di relazioni industriali, o meglio delle relazioni di lavoro in senso lato. Queste dovrebbero assumere una dimensione internazionale all’interno della quale dovrebbero svilupparsi relazioni locali e aziendali attraverso la presenza di libere associazioni di lavoratori capaci di risolvere i conflitti in una cornice di corresponsabilità e di compartecipazione nella gestione delle imprese.

Politica di bilancio dell’Unione

La questione del capitale finanziario e infine l’Euro. Per ridimensionare il potere dirompente della finanza e della pur legittima speculazione finanziaria sull’economia reale occorre una governance mondiale capace di procedere verso la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, verso un depotenziamento del ruolo delle agenzie di rating e verso un rafforzamento dei mercati regolamentati (dove attualmente si svolge soltanto circa il 10% delle transazioni finanziarie) in cui sottoporre a vigilanza e controllo la vasta gamma di prodotti finanziari. Per quanto riguarda l’Europa, è indispensabile una piena attribuzione delle funzioni di Banca Centrale alla BCE. L’apprezzamento dell’Euro sui mercati valutari mette a nudo la sostanziale sottovalutazione dell’euro-marco e la sostanziale sopravalutazione dell’euro-lira, con conseguenze sulle quote del commercio mondiale che rendono estremamente difficile per il nostro paese la permanenza nell’unione monetaria in assenza di una effettiva politica di bilancio dell’Unione come strumento di politica economica e di riequilibrio territoriale di uno Stato Federale.

Occupazione e politica del lavoro

Infine, va affrontata la questione della crescita occupazionale. Questa è stata per lungo tempo esclusa, specie a livello europeo, dagli obiettivi della politica economica a favore di altri obiettivi di natura fiscale, in qualche caso abusivamente elevati a rango di obiettivi dal loro ruolo di strumenti. Porlo invece tra i principali obiettivi della politica economica significa che esso deve essere perseguito con una appropriata combinazione e un organico coordinamento di misure di carattere microeconomico di facilitazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro (radicale revisione dei servizi per l’impiego) con misure macroeconomiche di espansione della domanda di lavoro. L’attuale dissociazione schizofrenica tra politiche microeconomiche di incentivazione delle assunzioni e politiche macroeconomiche di contrazione della domanda di lavoro non ha alcun senso. Come sopra ricordato, la progressiva riduzione dei coefficienti di lavoro generata dal progresso tecnico e dalle altre innovazioni organizzative non deve tradursi in una progressiva restrizione della base occupazionale, ma in un tendenziale mantenimento dei livelli di occupazione (o anche in una crescita) per via di una riduzione della quantità di ore lavorate per addetto.

Lo Stato e i cambiamenti di struttura

Le questioni su esposte sono tutte da approfondire e vanno definite nella loro articolazione dettagliata, ma costituiscono nel loro insieme la necessaria base di partenza per una adeguata risposta della politica economica alle trasformazioni in atto; non ci si può baloccare ancora con bizantine piroette che non toccano i fondamentali problemi strutturali fondo Una considerazione finale va però fatta in conclusione: nessuno dei problemi su esposti può essere risolto, nonostante la bontà delle analisi, se non vengono introdotti nel sistema dei sostanziali cambiamenti nelle istituzioni economiche, intese in questa sede principalmente come modelli di comportamento e pratiche operative degli agenti. Tra questi necessari cambiamenti va segnalata in primo luogo l’applicazione del principio della valorizzazione delle competenze e delle capacità in tutti i processi di reclutamento, di avanzamento di carriera e di attribuzione d’incarichi. La “selezione avversa” che ora viene praticata, specialmente nel settore pubblico e para-pubblico ma anche nei settori privati e nella classe dirigente in genere, ad opera di organizzazioni e corporazioni più o meno strutturate, occulte o palesi, legali o illegali, è solo fonte di rovina a tutti i livelli e in tutti i sensi. In secondo luogo va raccomandato l’abbattimento del diffuso sistema di “rent seeking” che, unitamente al parossismo burocratico, mina e corrompe il funzionamento della Pubblica Amministrazione a tutti i livelli. In terzo luogo vanno individuate e abolite le molteplici forme di restrizione della concorrenza, che attraverso innumerevoli varianti di cartelli, incroci, collusioni e connivenze di ogni genere introducono distorsioni nel funzionamento dei mercati, inefficienze allocative, sprechi, accumulazione di rendite parassitarie e consolidamento delle organizzazioni di potere anche operanti nell’ambito della legalità.