il rigore e la ricchezza intellettuale di Piero Malvestiti

di Virginio Rognoni
(Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura)

 

Le accorate e commosse parole di Mila che tutti abbiamo ascoltato ben potevano essere la conclusione di questo convegno. Ma sono stato invitato a portare anch’io il mio ricordo e insieme la mia interpretazione di Piero Malvestiti; lo faccio con vivissimo piacere.

Ho conosciuto il papà di Mila nel lontano 1943. Ero poco più che un ragazzo. Vivevo con grande intensità quei giorni straordinari immediatamente successivi al 25 luglio, così carichi di speranza e di incognite angosciose. Era scoppiata all’improvviso la libertà, così a lungo agognata da chi mai si era riconosciuto nel regime fascista, come mio padre e tutti in famiglia. Noi ragazzi, fino allora, poco sapevamo di chi il fascismo l’aveva combattuto nella clandestinità; sapevamo solo che c’era un antifascismo militante in Italia e fuori (ricordo quella parola conosciuta fin da bambino e che mi aveva sempre turbato: “fuoriusciti”; chi? come? perché?), uomini coraggiosi che, nei rispettivi partiti, proprio in quei giorni, venivano conosciuti dalla gente. Una irrefrenabile, quasi ingenua voglia di partecipazione a un destino comune, contagiava un po’ tutti. Sembrava che la democrazia andasse a bussare alle porte di ogni casa e vi trovasse accoglienza. Naturalmente noi ragazzi provenienti dalle file dell’Azione Cattolica e di famiglia antifascista cominciavamo a organizzarci nella DC. Anche prima del 25 luglio, attraverso l’azione di amici più anziani, si erano avuti contatti con esponenti dell’antifascismo lombardo e si sapeva delle “idee ricostruttive” di De Gasperi. In pochi giorni tutta la storia che il fascismo ci aveva rubato per tanti anni si rovesciava felicemente addosso.

Metà agosto, con Enrico Magenes, matricola alla Normale di Pisa, amico carissimo che poi sarebbe diventato matematico a livello internazionale, e prima ancora, dopo l’8 settembre, componente del CLN pavese, catturato e prigioniero politico nei Lager tedeschi. Con Magenes, dicevo, in bicicletta da Pavia a Milano; vado in via Freguglia, vicino al Tribunale, dove era lo studio dell’avvocato Edoardo Clerici, vecchio “popolare”. Ricordo una emozione fortissima. Davanti a noi avevamo, oltre a Clerici, Piero Malvestiti, Stefano Jacini, Enrico Falck: cospiratori antifascisti e anche, se vogliamo, un pezzo di quella borghesia lombarda, colta, proba, intelligente che, da sola, giustificherebbe l’opinione di una borghesia, come si è detto, classe generale del Paese. L’emozione era forte, straordinaria; così ho conosciuto Piero Malvestiti.

Lo scopo del nostro viaggio a Milano era di invitare a Pavia qualche esponente dell’antifascismo cattolico per parlarci del passato e del futuro del nostro Paese, di quella storia, appunto, che ci era stata rubata dal fascismo e che era assolutamente necessario conoscere. A Pavia, dunque; ricordo bene, nella sede della FUCI femminile, ho sentito per la prima volta un discorso di Malvestiti; una conversazione appassionata, ravvicinata, più che un discorso; giusto quello che volevamo. Qualche giorno dopo – eravamo alla fine di agosto – avremmo sentito anche Galileo Vercesi, amico di Piero, fucilato poi a Fossoli, dai nazifascisti, nella primavera del ’44.

Malvestiti mi colpì subito per il rigore e la ricchezza delle sue parole, che sembravano uscire da uno sterminato vocabolario di cui egli era sicuro padrone. È facile incasellare persone “importanti” in questa o quest’altra categoria culturale. Piero sfugge a qualsiasi incasellamento. Polemista, erudito, colto – e non sempre la cultura si accompagna all’erudizione – finissimo nella conversazione. Se c’erano momenti di retorica nel suo discorso erano momenti studiati, quasi che Piero avvertisse che in quel momento le sue parole dovessero essere più forti, più assertive, e Dio sa quanto forti e assertive erano le parole sulla libertà che in quei giorni finalmente noi volevamo sentire.

