Mio Padre

di Mila Malvestiti
(figlia di Pietro Malvestiti, giornalista)

 

INTERVISTA

 

D. Malvestiti fu oppositore anti-fascista diverso da altri esponenti del cattolicesimo politico. Cosa rimproverava a questi ed alla loro diversa forma di opposizione?

R. In realtà, in quegli anni furono pochi gli esponenti del cattolicesimo ad avere il coraggio di contestare apertamente la dittatura fascista. Papà pensava invece che fosse il momento di agire. Anche il nome “Movimento Guelfo d’Azione” indica la sua volontà di opporsi concretamente alla dittatura. Al Partito Popolare, forse troppo condizionato da ortodossie ideologiche e rigidità scolastiche,  mio Padre opponeva un antifascismo non teorico, ma costruttivo e di lotta con l’obiettivo di una profonda ricostituzione dello Stato italiano nella libertà e con istituzioni democratiche. L’altro giorno ho letto il volume su Gioacchino Malavasi di Paolo Trionfini.               L’intervistatore gli chiede “ma chi è stato l’iniziatore del Movimento?” e Malavasi risponde: ”Malvestiti, è lui che me lo ha proposto”. E alla domanda perché chiamarlo ”Partito Neoguelfo”, Malavasi ribatte: “A noi non interessava tanto come chiamarlo, interessava agire”. Cioè: agire contro il fascismo che soffocava ogni libertà. Forse Papà pensava che gli altri cattolici fossero più idealisti che concreti.

D. Quindi c’era insoddisfazione da questo punto di vista rispetto alla posizione “romana”?

R. Si. Va dato atto a mio Padre ed ai suoi amici di avere un gran coraggio perché, in quel momento la Chiesa cattolica e i suoi esponenti “flirtavano” col fascismo. Comunque  quando i Guelfi si sono incontrati con De Gasperi ed i suoi Popolari nel 1942, hanno veramente collaborato insieme. Papà era cosciente che i 10 punti programmatici del Guelfismo sono poi serviti da base per i 12 punti costitutivi della Democrazia Cristiana ed ha sempre rivendicato questo apporto. 

D.  Memorandum Malvestiti: fu davvero consapevole di esserne l’ispiratore?  

R. Il famoso memorandum Malvestiti  fu stilato dal Comitato misto italo –americano  incaricato di esaminare gli aspetti economici del Trattato NATO e del programma di aiuto per la difesa reciproca: la presidenza era stata affidata da De Gasperi a mio Padre, Sottosegretario al Tesoro. De Gasperi, trattandosi di problemi molto rilevanti  e conflittuali tra Ministeri degli Esteri e della Difesa, non voleva fosse composto  da Ministri, si considerava l’ideatore del Comitato italo-americano, ma lasciava a Malvestiti ampia libertà e l’inerente responsabilità. Effettivamente Papà si è sempre sentito responsabile delle iniziative gestite da lui, come fu appunto il Memorandum.   Nel Memorandum, frutto di un articolato dialogo tra le componenti del Comitato, si analizzava la situazione di bilancio del 1950-1951 e l’incidenza delle spese militari. Nella trattativa si parlava di  250 miliardi destinati alla Difesa per mettere in efficienza l’organismo militare italiano, mentre da parte USA si pretendeva uno sforzo maggiore. Si raggiunse finalmente un accordo, superando alcune obiezioni minori dei negoziatori USA; tra l’altro la spesa dei 250 miliardi per il riarmo era slittata dal 31 dicembre 1951 al 30 giugno 1952.

In una cena a casa Malvestiti con Dayton e col Prof. Barnett mio Padre strappò un aumento di aiuti americani di 400 milioni di Dollari anziché i 275 previsti. De Gasperi preferì tuttavia  non  gonfiare  la cifra che lui stesso aveva prima concordato.

Malvestiti, secondo quanto da lui comunicato alla stampa, considerava che si dovessero assolutamente conciliare le spese di disarmo sollecitate dagli USA con la più rigida difesa della Lira, rispondendo così alla dura critica del Ministro USA Dayton che accusava il Governo di eccessivo rigore, tale da ridurre il potenziale produttivo del Paese.

D. Su quali testi  Malvestiti formò la sua profonda conoscenza in materia economica?

R. Su tutti quelli possibili. Papà mi diceva che il carcere è stata la sua Università, perché in prigione ha potuto approfondire quanto lo appassionava, e cioè le opere fondamentali di economia e di economia politica degli autori classici, quelli che ancor oggi contano.

