n. 2-3 - 2012

Presentazione

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Italia, Europa: prospettive 2013
Contributi

Roberto Mazzotta • Agostino Giovagnoli • Franco Riva • Giuseppe Bianchi • Marco Ricceri • Nino Galloni • Giuseppe Alvaro • Gennaro Acquaviva • Paolo Maria Floris • Laura Balestra • Max Weber • Claudio Vasale • Ugo De Siervo • Francesco Malgeri • Emanuele Mariani



■ La crisi finanziaria internazionale ha posto l’Europa davanti a un bivio: se vuole evitare un drammatico percorso di dissoluzione, deve cambiare passo e realizzare il progetto dell’integrazione politica.
Molto probabilmente non era questa l’idea condivisa dai principali costruttori del Trattato di Maastricht e da tutti i realizzatori della coraggiosa e decisiva scelta a favore della moneta unica. Ma oggi è ormai del tutto evidente che se non si riuscirà ad arrivare a realizzare in Europa un Governo, un bilancio, una Banca centrale unici, la moneta da sola non reggerà.
Ribaltare il percorso fin qui seguito a partire dai tempi lontani del Trattato di Roma non sarà cosa né facile né rapida. Bisogna però che la questione sia posta in modo esplicito e chiaro. Probabilmente non tutti gli attuali membri dell’Unione saranno disponibili.
Si conoscono già le obiezioni della Gran Bretagna e altri ancora non saranno disposti a trasferire a Bruxelles e a Francoforte quote crescenti di sovranità. Il passaggio dalla complessa e faticosa tecnica degli accordi intergovernativi alla decisione politica di costruire le istituzioni comuni e i poteri di un nuovo Stato federale ha un profilo autenticamente rivoluzionario.

• Sono due strade differenti. Alla prima si sono con successo e per lunghi anni dedicate le energie degli Stati e delle tecnocrazie di Bruxelles. Il cammino è stato lungo e i risultati non sono certamente mancati. Ma ormai la storia ha cambiato passo e quella che è stata l’Europa possibile fino ad oggi, ormai non basta più e non regge. L’internazionale comunista è crollata, la Cina è entrata nel WTO, l’America ci propone di dar vita ad un nuovo mercato integrato. Serve evidentemente un’Europa capace di avere una voce unica, di passare dall’Unione degli interessi all’unione dei diritti e dei doveri e quindi anche delle speranze.
È una strada nuova che richiede la formazione di una volontà popolare nei diversi Paesi del continente. Se si considerano la confusione delle voci e lo smarrimento generale dei nostri giorni una simile prospettiva sembra essere estranea alle reali possibilità.
Ma chi avrebbe potuto immaginare al termine della seconda guerra mondiale che la Germania si sarebbe riunificata, che Francesi e Tedeschi avrebbero condiviso interessi ed istituzioni, che numerosi Paesi occupati dall’Armata Rossa avrebbero adottato come moneta un marco chiamato euro?

• La storia ci ha insegnato che la costruzione di uno Stato federale è opera complessa e dolorosa. In altri tempi queste cose si risolvevano con le armi. La guerra di Secessione costò da sola agli Americani più vittime di quelle che gli Stati Uniti avrebbero lasciato sui campi di battaglia nelle due guerre mondiali del Novecento.
L’Europa può oggi dimostrare che al risultato si può arrivare senza il sacrificio di tanti poveri soldati e senza la mobilitazione degli Alti Comandi in divisa. Del resto, il conflitto è già in corso e misura i suoi costi e le sue perdite in altro modo, con la decimazione dei redditi, le code dei disoccupati, il prelievo crescente di risorse attraverso la fiscalità.
Come sappiamo la crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti ha invaso l’Europa che non aveva difese comuni adeguate e i suoi effetti colpiscono le economie reali dei diversi Paesi in modo largamente diseguale a svantaggio di chi ha un debito nazionale maggiore e dispone di una minore capacità competitiva. La lunga e diversificata recessione in Europa non è figlia di vizi dell’economia, della produzione, del lavoro, ma è soprattutto il prodotto della mancanza di vere istituzioni comuni, di regole condivise.
Per dirla in breve, la durata e la profondità dei guai dell’economia sono funzioni inverse del processo di integrazione istituzionale e di unificazione delle decisioni.

• In Europa le risorse necessarie per annullare le cause della condanna alla recessione, assai diversificata tra le diverse aree territoriali, esistono e in misura peraltro superiore rispetto ad altre parti del mondo. Purtroppo il sistema istituzionale non consente di metterle in comune e di utilizzarle per dare fiducia ai mercati finanziari e per rimettere in moto la produzione e l’occupazione.
Senza la pressione della crisi il cambio di passo nel complesso percorso di costruzione dell’unita’ europea non si sarebbe presentato nella sua indiscutibile necessità. Ma non sempre nella storia le decisioni indiscutibili sono diventate la realtà dei fatti e dei reali cambiamenti. Il passaggio dall’Europa dei Trattati tra gli Stati all’Europa dei Popoli rappresenta la sfida del nostro tempo.
Oggi molte circostanze deporrebbero a favore dell’improbabilità di un rapido successo.
All’interno dell’Unione le differenze tra un Paese e l’altro sono spesso di grande rilievo, specie a seguito dell’allargamento verso est e verso nord del nocciolo iniziale dei sei Paesi fondatori.
La divisione tra nord e sud mediterraneo tende ad allargarsi a causa della crisi che investe in modo assai differente quelle aree.

• Tutto sta a dimostrare che l’Europa attuale rappresentata da un Parlamento debole e poco rappresentativo, da un Consiglio dei Capi di Governi obbligati ogni volta a trovare accordi parziali, da una Commissione tecnocratica, da una Banca centrale potente e imbrigliata, ha saputo fare, nonostante tutto, molta strada ma richiede una profonda riforma. Deve fare un salto in avanti per mantenersi in corsa.
Bisogna evidentemente tornare alla volontà popolare, sapendo bene che il sogno di Rousseau indica una trappola mortale.
Quando si giunse alla firma del Trattato di Roma, in un’epoca che ci appare tanto lontana e quasi estranea alla nostra, esisteva una leadership politica capace di esprimere forti valori collettivi condivisi nei Paesi che avrebbero dato vita a quella rivoluzionaria decisione.
Oggi in Italia e in tante altri parti d’Europa uomini rappresentativi e idee forti latitano insieme.
La sfida di cui si parlava non riguarda più solamente la politica e tantomeno il confronto tra le possibili soluzioni tecniche. Riguarda invece le idee e le classi dirigenti.

• Questo numero di Civitas intende muoversi, dando il suo contributo, in questa direzione.
Mancavano solamente le dimissioni del Papa per mostrare che siamo quasi in un anno zero tra la conclusione di un’epoca, il Novecento, e l’inizio di un’altra, tutta da costruire nella quale la durezza delle difficoltà ci fa intravvedere ombre inquietanti ma anche speranze possibili.
Il lavoro culturale rappresenta il filo rosso capace di legare tutto ciò che deve essere ripreso e riunito e tutto ciò che deve essere creato.
È importante che nella nostra Europa le diverse tradizioni culturali e civili esprimano la capacità di offrire il proprio contributo.
In Europa, e in particolare in Italia, la cultura civile cristiana deve ritornare a fare la sua parte.



Roberto Mazzotta