n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

Dottrina Sociale della Chiesa ed Economia Sociale di Mercato

di Mario Toso

Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

Premessa

In occasione della grande crisi economica e finanziaria di questi anni, da più parti sono sorte sollecitazioni a superare il tipo di capitalismo che l’ha in parte determinata. Si è detto «in parte», perché le cause sono molteplici, tra le quali un grave deficit di governance. Il capitalismo finanziario, speculativo e deregolato, rivolto in maniera preminente all’accumulazione di beni e di profitto, oltre a generare il fallimento di banche e a provocare, con effetto domino, gravi problemi per Paesi e Continenti interi, ha oscurato aspetti sociali ed ecologici imprescindibili della qualità della vita civile e democratica. Per queste ed altre ragioni, si è alla ricerca di un nuovo capitalismo e di una nuova prospettiva di mercato meno dannosi per se stessi, per l’economia reale e lo sviluppo integrale e sostenibile di tutti. Quanto è avvenuto in certo modo sta obbligando a ricercare forme di un capitalismo che, senza tralasciare i propri aspetti positivi – pochi metterebbero in dubbio che il capitalismo è una conquista della civiltà occidentale, che ha permesso l’emancipazione dalla miseria di milioni di uomini e donne e spesso ha saputo autocorreggersi –, si ponga maggiormente al servizio del bene comune, sia dei singoli popoli che della intera famiglia umana. Anche in Italia, a fronte della necessità di scuotersi di dosso quel fondamentalismo neoliberista che aveva contagiato un po’ tutti, a destra e a sinistra, e che l’attuale crisi ha mostrato essere fallimentare anche per coloro che lo cavalcavano, vi sono pensatori e politici che incominciano a guardare con simpatia ad altre forme di economia, ispirandosi ad esempio al modello fondato sull’economia sociale di mercato (1), sul consenso e sulle prospettive a lungo termine, così come è stato praticato in Germania, in alcuni Paesi del Nord Europa e, con delle varianti, anche in Giappone.

Ancor prima, però, dello scoppio della crisi della finanza e delle banche che, nel 2008, ha colpito prima gli Stati Uniti e poi altri Paesi, il Trattato di Lisbona sull’Unione Europea (2007), poneva tra i suoi obiettivi «un’economia sociale di mercato fortemente competitiva» (art. 3). Nel gennaio 2012, i vescovi della Commissione degli episcopati della Comunità Europea (COMECE) hanno deciso di partecipare al dibattito sul modo di perseguire e configurare un tale obiettivo mediante una Dichiarazione dal titolo Una Comunità Europea di solidarietà e di responsabilità (2).

Quanto accennato è sufficiente per dire che non è oggi casuale o inutile parlare del rapporto tra Insegnamento (= ISC) o Dottrina sociale della Chiesa (= DSC) ed economia sociale di mercato, perché esso non è una novità assoluta negli studi del magistero pontificio e di quello episcopale.

Va, tuttavia, precisato che l’espressione «economia sociale di mercato» non risulta dal magistero pontificio elaborato fino a Benedetto XVI, mentre è chiaramente presente nella citata Dichiarazione dei vescovi della COMECE.

Proprio per questo viene spontaneo sudspanidere la nostra riflessione in due parti: la prima, volta a considerare il rapporto tra magistero pontificio ed economia sociale di mercato; la seconda, centrata sul rapporto tra magistero episcopale ed economia sociale di mercato concorrenziale.

Magistero pontificio ed economia sociale di mercato: da Leone XIII a Giovanni Paolo II

Più volte i pontefici hanno insistito sulla necessità di approntare, come più consona agli obiettivi del bene comune, un’economia sociale, da non confondere con ciò che oggi è chiamata economia civile (3), perché più vasta e comprensiva di quest’ultima.

Dobbiamo domandarci se si tratta della proposta di un sistema economico particolare e determinato, alternativo rispetto ai sistemi socialisti e capitalisti, come terza via, e che cosa implichi in concreto, sempre secondo i pontefici, che ogni sistema economico esistente sia un sistema di economia sociale. E ancora, se richieda, forse, il rifiuto categorico del capitalismo, senza possibilità di distinguere tra mentalità e sistema economico capitalista, tra concezione sociale, politica liberista e sistema di produzione capitalista.

Per rispondere a queste domande, ma anche ad altre riguardanti – ad esempio – l’intervento dello Stato nel mercato, occorre un minimo di analisi dei pronunciamenti sociali dei pontefici.

Scorrendo la DSC, fin dal tempo di Leone XIII ci si può imbattere nella proposta costante di un’economia sociale. L’espressione è usata esplicitamente almeno nella Quadragesimo anno (4) e nella Centesimus annu (5).

Ma che cosa intendono i pontefici per realizzazione di un’economia sociale?

Con Leone XIII, che in ciò era in sintonia con alcuni studiosi dell’Ottocento, economia sociale significava un orientamento dell’ordine economico secondo termini di libertà e di giustizia, da ottenersi mediante un congruo intreccio tra economia di mercato, forme solidaristiche fra lavoratori dipendenti e ceti popolari, e legislazione sociale statale.

Tale intreccio è riproposto, secondo un’edizione meno timida e con legami più forti, da Pio XI, il quale, oltre a presentarne una interessante descrizione (6), punta su un intervento statale più massiccio a livello economico (sia a forme dirette di imprenditorialità che mediante un’azione di «razionalizzazione» più etica che tecnica) e a livello di previdenza e di assistenza. Visualizza, inoltre, un’organizzazione più compatta della società, sulla base di un ordinamento corporativo delle professioni, col fine di ottenere, in una società segnata da gravi disparità economiche, una più equa distribuzione della ricchezza prodotta da tutti.

Pio XII, riprendendo l’insegnamento del suo predecessore sul tema della distribuzione della ricchezza nazionale, propone anch’egli un’economia che sappia conciliare libertà e giustizia sociale, ovvero a servizio della persona, della sua crescita globale e della società intera. Si tratta di un’economia altra, sia rispetto a quella liberista, al servizio di pochi, sia rispetto a quella totalmente pianificata, posta forzatamente al servizio di tutti, al prezzo troppo alto del-l’annientamento della libertà (7). È pertanto un’economia in ottica personalista.

Pio XII sembra anche suggerire l’idea che l’economia sociale – ossia un’economia che produce beni necessari e utili allo sviluppo dell’uomo e che attui una distribuzione secondo giustizia del reddito nazionale –, alla lunga è funzionale a una produttività e a uno sviluppo più robusti, in quanto il singolo cittadino, reso più sufficiente e più consistente, può dare un apporto migliore al mercato.

Al fine di un’economia sociale più umanizzatrice, Pio XII conta anche su una società che gradualmente non viene più concepita in modo corporativo, ma che non rinuncia all’ideale di un insieme sociale ben articolato e popolato da tante società e da tante organizzazioni frapposte tra l’inspaniduo e lo Stato, le quali rappresentano una vera ricchezza pluralistica e solidale, utile alla realizzazione del bene comune e alla prosperità economica.

Sarebbe interessante poter continuare l’analisi del pensiero di ogni pontefice sul tema del-l’economia sociale. Ma ciò porterebbe troppo lontano e farebbe correre il rischio di più di qualche ripetizione.

Un “sistema economico”

Ad ogni modo, già questa esposizione sommaria delle posizioni di Leone XIII, Pio XI e Pio XII avrà permesso di capire – cosa facilmente verificabile anche nei pontefici successivi (8) –, che l’indicazione di un’economia sociale non equivale ipso facto alla proposta di un sistema economico particolare. I pontefici pensano a una prospettiva ideale-storico concreta di economia: cioè di un «sistema» economico, nel quale la proprietà dei mezzi di produzione, la spanisione tra capitale e lavoro, l’economia d’impresa, il profitto, la razionalizzazione del-l’organizzazione delle imprese, il mercato, la libera iniziativa e la libera concorrenza, grazie all’intervento delle forze sociali e dello Stato, vengono tutti subordinati al bene comune, ovvero a fini umani e sociali a loro superiori, che essi non sono in grado di discernere da soli.

Più che di un sistema concreto e determinato, si tratta di una prospettiva, che varia da periodo a periodo. Essa non si spanersifica tanto nei suoi principi e valori di fondo, quanto nella sua strumentazione di realizzazione pratica, che viene indicata dai pontefici ora in un modo ora in un altro, a seconda delle necessità e dei contesti storici.

Come si è già potuto rilevare, una cosa è la prospettiva ideale storico-concreta di econo­mia sociale proposta da Leone XIII. Altra è quella avan­zata da Pio XI. Altra ancora è quella suggerita da Giovanni Paolo II nel contesto socio-culturale di uno Stato del benessere assistenzialistico, troppo invadente anche nel­l’economia, troppo frammentato e segmentato neocorporativisticamente nel­la sua base sociale, la quale in tante sue parti spaniene autopoietica, norma a se stessa, non sufficientemente raccordata con il resto del­la società.

La CA, tra l’altro, giunge a propor­re una «economia sociale», da realizzarsi a livel­lo mondiale e nazionale. Va però rilevato, a scanso di equivoci, che, proponendo tale prospettiva (cf CA n. 52), non inten­de sposare alcun sistema economico e politico particolare. Nemmeno si può dire che suggerisca di adottare alcun sistema di economia sociale di mercato, analogo a quello che si è tentato di realizzare in Europa dopo la secon­da guerra mondiale, specie in Germania. La CA indica semplicemente la prospettiva ideale, storico-concreta, di un sistema economico ministeriale al bene comune e, perciò, orientato globalmente: prospettiva generale, al­l’interno del­la quale rea­lizzazioni del­l’economia sociale di mercato, ispirate a quella tedesca, rappresentano solo alcune del­le tante possibili concretizzazioni.

Per la CA, la prospettiva di un’economia sociale, prevede:

  • il mantenimento dei meccanismi sani del libero mercato, opportunamente control­lato dal­le forze sociali e dal­lo Stato, in modo da garantire la soddisfazione del­le esigenze fondamentali di tutta la società (cfr. CA n. 35);
  • una crescita economica stabile e armonica dei vari settori;
  • un capitalismo, inteso come «sistema» economico che «riconosce il ruo­lo fondamentale e posi­tivo del­l’impresa, del mercato, del­la proprietà privata e del­la conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, del­la creatività umana nel settore del­l’economia» (CA n. 42).

Va ricordato che anche in questo caso, a differenza di quanti vi hanno letto una chiara preferenza per il sistema capitalistico, Giovanni Paolo II non indica un sistema economico preciso. Quando parla di capitalismo accettabile, se si è ben attenti al testo, il pontefice non lo intende come sistema definito e concreto. Nemmeno come strumento tecnico specifico. Lo vede piuttosto come un insieme di elementi, indispensabili per qualsiasi sistema economico esistente, che voglia essere efficiente ed efficace e, quindi, umano ed umanizzatore. Deve essere, al­lora, abbastanza chiaro che la CA nonconsacra il capitalismo vigente in questa o quella parte del globo per farlo entrare a pieno diritto nel­la comunità cristiana.

Va anche tenuto conto che nella CA, benché solleciti un’economia sociale a livello internazionale (cfr. CA n. 52), in un contesto di mondializzazione dell’economia (cfr. CA n. 58), Giovanni Paolo II non sembra proporre esplicitamente un’autorità politica mondiale, cosa che sarà più evidente nella Caritas in veritate di Benedetto XVI (9). Egli si limita ad affermare: «Sempre più sentito, però, è il bisogno che a questa crescente internazionalizzazione del­l’economia corrispondano validi organismi internazionali di control­lo e di guida, che indiriz­zi­no l’economia stessa al bene comune, cosa che ormai un singolo Stato, fosse anche il più potente del­la terra, non è in grado di fare. Per poter conse­guire un tale risultato, occorre che cresca la concertazione tra i grandi Paesi e che negli Organismi internazionali siano equamente rappresentati gli interessi del­la grande famiglia umana» (CA n. 58).