In una delle sue lettere, l’11 luglio 1933, scrive che” in prigione senza libri si soffre il doppio” ed esprime alla Mamma la sua gioia per aver ricevuto l’”Economia matematica” del Pareto e l’ “Economia pura” del Pantaleoni. Considerò un dono magnifico quello di poterli ristudiare “ a 34 anni  e …. con tutto il comodo”.

Mio Padre si fece spedire dalla Mamma, tra gli altri, anche il volume sul capitalismo del Lombart e un altro in difesa del capitalismo edito da Laterza.

Era un uomo eclettico: amava molto anche la storia e la letteratura. Si è fatto portare da mia Madre alcuni dei 13 volumi della Storia del Gibbon e un volume sulla Chiesa della collezione Brunialti.

In carcere poté rileggersi tra l’altro tutto Dante, gran parte delle opere del Petrarca, del Parini, del Chiabrera, del Foscolo, la letteratura del Cantù, uno studio sui pensatori napoletani del De Ruggiero, la Storia della rivoluzione e “Graziella” del Lamartine, una intera annata della Rassegna di Sociologia.

Con molta emozione conservo in libreria il volume di Vilfredo Pareto “Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale” della Società Editrice Libraria 1909. Sulla prima pagina Papà ha scritto di suo pugno: ”acquistato- per mia domanda- dalla Direzione del Carcere di Regina Coeli e recapitatomi nella cella n. 447 - 4° Raggio (Politici) il lunedì 1° luglio 1933 - dono della mia Carla per le occasioni del mio 34° compleanno e del mio onomastico 26 e 29 giugno 1933. Piero Malvestiti”. Riacquistata la libertà, il volume fu fatto rilegare in pelle verde con diciture e coste dorate. Papà questo libro deve averlo consultato anche da uomo libero, come dimostra l’usura della rilegatura.

Sulla prima pagina del volume figura, da parte del Carcere: Malvestiti Pietro 7861, mentre nella pagina seguente vi è il timbro della Direzione degli Istituti penali di Pianosa che evidentemente hanno controllato tutto il piccolo bagaglio del Papà.

D. Quali erano i rapporti di Malvestiti con la corrente dossettiana, in particolare dopo la loro uscita dal V governo De Gasperi?

R. Ormai erano arroccati in due opposte trincee ed i loro rapporti non potevano che essere conflittuali anche se la lenta disfatta della corrente dossettiana, che stava perdendo coesione al suo interno, aveva ammorbidito le reciproche asprezze. Ricordo che mio Padre era rimasto soddisfatto delle affermazioni del Segretario politico della Democrazia Cristiana, On. Cappi,  il quale, in apertura dei lavori del III Congresso Nazionale della DC a Venezia il 2 giugno 1949, aveva affermato che “presupposti per la sicurezza interna ed esterna del Paese erano anche il risanamento del Bilancio dello Stato, la difesa della lira, la stabilità dei prezzi”. 

Era questo il riconoscimento delle tesi sostenute da Malvestiti quando era Sottosegretario al Tesoro nel V Governo De Gasperi e poi riconfermato nel Governo successivo ed ancora nel VII Governo De Gasperi nominato Ministro dei Trasporti, per diventare poi, col Governo Pella, Ministro dell’Industria.

 Allora a Venezia mio Padre aveva messo in guardia De Gasperi dal lasciar via libera ad una troppo forte affermazione dei fanatici dossettiani che difendevano ad oltranza la tesi secondo cui, quando si tratta di aiutare la povera gente, il danaro necessario va reperito in ogni modo e subito: mio Padre contestava  la loro rivendicazione  non corroborata  da proposte precise.

Il 22 luglio 1951 Malvestiti scrisse a Dossetti: “questo vezzo di accusare di ogni colpa il Tesoro è ormai di una puerilità esasperante…. Hai ancora bisogno di sentire il morso di dirette responsabilità di Governo e di conoscere a fondo l’ingranaggio amministrativo”.

In una lettera al suo carissimo amico Monsignor Francesco Olgiati, il 7 giugno 1950 mio Padre aveva precisato: “ Invano ho pregato che i mezzi ulteriori (oltre i 1700 miliardi circa già previsti per investimenti pubblici e privati) si indicassero in modo concreto, preciso, responsabile, con un piano non generico ma ben determinato, che tenesse conto di tutti i fattori in gioco, e di tutti i riflessi vicini e lontani dei provvedimenti da prendere, non dimenticando la parabola dei talenti, ma nemmeno quella delle vergini stolte. Nessuna risposta fuor che la riaffermazione, più o meno ironica o aggressiva, della solita proposizione apodittica: se ci sono le necessità, i mezzi si debbono trovare”. Mio padre rivendica dunque che “ci vuole molto più coraggio a non aver fretta che ad averne: ed è per non aver avuto fretta che oggi possiamo compiacerci di aver raggiunto qualche risultato”.         

