n. 3 - 2013 n. 1 - 2014

La riorganizzazione del capitalismo finanziario

di Emmanuele Emanuele

Economista - Presidente Fondazione Roma

Capitalismo e democrazia

L’evoluzione del capitalismo, il modello di sviluppo che in conseguenza della prima sta emergendo, nonché gli effetti prodotti sulle democrazie occidentali sono stati oggetto di approfondita analisi da parte della letteratura mondiale, ma è quanto mai opportuno tornare a riflettere sul tema, perché solo da una corretta consapevolezza delle cause, delle origini e degli errori compiuti nell’affrontare le sfide in atto, si può ragionevolmente ipotizzare di vincerle e di restituire prospettive di progresso economico, civile e sociale ai popoli.

Peraltro, il capitalismo e la democrazia sono stati i due veri pilastri, le due grandi forze che hanno assicurato un notevole sviluppo all’Occidente, nel periodo tra la fine della seconda guerra mondiale fino alla prima metà degli anni settanta del secolo scorso. La democrazia, con la possibilità di un ricambio e della selezione tra le classi dirigenti, ha favorito la partecipazione e la solidarietà sociale. Il capitalismo, attraverso la mobilitazione dei fattori della produzione, ha consentito grandi incrementi di produttività.

Semplificando, si può dire che la crisi attuale nasce dalla rottura di quella collaborazione costruttiva, che aveva trovato punti di convergenza anche su obiettivi condivisi, rottura generata dalla mutazione di natura essenzialmente finanziaria del capitalismo. Si tratta di un cambiamento, provocato dalla liberalizzazione del movimento dei capitali attuata all’inizio degli anni ottanta, che attribuisce alla grande impresa privata e al capitale un potere del tutto sproporzionato rispetto agli altri fattori della produzione, soprattutto al lavoro.

Il capitalismo da industriale, cioè orientato prevalentemente alla produzione di beni e servizi, diviene finanziario, con la “finanziarizzazione” dell’economia.

Sebbene la crisi attuale sia diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta, nella storia moderna il rapporto dialettico tra queste due forze, capitalismo e democrazia, che ha prodotto momenti di compatibilità e di condivisione e fasi di aspro conflitto, ha attraversato la storia dell’Occidente quanto meno dalla prima rivoluzione industriale.

La finanza è certamente un elemento strutturale del capitalismo che ha avuto un peso fondamentale nel determinare i connotati specifici delle economie e delle relative società. Ma questo elemento essenziale per la crescita dell’attività produttiva nel tempo si è snaturato. Ciò è accaduto attraverso l’espansione di strumenti finanziari innovativi di grande sofisticatezza, che hanno finito per essere essi stessi “merci”, collocate sul mercato, che spesso, a causa della loro maggiore appetibilità, sono stati preferiti a tutti gli altri, finendo per operare “indipendentemente” dal ciclo classico capitale – impresa – lavoro – territorio – prodotto, e diventando esso stesso prodotto. In altri termini, la finanza ha abbandonato la funzione primigenia, e con una mutazione genetica è diventata allo stesso tempo inizio e fine del ciclo produttivo.

Al di là però degli strumenti tecnici utilizzati nel tempo, alla finanza è stato di fatto affidato dalle classi dirigenti, nella prospettiva di combinare interessi industriali, finanziari e politici nei diversi momenti e nei diversi Paesi, il ruolo di dare coerenza alle molteplici e mutevoli strategie industriali, con l’obiettivo ultimo di favorire lo spostamento degli stock da un settore all’altro, da un Paese all’altro, che risponde all’incentivo di breve periodo a redistribuire sullo scacchiere globale il capitale industriale, privilegiando i luoghi dai quali è possibile estrarre una maggior quota di reddito da capitale da distribuire tra chi lo ha conferito sotto varia forma, incluse quelle derivanti dai processi di trasferimento-trasformazione da parte delle istituzioni finanziarie.