In conclusione, sembra si possa sempre dire che:

a) è un dato costante nel­l’insegnamento dei pontefici, peraltro ben ribadito dal­la SRS e dal­la stessa CA, che la Chiesa non ha model­li concreti di sistemi economici da proporre, perché ciò esula dal­la sua competenza. I model­li reali possono solo nascere nel quadro del­le spanerse situazioni storiche, grazie al­lo sforzo di tutti i responsabili che affrontano i problemi particolari in tutti i loro aspetti (cfr. CA n. 43);

b) gli ideali storico-concreti di economia, elaborati in modo spanerso dai pontefici, a seconda dei vari contesti storici in cui si esprimono, rappresentano preminentemente prospettive sintetiche ed ideali, che debbono essere mediate ed incarnate in tutti i sistemi economici esistenti (10).

A questo proposito si vede crescere tra i pontefici, specie con Giovanni Paolo II, la convinzione che anche i sistemi col­lettivistici siano riformabili secondo la prospettiva di un’economia sociale, ove sussiste la libertà d’iniziativa e ove si persegue l’idea­le del­la giustizia sociale senza cadere in assistenziali­smi deteriori(11).

Che cosa significa, più in concreto, che ogni sistema economico deve orientarsi secondo l’ideale di un’«economia sociale»?

Dal­l’analisi del­le varie encicliche, da Leone XIII fino al beato Giovanni Paolo II, risulta che orientare ogni sistema economico secondo la prospettiva di un’economia sociale, ossia ordinarlo in modo che tutti i suoi elementi costitutivi sappiano conciliare libertà e giustizia sociale, sviluppo economico ed equa distribuzione dei beni e progresso sociale:

  • non significa proporre un sistema principalmente dominato dal­la preoccupazione del­la distri­buzione dei beni e meno attento al­la loro produzione. Come si è già visto, secondo la CA, ad esempio, un’economia sociale include e pre­­suppone un’economia del­l’imprenditorialità e del­la respon­sabilità (que­st’ul­ti­ma non intesa in senso weberiano, come economia del successo). Ma anche in altre encicliche si possono trovare elementi più che sufficienti per dire che i pontefici non rifiutano, anzi ritengono elementi imprescindibili ed indi­spensabili del progresso sociale, un’economia del­la produzione e del­la produttività, e la relativa etica. L’etica economica non è ridotta dai pontefici ad etica del­la distribuzione;
  • non significa abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè di quei beni che servo­no a produrre altri beni. Secondo i pontefici, una tale proprietà va potenziata globalizzandola. Se è consentita anche una proprietà pubblica dei mezzi di produzione, ciò ha la sua principale ragione d’essere nel creare le condizioni migliori per la massima diffusione del­la proprietà privata. Sia la proprie­tà privata sia la proprietà pubblica vanno ultimamente subordinate al principio primario del­l’uni­versale destinazione dei beni. Il che equivale a dire che su ogni tipo di proprietà grava un’ipoteca sociale. E cioè, ogni tipo di proprietà dei mezzi di produzione può giustificarsi ultima­mente solo comestrumento che facilita la destinazione universale dei beni (cfr. LE n. 14). In breve, secondo i pontefici, realizzare un’economia sociale significa instaurare un sistema economico, nel quale l’istituto del­la proprietà, secondo le sue varie forme – privata, pubblica, sociale– è gestito in mo­do da attuarne anche la funzione socia­le accanto a quellapersonale;
  • non significa, nel­la produzione dei beni, affidare il ruolo primario al capitale, ma al­l’uomo del lavoro;
  • non significa abolire il libero mercato o comprimerlo esageratamente. Si tratta, invece, di valorizzarlo e di control­larlo, «in modo da garantire la soddisfazione del­le esigenze fondamentali di tutta la società» (CA n. 35)(12). Ciò vuol dire, fra l’altro, che l’economia di mercato, pur essendo un’istituzione importante, rimane uno strumento imperfetto, da non utilizzare in modo indiscriminato, ma subordinandolo al­le esigenze del progresso sociale;
  • analogamente, non significa disprezzare l’economia di impresa che, al contrario, va universalizzata. Occorre, però, vigilare ed intervenire affinché essa, pur con i suoi innegabili valori e pregi, non giunga ad emarginare coloro che non riescono ad entrare nel suo sistema, poiché non dispongono dei mezzi necessari, come ad esempio la conoscenza scientifica e tecnica (cfr. CA n. 33);
  • non significa demonizzare, ma nemmeno idolatrare il profitto, che è essenziale al- l’economia di impresa. La CA, riassumendo anche la posizione delle precedenti encicliche, afferma: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine e insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in spanerso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società. Il profitto è un regolatore della vita del- l’azienda, ma non è l’unico; a esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono egualmente essenziali per la vita dell’impresa» (CA n. 35). Detto altrimenti, l’economia sociale non può tollerare una concezione economicistica del- l’economia d’impresa, che tende al massimo profitto anche a costo di sacrificare le esigenze morali e religiose dei lavoratori, oltre a quelle del territorio e dell’ambiente. È, invece, più consona alla sua prospettiva, una visione umanistica dell’impresa, che riesce a conciliare – anche a costo di un minor profitto – le esigenze del territorio e dell’ambiente con quelle economiche dell’impresa e quelle umane, morali e religiose dei lavoratori (13);
  • non significa, in conclusione, rifiuto aprioristico del capitalismo, inteso come quel «sistema» nel quale lavoro e capitale – ovvero intraprendenza, imprenditività, mezzi di produzione e di scambio –, sono il contributo di soggetti spanersi (cfr. CA n. 42) (14). Tutt’altro. Un’economia sociale rifiuta, invece, il capitalismo, inteso come quel «sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale» (ib.);
  • importa un’adeguata comprensione dei compiti dello Stato, specie del suo intervento nel settore dell’economia e del sociale, in particolare nel sistema di sicurezza sociale. Per questo basterebbe rileggere i nn. 48-49 della CA, ove l’intervento statale, nel contesto della riforma dello Stato assistenzialistico, è configurato secondo il riferimento ai principi della solidarietà e della sussidiarietà.

In definitiva, anche la prospettiva ideale di un’economia sociale proposta dai pontefici è governata dall’antropologia, ossia da una visione globale dell’uomo. L’umanesimo integrale richiede anche il rifiuto di economie sia a somma zero sia assistenzialistiche, che non valorizzano la libertà e la responsabilità delle persone, sia liberiste o neoliberiste, che sottendono un concetto errato di libertà, quasi che questa debba legarsi solo a punti di vista inspanidualistici o materialistici, obliando i valori della solidarietà e del bene comune, che a loro modo sono un prerequisito dell’efficienza economica.

L’economia sociale, secondo i pontefici, proprio per strutturarsi in maniera più omogenea alla visione antropologica che la guida, dovrebbe realizzare un capitalismo – da intendersi, ovviamente, anche in questo caso, come indicazione di una prospettiva e non di un sistema concreto e particolare – democratico popolare, ossia un ambiente della libertà economica non oligopolista, ma che ospiti il maggior numero possibile di soggetti, consentendo loro di accedere all’imprenditorialità e alla creatività, e favorendo una sana concorrenza all’interno di un chiaro quadro normativo.

Non a caso, la DSC vuole tutti proprietari di alcunché. Mentre propone il pluralismo delle forme di proprietà e guarda con un occhio di simpatia soprattutto alle piccole e medie imprese, alla proprietà sociale, sollecita verso un ordinamento che permetta a tutti i lavoratori una partecipazione adeguata al patrimonio produttivo delle aziende, in modo tale che anche la cogestione e la corresponsabilità aziendali vengano attivamente promosse e completate.

Non a caso – come del resto si può ricavare da quanto si è già detto –, la DSC propone che, accanto allo Stato e al mercato, emergano e spanentino economicamente sempre più importanti nella produzione di servizi di ogni genere (dalla scuola, alla sanità, all’assistenza dei più deboli) famiglia, volontariato, cooperazioni di solidarietà sociale, associazioni, fonda-zioni e organizzazioni varie del tipo non profit.

La «Caritas in veritate» di Benedetto XVI, ovvero un’economia sociale in contesto di globalizzazione

In vista della considerazione della prospettiva di un’economia sociale nella DSC è bene fermare l’attenzione sul pensiero sociale di Benedetto XVI, non solo perché viene quasi a sintetizzare il precedente magistero, ma soprattutto perché ripensa e ripropone in un contesto teologico ed antropologico più esplicito la prospettiva di economia sociale della DSC. Questo pontefice non rinnega, ma perfeziona quanto era stato evidenziato da Giovanni Paolo II circa l’economia di mercato e la pratica del libero mercato; il profitto come indicatore del buon andamento di un’azienda; la proposta di un’etica dell’imprenditorialità e della responsabilità.

Nella CIV, la carità nella verità non è solo criterio di lettura delle res novae, né solo chiave epistemologico-culturale, che rende disponibile un quadro di saperi ordinati secondo sapienza. Essa è anche condizione ermeneutica e prospettica, volta ad elaborare una teologia della storia, dello sviluppo umano e dell’economia, e quindi del libero mercato, atta a costruire una «civiltà dell’amore», fondata sui pilastri della fraternità e della convivialità. La carità nella verità, in ultima analisi, può assurgere a nuovo indice dello sviluppo qualitativo e sostenibile dei popoli.

L’uomo moderno è schiavo della convinzione di essere l’unico autore di se stesso, della propria vita e della società. Ciò lo induce a pensare di riuscire ad eliminare il male presente nella storia solo mediante la propria azione, perché la felicità e la salvezza coinciderebbero con forme immanenti di conoscenza e di azione sociale (cfr. CIV n. 34). Ma l’immanentismo cieco rispetto al télos umano «uccide» la trascendenza e la speranza. Quando perde il suo ancoraggio antropologico ed etico, l’azione sociale ed economica si trasforma in un prassismo disordinato, privo di senso compiuto, chiuso a quell’autentico progresso che è indissociabile dalla verità del bene umano.

La carità nella verità fa sbocciare e vivere la speranza verso l’oltre di ciò che esiste momentaneamente, proiettando la storia nella direzione di quel «di più» che, seppure ancora in germe, le appartiene intimamente. Essa incoraggia la ragione, dandole la forza di orientare la volontà verso umanesimi non esclusivi, che altrimenti potrebbero rivelarsi addirittura inumani. L’umanesimo più vero è aperto all’Assoluto, riconosce la vita come realtà che si realizza nell’autotrascendimento, manifestato specialmente nella relazionalità del dono reciproco.

Proprio per questo, la carità nella verità è connaturalmente forza costitutiva e costruttrice di una comunità fraterna, che, sul piano universale, va oltre ogni differenza e spanisione. Non solo. È anche forza propellente di una nuova economia, ove le varie attività economiche, quali la finanza, il libero mercato, le istituzioni private e pubbliche, l’imprenditorialità sono chiamate a strutturarsi, al proprio interno e nei rapporti esterni, in termini relazionali più equi, improntati anche alla logica della gratuità e della reciprocità fraterna.

Aree economiche intermedie

dell’economia, caratterizzata rigorosamente secondo dimensioni più agapiche, non avviene aprioristicamente o deduttivamente, movendo esclusivamente dai contenuti rivelati, secondo cui le persone sono icone viventi della Trinità, circolazione di Verità e infinito Amore. La riflessione del pontefice si avvale anzitutto di un’attenta analisi esperienziale, a valenza induttiva, la quale rileva come, nonostante il prevalere di un’economia, di un mercato e di una finanza orientati secondo linee neoliberistiche, si stia affermando progressivamente sia il cosiddetto terzo settore o privato sociale o economia civile, costituito da libere associazioni, volontariato, cooperative di solidarietà sociale, fondazioni e organizzazioni non profit, sia un’area economica intermedia tra il for profit e il non profit. Si tratta di imprese tradizionali, che però sottoscrivono dei patti parasociali di aiuto ai Paesi arretrati; di Fondazioni, espressione di singole imprese; di gruppi imprenditoriali aventi scopi di utilità sociale; e del variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione (cfr. CIV n. 46) (15).

Facendo leva, dunque, sull’esistenza di istituzioni economiche caratterizzate da rapporti umani più autentici, dall’amicizia, dalla solidarietà fraterna; confortato dal fenomeno di una globalizzazione che, nonostante vari aspetti negativi, coinvolge popoli ed economie entro un dinamismo di maggior interdipendenza ed unificazione, Benedetto XVI giunge a configurare l’ideale storico concreto di un’economia sociale mondiale, protesa alla realizzazione della sua essenza personalista, relazionale e comunitaria.