D. La polemica con La Pira e Fanfani sulla “Attesa della povera gente” è particolarmente dura. Malvestiti ne soffrì? E se si, perché?

R. Papà ne soffrì, e molto. Mio padre riteneva che La Pira, Dossetti e Fanfani, peraltro suoi vecchi amici, non avessero compreso né i suoi sentimenti, né i suoi obiettivi. Papà è sempre stato sensibile alle necessità e alle sofferenze della povera gente. Ripeto: non voleva l’austerità come camicia di forza e “punizione”, ma come mezzo per ristabilire e rafforzare il Paese tenendo a bada l’inflazione: contenerla era infatti per lui il modo più sicuro per salvaguardare la povera gente. La difesa del potere d’acquisto era per mio Padre l’elemento essenziale di una sana politica economica e l’aiuto più sicuro che un Governo responsabile potesse garantire agli italiani. 

Questa politica di Malvestiti lo mise in linea di collisione anche col suo grande amico Don Primo Mazzolari che, sulla sua Rivista “Adesso”, sosteneva “il bilancio è per l’uomo e non l’uomo per il bilancio”.

La tesi dei contestatori di mio padre è sempre quella sostenuta da La Pira nella “Attesa della povera gente”, in cui ribadisce il principio cristiano di assicurare il pane a tutti con la premessa che la disoccupazione è sperpero di forze produttive. Le critiche prendevano di mira soprattutto il bilancio dello Stato 1950-51, sostenendo che tale bilancio non avrebbe dovuto essere basato su criteri di pura ragioneria, ma sull’equazione “tanti uomini da occupare, tanto danaro da spendere”.  

Papà rispondeva sempre di essere, lui per primo, paladino dei deboli difendendo la moneta fiduciaria di un Paese povero, vinto, sovrappopolato per garantire un nuovo risparmio. Anche la teoria Keynesiana, invocata dai suoi oppositori, non è applicabile a tutti i casi, come riconosce lo stesso Keynes. Malvestiti era convinto che anche in economia non si fanno salti e l’assestamento monetario deve necessariamente precedere la fase degli investimenti e cioè il rilancio economico.

D. Suo Padre comunque non si limitò ad incrociare le spade solo con la corrente dossettiana.

R. Ha ragione. Mio Padre da Sottosegretario al Tesoro si scontrò anche con Di Vittorio, Segretario Generale della CGIL, che nell’estate del 1948 pretendeva un immediato aumento salariale per gli statali che avrebbe comportato una spesa di 120 miliardi compromettendo gli equilibri di bilancio del Paese. Il combattivo sindacalista minacciava: “ti scateno la piazza se tu non provvedi subito per gli  statali”.

Mio Padre, che non si lasciava intimidire, rispose: “ guarda, dobbiamo ritardare quest’aumento di  almeno 6 mesi. Devi lasciarmi il tempo di raddrizzare la situazione e dare un po’ di forza all’economia. Se ti do subito l’aumento, salta fuori l’inflazione che senza darti tregua divora quanto hai ottenuto rendendo i poveri ancor più poveri. In sei mesi il risanamento della moneta sarà assicurato”.

In un colloquio riservato Malvestiti convinse Di Vittorio che un aumento agli statali avrebbe imposto una immediata stampa di moneta: questa emissione avrebbe fatto gonfiare i prezzi al minuto di almeno due volte i rialzi concessi, corrodendo i salari. Papà minacciò: “dirò questo alla Camera e ti chiamerò personalmente responsabile del grave squilibrio tra salari e potere d’acquisto che si determinerà. Io rischio non solo la mia carriera politica, ma anche il mio nome di tecnico. Credimi, se faccio questo è perché sono sicuro del fatto mio”. 

Pella elogiò il suo Sottosegretario per “aver voluto salvare il paese contro sé stesso” secondo l’espressione usata da mio Padre.

Gli aumenti vennero rimandati  e addirittura poterono essere superiori a quanto era stato sollecitato, senza stanare l’inflazione né causare alcun salasso alle tasche della povera gente.

