La politica europea e italiana di Piero Malvestiti

Mila Malvestiti
(Figlia di Piero Malvestiti, giornalista)

 

Oggi per la famiglia Malvestiti è veramente una giornata di sole, da “lapillo bianco”. Con emozione ringrazio le autorità dello splendido Archivio Europeo che hanno ideato e realizzato questo evento in accordo col Dr. Giuseppe Sangiorgi Segretario Generale dell’Istituto Luigi Sturzo, che per primo ha ospitato l’archivio di mio Padre, Piero Malvestiti.

Un grande ringraziamento anche ai Presidenti di Commissione del Parlamento Europeo Doris Pack e Carlo Casini, ai Professori ed agli Storici per il loro contributo di pensiero. Un affettuoso grazie a Virginio Rognoni, non solo per la sua testimonianza, ma anche per l’amicizia che mi rallegra da quando eravamo ragazzi.

Quando il Dr. Schlenker mi ha chiesto, tramite la dr.ssa Concetta  Argiolas, di parlare anch’io di mio Padre sono stata particolarmente lieta e ancora lo ringrazio.

L’archivio è la cosa più bella che mi ha lasciato mio Padre perché documenta le sue speranze, i suoi slanci, i suoi sogni, il suo lavoro, le sue battaglie, le sue sofferenze. Mi pareva giusto lasciarlo ai miei figli e ai nipoti. Ma poi mi sono resa conto che era giusto che tutti potessero conoscere la vita di un galantuomo che amava la libertà tanto da essere pronto a pagare di persona per ottenerla, non solo per sé ma anche per il suo Paese e perché in Europa nessuno ne fosse privo. 

Fu il Presidente dell’Istituto Sturzo, Prof. Gabriele De Rosa, a sollecitarmi la custodia dell’archivio presso il suo Istituto. Spero ora che la duplice sede di Firenze e Roma e la digitalizzazione dei documenti possano aiutare un sempre maggior numero di studiosi e di giovani ad approfondire la storia degli anni centrali del secolo scorso.

Capiranno allora di  che razza indomita e di che cuore ardente erano gli uomini che si sono gettati allo sbaraglio per la liberazione del loro paese dall’oppressione della dittatura fascista e si sono prodigati  - anima e corpo - nella ricostruzione dell’Italia dalle macerie della guerra, impegnandosi anche nel processo di integrazione europea.

La vita di mio Padre potrebbe sembrare un romanzo se non fosse intessuta di sacrifici e di dolori. Un dolore inesausto è stata la morte, nel giorno di Natale 1940, della mia sorellina Giovanna, poetessa in erba di 9 anni.

Ma la vita di mio Padre è stata anche tumultuosa di operosità e di coraggio, con la stella polare della fede nella Divina Provvidenza e nella centralità della persona umana.

Mio Padre fu sempre pronto a gettare il cuore oltre la trincea per realizzare il sogno di libertà e di democrazia  in una Europa unita.

Il “miope che vede lontano” lo aveva definito quel grande Domenicano che fu Padre Giuseppe Riboldi. Mio Padre infatti, volontario nel primo conflitto mondiale, per essere sicuro di venire arruolato nonostante la miopia, prima della visita medica aveva studiato a memoria il tabellone per la misurazione della vista. Malvestiti poi, anticipando il futuro, fu il primo tra i cattolici italiani a vaticinare la creazione di un’Europa unita concepita come baluardo contro ogni dittatura e garanzia di sicurezza e benessere per tutte le nazioni del Continente.

Malvestiti aveva capito che solo la ricomposizione dell’Europa nella pace e nella prosperità l’avrebbe rimessa in piedi facendone la patria comune con un ruolo mondiale.

L’Europa fu inserita al 1° dei 10 punti programmatici del Movimento Guelfo d’azione, fondato nel 1928 da Piero Malvestiti con Gioachino Malavasi e Armando Rodolfi per opporsi alla dittatura fascista. L’obiettivo: ”una Comunità delle Nazioni europee professanti il rispetto per le libertà civili e politiche”.

Migliaia di volantini sotto il logo “il Popolo e Cristo Re” dilagarono nel Nord Italia facendo adepti e simpatizzanti. Mi piace ricordarne uno fra tutti, Don Primo Mazzolari che, in certe festività religiose, per discutere del futuro politico dell’Italia, veniva a casa nostra sotto la copertura di frugali colazioni conviviali. 

I 10 punti guelfi contribuirono nel 1942 alla formulazione dei 12 punti programmatici della Democrazia cristiana in cui si fusero i popolari di De Gasperi ed i guelfi lombardi. Tra questi: Enrico Falck, Edoardo Clerici, Ugo Zanchetta, Orio Giacchi, Luigi Meda, i 2 fratelli Carcano, Enrico Casò, Bontempelli. Alcuni di questi nomi oggi possono sembrare “carneadi” sconosciuti, ma furono uomini che, quando l’Italia settentrionale soffriva sotto il maglio nazifascista, misero in gioco la loro libertà, la loro vita e la sicurezza delle loro famiglie.   