Per svolgere efficacemente questa funzione, la finanza ha finito per promettere agli investitori più di quanto è possibile realisticamente realizzare dal capitale industriale. È noto che le decisioni finanziarie sono prese sulla base dei rendimenti “attesi” sulle varie attività finanziarie. Se il processo produttivo non è in grado di fornire il flusso di reddito promesso, si tende ad ampliare la ricerca di nuovi settori da includere nella sfera finanziaria (ad esempio, le pensioni, i servizi pubblici, i beni comuni), o si intensifica l’attività speculativa alla ricerca di guadagni in conto capitale. I processi di redistribuzione della ricchezza che ne conseguono finiscono per favorire chi ha una migliore conoscenza del mercato e una più efficace pratica finanziaria, ovvero la grande finanza, e per generare l’aumento delle disuguaglianze.

D’altra parte, simili situazioni di tensione si traducono in un maggiore premio per il rischio richiesto ai debitori, per cui peggiorano le condizioni produttive delle imprese, ma anche quelle di bilancio degli Stati i quali, per soddisfare il fabbisogno finanziario, devono dirottare una maggiore quota delle proprie entrate al pagamento degli interessi sul loro debito.

Ceti produttivi e sistema bancario

L’impoverimento dei ceti produttivi riduce la loro capacità di consumo, e per porvi rimedio si è ricorsi ad un forte e generalizzato aumento dell’indebitamento privato, in modo che la scarsa disponibilità di risorse finanziarie venisse compensata dalla possibilità di differire il pagamento. Si presenta così all’orizzonte la fase dell’enorme espansione del debito, coincidente con quella del capitalismo finanziario, supportata da un’altra mutazione fondamentale, quella del sistema bancario. Scompare, infatti, la differenza fra banche commerciali e banche d’investimento, e questo favorisce la creazione di titoli (i famigerati “derivati”) che prendono il posto della moneta pubblica, essendo commerciabili sul mercato (anche all’insaputa degli stessi sottoscrittori). Si pensi soltanto che nel 2007 i nuovi strumenti finanziari avevano creato un’espansione della liquidità pari a circa 12 volte il PIL mondiale.

Il risultato è stato che le banche, i fondi di investimento ad alto rischio, i prodotti assicurativi per titoli di stato e societari, i derivati sono andati fuori controllo. 600.000 miliardi circa di dollari che si sono mossi senza nessuna regola, una massa monetaria non creata dagli Stati e del tutto incontrollata, che ha messo in ginocchio l’economia reale, che ogni anno segna una produzione globali di beni e servizi di soli 55.000 miliardi di dollari.

Tutto questo ha consentito che, grazie all’indebitamento, l’economia reale (l’industria, l’edilizia, il mercato dell’auto, e così via) continuasse a crescere, ma non in modo effettivo, ma solo “drogata”, creando una sorta di “bolla” inevitabilmente destinata a scoppiare.

Quando ciò è accaduto, l’ancora di salvataggio è venuta dagli Stati, contraddicendo tutte le convinzioni dominanti, secondo cui l’intervento pubblico rappresenta quasi sempre un problema, e non la soluzione, in quanto ostacola l’autonomo naturale orientamento del mercato di raggiungere il miglior equilibrio possibile.

Anche l’Italia si è data da fare in questo senso, seppur in misura fortunatamente minore rispetto a molti altri Stati, basti pensare al salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, che, con i Tremonti bond, è finito a carico della fiscalità generale. Ma la “tregua” dura poco. Le banche, dopo essere state salvate a spese dei contribuenti, ritornano sull’orlo del fallimento. Le banche centrali intervengono per iniettare liquidità, visto che l’interbancario non funziona più, ma gli istituti di credito non si scambiano più tra loro il denaro e senza l’intervento delle autorità monetarie, il mondo della finanza sarebbe di nuovo al collasso. Inoltre, appena il settore finanziario ha mostrato segni di ripresa, l’offensiva contro l’intervento pubblico e il welfare state è tornata a farsi aggressiva, perché le finanze degli Stati sono andate in crisi proprio a causa dei salvataggi effettuati (per fare qualche esempio: dal 2007 al 2011 il rapporto debito pubblico/Pil passò dal 51% al 100% in USA, dal 36 al 70 in Spagna, dal 65 all’85 in Germania, dal 64 al 90 in Francia). In tal modo, la maggior parte degli Stati occidentali è diventata ostaggio dei mercati finanziari.