Questo il primo incontro con Malvestiti. Molte cose si possono dire di lui come uomo di cultura; certamente la sua non era una cultura accademica (quanta probità nell’orgoglio della sua professione, del suo lavoro in banca). Era una cultura che alle spalle aveva, per quello che so e che si può desumere facilmente dalle sue pubblicazioni, una mostruosa capacità di lettura; una lettura critica, intelligente, spinta da una amplissima gamma di interessi: dalla politica, certamente, alla storia, alla letteratura. Un uomo vivo e quindi, anche per la Fede che sempre gli è stata fondamentale compagna, uomo di cultura.

Dopo quella prima volta, a guerra finita, Malvestiti venne più volte a Pavia e ogni volta, prima del comizio, era ospite a casa mia. Sentivo per lui ammirazione e amicizia sincera che avvertivo essere ricambiata. Mi riusciva spontaneo così di chiedergli di trattare nel discorso che avrebbe tenuto gli argomenti che, in quel momento, più mi stavano a cuore. Uno di questi – lo ricordo perfettamente – era il problema delle “alleanze”, fondamentale per la Democrazia Cristiana. In particolare il rapporto tra la DC e i partiti laici che avevano radici nel Risorgimento: i repubblicani, i liberali, soprattutto il Partito d’Azione. Infatti una delle mie giovanili emozioni politiche è stata proprio la cultura “azionista” che durante la Resistenza veniva proposta dai libretti clandestini di “Giustizia e Libertà”. E di “Giustizia e Libertà” qui qualcuno ha parlato proprio in relazione a Malvestiti, un raccordo – se ho ben capito – per via di un comune e chiaro “volontarismo” politico. “Nell’inferno della vita entra la parte più nobile; gli altri stanno sulla soglia e si scaldano”, mi verrebbe di dire ricordando le parole in alto, sulla prima pagina del “Ribelle”, il foglio clandestino delle “Fiamme Verdi”. 

Ma domandiamoci: come arriva alla politica Malvestiti? Dopo la guerra, dove entrò volontario giovanissimo ufficiale, egli, all’inizio, fu indifferente e piuttosto scettico agli inviti della politica, turbato da compromessi e ambiguità che vedeva nei rapporti tra azione politica e azione cattolica. Piero, insomma, non si sente coinvolto dall’appello ai “liberi e forti” di Sturzo. Congedatosi dalle armi si fa piuttosto instancabile militante dell’Azione Cattolica e del movimento sindacale bianco. Più tardi, poco dopo la marcia su Roma, segnato com’era dalla guerra, diventa segretario della Unione Reduci ed è lì che conosce il fascismo, le sue squadracce, le sue violenze. La sua Unione è la prima associazione a essere disciolta dal nuovo regime, la libertà è dovunque calpestata, l’offesa al Paese è insopportabile ma le classi dirigenti e i partiti antifascisti sono deboli, invischiati anche da un gioco politico che non fa loro vedere il pericolo fascista. Il giudizio di Malvestiti è radicale anche contro questa debolezza dell’opposizione antifascista. La democrazia che ha accompagnato con le sue classi dirigenti l’unificazione del Paese non regge, i socialisti di Turati e i popolari di Sturzo non si intendono, i comunisti nati al congresso di Livorno, con le loro posizioni estremistiche, mettono paura alla borghesia e la paura diventa così un formidabile ingrediente per le fortune di Mussolini.