Una tale essenza, colta dalla ragione, precede l’ordine della rivelazione, anzi l’«attende», per completarsi secondo quella vocazione originaria che le è insita, ma è oscurata e indebolita dalla cupidigia, dalla sete di potere, in una parola, dal peccato.

Il pontefice evidenzia così la portata o rilevanza sociale e storica più adeguata di un’economia, di un mercato, di una finanza, di un mondo imprenditoriale, consapevoli di essere finalizzati alla costruzione, dinamica e progressiva, di una famiglia umana più fraterna, più solidale e più giusta.

In altre parole, l’animazione personalista e relazionale che deve caratterizzare intimamente tutto il vasto e complesso processo della globalizzazione – la sua verità e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall’unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene (cfr. CIV n. 42) – esige l’apporto di un’economia più democratica, più differenziata nelle sue multiformi applicazioni, per rispondere meglio alle esigenze delle persone e dei gruppi, conformemente alla loro dignità e ai loro bisogni. La nuova economia non può rinchiudersi localmente, nei suoi singoli settori, all’insegna di un protezionismo assolutizzato o, al contrario, di un consumo immediato e sfrenato delle risorse destinate a tutti, seguendo logiche tecnocratiche, meramente mercantili di scambio degli equivalenti. In particolare, occorre che l’attività economica, il libero mercato, la finanza sprigionino tutte le loro potenzialità di servizio all’uomo, al bene comune universale, non solo rispetto ai bisogni materiali ma anche a quelli relazionali e collettivi, spirituali e culturali.

«Nell’epoca della globalizzazione – afferma lapidariamente Benedetto XVI – l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti ed attori» (CIV n. 38).

Il mercato non può essere considerato un’istituzione meramente economica, moralmente neutra: le sue radici antropologiche e culturali

Grazie al nuovo quadro culturale, reso disponibile dalla carità nella verità, Benedetto XVI rilegge, come in parte anticipato, anche la natura e la funzione del mercato. Ci fermiamo su questo aspetto perché ci aiuta a comprendere quanto Benedetto XVI sia innovativo rispetto alla stessa Centesimus annus del suo predecessore, che pure, in ordine ad uno sviluppo plenario e sostenibile per tutti, ha evidenziato l’importanza dell’economia di mercato, la quale peraltro «non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico» (CA n. 48).

Come spiega papa Ratzinger il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, in vista del soddisfacimento dei loro bisogni, interessi e/o desideri (cfr. CIV n. 35). I protagonisti vi operano come soggetti concreti, storicamente e culturalmente qualificati. Pertanto, il mercato reale non è un luogo asettico, ove valgono solo le regole commerciali della domanda e dell’offerta, e lo scambio degli equivalenti. Parimenti vi influiscono, condizionandolo positivamente, fattori etici e culturali, come la fiducia, la responsabilità, l’onestà, il sapere, il know-how, i sentimenti, gli interessi, accanto alla cultura e alla religione. Nel reticolo delle relazioni mercantili, sono particolarmente necessarie le virtù della giustizia commutativa e della giustizia sociale. Per funzionare correttamente, ossia per conseguire le finalità che gli sono proprie, il mercato ha bisogno del sostegno di beni morali e relazionali, mai fungibili o solvibili. Deve poggiare su di un tessuto valoriale e una coesione sociale che non riesce del tutto a generare da sé, specie quando è inteso come un insieme di puri e semplici scambi di beni e servizi (16). A tal fine, non potendo fare affidamento solo su se stesso, deve attingere energie morali anche da altre istituzioni, deputate a coltivarle e ad accrescerle più puntualmente (cfr.r. CIV n. 35).

Etica ed economia

Per evitare definitivamente visioni dicotomiche del rapporto tra etica ed economia, approfondendo ulteriormente l’antropologia del mercato, ossia il suo nesso con i soggetti che lo pongono in essere e lo organizzano, Benedetto XVI ne evidenzia l’intrinseca natura etica. Il mercato ha una dimensione morale e un’etica proprie, che non riceve dall’esterno e che devono essere esplicitate e promosse. Più precisamente, le istituzioni non mercantili, più che a fornire un’etica al mercato, sono chiamate a concorrere al suo rafforzamento e a complementarla.

Proprio perché espressione di persone libere e responsabili, l’agire economico e l’economia di mercato non vanno considerati ineluttabilmente come antisociali o come luoghi di sopraffazione del forte sul debole (cfr.r. CIV n. 36). Possono essere orientati in senso negativo, utilitaristico, non perché sia questa la loro essenza o vocazione, ma perché influenzati da certe ideologie neoliberistiche. La sfera economica di per sé non è disumana e inspanidualistica, ma neppure eticamente neutrale. Appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché tale, è intrinsecamente etica. Dev’essere, pertanto, strutturata ed istituzionalizzata da un tale punto di vista (cfr.r. CIV n. 36). Sia pure funzionale o strumentale rispetto all’etica onnidimensionale della persona, esiste un’etica specifica dell’imprenditorialità e del capitalismo di produzione, che è ben spanerso dal capitalismo selvaggio, dalla speculazione per la speculazione, quali si sono ultimamente affermati.

Se ciò è vero – afferma Benedetto XVI – la grande sfida che attende il mondo, a fronte delle problematiche dello sviluppo e delle crisi periodiche della finanza, è quella di mostrare, a livello di pensiero, di comportamenti, di realizzazioni esemplari, come nel caso del non profit, che il principio di gratuità e la logica del dono, che sono espressione della fraternità, devono e possono trovare posto, nei rapporti mercantili, entro la normale attività economica. Lo esigono l’antropologia relazionale del mercato (17), la sua efficienza, la stessa ragione economica, la carità e la verità (cfr.r. CIV n. 36).

Rapporti autenticamente umani, di socialità, di amicizia, di solidarietà e di giustizia possono e devono essere vissuti all’interno dell’attività economica, e non soltanto fuori di essa o dopo di essa. E la giustizia le appartiene in tutte le sue fasi (reperimento di risorse, finanziamenti, produzione, distribuzione), perché è sempre actus personae, singola o associata.

Sarebbe illogico e alla lunga dannoso pensare che l’agire economico sia finalizzato esclusivamente alla produzione della ricchezza, e che compito della politica sia soltanto il perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione. Può aiutare a comprendere meglio l’urgenza di un nuovo rapporto tra economia e politica anche il fatto che oggi, nell’attuale mondo globalizzato, i mercati e le società nazionali sono trascesi da eventi che non sono governabili dai singoli Stati mediante politiche sociali di finanziamento della sicurezza sociale e di ridistribuzione della ricchezza prodotta. I canoni della giustizia vanno, allora, rispettati dall’economia sin dai suoi primi passi (cfr.r. CIV n. 37) su tutti i piani, nazionali e sovranazionali. Questo obiettivo può essere facilitato universalizzando forme di economia caratterizzate dal non profit, pensando anche ad una nuova articolazione mondiale dell’autorità politica, distribuita e attivata su più livelli. Infatti, l’economia integrata dei nostri giorni non elimina il ruolo degli Stati, delle loro politiche nazionali. Li rende sensibili, piuttosto, a una cessione di sovranità in ambito sia interno che esterno, e li impegna ad una più forte collaborazione reciproca (cfr.r. CIV n. 41) (18).

Dal confronto tra le imprese private orientate al non profit con quelle for profit e quelle pubbliche, può derivare uno scambio, una formazione reciproca, un «travaso di competenze» (cfr.r. CIV n. 41): le imprese for profit sono stimolate a non tralasciare la dimensione etica, la responsabilità sociale; mentre quelle non profit sono sollecitate a non sottovalutare la funzione dell’efficienza economica che, anche secondo Giovanni Paolo II, è uno degli indicatori indispensabili del buon andamento di un’attività (cfr. CA n. 35). Proprio da questo reciproco confronto – osserva Benedetto XVI – può nascere, in particolare, «una sorta di ibridazione dei comportamenti» e «un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia» (CIV n. 38).

L’impresa va strutturata e istituzionalizzata eticamente, vivendo il principio della fraternità

Quale tipo di impresa è richiesta dall’economia sociale abbozzata dalla CIV? Secondo Benedetto XVI, un’economia funzionale al bene comune domanda l’istituzionalizzazione etica delle imprese, nonché il potenziamento della loro dimensione di fraternità e il pluralismo dell’imprenditorialità.

Non si tratta di una prospettiva velleitaria ed astratta, bensì della via mediante cui le imprese sono umanizzate e rese più efficienti dal punto di vista civile.

Secondo Benedetto XVI, che cosa significa in concreto incrementare la dimensione della fraternità nell’impresa?

Significa, innanzitutto, vivere l’impresa non solo quale luogo in cui si producono beni e servizi e si attua il principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, ma anche quale istituzione umana in cui le persone si incontrano, interagiscono, stipulano contratti sulla base di una fiducia reciproca generalizzata. I protagonisti dell’impresa non agiscono solo in quanto soggetti economici, ma anche nella loro qualità di persone inserite in una trama di relazioni sociali più vaste, come la famiglia, il territorio, la propria Nazione, il mondo. Operano nell’impresa come esseri concreti e storici, rivestiti di quelle qualità umane di solidarietà e fiducia, che sono indispensabili all’impresa stessa e al mercato per espletare la loro funzione economica. Proprio per questo, la CIV sollecita a pensare all’impresa – specie in un momento storico in cui si sta registrando un deficit di fiducia tra persone e istituzioni finanziarie e in cui sono apparse con maggior evidenza le interdipendenze tra i settori economici – come un luogo in cui, oltre alla giustizia commutativa, va vissuta la giustizia sociale, intesa soprattutto come giustizia contributiva e non solo distributiva, ossia giustizia che incrementa le forme di fiducia reciproca e di solidarietà. Senza queste espressioni di un particolare senso di fraternità, al mercato e all’impresa viene a mancare quella coesione sociale che è loro necessaria per essere se stessi (cfr. CIV n. 35).

Il principio di fraternità dev’essere sale della vita dell’imprenditore, del manager, delle relazioni interne alle imprese e di quelle che intercorrono tra le imprese nel mercato. Un tale principio deve spanenire motivazione interna dell’azione in entrambi i campi. Oltre alla necessità di produrre beni e servizi con il minor dispendio di energie; di perseguire il profitto, fine legittimo dell’impresa; di pagare salari commisurati alle prestazioni, ci dev’essere un forte movente etico, che sospinga a dare lavoro e a remunerare equamente i lavoratori, perché esseri umani uguali a me, esseri fraterni, aventi responsabilità famigliari, non solo rispettando i minimi sindacali, bensì tenendo anche conto del loro contributo al reddito nazionale e mondiale.

Il principio di fraternità

Il principio della fraternità, secondo Benedetto XVI, trova una declinazione privilegiata nell’area intermedia che si va costituendo tra profit e non profit, in cui il profitto è perseguito come strumento per realizzare finalità umane e sociali. Secondo il pontefice, quest’area va accresciuta, perché essa, con i suoi valori di fraternità e solidarietà, costituisce in certa maniera l’humus da cui si alimentano le stesse macroimprese. Proprio per questo, nella CIV si invoca che quest’area intermedia trovi ampia ed adeguata configurazione giuridica e fiscale in tutti i Paesi (cfr. CIV n. 46).

La fraternità, così come è pensata da Benedetto XVI, ossia non come un vago sentimento, bensì come un farsi carico del proprio simile per rispondere alle sue esigenze e alla sua dignità, sollecita al rafforzamento di un’imprenditorialità plurale, plurivalente. Per rispondere ai molteplici bisogni dei cittadini e della società, per conseguire più efficacemente il bene comune, tutti debbono spanenire più intraprendenti, attivi e creativi. Urge dar vita a vari tipi di imprese, che vadano ben oltre il modello del «privato» e del «pubblico», con uno scambio e una formazione reciproca tra le due spanerse tipologie e un travaso di competenze dall’una all’altra. In tutto questo, la fraternità svolge la funzione di un potente incentivo: quanto più numerosi sono i bisogni della persona e della società, tanto più debbono essere moltiplicati i vari tipi di impresa; quanto più si vuole rendere il sistema imprenditoriale commisurato alla dignità delle persone e ai bisogni della famiglia, del bene comune, dello sviluppo dei Paesi più poveri, tanto più bisogna incrementare non solo quanto è prescritto dalla legge, ma anche quanto è suggerito dal nostro sentirci e percepirci come un’unica famiglia umana, nella quale la crescita degli uni dipende da quella degli altri, e vi sono doveri che, pur non essendo imposti per legge, sono ugualmente cogenti per il fatto che siamo tutti interdipendenti, partecipi di una stessa umanità.