Gli Stati, infatti, sono continuamente sotto scacco della finanza mondiale, che è arrivata a costruirsi agenzie di rating compiacenti, vero scandalo etero diretto, che valutano il debito sovrano ed i bilanci statuali, emettendo il verdetto finale su chi va bene o deve andare bene, e su chi va male o fa comodo che vada male.

Si tratta di una situazione che manifesta tragicamente il fallimento della presunta autonoma capacità della finanza di sostenere l’apparato industriale e di stabilizzare la situazione macroeconomica. In realtà, la finanza da sola, senza regole certe, e priva di un’autorità esterna a sé riconosciuta, finisce per operare in opposizione alle esigenze della produzione e dell’occupazione, riportando il capitalismo alla sua unica e sola arcaica funzione, quella, cioè, della ricerca del profitto a breve termine ed assurgendo al devastante ed anomalo ruolo di potenza globale, alternativa ed in competizione a quella dei governi degli Stati.

A parte qualche legittima differenza e distanza, credo che sull’analisi di quanto accaduto in così pochi anni sullo scenario mondiale ci sia una sostanziale identità di vedute, che certamente può aiutare nel momento delicato delle decisioni su cosa fare per cambiare rotta, perché andare avanti sulla strada attuale sarebbe una catastrofe.

L’Europa e la crisi

L’Europa, con le sue fragilità strutturali da me in molte occasioni evidenziate, è quella che sta pagando forse il prezzo più alto di quanto sta avvenendo, in quanto vengono messe in discussione anche quelle conquiste che fino a poco tempo fa la rendevano una delle aree più ambite e di maggior benessere a livello planetario, tra le quali vi è, innanzitutto, il modello di democrazia partecipativa che, nonostante tutto, è uno dei più avanzati storicamente sperimentati, ed il sistema di welfare, oggi visto come il principale ostacolo al risanamento dei bilanci pubblici ed alla migliore competitività dei prodotti europei.

Peraltro, l’Europa sconta un grave errore nella diagnosi dei propri problemi e, conseguentemente, nella soluzione. Come sostenuto, infatti, da Joseph Stiglitz, si è pensato che l’eccesso di spesa e di debito fossero il nodo cruciale e, pertanto, si è cercato di ridurli attraverso l’austerità. Errore imperdonabile, ora lo si vede chiaramente, perché come dimostrato anche storicamente, l’austerità casomai è riuscita a trasformare fasi di flessione in vere e proprie recessioni.

I veri problemi dell’Europa, però, sono altri: l’ambizioso progetto unitario si è allontanato dal disegno originario, per cui la cessione di sovranità è avvenuta non a favore di una dimensione sovranazionale democratica rappresentativa dei singoli popoli, bensì di un apparato tecnocratico intergovernamentale soggiogato dall’ossequio a parametri economici; non esistono politiche economiche e fiscali comuni; l’unità politica è ben lungi dall’essere realizzata; vi è un eccesso di burocrazia e di regolamentazione con costi elevatissimi (il costo dei regolamenti UE su cittadini ed imprese è stimato tra l’1 ed il 3,5 per cento del PIL complessivo dell’Europa a 27); il pesante contributo dei singoli Stati membri alla struttura comunitaria (ad esempio, l’Italia ha contribuito al bilancio UE, secondo i dati riferiti al 2011, nella misura di 15,313 miliardi di euro, pari al 12,95% del bilancio complessivo UE che ammontava a oltre 125 miliardi di euro, mentre i contributi della UE a favore dell’Italia, sempre per il 2011, sono stati pari a 8,794 miliardi di euro); i trattati sull’euro andrebbero modificati, in modo da dare maggiore libertà di manovra alla Banca centrale; l’intervento dell’Europa a sostegno di un Paese membro in crisi è sempre esiguo e sostanzialmente inadeguato.

