n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Crisi, economia, etica e religioni - Intervista a Franco Riva

a cura di Luca Miele

Nell’intervista di Luca Miele a Franco Riva, autore tra l’altro di Come il fuoco. Uomo e decoro (Cittadella, Assisi 2010), si toccano con agilità i temi dell’uscita dalla crisi economica, del ruolo dell’etica religiosa (specie ebraico-cristiana), del rapporto tra economia e salvezza e della demonizzazione o meno del mercato. Si evita però di cadere nelle trappole simmetriche che finiscono sempre, non importa se per alleanza o per contrapposizione, per santificazione o per demonizzazione, nel lasciare intatta la pretesa dell’economia all’autosufficienza. A tutto svantaggio dell’impegno quotidiano perché la dura terra degli uomini diventi un po’ meno dura, che non può abbandonare a se stesso neppure il campo dell’economia.

Luca Miele: Quale è il rapporto tra etica, religioni, economia e mercato?

Franco Riva: Quando ci si riferisce al sociale non si può trascurare l’etica religiosa. Questo vale anche per l’economia. Economia e religione sono intrecciate da sempre e danno vita sia a tensioni non facili da sciogliere, sia a luoghi comuni di cui si abusa fin troppo. Una crisi sociale ed economica richiama all’esigenza di un riarmamento etico dive le religioni giocano un ruolo di primo piano. Bisogna però fare molta attenzione. L’etica religiosa non si colloca soltanto sul lato opposto dell’economia, per quanto autoreferenziale e implosa su se stessa, per aiutarla dall’esterno a recuperare senso e valori. Per diversi motivi la questione non è per nulla semplice, né così comoda. In primo luogo perché un’economia autoreferenziale contiene già dentro di se una pretesa di salvezza, una vera e propria generosità per quanto alienata. In secondo luogo perché il tema del dio denaro è un classico fin dall’antichità. Infine perché l’etica e la religione sono molto più vicine all’economia di quanto non si creda, permeandola anche dall’interno.

Il segnale più irritante dei luoghi comuni che si creano intorno al rapporto tra economia e religione è dato, forse, dalla gara fratricida che segue due strade solo in apparenza diverse per guadagnarsi il primo posto sul podio. Su di un primo versante si tratterebbe di decidere a quale tra le religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, cattolicesimo, riforma) spetti la medaglia che premia per avere contribuito di più sul moderno sviluppo capitalistico. Sull’altro versante, ma è esattamente la stessa cosa messa in negativo, chi abbia invece le armi o le parole miracolose per vincere sull’avversario. Tutti contro tutti, e tutti a stiracchiare le religioni a proprio uso e consumo.

L. M.: dalla complessità e globalità della crisi che l’Occidente vive si esce solo con l’economia?

F. R.: Non si esce dalla crisi soltanto con l’economia. La crisi stessa non è solo economica, ma sociale, culturale, e religiosa. Dalla crisi si esce piuttosto riattivando delle energie che, pur non appartenendo soltanto alla sfera economica, non le sono neppure estranee. Dalla crisi non si esce contrapponendosi in modo estrinseco all’economia perché, perfino quando le cose tornassero ad andar bene, senza riattivare le energie contenute nella matrice ebraico-cristiana ci sarebbe comunque un vuoto di anima. In ogni crisi, anche in quella economica, c’è una difficoltà dell’anima.

L. M.: O piuttosto attivando (o riattivando) delle energie che non appartengono solo alla sfera economica?

F. R.: Quali energie devono essere riattivate? Guardando alla matrice ebraico-cristiana si va perlomeno in tre direzioni: la passione per l’incarnazione, che significa una responsabilità comune per il nostro essere al mondo insieme con gli altri – ed è un’istanza di giustizia; la passione per la trascendenza, che rifiuta una vita senza domanda di senso, senza rimando a qualcos’altro oltre a sé – ed è la denuncia di ogni possibile idolatria, ivi compresa quella del denaro; la passione per l’umano, che vieta di escludere dalla salvezza qualche sfera della sua attività – ed è un’istanza che rifiuta ogni forma di disprezzo, di divisione troppo netta. Il dualismo s’infiltra sottilmente perfino nei linguaggi dello spirito. L’atteggiamento dualista, che trova tutto il bene al di fuori e tutto il male al di dentro, finisce per abbandonare a se stesse intere sfere dell’esistenza umana (l’economia in questo caso), perché giudicate più o meno irrecuperabili. Nella realtà dei fatti produce sempre l’effetto di giustificare il male e di scaricare le responsabilità.

L. M.: Se il mercato ha indubbiamente e storicamente una matrice ebraico-cristiana, che valore dare a questa matrice?

F. R.: La questione della matrice ebraico-cristiana del mercato è ormai un classico. Contiene però delle insidie devastanti per la religione, di cui non si ha sempre coscienza e che bisogna denunciare. Prima insidia: la guerra tra fratelli per rivendicare a sé l’impronta maggiore sull’economia di mercato, se la riforma protestante (M. Weber), il cattolicesimo (M. Novack), o l’ebraismo (J. Attali). Seconda insidia: non accorgersi che, nella lotta in famiglia per avere il primo posto, la matrice ebraico-cristiana rischia di passare in secondo piano, e di essere sfruttata come strumento di legittimazione del mercato stesso. Per evitare letture strumentali che preludono all’idolatria del mercato, bisogna recuperare il movimento doppio e complementare che va dalla matrice ebraico-cristiana al mercato, ma che ritorna anche dal mercato alla matrice ebraico-cristiana.