Per quanto detto, è anche facile comprendere come la fraternità è movente essenziale nella configurazione di un nuovo Stato sociale, che intenda produrre beni e servizi sempre più commisurati alle persone concrete, ai loro bisogni che spesso vanno al di là del puro materiale, perché sono di natura psicologica, affettiva, religiosa. La fraternità è criterio di riforma e di innovazione del Welfare State, che trasforma in una Welfare Society, ove il benessere è conseguito conformemente alla dignità della persona umana e al suo bene integrale.

Finanza e fraternità

Ritornando all’ambito delle imprese che operano più direttamente nel libero mercato, cerchiamo ora di esemplificare con riferimenti concreti al mondo finanziario.

Declinare il principio della fraternità nelle imprese finanziarie significa, allora:

  • rafforzarsi nel mercato per essere efficienti ed efficaci: un istituto che non sia solido e non abbia prospettive di futuro non può godere di un’ampia fiducia e svolgere adeguatamente la propria missione a servizio del territorio, delle imprese, delle famiglie, della società e del bene comune;
  • escludere dalla prassi operazioni speculative spericolate, che mettono a rischio la propria istituzione e i propri soci nonché i piccoli risparmiatori; non compiere azioni di «sciacallaggio» tra imprese secondo il principio «mors tua, vita mea»;
  • non addebitare, profittando della distrazione o dell’impreparazione del cliente, piccoli costi e servizi supplementari: ad esempio, il costo di carte di credito non richieste e altro ancora. Il cliente, di fronte all’irrisorietà di queste somme preferisce non perdere tempo per sporgere reclamo, ma la moltiplicazione di questi addebiti può raggiungere ammontari considerevoli;
  • non aggiungere commissioni o spese ulteriori ai tassi di interesse ufficiali, perché aumentano la precarietà delle persone più deboli;
  • non ipotecare beni ingenti (ad esempio, case, appartamenti) per esigere il rimborso di prestiti relativamente piccoli: è già accaduto che per cinquemila euro si sia messo all’asta l’appartamento di una persona insolvente;
  • è inaccettabile che un’impresa fallisca per l’insolvenza dell’amministrazione pubblica e che non si possano compensare i debiti il cui pagamento è preteso dalla stessa, con i crediti che si vantano nei suoi riguardi;
  • trovare vie che – nonostante i limiti imposti per legge – consentano di concedere il credito non solo a chi è economicamente sicuro e forte o «virtuoso», ma anche a chi, in particolari congiunture come la crisi finanziaria odierna, si trova in «sofferenza» non per suo demerito ma per condizionamenti esterni.

Oggi, per fortuna, di fronte al pericolo del crollo della piccola imprenditoria e dell’artigianato, che costituisce gran parte del tessuto economico italiano, stanno nascendo fondi di microcredito solidale e fraterno per coloro che non possono rientrare nelle condizioni di accesso offerte dalle grandi banche o da quei fondi che, istituiti dalle banche e dallo Stato, in principio sono destinati solo alle medie e grandi imprese. Sono, questi, alcuni esempi di quello che può significare la declinazione della fraternità da parte delle imprese finanziarie.

Delocalizzazione, diritti dei lavoratori, salvaguardia dell’ambiente e giustizia sociale

La globalizzazione, come rete di comunicazioni e di interconnessioni, con la liberalizzazione dei mercati favorisce la delocalizzazione delle imprese e ci sospinge a volgere lo sguardo verso la dimensione mondiale dell’economia. Anche con riferimento al contesto economico planetario, la CIV sollecita un’economia di mercato attenta alla giustizia e ai sistemi di sicurezza sociale (cfr. CIV n. 25), alla salvaguardia dell’ambiente. Le imprese sono sempre più propense a trasferire, in parte o in toto, la propria attività all’estero, in aree economicamente più favorevoli, ove il fisco è meno gravoso, le protezioni dei lavoratori sono molto deboli e le leggi sul rispetto dell’ambiente sono pressoché inesistenti. Ciò consente di fruire di guadagni più consistenti rispetto a quelli che si potrebbero avere rimanendo in patria. Il fenomeno della delocalizzazione dell’attività produttiva, così come spesso avviene, non è però un fatto neutro, senza conseguenze per il proprio Paese e per la Nazione ospite. Esso comporta non solo un allentamento dei rapporti con il proprio territorio e società d’origine, ma anche un indebolimento della responsabilità sociale dell’imprenditore nei confronti dei suoi dipendenti nel Paese straniero e in quello di provenienza, e della salvaguardia dell’ambiente (cfr. CIV n. 40).

In effetti, come ha sottolineato con efficacia e per tempo il sociologo Ulrich Beck, l’imprenditore che delocalizza la sua impresa per usufruire dei vantaggi fiscali e legali offerti dal Paese ospitante, normalmente non vi si stabilisce con la famiglia, che rimane in patria, ove gode di servizi sociali costosi (scuola, sanità, assistenze, ecc.), sovvenzionati dai lavoratori e dagli imprenditori rimasti con la loro attività nel territorio d’origine (19).

Proprio perché impegnato a tratteggiare il volto di una nuova economia, strutturata in modo più solidale e agapico, Benedetto XVI si interroga sulle valenze negative e positive del fenomeno dell’esportazione dei capitali e della delocalizzazione delle imprese, e sull’incidenza sociale di tali eventi dal punto di vista dell’equità e della salvaguardia dell’ambiente.

  • Quanto al capitale, per sé – riconosce il pontefice –, non c’è motivo di negare che possa fare del bene, se investito in parte all’estero piuttosto che in patria. Anzi, la Dottrina sociale della Chiesa invita ad investire, allorché siano assicurate alcune condizioni, in aree depresse o svantaggiate, per favorirne lo sviluppo. Ma, specie nel caso specifico della sua esportazione non tanto per ragioni di solidarietà, bensì per evadere il fisco e per conseguire profitti più alti, la DSC ricorda che occorre ottemperare alla giustizia. Bisogna, cioè, interrogarsi sul come quel capitale si è formato e su eventuali danni alle persone che comporterà il suo mancato impiego nel luogo d’origine (20). In una parola, bisogna evitare che l’unico motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia soltanto di carattere speculativo, e non anche la sostenibilità delle imprese a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale, specialmente nei Paesi bisognosi di sviluppo (cfr CIV n. 40).
  • Quanto alle imprese, non c’è motivo nemmeno di negare che la loro delocalizzazione possa fare del bene alle popolazioni del Paese che le ospita, sia perché il lavoro è un bisogno e un diritto universale, sia perché ne può derivare una specie di transfert tecnologico e professionale. Anche in questo caso non è però lecito delocalizzare solo per usufruire temporaneamente di particolari condizioni giuridiche o fiscali di favore e incrementare la propria ricchezza (cf CIV n. 40), approfittando della nuova configurazione delle imprese che tendono a rispondere solo ai propri investitori, quasi azzerando la propria responsabilità sociale nei confronti di portatori di altri interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio appunto degli azionisti, che non sono legati ad uno spazio specifico e godono di una straordinaria mobilità all’interno delle attuali dinamiche economiche internazionali. In tal modo, come nel caso dell’esportazione clandestina di capitali, non solo si danneggia il proprio Paese, perché ci si avvantaggia di quanto esso può offrire sul piano della sicurezza sociale senza contribuire al suo finanziamento dato il mancato gettito fiscale; ma si è scorretti, oltre che per una competizione sleale nei confronti degli imprenditori e dei lavoratori nei Paesi sviluppati, anche nel rapporto con la società del Paese ospitante, che viene sfruttata senza ricevere un vero contributo alla nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile. Appare evidente che alleviare la disoccupazione è sicuramente un bene. Ma, qualora con il trasferimento all’estero non si contribuisca alle assicurazioni sociali e non si favorisca una partecipazione attiva e responsabile della mano d’opera occupata, mediante la rappresentanza nelle decisioni che contano, non si potrà mai raggiungere uno sviluppo equo. Né costituisce una valida scusa l’inesistenza di sistemi assicurativi e di sindacati in quei Paesi, perché permane l’obbligo di aiutarli a dotarsi di tutti quegli strumenti che sono fondamentali per emancipare i lavoratori, rendendoli cittadini sempre più partecipi non solo all’interno delle fabbriche ma anche nella vita politica.

La giustizia sociale in contesto di globalizzazione: la crisi finanziaria dal 2008

La questione della giustizia sociale, oltre che per i vari problemi sopra accennati (liberalizzazione dei mercati, disumanizzazione dell’economia in tutte le sue fasi, delocalizzazione delle imprese), si pone con urgenza anche rispetto alla liberalizzazione del movimento dei capitali che, con le nuove tecnologie telematiche, possono essere immediatamente trasferiti da una parte all’altra del globo, sfuggendo al controllo delle autorità nazionali; nonché con riferimento alle crisi finanziarie periodiche e globali, che creano gravissimi danni per l’economia reale, con ricadute devastanti per i più deboli. È il caso dell’uso sconsiderato della cosiddetta «finanza creativa», di cui è esempio la recente catastrofe dei sub-prime con effetti domino. Si tratta di una questione che dev’essere affrontata e risolta sia all’interno dei singoli settori economici che sul piano globale, con risposte proporzionate alla sua estensione concernente il reddito mondiale dei popoli, che devono considerarsi uniti in un’unica comunità universale.

Mercati e transazioni finanziarie

La regolamentazione delle transazioni sui mercati valutari, come anche la prevenzione delle crisi finanziarie, richiede che ci si fermi a riflettere su più aspetti interconnessi:

a) l’attività finanziaria è attività umana ed ha una funzione sociale indispensabile. Pertanto, specie quando venga meno alla sua responsabilità sociale, non può essere lasciata a se stessa senza nessun intervento disciplinatore ed orientatore sul piano nazionale e mondiale;

b) occorre una seria riflessione – come avvenne a suo tempo con la Quadragesimo anno in occasione del crollo della borsa di New York nel 1929 –, sulla unitarietà dell’economia mondiale e sulla globalizzazione dell’economia sociale. A questo proposito, non ci si dovrebbe stancare di chiedersi: per quale ragione, nonostante si parli in continuazione di economia globalizzata, non si riesce ad approfondire il discorso sulla unitarietà dell’economia mondiale, evidenziandone le implicanze sul piano della giustizia sociale? Lo esige la sempre maggiore interdipendenza nelle politiche, nei fattori produttivi, nei settori economici, nell’uso delle risorse, negli stessi salari, dato che la convenienza a investire capitali dove il costo della manodopera è molto basso fa scattare, su scala mondiale, una indebita concorrenza salariale e commerciale. Come mai non si avverte l’urgenza di realizzare la giustizia sociale nelle transazioni finanziarie e commerciali, sul piano della destinazione universale dei beni materiali, tecnici e qualitativi, e delle opportunità sociali e culturali?

Evidentemente, se si ammette l’unitarietà dell’economia e della finanza, e la loro funzione o utilità sociale, a fronte delle ricorrenti crisi determinate dalla speculazione e dall’assolutizzazione del profitto, è necessario recuperare il primato della politica e pensare seriamente a una nuova architettura istituzionale e giuridica, in grado di realizzare con metodi democratici, ovvero partecipativi e sussidiari, la giustizia sociale relativa al bene comune mondiale, nei suoi aspetti distributivi e contributivi. Questo esige impegno per la riforma delle istituzioni internazionali, senza peraltro ignorare quanto possono fare, sia pure limitatamente, le istituzioni nazionali.