L’occupazione da parte delle oligarchie tecnocratiche, del tutto prive di qualsiasi legittimazione democratica o responsabilità, dei ruoli decisionali a livello nazionale ed internazionale, nonché la progressiva crescente ridotta autonomia dei parlamenti statuali e degli esecutivi fino a ridurli ad una mera longa manus delle prime, accompagnata dall’oggettiva inettitudine delle classi politiche, che ha fornito valida giustificazione, hanno costruito il contesto ideale per far passare scelte funzionali agli interessi della grande finanza globale e per dar vita a quel caos del mercato che alimenta ogni tipo di speculazione.

Un esempio lampante sono i due trattati sul Meccanismo europeo di Stabilità e sul Patto di Bilancio (fiscal compact), sorti al di fuori della cornice giuridica delle istituzioni europee, per imporre agli Stati membri il trasferimento nei loro ordinamenti di regole severe, rispettivamente, sul finanziamento delle banche in crisi e sulla riduzione del debito pubblico (austerità), regole che vanno a discapito degli investimenti e di eventuali politiche votate alla ripresa ed allo sviluppo. Così, anche in Europa, seppure secondo percorsi distinti ed effetti che sono diversi tra l’area anglosassone (cui devono necessariamente associarsi gli USA), in cui il potere politico è stato sempre più restio ad ingerirsi nella sfera economica, e quella continentale, in cui si è fortemente connotato il ruolo dello stato sociale, alla fase post-industriale come sopra descritta, si assiste ad una fase post-democratica, in cui si evidenziano tutte le fragilità dei sistemi rappresentativi occidentali.

Politica e classe dirigente

In uno scenario così drammatico, appare devastante l’inadeguatezza della politica, che ha perso la capacità di guidare i processi economici e sociali, anche a causa della palese inidoneità di selezionare una classe dirigente competente e responsabile, portatrice di un disegno politico di ampio respiro, delegando questo ruolo per lo più a poteri finanziari sovranazionali, fatto che ha fortemente indebolito il modello di democrazia rappresentativa, ormai più formale che sostanziale. L’immagine che oggi offre la politica nel nostro Paese è francamente desolante: corruzione dilagante; clientelismo; inconcludenza decisionale; astrattezza dei dibattiti; elefantiasi legislativa; burocrazia asfissiante; politica economica incentrata sulla spesa pubblica, piuttosto che sul taglio di quella improduttiva e sullo sviluppo. Con queste premesse viene da chiedersi che tipo di resistenza può offrire la democrazia contro la dilagante tecnocrazia finanziaria?

Nella sfida, anch’essa cruciale, tra politica, ovvero democrazia, ed economia, ovvero finanza, ritengo che laddove la prima ritrovi la sua funzione di mediazione e regolativa, che non può però arrivare all’interventismo indiscriminato, la seconda, con gli apparati tecnocratici che la supportano, tenderà a rimanere nei limiti fisiologici di propria spettanza. Viceversa, se la politica continua a dare pessima prova ed immagine di sé, la tecno-bancocrazia avrà partita vinta.

La politica è chiamata a compiti difficili: a governare un riorientamento di fondo del modello di crescita a debito, ed in particolare per l’Italia, a ridurre l’indebitamento pubblico, ed a cogliere l’occasione per correggere le tante e vistose distorsioni che hanno pesantemente inciso sulla capacità di ripresa dell’economia, e per tornare ad investire su tutto ciò che produce valore; a mobilitare risorse ed energie per compensare le spinte recessive con nuovi stimoli a intraprendere e investire; a individuare nuove modalità di soddisfacimento dei bisogni sociali emergenti; a ricostruire un’economia socialmente e ambientalmente sostenibile.