Contro tutto questo Piero Malvestiti cerca un indispensabile strumento per combattere il regime. Alle sue spalle non c’è la lunga storia del movimento cattolico che si dipana dentro lo Stato nazionale; c’è l’indignazione del giovane cattolico che si ribella per l’offesa che il fascismo rovescia sulla sua libertà. Ma, uomo d’azione com’è, a Malvestiti non basta l’indignazione. La organizza e così, intorno a lui, nasce il Movimento Guelfo d’Azione. “Bisognava prima di tutto scuotere il Paese, mostrargli l’abisso verso il quale il fascismo lo trascinava, ridargli la coscienza e l’onore e l’amore della libertà e il dolore e la vergogna e lo sdegno della tirannia”. Sono sue parole; nel rileggerle mi viene in mente l’ultimo Olivelli, medaglia d’oro della Resistenza, morto da martire cristiano in soccorso dei compagni nel Lager nazista di Flossenburg. Anche Olivelli, volontario in Russia, tornato in Italia riflette sulle miserie della guerra e per convinzioni religiose profonde si fa partigiano, avvertendo l’orrore di una Europa nazifascista. Alle spalle di Teresio Olivelli non vi è un’esperienza politica di militanza democratica, anzi era stato giovane fascista, ma la sua fede lo porta a essere “ribelle”; ribelle per amore della libertà. Allo stesso modo di Malvestiti, che vent’anni prima si ribella, si fa clandestino contro la dittatura fascista, fonda il Movimento Guelfo d’Azione. La scelta della libertà contro il fascismo è radicale in entrambi e per entrambi si motiva – mi pare corretto rilevarlo – con riferimenti ai valori religiosi della fede cristiana, fortissima per l’uno e per l’altro. Il Movimento Guelfo d’Azione, infatti, è per Malvestiti uno strumento di lotta politica per affermare contro gli esiti della Rivoluzione dell’89 la cristianità che l’Europa ha perduto. Più che un richiamo all’obbedienza verso la Chiesa – naturalmente c’è anche questo – c’è il richiamo ai cristiani perché, in nome della libertà e dei loro valori, escano da una sorta di timidezza e separatezza e pongano riparo alla rovina dell’Europa.

Molte cose si potrebbero dire, anche critiche, per questa generosa prospettiva, elemento identitario del Movimento Guelfo d’Azione. Qui mi preme, però, rilevare un aspetto politico importante. Sono gli anni della grande crisi; le classi dirigenti europee, già incapaci di evitare il primo conflitto mondiale, sono allo sbando, disorientate di fronte al fascismo in Italia e alle prime avvisaglie dell’avvento del nazismo in Germania. In questo scenario il Movimento Guelfo fissa il suo orizzonte ideale: il libero ritorno alla cristianità dell’ordine civile (le radici giudaico-cristiane dell’Europa?). Ampliato a questo modo il quadro della politica e dei suoi obiettivi, il Movimento che la persegue si pone decisamente sul piano europeo, non rimane schiacciato dentro lo Stato nazionale con tutti i radicalismi delle sue contrapposizioni. Sono proprio qui le radici di Piero Malvestiti, politico e statista europeo. Del resto è proprio lui che assegna al suo movimento il compito di “definire una concezione unitaria della vita sociale ed europea (…) un ordine nuovo europeo”. “Questo ordine nuovo, ieri meditazione sconfortata di filosofi o sogno luminoso di utopisti, è oggi un imperativo sentito dalla coscienza”. Del resto, non è un caso che Malvestiti, fra gli uomini che hanno fatto la lunga storia del movimento cattolico, per tutto il periodo in cui è durato il non expedit e così dall’Opera dei Congressi fino al Partito Popolare di Sturzo, non è un caso – dicevo – che Malvestiti rivolga le sue simpatie a don Davide Albertario. Albertario, poderosa figura di prete polemista, facendosi campione dell’intransigenza cattolica, ostile a ogni compromesso dopo l’“insulto” di Porta Pia, è rimasto sostanzialmente fuori da quel cammino dei cattolici italiani che si è svolto tutto dentro lo Stato nazionale.

Fondato il Movimento Guelfo d’Azione, Malvestiti continua la sua battaglia antifascista, di educazione democratica. Un lavoro clandestino assieme agli amici milanesi di sempre, Malavasi, Casò e altri ancora. Viene arrestato, conosce la prigione, si incontra con Pertini, come lui detenuto politico a Pianosa, torna in libertà e continua il suo lavoro clandestino. Dopo l’8 settembre ripara in Svizzera ma poi rientra e vive da protagonista i giorni leggendari e insieme pericolosi della Repubblica partigiana della Val d’Ossola. Ricordo queste cose che sono a tutti ben note, ma lo faccio per l’ammirazione che esse suscitano ancora in me e, Malvestiti, vi è coinvolto con la forza, l’intelligenza, la caparbietà di sempre.