Politica ed equità

Nonostante subiscano oggi un’innegabile erosione del loro potere decisionale e di controllo ed appaia sempre più evidente che esse non sono più in grado di fissare le priorità dell’economia e di governarla, anche solo in vista del finanziamento dei sistemi di protezione e previdenza, le politiche nazionali non possono rinunciare a rendere equo ed efficiente il mercato alla luce del criterio generale di sostenere e dare voce a chi nel mercato ne ha poca o non ne ha affatto come, ad esempio, a chi non è ancora nato. Una tale azione, che necessita di estendersi sul piano internazionale mediante varie forme di collaborazione tra gli Stati, è chiamata a contrastare le posizioni di rendita, le «caste» (21), i privilegi, le attività imprenditoriali illegali, i paradisi fiscali, ad irrobustire il libero mercato, a favorire assetti legislativi affidabili e duttili, autorità che lo regolamentino prontamente ed incisivamente, garantendone la concorrenzialità (22). Occorre giungere ad orientare i processi della globalizzazione alla realizzazione del bene comune mondiale.

«I processi di globalizzazione – si legge nella CIV –, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e diseguaglianza, nonché contagiare con una crisi l’intero mondo. Bisogna correggerne le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove spanisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione» (CIV n. 42). È uno dei compiti più importanti dell’autorità politica chiamata a realizzare la giustizia sociale in un contesto di globalizzazione, creando fiducia nella propria azione a servizio del bene comune, distribuendo la ricchezza, favorendo opportunità ad ogni cittadino, offrendo risorse, attraverso canali che, mentre richiedono il giusto contributo da parte di tutti, specie dei più abbienti, non scoraggiano un generoso e solidale apporto.

La realizzazione della giustizia sociale sul piano mondiale è premessa e condizione per uno sviluppo qualitativo e sostenibile per tutti, per una stabile pace sociale, oggi molto compromessa da vistose sperequazioni tra ricchi e poveri che, secondo alcuni noti economisti quali Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi, sarebbero all’origine dell’attuale recessione.

Alla ricerca di un nuovo capitalismo e di un nuovo intervento dello Stato

L’iter della CIV è stato alla fine rallentato a causa del manifestarsi della grande crisi finanziaria mondiale iniziata nel 2008, che è evocata in alcuni passi e che ha determinato il ripensamento di alcune sue parti (23). Viene, allora, spontaneo domandarsi quale sia il suo contributo alla ricerca di una via d’uscita da una catastrofe economico-sociale dalle proporzioni inusuali, provocata da più fattori non escluso un capitalismo finanziario speculativo e deregolato. Ne espliciteremo qui gli orientamenti pratici, specie in riferimento all’aggressività di un capitalismo esasperato e consumistico (24), al ruolo della politica apparsa piuttosto latitante o non all’altezza dei suoi compiti, all’intervento degli Stati, alla finanziarizzazione dell’economia.

Quale capitalismo, quale economia?

L’attuale crisi economica, che in campo finanziario ha avuto inizio negli Stati Uniti, ha messo in luce un nuovo lato oscuro del capitalismo specie di tipo liberista che, dopo il crollo dei sistemi collettivisti che attuavano un capitalismo di Stato, sembrava essere rimasto l’unico modello valido di organizzazione economica .(25) Questo modello, che alcuni hanno definito «neoamericano» – fondato sui valori inspaniduali, sulla massimizzazione del profitto a breve termine, sull’avidità eretta a principio universale, sullo strapotere di un mercato finanziario autonomizzato rispetto all’«economia reale» –, negli ultimi anni si è rivelato utilitaristico, senza etica, sregolato, non funzionale alla crescita delle popolazioni, alla salvaguardia dell’ambiente, con effetti devastanti per le imprese, l’occupazione, i sistemi di protezione sociale, le democrazie. Dato per scontato che il capitalismo ha molteplici concretizzazioni possibili e che appare condizione necessaria, seppur insufficiente e imperfetta, per l’attuazione di qualsiasi progetto di sviluppo nazionale e mondiale che non sia meramente velleitario, oggi l’impegno prioritario sembra essere quello di realizzarlo in modo più responsabile, più equo e più sostenibile (26).

L’attuale crisi dev’essere, allora, l’occasione per lasciare definitivamente da parte quella visione ideologica, radicale, libertaria e consumistica – rispetto a cui aveva già messo in guardia Giovanni Paolo II nella CA, specie al n. 35, – che la CIV considera del tutto inadeguata rispetto all’impegno di costruire un’economia etica, strutturata, come già accennato, anche sulla base dei valori della gratuità, della fraternità, della responsabilità sociale ed ambientale. Assieme a tale ideologia, vanno superati quei dogmi che le hanno dato supporto e nutrimento, e che asseriscono tra l’altro che il libero mercato prescinde dall’intervento dello Stato; che il mercato è naturalmente ed intrinsecamente il regno della libertà e della crescita di tutti, grazie alla nota mano invisibile, che ridistribuirebbe automaticamente la ricchezza prodotta; che vi è un conflitto insanabile tra solidarietà ed efficienza; che la concorrenza lasciata a se stessa comporta infallibilmente l’equilibrio tra i soggetti economici.

I cattolici sono incoraggiati in questo cammino dal Magistero sociale che, senza sposare o indicare un capitalismo reale e concreto o una terza via, bensì proponendo una prospettiva data da un insieme di fattori, di istituzioni e di valori, entro le tante possibili realizzazioni sollecita semmai quella di un «sistema» economico ideale o progettuale, «che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della creatività umana» (CA n. 42). Con la CA, ma anche con la CIV, la Chiesa propone, più che altro, un «capitalismo» etico, un idealtipo, che deve essere introdotto in ogni sistema economico reale. Sarebbe etico non solo perché si subordina al bene comune, ma ancora prima, perché è messo in atto da soggetti liberi e responsabili che lo organizzano e lo orientano al perseguimento dei fini specifici di un’economia di mercato avente una propria morale (27), che rifiuta l’idolatria del profitto, la frode, l’ingordigia.

Anche il magistero sociale di Benedetto XVI non indica un sistema preferenziale di capitalismo. Segnala, piuttosto, una prospettiva generale, entro cui sarà possibile elaborare, da parte dei popoli e dei vari soggetti economici, modi spanersi di concretizzazione di un’economia a servizio dell’uomo in termini non solo di efficienza produttiva ma anche di solidarietà e di fraternità, con attenzione ai beni relazionali, alla vita della città, alla salvaguardia dell’ambiente. Apparirebbe senz’altro ingiustificata ed improponibile l’interpretazione secondo cui la CIV, specie a fronte del vistoso fallimento del capitalismo selvaggio, legittimerebbe un sistema economico animato dal liberismo, come a suo tempo hanno avanzato alcuni pensatori cattolici a proposito della Centesimus annus.

Nella CIV appare chiaramente suggerita l’immagine di un’«economia sociale» come anche di un’«economia civile». Si parla di imprese for profit e di imprese non profit (cfr. CIV n. 46), di un’«economia della gratuità e della fraternità» (cfr. CIV n. 38). Si aggiunge nel discorso economico il principio di reciprocità, accanto a quelli classici dello scambio e della redistribuzione. Per Benedetto XVI, il dono ha rilevanza economica e, pertanto, deve trovare posto nelle imprese, nell’economia, oltre che nelle famiglie e nella società civile. In conclusione, se la CIV non può (e non vuole) indicare un sistema economico concreto e particolare, come si diceva poc’anzi, perché non è sua competenza, questo non significa che in essa si rinunci ad offrire una progettualità economica germinale, compresi alcuni profili di istituzioni storicamente riconoscibili, che le danno corpo e volto, senza tuttavia consacrarli definitivamente, semmai segnalandoli come linee guida.

Il primato della politica e la globalizzazione del libero mercato

Il libero mercato – da non confondere, come appena sottolineato, con il liberismo economico –, quando raggiunge fini buoni di utilità economica; quando è orientato dai vari soggetti sociali alla crescita plenaria e planetaria; quando è rispettato nelle sue leggi, pena la sua destrutturazione e l’involuzione economica dei Paesi, è un bene da universalizzare e da rendere accessibile a tutti (28). Sia la CA che la CIV affermano che il libero mercato realizza efficacemente un tipo di solidarietà che né lo Stato né la società civile sono in grado di attuare.

Il mercato è un potente strumento non solo per utilizzare al meglio le risorse, ma anche per risolvere, secondo un suo ordine, tanti problemi concreti. Proprio per questo va globalizzato, nonostante i limiti intrinseci che rendono necessaria la sua integrazione da parte dello Stato e della società civile.

Ma, se è vero che, sul piano nazionale, il libero mercato, pur essendo necessario, mostra chiaramente di essere insufficiente ed imperfetto per lo sviluppo integrale e sostenibile – infatti, appare inadatto (cfr. CA n. 34), quasi cieco (cfr. CA n. 40) rispetto a bisogni non solvibili, che non dispongono di un potere d’acquisto, e rispetto a quelle risorse che non possono essere oggetto di compravendita –, ciò vale ancor di più sul piano mondiale per quanto riguarda i bisogni basilari e i beni collettivi, quali la fraternità e la pace, la salvaguardia del creato, ivi comprese le risorse non rinnovabili.

Anche su questo piano, dunque, il libero mercato dev’essere integrato dagli Stati e dalle società civili. È necessario che i tre soggetti − mercati, società civili e Stati − siano coordinati ai fini di un’orientazione efficace dello sviluppo economico globale verso il progresso sociale e qualitativo, verso il bene comune della famiglia umana. Proprio in vista di questo obiettivo, tenendo conto della globalizzazione del ruolo, dell’incidenza e della dinamica delle attività finanziarie, è necessario colmare quel vuoto di governo politico che si è determinato nei confronti dell’economia, ai fini di uno sviluppo plenario, planetario, democratico, popolare, partecipato, ossia realizzato secondo i principi della fraternità e della trascendenza, della solidarietà e della sussidiarietà, e non certo in vista di un totalitarismo mondiale e di pianificazioni di tipo collettivistico (29).

Economia, crescita e vigilanza

L’assenza di regole e specialmente di controlli, di trasparenza e di legalità, che la tempesta finanziaria ha posto in luce, è nata non solo dall’incuria e talvolta dalla complicità dei politici, ma anche dall’asimmetria tra la crescita di un’economia globale e la mancanza di istituzioni di vigilanza. Il ruolo di orientare lo sviluppo economico verso il progresso sociale era svolto, sino a ieri, dagli Stati nazionali, facendo quadrare il cerchio della compatibilità tra sviluppo capitalistico, democrazia politica e coesione sociale. Oggi non è e non può più essere così, sebbene gli Stati restino nodi essenziali della rete istituzionale, di cui necessita il government della globalizzazione economica. L’esercizio dell’autorità politica va esteso su un piano più alto, senza tuttavia cancellarne le istanze locali.

L’autorità deve poter esercitare la sua funzione di controllo, di regolamentazione, di orientamento, di decisione, di promulgazione delle leggi (30). Oggi, è proprio questo il nodo cruciale sul piano nazionale oltre che regionale e mondiale. In più occasioni, non ultima quella dell’attuale crisi finanziaria, il mondo si è mostrato interdipendente e anche impotente rispetto al controllo di fenomeni transnazionali che danneggiano profondamente popolazioni ed economie intere. «In società altamente complesse, interdipendenti ed economicamente sempre più globalizzate, le regole spanentano, o rispanentano, più necessarie che mai. La viabilità cittadina è sempre più ingorgata e deve essere disciplinata. Le banche non sorvegliate sono libere di fallire a danno dei depositanti. Il mercato finanziario è sempre più infestato da imbroglioni che vanno imbrigliati. L’inquinamento dell’atmosfera, la deforestazione selvaggia, lo sfruttamento a gogò dell’acqua, tutte queste cose richiedono severi controlli. Così come vanno controllate le medicine e, ormai, la produzione del cibo […]. L’alternativa non è tra intervenire o no, è tra capacità di “buoni interventi o no”» (31).

Fallimento del G8

È sempre più chiaro che il «G8» è andato in pensione per inadeguatezza. Rispetto alla gravità e alle proporzioni delle questioni mondiali, appare più commisurato il «G20», poiché non si può più governare il mondo senza coinvolgere le nuove potenze: Cina, India ed altri Paesi emergenti. Resta tuttavia pregiudiziale la questione se basti una governance, a cui molti si appellano e che vede gli Stati trattare su un piano di parità, o se non sia anche necessario il riconoscimento di un government, autorità super partes, che possa far rispettare quanto viene deciso e sanzionare coloro che non ottemperano alle disposizioni emanate (32). Dove, infatti, potrebbero farsi sentire i vari Paesi più poveri se non in un’Assemblea generale delle Nazioni Unite riformata e consolidata nel suo ruolo?