Sulla stessa posizione di intransigente difesa di una sana politica economica Papà si arroccò a proposito dell’industria in crisi, come l’Isotta Fraschini  di cui si diceva “fosse nemico”. In realtà il problema non era nemmeno di sua stretta competenza perché spettava al CIR. Scrivendo al Presidente De Gasperi, mio Padre sottolineò l’impossibilità di salvare quel settore  dell’industria italiana “se non si mette insieme un programma nazionale pilotato dall’IRI che deve finalmente servire lo Stato e non soltanto servirsene”.

Ricordo uno scontro tra mio Padre, Ministro dell’Industria, e Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze, sul caso ”Pignone” durante la sua messa in liquidazione per perdita di competitività e conseguente licenziamento degli operai. La Pira intendeva salvare ad ogni costo l’azienda invocando i principi cristiani. Mio padre durante le trattative sindacali e gli scioperi  con occupazione della fabbrica tentò, nel novembre 1953,  di coinvolgere il Presidente Marinotti della Snia Viscosa  nel salvataggio dell’azienda costituendo un “nuovo Pignone”, appoggiato in questo tentativo dal Ministero del Lavoro. Era intervenuto anche il Ministro degli Interni Fanfani che per far pressione su Marinotti gli aveva addirittura ritirato il passaporto. Purtroppo La Pira che, disinteressato al problema della competitività, confidava essenzialmente nella carità  cristiana e nella Provvidenza ed accettava l’occupazione della fabbrica, con la sua interferenza scoraggiava di fatto il  tentativo di soluzione. Mio Padre si rivolse allora  a De Gasperi il 26 novembre del 1953, per dirgli che con questo atteggiamento La Pira non facilitava certo il suo compito.  Fu poi Fanfani che riuscì a convincere Enrico Mattei, con notevoli risorse finanziarie e simpatizzante di La Pira, a creare il “Nuovo Pignone”.   

Le sue idee Papà le espresse anche in una lettera all’On. Quinto Quintieri, Vice Presidente della Confindustria del 2 maggio 1950: “mi limito ad insistere che questa pretesa di creare nel Paese tutta una serie di monopoli, di privilegi, di zone di influenza, di mercati chiusi è del tutto inaccettabile per una sana politica economica, anche se giustamente il Governo si deve preoccupare di quella giusta protezione delle nostre industrie che, però, non deve conoscere primogeniture di sorta ma solo l’urgenza che tutto il nostro complesso industriale possa armonicamente rinnovarsi e modernizzarsi”.

D. Malvestiti nel 1954 si sentì messo da parte dal Partito?

R. Sicuramente si, e ne ha sofferto, anche se dal Presidente della Repubblica Gronchi gli fu chiesto di accettare la Presidenza dell’IRI, Presidenza che mio Padre rifiutò. Tuttavia ha messo a frutto la traversata del deserto per ristudiare i classici di economia, economia politica, storia e letteratura.

In quegli anni mio Padre scrisse e pubblicò “Lo Stato e l’Economia”, giudicato “testimonianza di coerenza politica e prova della chiara dottrina che aveva cercato di rendere operosa negli anni di Governo”. Nel 1957 fu la volta del saggio su “I Socialdemocratici” che gli era stato sollecitato dall’Ufficio politico e culturale del Partito. 

Né dimenticò il suo amore per il Manzoni e per  la letteratura. Riprendendo una antica tradizione, in occasione del mio matrimonio dedicò a me e a mio marito il volumetto su “Don Ferrante”.

Incapace di riposo, nel 1955 scrisse persino un soggetto cinematografico. Fu comunque un periodo di amarezze e di maldicenze: gli fu persino contestata la sua amicizia con “un gerarca fascista come Giuseppe Bottai”. Mio Padre si inalberò dicendo: ”mi onoro della amicizia di Bottai, che si è opposto a Mussolini nell’ultima seduta del Gran Consiglio. E’ un uomo che ha pagato in modo superbo gli errori di molta parte del popolo italiano e che ha portato per 4 anni lo zaino della Legione Straniera, guadagnandosi una medaglia d’oro, e si è generosamente battuto contro i tedeschi. Sono lieto di stringergli la mano”.

In verità mio Padre nel scegliersi gli amici non ha mai guardato a che Partito appartenessero. Quando le persone erano valide, non gli importava che tessera avessero: posso testimoniare che fu ad esempio grande amico di socialisti come Pertini e Bonfantini e di comunisti come Paietta, la Jotti, Berlinguer. Li considerava gente per bene che, tra l’altro, al Parlamento Europeo facevano discorsi validissimi ed applauditi. Sosteneva:” quando in carcere hai condiviso il cibo con qualcuno del raggio politico, gli diventi amico per la vita”.            