La rapidità dei mutamenti in atto impone, però, di guardare senza più indugi al di là delle analisi, per individuare delle scelte che segnino una marcata discontinuità rispetto alla piega presa dal capitalismo finanziario, pur senza rinnegare totalmente il sistema di mercato, ma che lo riconducano ad essere in grado di accompagnare e favorire una crescita diffusa e sostenibile, che si coniughi con un più alto grado di eguaglianza e giustizia sociale.

Sulle soluzioni credo che si registri la maggiore divergenza all’interno dell’ampia letteratura che ha affrontato il tema.

È tuttavia chiaro che occorre cambiare decisamente e presto rotta, per incamminarsi verso una nuova intesa tra capitale e lavoro, affinché insieme si possa arrivare a sganciare definitivamente l’economia reale da quella finanziaria virtuale.

Personalmente, ritengo che bisogna partire dal confermare la validità del sistema di economia di mercato, ma, senza demonizzare la finanza, le banche o la globalizzazione, anche perché servirebbe a ben poco, penso anche che ci vogliono scelte coraggiose e rapide che ci allontanino dal modello anarco-liberista, che contesta in radice la presenza ed il ruolo dello Stato a favore della massima espansione delle libertà individuali e dell’assoluta indipendenza da qualsiasi vincolo e controllo sul mercato (Nozich), e ci riavvicinino ad un capitalismo manageriale che, come avvenuto dopo il secondo conflitto mondiale, torni a divenire alleato della democrazia, per lavorare con essa insieme al comune obiettivo di un sistema che, accanto ad un legittimo profitto per gli investitori, garantisca grande attenzione al capitale umano e sociale, all'innovazione, alla cultura.

Istituzioni e regole

Vista la situazione così come sommariamente descritta e sulla cui analisi la gran parte degli studiosi converge, a me sembra che un fattore chiave per uscire dalle difficoltà prodotte dal mutamento avvenuto in seno al sistema capitalistico sia il capitale istituzionale, inteso come insieme di istituzioni economiche che hanno la responsabilità di dettare le regole del gioco e far sì che vengano rispettate. Senza escludere altri fattori, quali le risorse naturali, il capitale umano e quello tecnologico, le strutture politiche, il capitale istituzionale può oggi giocare un ruolo decisivo nel riequilibrare il sistema economico a vantaggio dei fattori della produzione reale e nel ridimensionare il peso della finanza. In particolare, come sottolinea sempre il Prof. Zamagni, bisogna dare sostegno alle istituzioni di natura inclusiva, quelle, cioè, che sono in grado di includere nel processo produttivo tutti i fattori, garantendo uno sviluppo duraturo, mentre bisogna ridurre il peso di quelle estrattive, cioè delle istituzioni che, come, appunto, la finanza e la burocrazia, tendono ad estrarre il valore aggiunto creato dal sistema per trasformarlo in rendita. Questo tipo di istituzioni estrattive, peraltro, al massimo possono assicurare la crescita, ma non un vero sviluppo.

Confondere lo sviluppo con la crescita, e questo la crisi lo ha reso evidente, è stato un errore grave. Lo sviluppo autentico di una comunità è dato, infatti, da tre dimensioni: quella della crescita, quella socio-relazionale e quella spirituale. Lo sviluppo non può essere tale se tra le tre dimensioni non si creano relazioni di tipo moltiplicativo, in cui se una dimensione è annullata si annulla l'intero prodotto.

Non è affatto un caso che quello che ho appena detto sia il principio fondante dell'economia civile. E l'economia civile è, a mio giudizio, una possibile e valida strada per uscire dalla crisi.

Infatti, per accrescere la quota di istituzioni economiche inclusive è necessario dare spazio all’economia civile ed al motore di essa, quello che io chiamo “terzo pilastro”, a cui ho dedicato un intero volume uscito nel 2008, e cioè la variegata galassia del non profit, organizzazioni costituite per iniziativa spontanea dei cittadini, anche economiche, ma le cui caratteristiche principali sono l'inclusività e la capacità di creare valore aggiunto condiviso, ed autentico sviluppo. È un mondo vivace e dinamico che solo in Europa dà occupazione a più di 20 milioni di persone, delle quali oltre 4 milioni, tra dipendenti e volontari, solo in Italia; circa 235.000 sono le organizzazioni non profit nel nostro Paese, tra imprese e cooperative sociali, fondazioni e associazioni. Il volume di entrate nel 2011 si aggirava intorno ai 67 miliardi di euro, pari al 4,3% del PIL italiano (fonte Unicredit Foundation 2012).