Ma nel 1933 l’attività cospirativa dei guelfi, mentre le autorità della chiesa cattolica convivevano pacificamente col fascismo, non poteva non scatenare i seguaci dell’OVRA, la polizia di Mussolini:  per Malvestiti, Malavasi, Rodolfi ed il tipografo Ortodossi si aprirono le porte del carcere. Papà, condannato a 5 anni di reclusione, scontò un anno e mezzo di segregazione nelle prigioni di San Vittore a Milano, Regina Coeli a Roma ed infine a Pianosa. 

Uscito dal carcere ricominciò l’attività cospirativa. Seguì l’epopea partigiana. Il giorno dopo la liberazione di Domodossola, l’11settembre 1944 Papà era già sul posto, rientrato precipitosamente dalla Svizzera ove si era rifugiato per sfuggire alla cattura dei fascisti che lo ricercavano come uno dei firmatari del Documento antifascista interpartitico del 26 luglio 1943. Per la Democrazia Cristiana firmarono anche Malavasi, Clerici e Jacini.

Mio Padre divenne in pratica Ministro delle Finanze nel Governo Libero dell’Ossola insorta, unico esempio di Repubblica partigiana nell’Europa arroventata dalla guerra. Giorgio Bocca, un grande giornalista che io ho sempre considerato mio maestro, ma che in quel momento era un coraggioso partigiano e testimone in loco, nel volume su mio Padre pubblicato dalla Università cattolica di Milano scrive: “Fra tante scelte casuali, impulsive, faziose, che una Repubblica partigiana neonata può fare e spesso fa, ecco una scelta provvidenziale, ecco l’uomo giusto nel posto giusto”. Per usare sempre le parole di Bocca, Malvestiti “diede moralità alle finanze partigiane, non rapinò i depositi bancari per riequipaggiare i suoi amici “ribelli per amore”. “Con la gioia di vivere dell’uomo onesto”, dice sempre Bocca, “fece con i metodi ortodossi” (senza uso del mitra) “una contabilità generale del Governo libero perfetta” che ciascuno ancor oggi può consultare perché venne portata in salvo in Svizzera, nelle ore disperate e convulse del sanguinoso rastrellamento nazi-fascista e della ritirata dei partigiani.

Nell’esodo mio Padre rimase gravemente ferito. Riuscì a sopravvivere e nella Confederazione Elvetica, nei campi di concentramento di Murren e Massagno, dove la vita fu grama, riprese a scrivere da patriota, per gli esuli, su giornali svizzeri. Ma mio padre era impaziente d’azione. 

Un mese prima della liberazione dell’Alta Italia, per contribuire alla cacciata dei nazifascisti, attraversò di notte la frontiera a piedi sotto una pioggia torrenziale, accompagnato dall’ing. Enrico Casò Presidente del Comitato di liberazione  della Lombardia che in quei giorni era in missione in Svizzera. Fu una traversata veramente avventurosa perché, all’ultimo momento, era mancato all’appuntamento il contrabbandiere che si era impegnato a portarli in Italia attraverso campi e boschi, lontano dalle strade battute dai finanzieri svizzeri e dalla guardie italiane. I due, bagnati sino all’osso, arrivarono alle 5 del mattino a Como, in casa di Antonio e Nuccia Lombardini.

Alle prime elezioni libere mio Padre fu eletto nell’Assemblea costituente: tra l’altro contribuì con determinazione a stabilire il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende. 

Dopo aver diretto per più anni, con Luigi Meda, il settimanale “Democrazia” che fu pungolo critico del Governo e ospitò gli scritti di Mazzolari, Piero Malvestiti fu in successione, nei Governi della ricostruzione, Presidente dell’IMI-ERP per la gestione in Italia del Piano Marshall e Presidente del Comitato misto italo-americano per il riarmo:  in questa veste resistette alla pressione statunitense per aumentare il riarmo italiano in occasione della guerra di Corea; inoltre, a cena in casa nostra  col Ministro statunitense Dayton, strappò un aumento di aiuti americani (400 milioni di dollari di fronte ai 275 preventivati), a compenso dell’impegno italiano sul riarmo. Fu anche  Sottosegretario alle Finanze, Sottosegretario al Tesoro, Ministro dei Trasporti e Ministro dell’Industria. Ma non furono solo rose, ci furono anche molte spine da togliere. 

Malvestiti dovette battagliare ancora una volta quando scoppiò la tempesta monetaria per la svalutazione della Sterlina da parte della Gran Bretagna. Roma fu sollecitata pesantemente ad allinearsi col deprezzamento della Lira, come fecero a cascata molti altri Paesi.

Sul Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi furono fatte pressioni enormi, sostenendo i vantaggi di una svalutazione per le nostre esportazioni.

In assenza del Ministro del Tesoro Pella, del Governatore della Banca Centrale e del Direttore generale del Tesoro, che si trovavano a Washington, la domenica del 19 settembre 1949, in una notte di fuoco a Roma, mio Padre riuscì a convincere De Gasperi a non cedere e a mantenere la parità della nostra moneta. Era infatti persuaso che la svalutazione sarebbe stata un danno politico per il Paese ed avrebbe anche potuto scatenare l’inflazione.