D. Qual è stata la ragione del suo rifiuto di assumere la Presidenza dell’IRI dopo i suoi incarichi di Governo?

R. Non so la ragione vera. Tuttavia, conoscendo mio Padre, immagino che per rifiutare un simile prestigioso ruolo con relativo, secondo lui, lauto stipendio, si doveva trattare della sua non disponibilità a sottoporsi durante la gestione a sollecitazioni politiche. Ritengo che questo suo atteggiamento possa anche desumersi da quanto scritto ben prima da Papà  a De Gasperi sull’IRI, come ho già ricordato.   

D. Quale è la ragione della iniziale ostilità dimostrata dai tedeschi alla Vice presidenza della CEE di Malvestiti? 

R. Non mi risulta alcuna ostilità del Governo tedesco alla nomina di mio Padre né come membro, né come Vice Presidente della Commissione. Anzi risulta agli atti che il Consiglio dei Ministri degli Esteri dei 6 Paesi CEE, riunito a Parigi il 6 e 7 gennaio 1958, ha proceduto con unanime consenso a nominarlo Commissario per 4 anni e Vice Presidente per 2 anni. Il primo plenum della Commissione gli ha affidato il prestigioso incarico di responsabile del Mercato interno di quello che allora veniva chiamato “Mercato comune”, con l’impegno rivoluzionario di eliminare i secolari dazi e contingenti.

Ottima fu la collaborazione col Presidente della Commissione, il tedesco Walter Hallstsein, che nel libro su Piero Malvestiti, pubblicato nel 1972 a cura dell’Università Cattolica di Milano, ha scritto tra l’altro: “ Malvestiti fu uno dei grandi artefici del primo successo comunitario. Il Trattato fu applicato puntualmente, le prime riduzioni doganali intervennero secondo la prefissata tabella di marcia: il primo passo completo verso l’attuazione di una area economica unificata era compiuto. Come spesso gli era capitato nella vita, ancora una volta egli si era trovato sulla frontiera avanzata ed esposta. Non era uomo incline alle esuberanze verbali, ma la passione concreta che governava il suo lavoro quotidiano testimoniava di quanto congeniale gli fosse tale situazione. E’ grazie ad uomini come lui che, per riprendere il titolo di uno dei suoi discorsi più belli, “C’è una speranza in Europa””. 

Diverso fu l’atteggiamento tedesco per lo spostamento di mio Padre  a Lussemburgo come Presidente della Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio.

Il Governo tedesco faceva resistenza alla nomina di un italiano perché l’Italia era sostanzialmente priva di Carbone e quindi senza esperienza di gestione delle problematiche carboniere  che stavano diventando particolarmente critiche, e per di più il poco carbone che l’Italia possedeva era di pessima qualità.  

Per quanto riguardava l’acciaio si evidenziava l’incapacità italiana di coprire una parte rilevante della domanda interna e di ricorrere all’importazione, allora soprattutto dalla Germania.

Per di più il Membro tedesco Sceliger della Commissione  Relazioni Esterne sosteneva: ”Malvestiti è un duro” ritenendolo non pronto ad agevolare provvedimenti favorevoli alla Ruhr se non in linea col trattato CECA.

Il Governo tedesco preferiva quindi non far trasferire Malvestiti dalla CEE alla CECA. 

In definitiva però il 25 luglio del 1959 i Rappresentanti dei Governi dei Paesi membri della CECA riuniti a Bruxelles decisero all’unanimità di nominare Malvestiti Membro dell’Alta Autorità a partire dal 15 settembre 1959 e successivamente Presidente dell’Alta Autorità. 

Il discorso di mio Padre  presso il Parlamento Europeo in occasione della sua investitura alla Presidenza della Alta Autorità fu accolto con un forte applauso e raccolse commenti estremamente favorevoli in particolare dalla stampa tedesca compresa quella economica.

Lo stesso Capo dello Stato tedesco offrì a Malvestiti ed ai suoi colleghi dell’Alta Autorità un sontuoso pranzo di un centinaio di coperti con un audace discorso politico, mentre in una occasione del tutto analoga il Presidente della Repubblica italiana si limitò ad un incontro di 10 minuti in piedi,  rinfocolando le reazioni iniziali ad una Italia carbosiderurgica. Ricordo che mio Padre era preoccupato e dispiaciuto per il vuoto inquietante in cui era lasciato dal Governo italiano.