Senza il rafforzamento di istituzioni mondiali, responsabili di fronte a tutta l’umanità e agenti nell’interesse dei popoli e del bene comune a livello planetario, rimarrebbero utopistici il coordinamento e la regolamentazione di quegli Stati o gruppi di superpotenze che coltivano aspirazioni di egemonia imperialistica o velleità autarchiche. Parimenti, sarebbero pregiudicate la promozione di un ordinamento giuridico mondiale del bene comune, e l’orientamento della globalizzazione verso uno sviluppo plenario e sostenibile (cfr. CIV n. 67) (33). La politica mondiale finirebbe per cadere nella rete di logiche non dissimili da quelle di un’economia di mercato di tipo neoliberista, mentre il diritto internazionale, limitato a funzioni di coordinamento interstatale, rispecchierebbe, senza intaccarle, le costellazioni di potere che ne sono alla base.

Se occorre muoversi per gradi, in vista del governo della globalizzazione economica, bisognerà puntare nell’immediato alla costituzione di autorità politiche democratiche almeno su piani circoscritti: europeo, latinoamericano, nordamericano, africano, asiatico.

L’intervento degli Stati nel mercato alla luce della giustizia sociale

Per la DSC, l’economia sociale non esclude l’intervento dello Stato, a condizione che sia funzionale alla crescita della proprietà privata e al rafforzamento del libero mercato nel contesto del bene comune.

Dopo le varie esperienze dell’interventismo statale, tipico sia dello Stato del benessere occidentale spanenuto gradualmente Stato assistenzialistico, sia degli Stati collettivistici (34); dopo la deregolamentazione dei mercati, la condanna dei protezionismi e l’abolizione quasi categorica degli aiuti di Stato, la forza dirompente dei recenti eventi finanziari sta obbligando a rivedere le dottrine o i dogmi dell’intervento statale minimale, della piena autonomia e dell’autoreferenzialità del mercato rispetto alla politica.

Sino a ieri, in Europa si affermava ad esempio che l’intervento statale, a sostegno di banche e di imprese, costituiva una grave distorsione del mercato. Dopo la recente tempesta finanziaria, invece, con una sorta di inversione di marcia, si è giunti a dire che tale intervento è necessario e doveroso. Mentre, prima, la parola d’ordine era la privatizzazione delle banche di Stato e delle imprese pubbliche, persino negli Stati Uniti, patria del neoliberismo più spinto, si è assistito alla nazionalizzazione di alcuni giganti del prestito immobiliare, all’erogazione di aiuti statali alle grandi industrie automobilistiche. Così, abbiamo visto che anche in Europa si è ricorsi ad analoghe soluzioni per riequilibrare le condizioni del mercato automobilistico e non solo, contravvenendo in parte a precedenti decisioni di politica economica assunte a Maastricht.

Ruolo dell’intervento statale

Quanto è avvenuto recentemente, a velocità impressionante, deve indurre alla cautela e anche all’abbandono di falsi pregiudizi rispetto all’intervento statale, che va inteso non solo come regolatore e condizionatore esterno del mercato, ma anche – piaccia o non piaccia – come attore protagonista che, con la sua attività in campo economico, con le sue leggi e le sue politiche, contribuisce a costituirlo e a favorirne un’esistenza ministeriale al bene di tutti. Non sono da ostracizzare – e già lo avevano insegnato le forze riformiste di ispirazione liberale, cattolica e socialista nel secondo dopoguerra del Novecento –, un intervento statale in funzione antioligopolistica e liberatrice dei mercati, compiuto in tutta trasparenza e senza intrusività distorsive (35).

Secondo il magistero sociale, è necessario che l’intervento statale sia commisurato alle necessità storiche, ossia secondo un principio di sussidiarietà inteso in modo flessibile. Non deve essere residuale o marginale, ma efficace e, proprio per questo, non semplicemente di controllo o di vigilanza, garante della sola giustizia commutativa.

Tra i fini dello Stato vi è anche il conseguimento della giustizia sociale. Ciò lo autorizza, sulla base di decisioni democratiche, ad intervenire efficacemente per promuovere il libero mercato, la libera iniziativa e lo sviluppo economico compatibilmente al rispetto dell’ambiente, nonché per realizzare un’equa distribuzione del reddito nazionale e delle opportunità.

A fronte di gravi situazioni, che vedono la stagnazione dello sviluppo e l’aumento a dismisura della disoccupazione, non sembra che il precedente magistero e la stessa CIV suggeriscano che ci si debba attenere drasticamente alla visione ideologica che lo Stato deve fare lo Stato e il mercato deve fare il mercato e che, quindi, lo Stato non può, assolutamente mai, essere imprenditore. Qualora gli istituti creditizi non siano solvibili e quindi non possano offrire credito a chi ne faccia richiesta per vivere e sviluppare la propria attività, lo Stato, senza contraddire alla sussidiarietà, nell’impossibilità di un intervento dei privati, potrebbe temporaneamente nazionalizzare, in toto o in parte, le banche fallimentari, bonificarle, ponendo loro condizioni precise di gestione e di offerta del credito. Secondo la dottrina sociale della Chiesa occorre evitare un pensiero unico, ideologizzato. Anche in un contesto di globalizzazione in cui l’autorità e l’efficacia degli Stati-nazione sono profondamente erose, l’alternativa non si pone tra intervento statale e automatismi di libero mercato. Le soluzioni vanno cercate senza esaltazione o esclusione di uno dei poli, ma tenendo presenti le molteplici sfaccettature dell’area economica. Alla luce dell’esperienza, risulta che lo Stato non è esposto a un maggior rischio di fallimento rispetto al mercato. Ogni volta che si verificano asimmetrie informative e/o mercati incompleti, cioè quasi sempre, senza un intervento statuale non possono essere raggiunte allocazioni efficienti da parte del mercato. A fronte di situazioni complesse, il punto cruciale non è tanto scegliere tra intervento pubblico e mercato, ma riconoscere, tra le molte varianti possibili dell’uno e dell’altro, la combinazione a un tempo più efficiente e più equa. Lo Stato non è superfluo per il buon funzionamento del mercato, dato che, anche per creare o alimentare la concorrenza, sono necessarie istituzioni pubbliche adeguate (36).

L’impegno di superare la finanziarizzazione dell’economia, ovvero una finanza regolata: non bastano nuove tavole di regole, i cosiddetti «global legal standard»; per un nuovo ordine mondiale occorrono comportamenti e modelli virtuosi

Per superare l’attuale crisi finanziaria ed economica occorre agire in profondità, ricucendo il rapporto tra economia, finanza e politica, affidando a quest’ultima un compito di regolazione ed orientamento sul piano nazionale e sovranazionale (37).

Se nuove regole del gioco dovranno esserci per rendere i mercati più trasparenti – regole che vietano i contratti speculativi, i paradisi fiscali, gli strumenti atipici, i bilanci opachi, ecc. –; se, a seconda delle spanerse situazioni nazionali, sono necessarie politiche ed aiuti pubblici atti a contrastare gli effetti devastanti delle crisi finanziarie, non ci si potrà però aspettare, secondo la CIV, che la stabilità e la floridezza dei mercati finanziari provengano automaticamente solo dall’applicazione di tali regole e politiche, dall’incentivazione della domanda, dagli aiuti statali o dall’osservanza dei codici comportamentali, dalle riforme delle istituzioni e dei sistemi finanziari e monetari internazionali.

Nella sua essenza, la finanza è un fatto fiduciario che deve reggere nel tempo. Ha bisogno prima di tutto della responsabilità etica e sociale delle persone che quotidianamente vi operano. Ha bisogno che si superi l’obiettivo di profitti a breve termine, facilmente rischiosi, ma soprattutto la cattiva prassi dei profitti frutto di frode, invalsi nell’economia «di carta» per lo più speculativa, per inspaniduare occasioni di investimento che siano solide, reali(38) . Pertanto, è urgente un’opera di formazione delle coscienze degli operatori finanziari, delle famiglie, dei cittadini.

Fiducia, trasparenza, regole

«I mercati finanziari – ha affermato con molta pertinenza una Nota della Santa Sede, qualche mese prima dell’enciclica sociale di papa Benedetto, alla vigilia della Conferenza promossa dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite a Doha – non possono operare senza fiducia; e senza trasparenza e senza regole non ci può essere fiducia. Il buon funzionamento del mercato richiede dunque un importante ruolo dello Stato e, dove appropriato, della comunità internazionale nel fissare e nel far rispettare regole di trasparenza e di prudenza. Si deve ricordare, però, che nessun intervento di regolazione può “garantire” la sua efficacia a prescindere dalla coscienza morale ben formata e dalla responsabilità quotidiana degli operatori del mercato, specie degli imprenditori e dei grandi operatori finanziari. Le regole di oggi, essendo disegnate sull'esperienza di ieri, non necessariamente preservano dai rischi di domani. Così, se anche esistono buone strutture e buone regole che aiutano, occorre ricordare che da sole non bastano, l'uomo non può mai essere cambiato o redento semplicemente dall'esterno. Occorre raggiungere l'essere morale più profondo delle persone, occorre una reale educazione all'esercizio della responsabilità nei confronti del bene di tutti, da parte di tutti i soggetti, a tutti i livelli: operatori finanziari, famiglie, imprese, istituzioni finanziarie, autorità pubbliche, società civile. Questa educazione alla responsabilità può trovare un fondamento solido in alcuni principi indicati dalla Dottrina sociale, che sono patrimonio di tutti e base di tutta la vita sociale: il bene comune universale, la destinazione universale dei beni, la priorità del lavoro sul capitale» (39).

Crisi e cause

Ad ogni buon conto, la grave crisi finanziaria, esplosa in tutta la sua virulenza nella seconda parte del 2008, va letta in profondità come un sintomo grave che richiede di intervenire sulle cause (40). Per risolverla non bastano piccoli ritocchi o nuove regole internazionali, che peraltro sembra che gli Stati stentino ad adottare, se poi si lasciano inalterati gli stili di vita di tipo consumistico ed utilitaristico, e le politiche che li hanno favoriti. Non basta – ricorda la CIV – che si sviluppino «segmenti» di finanza etica, come conti e fondi di investimento. È sempre controproducente porre rattoppi nuovi su un vestito vecchio (cfr. Mc 2,21). Occorre cambiare mentalità, superare l’idolatria del denaro e prassi usuraie da parte delle stesse banche, abbracciare la sobrietà e la solidarietà col connesso bene comune . Si deve rivedere in maniera profonda il modello di sviluppo materialistico e consumistico (41). Va ripensata tutta la finanza in termini più etici (cfr. CIV n. 45) (42), senza moralismi (43), senza demonizzazioni unilaterali degli stessi derivati, che sono semplici strumenti (44), che possono essere utilizzati nel bene o nel male. Si deve investire sulla crescita integrale dei più poveri, inserendoli a pieno diritto nella comunità dei popoli.

Magistero episcopale ed economia sociale di mercato altamente concorrenziale

L’espressione «economia sociale di mercato», che non si riscontra nel magistero pontificio, si trova, invece, nella già citata Dichiarazione dei vescovi della COMECE. Con tale dichiarazione i vescovi intendono pronunciarsi sul concetto di «economia sociale di mercato altamente concorrenziale», che fa parte degli obiettivi del Trattato dell’Unione Europea (=UE). L’intento è quello di contribuire − facendo leva sul patrimonio culturale greco-romano, biblico e teologico del cristianesimo, nonché su quello sapienziale della DSC −, ad evidenziarne i fondamenti antropologici ed etici, ad animarlo e a concretizzarlo nell’attuale contesto storico.

I vescovi della COMECE ritengono che tale concetto di economia è indispensabile affinché l’UE spanenti una stabile e solida comunità di solidarietà e di responsabilità. Esso è più di un semplice modello economico, in quanto è sagomato in connessione con le politiche sociali. Collega la libertà del mercato con il principio della giustizia e con il comandamento dell’amore del prossimo.

Per la configurazione di un’economia sociale di mercato europea, i vescovi attingono abbondantemente alle ultime encicliche sociali, specie alla CA del beato Giovanni Paolo II e alla CIV di Benedetto XVI. Mentre innestano il concetto di un’economia sociale di mercato fortemente concorrenziale entro il tronco culturale da cui proviene la figura dello Stato sociale moderno, giungono ad affermare che un tale modello di economia non può fare a meno di iniziative di welfare libere e volontarie.