Il giorno seguente i mercati reagirono positivamente dando ragione a mio Padre.

Sempre per difendere il fronte della lira, mio Padre tenne testa alla CGL di Di Vittorio ritardando di 6 mesi il preteso aumento salariale per gli statali.

Ministro dei Trasporti, dovette affrontare il primo sciopero generale delle Ferrovie che minacciava di paralizzare il Paese. Mio Padre organizzò drastiche contromisure che ridussero al minimo gli  inconvenienti per la popolazione. De Gasperi gli inviò il suo plauso.

Ministro dell’Industria, in una colazione battagliera a quattrocchi a Villa Taverna, residenza dell’Ambasciata americana, in tre ore riuscì a rovesciare una situazione critica: convinse l’Ambasciatore degli Stati Uniti Clara Booth Luce, in partenza per Washington, a rinunciare alla richiesta di sospensione degli aiuti americani, vitali per la ricostruzione del Paese.

La famosa ed impaziente Ambasciatrice temeva il “pericolo rosso” dei comunisti e non voleva fornir loro alcun sostegno finanziario: “Abbiamo dato a Roma 3 miliardi di $ e i comunisti, invece di diminuire sono aumentati; conviene abbandonare l’Italia a sé stessa”. 

Malvestiti che, sin da giovane aveva vaticinato l’Europa Unita, fu quindi chiamato a lavorare concretamente per la realizzazione di questo sogno. Nel 1958, Vice Presidente della Comunità Economica Europea a Bruxelles, nel “periodo socratico”, quando tutto era da inventare e le difficoltà immense, si impegnò in quella autentica rivoluzione che fu lo smantellamento dei dazi e dei contingenti eretti da ciascun Stato membro a difesa dei propri interessi all’interno della CEE. 

Il Presidente Hallstein, nel volume pubblicato dalla Università Cattolica, ha scritto che Malvestiti “assolse i suoi molteplici compiti unendo il rigore dell’economista, la duttilità dell’uomo politico e la lungimiranza paziente e tenace dell’uomo di fede”. Nonostante lo scetticismo imperante, il primo gennaio 1959 scattarono le prime riduzioni tariffarie secondo la scadenza stabilita dal Trattato di Roma: “era quello il primo momento della verità della dinamica comunitaria e Malvestiti fu uno dei grandi artefici del successo comunitario”. 

Quando poi arrivò a Lussemburgo nel 1959 come Presidente dell’Alta Autorità della CECA, mio Padre si rese conto che l’organigramma dell’Alta Autorità era inadeguato perché rifletteva ancora quello delle origini quando i funzionari erano in numero molto minore. Convinse perciò  i colleghi che era indispensabile una profonda ristrutturazione. L’operazione non fu senza tensioni e contrasti non solo tra i funzionari ma, durissimi,  persino tra i Membri dell’Alta Autorità. Alla fine mio Padre, con tenacia e diplomazia,riuscì a far passare le sue idee e a riportare serenità nell’Istituzione.

Di mio Padre, in quel periodo, ricordo con emozione l’inesausta e martellante difesa del principio della sovranazionalità, convinto che per creare la patria Europa occorreva che ogni Paese membro continuasse ad accettare, condividendolo, il potere sovranazionale dell’Alta Autorità così come aveva stabilito il Trattato di Parigi unanimemente firmato e ratificato dai 6 Stati membri.

Questa posizione era coraggiosa poiché tra i Governi era in corso il negoziato sul “Piano Fouchet”  per “l’Unione dei popoli europei” che mirava proprio, su pressione dell’imperante  De Gaulle, ad affondare questo principio.

Del resto ancora oggi di fronte alla gravissima crisi economica i Paesi membri dell’Unione Europea, incapaci di risolvere da soli  i loro profondi squilibri economici, devono ricorrere alla sovranazionalità della “Troika”, e cioè Commissione UE, Banca Centrale Europea, Fondo monetario internazionale, se vogliono beneficiare dell’importante sostegno comunitario a carico di tutti gli altri Stati membri. 

E’ questa la conferma che la sovranazionalità è indispensabile quando è in gioco il ”bonum commune”.

In una vita vissuta così intensamente Papà ha trovato il tempo di scrivere e dare alle stampe una quarantina di pubblicazioni: gli argomenti politici, economici o letterari sono sempre stati approfonditi con un linguaggio limpido anche se talvolta non mancano stoccate polemiche o sottile umorismo. Malvestiti è stato anche un eccellente oratore, tanto che lo scrittore Luigi Santucci lo ha definito ”il Beethoven della parola”. 

Quando mio Padre spirò, il 5 novembre 1964 a Milano, aveva tra le mani il volume di Emile Bauman su San Paolo. Sono convinta che, nel suo primo incontro con Dio, Papà abbia potuto ripetere le parole di San Paolo nella seconda lettera a Timoteo: “eccomi, Padre, ho combattuto la buona battaglia”.