Questa galassia di soggetti diversi che rappresenta un tertium genus rispetto sia allo Stato che al privato, portatrice di una antropologia opposta a quella dominante, individualista e materialista, che dà fiducia all’altro, che esalta il capitale sociale e quello relazionale, che costituisce un patrimonio tutto nazionale ed antico, che trova le proprie radici nel basso medioevo, allorché istituzioni ecclesiastiche, corporazioni d’arti e mestieri, confraternite e misericordie operavano insieme per assistere i bisognosi e fare credito, curare i malati e realizzare opere d’arte diventate patrimonio dell’umanità, credo sia la più rilevante novità della nostra epoca, in grado di convogliare energie, idee, progetti, responsabilità verso un sistema economico più equilibrato e votato ad uno sviluppo diffuso e stabile.

Ricostruire il modello societario

Poiché, come detto, si tratta di ricostruire ab imis il modello societario risultato fallimentare, è necessario che anche la politica, intesa in senso alto, riprenda la sua missione di governo della società, con una visione che, lasciando da parte indirizzi già sperimentati, ma inadeguati al rapido mutare del contesto di riferimento, elabori nuove, meditate e lungimiranti proposte, che non siano soggette al ricatto elettoralistico di breve termine, ma riconnettano il nesso corretto tra bisogni della collettività e servizi e beni prodotti, cercando così di ricucire lo strappo e la disaffezione evidenti nei suoi confronti da parte della maggioranza dei cittadini.

Un segnale forte in questo senso potrebbe venire, con riferimento alla situazione nazionale, proprio dal prendere atto delle grandi potenzialità insite nel “terzo pilastro”, cioè nelle forze attive, spontanee e dinamiche della società civile, e nel dare piena attuazione al dettato dell’art.118 della Costituzione, favorendo il dispiegarsi di questa “forza buona” nei settori ove lo Stato è in ritirata. È una strada che ritengo obbligata per l’Italia.

Come sarà l’economia dei prossimi anni? Se l’economia non diventa civile, il pericolo è che resti pericolosamente incivile: produca cioè sempre più disoccupazione e diseguaglianza. Ogni grande innovazione nella sfera economica e sociale è sempre stata accompagnata e preceduta da un’adeguata elaborazione culturale. Occorre fare scuola, incoraggiare il pensiero alto, investire nei giovani e nell’istruzione. La scuola è il luogo dove non soltanto si diffonde la conoscenza, ma soprattutto la si produce. Non si può distribuire ciò che non si possiede.

La sfida che ci attende, quella, cioè, di far sì che l’economia di mercato torni ad essere civile è assai impegnativa, ma ineludibile. Impegnativa perché comporta la ricostruzione delle categorie economiche, un nuovo disegno e riequilibrio dei rapporti tra istituzioni – locali, nazionali e internazionali – sistema economico e società civile, l’apertura di una stagione di grande innovazione culturale, istituzionale, personale, che sarà possibile e sostenibile solo attraverso il cambiamento dei comportamenti e degli stili di vita e il forte rilancio di un comune afflato spirituale e morale. Ineludibile perché la casa che finora ci ha ospitati è stata terremotata, e bisogna ricostruirla, possibilmente evitando gli errori del passato.

Sant’Ambrogio, ben prima di Einstein, scriveva «Felice il crollo se la ricostruzione farà più bello l’edificio» Provvidenziale, dunque, questa crisi, pur grave e pericolosa come nessun’altra, se dopo la nostra civiltà diventerà un luogo più bello e accogliente.