Una tale prospettiva non è aliena alla CIV. Si avvale dell’analisi dell’esperienza negativa di un eccesso di welfare statale, ma anche dell’esperienza positiva relativa alla nascita di nuove forme di imprenditorialità sociale. La solidarietà statale, prevista dall’economia sociale di mercato, è solidarietà necessaria perché le iniziative private da sole non bastano. Ma anche la solidarietà statale da sola non riesce a rispondere a tutti i bisogni delle persone. Dev’essere, allora, integrata e stimolata dalla solidarietà volontaria, da varie forme di cura e da varie istituzioni di previdenza e assistenza sociale, espresse da libere associazioni della società civile e del mercato stesso.

L’economia sociale di mercato, per porsi a servizio della giustizia e del bene comune, deve essere caratterizzata:

  • a) dall’efficienza e, quindi, dev’essere concorrenziale;
  • b) dall’intreccio con le politiche sociali;
  • c) da una dimensione ecologica.

Priorità del “sociale” sulla concorrenza

A proposito della spiccata competitività dell’economia sociale di mercato, i vescovi sottolineano che l’accento va posto sul «sociale» piuttosto che sulla concorrenza. La competizione è il mezzo, il sociale è il fine. Osservano, inoltre, che la competizione, pur essendo un valido strumento per raggiungere obiettivi di giustizia, non è un fenomeno spontaneo. Per cui, affinché il mercato sia autenticamente competitivo, occorrono:

  1. la sua regolazione, da parte dell’autorità politica, per impedire monopoli, cartelli, accordi su prezzi, abusi del potere economico o delle sovvenzioni pubbliche, ossia tutto ciò che può causare distorsioni nella competizione;
  2. un sistema monetario e finanziario stabile, che si potrà ottenere colmando il deficit della governance, della supervisione e della regolamentazione;
  3. il superamento dell’orientamento unilaterale dell’economia alla massimizzazione del profitto tramite un suo riassestamento sul piano valoriale: l’economia ha una dimensione sociale ed ecologica;
  4. un’economia che non serva solo gli interessi del capitale e in cui rischio e responsabilità siano congiunti, grazie a regole che leghino gli stipendi dei manager al successo a lungo termine e che fissino dei limiti massimi per le remunerazioni;
  5. una politica monetaria, finanziaria ed economica, che nel risanamento dei debiti statali e privati, accumulati specie durante la crisi finanziaria ancora in atto, tenga conto delle responsabilità sia dei governi sia delle banche sia di altre istituzioni finanziarie, perché a sostenerne i costi non siano i contribuenti onesti e i più poveri. Secondo i vescovi della COMECE, la tassazione delle transazioni finanziarie potrebbe essere uno strumento di giustizia sociale moderno, omogeneo al fine (45);
  6. una giusta valorizzazione dei principi dell’economia di mercato nell’organizzazione di parte dei servizi sociali e dei servizi di previdenza e assistenza alla salute, senza tuttavia che il mercato e le sue logiche interne siano introdotti in tutti gli ambiti della vita. Vi sono bisogni conspanisi e qualitativi che il mercato non può soddisfare e rispetto ai quali è cieco, specie nella famiglia, nell’ambito religioso e culturale. Pertanto, vanno posti limiti al mercato dallo Stato e, in particolare, dai cittadini e dai vari gruppi e associazioni. Ciò richiede, inevitabilmente, un grande impegno educativo.

Giustizia sociale, criteri guida

Con riferimento all’intreccio dell’economia sociale di mercato con le politiche sociali, fiscali, di bilancio, i vescovi della COMECE evidenziano il criterio guida della giustizia sociale. Se la crisi finanziaria ed economica internazionale obbliga gli Stati a rivedere i sistemi di sicurezza sociale, ad essere concorrenziali, ad evitare sprechi ed assistenzialismi, a fronteggiare diseguaglianze crescenti, gli adeguamenti in parte necessari di tali sistemi devono rispettare il principio della giustizia sociale, non erodendo il tessuto della protezione sociale. «Nell’interesse degli assistiti e del bene comune, la politica sociale dell’Unione Europea deve continuare a orientarsi coerentemente secondo i principi della sussidiarietà e della solidarietà. Più cresce il spanario fra poveri e ricchi, più spanenta necessaria e legittima la ridistribuzione, che mira ad una perequazione fra poveri e ricchi, malati e sani, giovani ed anziani». «Riguardo alla massiccia disoccupazione, la politica sociale non può limitarsi unicamente a fornire alle persone che ne sono colpite gli alimenti per il sostentamento. La disoccupazione va ben oltre la mancanza di un reddito: essa comporta un crescente senso di esclusione dalla vita sociale. Perciò, gli aiuti sociali dello Stato devono mirare a reintrodurre le persone nella vita della società» (46).

Per abbattere la disoccupazione, i vescovi della COMECE suggeriscono anche di facilitare la mobilità dei lavoratori nell’economia sociale di mercato, con un maggior allineamento dei Paesi europei in merito alla trasferibilità di diritti pensionistici supplementari, alle politiche fiscali e sociali, nonché a quelle volte al potenziamento delle famiglie e dell’educazione e al superamento delle disparità di potere e di accesso all’informazione tra i contraenti.

Con riferimento alle caratteristiche essenziali dell’economia sociale di mercato, i vescovi della COMECE riconoscono che oggi si dovrebbe parlare di economia eco-sociale. Senza una sistematica integrazione del fatto ecologico non si possono raggiungere a lungo termine né la competizione economica né la giustizia sociale.

Non si tratta solo di preservare le risorse socio-economiche. Occorre ricercare una nuova determinazione etico-religiosa della relazione tra uomo e natura, e un nuovo concetto di sviluppo. La qualità dell’ambiente – bene pubblico – è una componente essenziale del modello di benessere. L’uso etico dell’ambiente naturale rappresenta una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera. Infatti, la nostra attività economica deve essere maggiormente caratterizzata dall’idea di uno sviluppo inserito nei cicli e nei ritmi della natura. Quale concretizzazione del principio economico ed etico della sostenibilità, questo richiede una spanersa relazione dell’uomo con il cibo, l’acqua e l’energia.

Riflessioni conclusive

Dalla breve analisi della Dichiarazione dei vescovi della COMECE emerge che l’ideale storico e concreto di un’economia sociale di mercato altamente concorrenziale è in linea con la prospettiva dell’economia sociale prospettata dai pontefici.

Sebbene tale ideale sia sicuramente meglio specificato dal punto di vista storico e da quello degli strumenti e delle politiche, esso rimane, però, ancora su un piano di indeterminazione. Infatti, non indica un particolare e ben definito sistema economico.

Pertanto, anche il magistero episcopale della COMECE riflette la tipicità della DSC, che non ha la competenza di proporre sistemi economici definiti in ogni dettaglio applicativo. I problemi hanno spesso più di una soluzione, per cui, entro la stessa prospettiva di un’economia sociale di mercato si possono immaginare più sistemi economici particolari.

La DSC, sia pontificia sia episcopale, indica quei riferimenti antropologici ed etici, quella progettualità germinale che devono essere sempre tenuti presenti nei vari contesti storici, nei vari sistemi economici esistenti, in vista di un ideale di economia sociale di mercato fortemente concorrenziale, ossia di un’economia a servizio del bene comune.

Come non esiste il capitalismo, così non esiste la economia sociale di mercato. Possono, dunque, esistere più capitalismi, più economie sociali di mercato concrete. La DSC offre quel patrimonio culturale, antropologico ed etico, quell’umanesimo, quella progettualità germinale, che sono indispensabili per animare e concretizzare i vari progetti di economia sociale di mercato in maniera coerente con la dignità dei popoli e con il fine del bene comune. Spetta ai credenti e agli uomini di buona volontà raccogliere la sfida di realizzare una forma di economia sociale di mercato funzionale alla crescita dell’Unione Europea. La DSC va riletta, incarnata, sviluppata nei vari contesti storici.


1 Cfr., ad esempio, il libro di F. FELICE, L’economia sociale di mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2008. Ma si veda anche G. TREMONTI, Uscita di sicurezza, Rizzoli, Milano 2012, p. 157; S. GOULARD-M. MONTI, La democrazia in Europa, Rizzoli, Milano 2012, p. 87. Utile per comprendere il dibattito attorno all’economia sociale di mercato è il volume L’economia sociale di mercato e i suoi oppositori, a cura di Francesco Forte, Flavio Felice e Clemente Forte, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2012.L’economia sociale di mercato non è propriamente, come qualcuno ha suggerito, il sistema economico proposto dalla Dottrina sociale della Chiesa, per il semplice fatto che questa non ne indica nessuno. Data la sua vicinanza valoriale e progettuale ai contenuti del Magistero sociale, può considerarsi piuttosto una delle tante concretizzazioni in cui possono trovare incarnazione le prospettive offerte dai pontefici. A proposito del concetto di «economia sociale di mercato», ci pare ancora attuale quanto ha scritto spanersi anni fa Theodor Herr in un suo manuale di dottrina sociale: «Il concetto di “economia sociale di mercato” si avvicina senza dubbio sotto molti profili alle esigenze di base della dottrina sociale cattolica; ma non può con questo essere definita come un concetto economico cattolico. Non è permesso definire come cattolico un particolare ordinamento economico, poiché non è compito della dottrina sociale stabilire un ordinamento concreto. Nulla si oppone però a che lo scopo della dottrina sociale cattolica e dei suoi principi etico-economici si realizzi nel concetto di “economia sociale di mercato”. Questo suppone però che un simile ordinamento economico si guadagni permanentemente l’appellativo di “sociale”, e non lo utilizzi invece come alibi per una tattica economica priva di scrupoli. Non tutto ciò che si usa encomiasticamente definire come “economia sociale di mercato” merita effettivamente questo attributo. Spesso il discorso relativo alla “economia sociale di mercato” rappresenta solo la foglia di fico della lotta contro le riforme socio-politiche e un espediente per scaricare la coscienza sociale» (TH. HERR, La dottrina sociale della Chiesa, con saggio introduttivo di Giuseppe Angelini, Piemme, Casale Monferrato [AL] 1988, pp. 72-73).

2 COMECE, Una Comunità Europea di solidarietà e di responsabilità, in «Il Regno-Documenti» 3 (2012), pp. 102-111.

3 Sull’economia civile si veda almeno AA. VV., Il terzo settore tra economicità e valori, B. GUI (ed.), Gregoriana, Padova 1997; AA.VV., Non profit come economia civile, S. ZAMAGNI (ed.), Il Mulino, Bologna 1998.

4 Cfr. PIO XI, Lettera enciclica Quadragesimo anno(15.05.1931), in AAS 23 (1931) 177-228, n.76 (= QA).

5 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus annus (01.05.1991),Tipografia Poliglotta Vaticana, Città del Vaticano 1991, n. 52 (= CA).

6 «Giacché allora l’economia sociale – si legge nella QA − veramente sussisterà e otterrà i suoi fini, quando a tutti e singoli i soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare ai bisogni e alle oneste comodità, sia promuovere tra gli uomini quella più felice condizione di vita, che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce (cfr. S. TH., De regimineprincipum, 1,15; enc. Rerum novarum, n. 27)» (QA n. 76).

7 PIO XII, Radiomessaggio nel 50° della «Rerum novarum» (01.06.1941), nn. 15-16, in AAS 33 (1941) 195-205, parzialmente riportato in I documenti sociali della Chiesa. Da Pio IX a Giovanni Paolo II, I/Dal 1864 al 1965, R. SPIAZZI (ed.), Massimo Milano 19882, pp. 421-438 (= RMRN).

8 Si veda in special modo GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis (30.12.1987), n. 41,Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1988; CA n. 43.

9 Cfr. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (19.06.1009), n. 67, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009 (= CIV).