L. M.: È possibile stabilire una relazione tra economia di mercato e salvezza?

F. R.: Fin dall’antichità si è parlato del denaro come di un dio, per quanto strano e anomalo. Nella Roma antica Giovenale si meravigliava ironicamente perché in città mancava ancora un tempio dedicato al più potente tra tutti gli dèi. D’altra parte al denaro che va e che viene anche troppo velocemente ci si affida quasi religiosamente per attendere un’improbabile salvezza dell’esistenza. Sembra quasi che quanto più si aggrava la crisi tanto più cresca una fede distorta nello stesso dio che l’ha provocata.

L. M.: Esiste una parentela tra la fiducia a cui sono aggrappate le oscillazioni dei mercati e la fede?

F. R.: La vicinanza tra economia e salvezza si può dunque leggere in negativo, sul lato appunto dell’idolatria e della secolarizzazione. Si può leggere forse con un senso positivo, quando si considera che anche la crisi contribuisce a far riemergere il bisogno di salvezza che caratterizza l’essere umano. Le oscillazioni del mercato, le congiunture economiche, i sussulti devastanti del denaro costringono a riflettere: che non ci si salva da soli, né come singoli né come comunità; che il dio a cui abbiamo affidato le nostre vite è inaffidabile; che le speranze dell’uomo non sono soddisfatte finché non toccano la loro stessa radice.

L. M.: Riportare la religione al centro del discorso sulla crisi: è possibile?

F. R.: Ogni crisi porta con sé una domanda di religione. Come dubbio sul progetto collettivo a cui è affidata l’esistenza, sullo stile di vita comune, sui valori per i quali si è scelto di vivere. Da questo punto di vista, la religione è già al centro. Si tratta però di esplicitare e di purificare questa domanda di religione che cova sotto le braci. Non solo in antitesi, e neppure come alternativa fin troppo frettolosa, ma come verità di ciò che emerge all’interno della crisi stessa, e che non è sempre compreso nella sua effettiva portata. Mi sembra l’unico modo per superare l’antitesi tra un’economia della salvezza e la salvezza mediante l’economia.

L. M.: Come è possibile superare l’antitesi tra “economia della salvezza” e “salvezza mediante l’economia”?

F. R.: Pur concedendo le buone intenzioni, finché si resta nelle contrapposizioni secche, nelle rivendicazioni estrinseche, finché ci si ferma al richiamo che l’economico non è tutto, l’antitesi tra “economia della salvezza” e “salvezza mediante l’economia” non è solo destinata a rimanere intatta nelle sue gravi premesse, ma si diventa complici del suo ingrandirsi.

L. M.: Demonizzazione del mercato o risanamento del mercato?

F. R.: La risposta viene da sola. L’abbinamento tra il denaro e il demonio ha dei padri illustri come San Francesco d’Assisi. Spesso si è tentati di scivolare sull’onda, senza rendersi conto di cosa significhi la sua provocazione. Nella scelta della povertà radicale c’è il rifiuto, come ci sono la contestazione e la protesta: contestazione di un ordine sociale dettato esclusivamente dal denaro; e protesta contro il disordine che si crea in suo nome. La povertà radicale, il dono stesso dell’esistenza, contiene sempre dentro di sé una doppia possibilità, fatta insieme di denuncia e di appello. Denuncia religiosa e sociale dell’ingiustizia di una vita personale e comune ispirata alle logiche del denaro fine a se stesso; e subito appello a condividere con gli altri: un dare che porta già dentro di sé l’inizio di ogni pratica di giustizia. La condivisione con gli altri ha nomi diversi, che risultano credibili e concreti solo se stanno insieme; e se non ripetono l’uno contro l’altro, come appare evidente in discorsi un po’ ingenui, la schizofrenia tra “economia della salvezza” e “salvezza mediante l’economia”. La condivisione prende il nome della sobrietà, certo, ma anche quelli del primato del lavoro e della persona sul capitale. Prende ancora il nome dell’impegno per forme alternative di economia, ma anche quello del risanamento dell’economia stessa, e dei modi creativi e umani, meno standardizzati, di praticarla.

Non è più accettabile, non più tollerabile, continuare a pensare al rapporto tra denaro e valori come se questi venissero da qualche pianeta lontano, come se i motivi profondi che ispirano l’esistenza – la ricerca stessa della salvezza – dovessero escludere il mondo dell’economia. Non si può allontanare la fede, magari in nome della fede stessa, dalla città degli uomini. La logica del dono non sta tutta al di fuori, ma riguarda la giustizia nell’economia e nel denaro.