Voglio però seguire il filo ininterrotto dei fatti e ricordare il progressivo avvicinamento durante gli anni della lotta partigiana tra Malvestiti, con il suo Movimento Guelfo, ed esponenti del vecchio Partito popolare. Incontri, chiarimenti, prospettive. La vecchia diffidenza di Piero nei confronti dei dirigenti popolari nel primo dopoguerra, per non aver subito compreso (come del resto la classe liberale dell’epoca) il pericolo fascista, si può dire che venga spazzata via dalla comune cospirazione e dalla lotta partigiana. L’incontro con De Gasperi in Valsugana sanziona questa intesa, necessaria per ricostruire il Paese sulle macerie della guerra. Il programma del Movimento Guelfo confluisce, si raccorda con le “idee costruttive” del partito di De Gasperi; chiede che si prepari l’unità europea e ben presto Malvestiti vedrà l’impegno europeistico dello statista trentino. De Gasperi, Adenauer, Schuman, tre cattolici per un’Europa. In questa prospettiva Malvestiti si trova collocato naturaliter; ma i tempi della politica, massime della politica istituzionale, sono lunghi e noi vediamo che non si sono conclusi e non sappiamo quando mai lo saranno. Sappiamo però che Malvestiti ha lavorato con passione, intelligenza e concretezza il momento iniziale di questo lungo percorso; ma di Malvestiti presidente della CECA altri qui hanno parlato. Io vorrei, avvicinandomi alla conclusione del mio intervento, parlare di Malvestiti a Milano, dopo la Liberazione.

Piero è alla direzione del settimanale “Democrazia”, organo del partito in Lombardia. Ricordo la vivacità con cui lo conduce; la linea democratica è fermissima e l’apertura all’Europa e alla sua progressiva integrazione è chiara. Lo leggo con avidità; il giornale, certo, rifletteva la pluralità delle posizioni all’interno del partito; anche Dossetti, seppur raramente, vi ha collaborato; ma i temi cari a Piero risultavano sempre evidenti. A questo punto mi viene il ricordo di quell’elzeviro che, settimana per settimana, Piero faceva uscire con lo pseudonimo di Fanfulla. Era una frustata che colpiva, con eleganza (ma frustata comunque era), ogni comportamento ipocrita, ogni colpevole inerzia, ogni egoismo. Ne faceva le spese la figura del “benpensante” appagato sempre nella sua tranquilla mediocrità.

 

Un’ultima considerazione sull’insuccesso di Malvestiti nella campagna elettorale del ’63. Sappiamo come sono andate le cose. Su insistenza di Moro – segretario del partito – alla fine Piero accetta di essere capolista per la Camera dei Deputati nel collegio Milano-Pavia. Ricordo quella campagna, dura, difficile. Malvestiti è il primo degli esclusi. Più ci penso, a quella sconfitta, più mi accorgo che essa è stata il segno premonitore di quella che sarebbe stata chiamata la “Repubblica dei partiti”. Da lì, in parallelo con una linea politica virtuosa che pure è esistita, iniziava quella deriva che via via avrebbe portato i partiti a prevalere sulle istituzioni, con quegli esiti corruttivi che sarebbero poi esplosi agli inizi degli anni ’90. Già in quelle elezioni il gioco delle “correnti” si faceva duro, all’interno della DC ma non solo. Le preferenze erano in mano ai “padroni delle tessere”, come in seguito sarebbero stati chiamati i capicorrente. Chi era fuori da questo sistema, e Piero era fuori, si trovava solo e sperduto. Ecco perché quella sconfitta elettorale di Malvestiti, sapendo come poi sono andate le cose e come ancora oggi lo sono, in realtà è una lezione democratica, per poco che la si sappia ascoltare con intelligenza. Anche per questo dobbiamo ringraziare Piero, per quello che ha fatto nel nome della libertà per l’Europa e per il suo Paese.