10 Per questo aspetto, si veda anche R. RINCON ORDUÑA, Los sistemas económicos in Manual de Doctrina social de la Iglesia, pp. 587-611. Per quanto sin qui detto, non sembrano dunque conspanisibili le posizioni di Domenico Fisichella (cfr. il suo Dilemmi della modernità nel pensiero sociale, Il Mulino, Bologna 1993, specie il capitolo VI), secondo il quale la scelta dell’ISC o DSC per la libertà di mercato equivale in concreto alla scelta di un sistema economico. Una critica pertinente alle posizioni espresse da Fisichella si può reperire in «La Società», 3 (1994) 663-665, per la penna di Stefano Fontana. In una delle sue più recenti opere, Michael Novak da una parte afferma chiaramente che i pontefici non propongono modelli o sistemi economici, dall’altra giunge a dire che Giovanni Paolo II si esprime a favore di un «capitalismo regolato» (cfr. M. NOVAK, L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo, Comunità, Milano 1994, rispettivamente p. 154 e p. 145). Il linguaggio usato, se non accompagnato da opportune precisazioni, può prestarsi ad equivoci.

11 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem exercens (14.09.1981), nn. 13-14, in AAS 73 (1981) 577-647 (= LE).

12 Sul tema del mercato nell’ISC, si veda D. MELÉ, El mercado in Manual de Doctrina social de la Iglesia, pp. 485-509.

13 Cfr. Editoriale: Il capitalismo nell’enciclica «Centesimus annus» in «La Civiltà Cattolica», (1991) 429.

14 È da notare, a questo proposito, che l’accettazione del capitalismo qui descritto non equivale al¬l’accet¬tazione di un sistema economico vero e proprio, ma ‘ solo l’accettazione e l'indicazione di una prospettiva economi¬ca generale (cfr. M. TOSO, «Centesimus annus: frontiere del¬la «nuova evangelizzazione», pp. 13-87, specie pp. 57-60).

15 Terzo settore, non profit, profit sono espressioni oramai di uso comune che entrano per la prima volta in un’enciclica sociale. Sul modo in cui nell’economia si possa essere mossi non solo da interessi personali e dal profitto ma anche dal desiderio di aiutare gli altri, dalla solidarietà e dalla gratuità si leggano, fra gli altri, L. BRUNI -S. ZAMAGNI, Economia civile, Il Mulino, Bologna 2004;L. BECCHETTI, Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Città Nuova, Roma 2009; L. BRUNI, L’impresa civile, Egea, Milano 2009.

16 «[…] il mercato – scrive Benedetto XVI nella CIV, pensando anche all’attuale crisi finanziaria –, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave» (CIV n. 35).

17 L’economia di mercato, come mostrano l’esperienza storica e la scienza economica, appare una forma d’interazione profondamente consona alla natura umana. Secondo una riflessione filosofica, ciò è conseguenza del fatto che essa ha un fondamento antropologico, il quale è all’origine della sua stessa utilità ed efficacia.

18 «L’economia integrata dei giorni nostri non elimina – si legge nell’enciclica – il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze» (CIV n. 41).

19 Cfr. U. BECK, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, Roma 1999, pp. 18-19.

20 Cfr. PAOLO VI, Populorum progressio (26.03.1967), n. 24. Il testo latino si trova in AAS 59 (1967) 257-299 (= PP). Per il testo italiano e la numerazione seguiamo, per comodità, R. SPIAZZI (ed.), I documenti sociali del¬la Chiesa, Da Pio IX a Giovanni Paolo II,II/Dal 1967 al 1087, Massimo, Milano 19882.

21 Per comprendere il senso della parola «casta» occorre, forse, rifarsi al volume di S. RIZZO-G. A. STELLA, La casta. Così i politici sono spanentati intoccabili, Rizzoli, Milano 2007.

22 Cfr. AA.VV., I cattolici, l’economia, il mercato, P. BARUCCI (ed.), Rubbettino, Roma 2008, pp. 224-227.

23 Qualcuno avrebbe desiderato che la CIV fosse maggiormente vincolata all’attuale crisi finanziaria, per analizzarla nei suoi molteplici risvolti e offrirne soluzioni dettagliate. In realtà l’enciclica, pur non ignorandola e non sottovalutandola, non vi si appiattisce. Peraltro, la stessa Quadragesimo anno, promulgata a ridosso della crisi della borsa di New York del 1929, non vi dedica un capitolo. La CIV, com’è nello stile delle encicliche, offre piuttosto un quadro complesso di principi, di criteri di giudizio e di orientamenti pratici, che aiutano a leggere la crisi attuale, a giudicarla e a risolverla operando su più piani, grazie a molteplici competenze, che tuttavia esulano dall’ambito della Dottrina sociale della Chiesa.

24 Sugli effetti negativi di un capitalismo «consumistico» sull’ambiente e sullo sviluppo sostenibile potrebbe tornare utile, senza peraltro doverne sposare tutte le tesi, la lettura del volume di S. LATOUCHE, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2009. Si veda anche, con eguale senso critico, A. GORZ, Ecologica, Jaca Book, Milano 2009, specie pp. 85-100.

25 Sulla crisi finanziaria 2008-2009 si legga almeno J. ATTALI, La crisi, e poi?, Fazi Editore, Roma 2009.

26 Una proposta di riforma del capitalismo contemporaneo che ha portato alla recente recessione economica è avanzata, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, da R. MARX, Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato, Rizzoli, Milano 2009.

27 Cfr. M. TOSO, Capitalismo e dottrina sociale della Chiesa, in ID., Verso quale società? La dottrina sociale per una nuova progettualità, LAS, Roma 2000, pp. 453-459. Secondo Ernst-Wolfgang Böckenförde, il capitalismo contemporaneo è fallito a causa del principio funzionale che ne ha animato il sistema, ossia di quell’esteso inspanidualismo in materia di proprietà che ha fatto del profitto dei singoli una realtà potenzialmente illimitata. I mali del capitalismo contemporaneo finiranno, quando al posto dell’inspanidualismo sarà posta come base della sua strutturazione la solidarietà degli uomini nel loro vivere insieme e in competizione (cfr. E.-W. BÖCKENFÖRDE, L’uomo funzionale. Capitalismo, proprietà, ruolo degli Stati, in «Il Regno» [15 maggio 2009], pp. 289-291). La CIV sembra porre senz’altro la solidarietà, ma prima ancora la fraternità, a fondamento dell’economia.

28 Il libero mercato, che è un fenomeno originariamente umano, può essere disumanizzato dagli stessi soggetti che lo pongono in essere. Proprio per questo, non essendo un processo meramente naturale, va animato da comportamenti etici ed organizzato secondo regole giuste. Quando è informato dalla giustizia sociale e spanenta uno strumento efficace di coordinamento degli interessi verso il bene comune, il libero mercato va reso accessibile a ogni popolo, a tutta la famiglia umana. Il fatto che esso sia riconosciuto come il sistema più efficiente per l'allocazione delle risorse, non significa che ciò avvenga sempre secondo giustizia. È da prevedere, allora, un intervento statale che finalizzi il mercato verso risultati che soddisfino le varie esigenze della giustizia.

29 Parlare di ritorno al primato della politica non significa, come qualcuno teme, riproporre quella pianificazione totale dell’economia che a lungo andare si è mostrata fallimentare sia per la libertà del mercato e per la produttività, sia per la giustizia sociale. Vuol dire, piuttosto, ripristinare, da parte dell’autorità politica, le funzioni di controllo, di orientazione su attività finanziarie ed economiche affinché, senza svigorire la loro efficienza, risultino di valido aiuto per la realizzazione del bene comune.

30 Su questo ci permettiamo di rinviare a M. TOSO, Globalizzazione della democrazia e della vita buona, in «Studium», 104/6 (novembre-dicembre 2008), pp. 811-835.

31 G. SARTORI, Democrazia. Cosa ‘, Rizzoli, Milano 20079, p. 366.

32 Su questo si veda M. TOSO, La dimensione universale del bene comune, in «Studium», 104/3 (maggio-giugno 2008), pp. 331-364, specie pp. 353-357.

33 «Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge – afferma chiaramente Benedetto XVI – la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale ‘ stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti. Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti » (CIV n. 67).

34 Sull’esperienza dello Stato del benessere, sulla sua evoluzione e crisi, sulle possibili soluzioni, può tornare utile la lettura di M. TOSO, Welfare Society. La riforma del welfare: l’apporto dei pontefici, LAS, Roma 20032.

35 Cfr. su questo G. SAPELLI, La crisi economica mondiale, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 51.

36 Cfr. anche J. E. STIGLITZ, In un mondo imperfetto. Mercato e democrazia nell’era della globalizzazione, L. PENNACCHI (ed.), Donzelli, Roma 2001.

37 Sul tema delle crisi finanziarie odierne si leggano A. BERRINI, Le crisi finanziarie, Monti, Saronno (VA) 20082; M. ONADO, I nodi al pettine, Laterza, Roma-Bari 2009. Secondo il prof. Onado, la crisi finanziaria in atto non va affrontata in termini moralistici, perché al cuore vi è anche un problema di regole, di comportamenti conseguenti, di vigilanza sui processi. Non solo. A complemento del discorso di Onado, si può aggiungere che, quando si voglia parlare di etica economica, si deve tener presente che non si può fare a meno della conoscenza tecnica delle leggi economiche. Una morale economica che le ignori rischia di essere declamatoria e di girare a vuoto. Peraltro, pensare di effettuare un approccio scientifico all’economia senza l’etica, immaginando che l’economia non sia determinata dagli uomini, ci espone alla non scientificità, perché non esiste un’economia senza le persone concrete che la pongono in essere.

38 Cfr. S. BERETTA, Chi paga il costo della crisi, in «L’Osservatore Romano» (sabato 20 settembre 2008), p. 1.

39 PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Un nuovo patto per rifondare il sistema finanziario internazionale, in «L’Osservatore Romano» (domenica 23 novembre 2008), p. 4.

40 Cfr. BENEDETTO XVI, «Angelus» del 1 gennaio 2009, in «L’Osservatore Romano» (venerdì e sabato 2-3 gennaio 2009), p. 1.

41 Sulla sobrietà come virtù dimenticata da recuperare specie oggi, cfr. D. TETTAMANZI, Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l’aiuto della Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2009, pp. 41-53.

42 Un aiuto in tal senso è stato offerto in Italia da una serie di riflessioni raccolte in UFFICIO NAZIONALE DELLA CEI PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, Etica e finanza, EDB, Bologna 2004.

43 Per alcune riflessioni sulla finanza come ordine sociale a servizio del territorio e di uno sviluppo sostenibile mondiale, si legga M. TOSO, Verso quale società? La dottrina sociale della Chiesa per una nuova progettualità, LAS, Roma 2000, pp. 341-353.

44 I «derivati» sono fondamentali per far funzionare bene un buon business. Hanno lo scopo di copertura e di controllo dei rischi, con la funzione economica di dare stabilità al mercato. Non si tratta, quindi, di discriminarli in maniera assoluta e generalizzata. Ciò che è ultimamente decisivo è l’uso buono e prudente che dev’essere fatto degli strumenti finanziari moderni. Perché si possa usufruire di uno sviluppo integrale e sostenibile, sono necessarie sia una finanza giusta sia le virtù morali delle persone che vi operano. La finanza deve costituirsi come «istituzione» etica, ossia come «sistema» in cui la giustizia incarnata, oltre che vissuta dai vari soggetti come virtù morale. Soltanto se la giustizia e il bene comune si istituzionalizzano nella finanza, l’agire degli operatori può orientarsi efficacemente secondo termini di giustizia. In una società, le istituzioni – assetti durevoli di relazioni, regole, procedure e norme – qualora siano giuste, anche quando mancano le virtù dei singoli spanentano garanzia, sia pure solo entro certi limiti, di un certo livello di umanità, di libertà e di pace. Le istituzioni giuste, non esclusa la finanza, facilitano l’agire virtuoso dei cittadini e svolgono nel contempo un compito educativo. Va, però tenuto presente che sia l’istituzione-mercato sia l’istituzione-finanza, come del resto altre istituzioni (il sistema giuridico, la democrazia, ecc.), non possono mantenersi giuste senza le virtù dei singoli e dei popoli. Infatti, la «sostanza etica» che incarnano può essere gradualmente vanificata da comportamenti viziosi o immorali.

45 In questo e in altri punti i vescovi della COMECE rispecchiano le Riflessioni del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace dal titolo Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, 3.a ristampa.

46 COMECE, Una Comunità Europea di solidarietà e di responsabilità, in «Il Regno-Documenti» 3 (2012), p. 109.