Certamente mio Padre fu oggetto di forti pressioni interne non solo dei suoi funzionari, ma anche, particolarmente dure da suoi colleghi quando propose la ristrutturazione dell’Alta Autorità: con tenacia e diplomazia riuscì tuttavia, per dare più efficacia all’azione comunitaria, a far approvare una profonda riorganizzazione con un accorpamento di 15 Direzioni in 6 Direzioni Generali. 

Quanto alla sua strenua difesa della “sovranazionalità”, condivisa e decisa dai 6 Stati Membri nel 1950 col Trattato di Parigi della CECA, per affrontare con la sua Presidenza la crisi in atto carbosiderurgica e l’onere delle ristrutturazioni, occorre dargli atto di molto coraggio, lungimiranza e determinazione: nel 1959 era infatti in corso, tra i Governi della Comunità, il negoziato sul “Piano Fouchet” per l’”Unione dei popoli europei”  che, sotto la politica imperati va di De Gaulle, mirava proprio ad affossare questo principio della sovranazionalità.

Oggi, di fronte alla grave crisi economica europea, sono gli Stati membri dell’Unione europea, incapaci di affrontare da soli i forti squilibri interni, a chiedere l’intervento sopranazionale della Troika, e cioè: Commissione dell’Unione Europea, Banca centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, per ottenere il sostegno finanziario dell’Unione che è a carico degli altri Paesi membri.

E’ questa la conferma che la sovranazionalità è indispensabile quando è in gioco il “bonum commune”.

D. Per quale motivo Aldo Moro volle che fosse Malvestiti, già ammalato, a guidare la lista DC nel Collegio Milano-Pavia  alle elezioni politiche del 1963?

R. Ero presente a Milano la sera in cui il Presidente Moro telefonò a mio Padre per chiedergli di fare il Capolista DC. In Lombardia era in atto una guerra spietata fra i candidati a quel posto. Moro riteneva che la candidatura Malvestiti, cofondatore del Partito con De Gasperi e allora Presidente dell’Alta Autorità della CECA, avrebbe fatto cessare la mattanza. Papà ringraziò Moro ma gli fece presente che - se doveva tornare in Italia dopo 5 anni di assenza e col poco rilievo che avevano allora in Italia le vicende europee - avrebbe trovato in realtà un’opposizione feroce da parte dei concorrenti e la situazione sarebbe stata difficile da gestire. Moro però insistette sino ad avere il consenso di mio Padre.

Contro la candidatura Malvestiti si coalizzarono allora quasi tutti i concorrenti. Dissero agli elettori: “E’ inutile votare Malvestiti perché lui ha già un posto di rilievo e resterà comunque a Lussemburgo”. 

Papà risultò il primo dei non eletti e Moro si rifece vivo dicendo: “Non sarà necessario che qualcuno muoia per farti rientrare subito a Montecitorio: a Lussemburgo manderò al tuo posto Del Bo che è tra gli eletti”,  e così fu fatto. Teoricamente Papà ridivenne Parlamentare italiano ma non riuscì mai a rimettere piede a Roma perché la sconfitta elettorale, che considerava un tradimento del “suo” Partito,  accelerò la sua fine.

Quando a Milano Moro lo aveva sollecitato a rientrare nella vita politica italiana, mio Padre fece subito sapere a Lussemburgo che contemporaneamente alla accettazione della candidatura, e quindi ancor prima di conoscere l’esito delle elezioni, avrebbe dato le dimissioni da Presidente dell’Alta Autorità. Furono i colleghi dell’Alta Autorità ad insistere presso di lui perché non si dimettesse  subito  “creando un precedente”.

Unico balsamo alla sconfitta elettorale fu la lettera che Papà ricevette dal Cardinale di Milano Giovanni  Battista Montini. Il futuro Papa Paolo VI scrisse di suo pugno a mio Padre: “ Avrei desiderato di vederla e di esprimerle la mia amarezza per l’esito delle elezioni sul suo nome, che raccoglie, come Ella sa, la mia stima, la mia fiducia e la mia devozione. Ma sono stato e sono preso dalla Visita Pastorale. Sappia almeno che le sono spiritualmente vicino, che ammiro la nobile superiorità del suo spirito per questo mancato successo che non fa onore ad alcuno, e che spero non essere esaurito il contributo di esempio, di appoggio e di fedeltà, che Ella può dare alla causa cattolica ed al bene del nostro Paese”.