Nel luglio 2007 l’Istituto Sturzo ha acquisito l’archivio personale di Giulio Andreotti, con atto di donazione da parte del senatore. L’archivio, dichiarato “di interesse storico particolarmente importante” dalla Sovrintendenza archivistica del Lazio, è stato trasferito da uno studio privato dove erano conservate le carte, a Palazzo Baldassini, sede dell’Istituto, che ha provveduto a collocarlo in locali idonei, allestiti con armadi a scaffalature compatte mobili.

    Archivio

    L’archivio è costituito da 3.500 faldoni pari a circa 600 metri lineari di documentazione, suddivisa in due sezioni; nella prima (1.100 buste ca.) le carte sono organizzate in 15 serie documentarie: Camera dei deputati, Cinema, Democrazia cristiana, Discorsi, Divorzio, Elezioni, Europa, Fiumicino, Governi, Parlamento, Personale, Scritti, Senato, Trieste, Vaticano, articolate in sottoserie. La seconda sezione (2.400 buste ca.) è costituita da fascicoli corrispondenti a pratiche con classifica numerica (da 1 a 10.560), contenenti carte relative ad affari diversi (personalità, eventi, soggetti). L’archivio conserva documentazione relativa alla sfera sia privata che pubblica di Giulio Andreotti, dagli anni ’20 ai nostri giorni, e ci permette di ripercorrere in modo continuativo la sua lunga attività di uomo di governo e di partito, di studioso, di giornalista e di saggista. Le carte ne documentano il ruolo istituzionale, come ministro e presidente del Consiglio, con particolare riguardo alla politica estera e comunitaria, l’attività nel partito della Democrazia cristiana, ma anche i rapporti con istituzioni e personalità della Chiesa, della cultura, dell’arte, dello sport, sia a livello nazionale che internazionale. L’archivio è costituito in gran parte da documentazione cartacea, ma conserva anche una ricca raccolta di fotografie, oltre a materiali sonori e audiovisivi.

    Archivio

    La struttura attuale è originaria e risale con ogni probabilità agli inizi degli anni ’50, come si rileva in alcuni documenti della segreteria particolare, datati 1953-1954, dai quali emerge che la consistenza dell’archivio, a causa dei flussi giornalieri della documentazione, aveva raggiunto delle dimensioni tali, da rendere necessarie una riorganizzazione della documenzione, ma soprattutto una ridefinizione dei criteri di gestione delle pratiche. Vennero così elaborate alcune relazioni e venne messo a punto un documento, sottoposto all’attenzione ed al vaglio dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Andreotti, nel quale vengono descritte le nuove procedure in merito al funzionamento dell’archivio, alla compilazione degli schedari e si fa riferimento alla distinzione della documentazione destinata quotidianamente ad una conservazione autonoma, separata – “personale” -, identificata con l’espressione «atti miei / riservato», in uso ancora oggi.

    Archivio

    Questo complesso documentario nel corso degli anni è stato gestito attraverso uno schedario alfabetico cartaceo costituito da 22.000 schede mobili, corrispondenti ai titoli/denominazioni delle serie documentarie e delle pratiche numeriche relative ad affari diversi e due schedari alfabetici di 1.700 schede ca., nei quali sono parzialmente elencati, fino alla metà degli anni Ottanta ca. e secondo un’articolazione tematica, gli scritti e i discorsi.

    Archivio

    Va sottolineato il contributo che lo stesso senatore Andreotti ha dato alla definizione della struttura dell’archivio, attraverso precise strategie e scelte di tipo conservativo, selezionando la documentazione e identificando l’oggetto, il tema o il nome di riferimento, che viene apposto ancora oggi in forma autografa sulle carte, per esteso oppure cerchiando o barrando l’argomento, al quale poi in archivio viene assegnato il corrispondente numero di classifica o di posizione all’interno, rispettivamente, delle due sezioni numerica e seriale. L’apporto di Giulio Andreotti si riflette anche nella logica di aggregazione della carte, di tipo prevalentemente tematico e documentaristico, e nel modo in cui nel tempo sono state strutturate alcune pratiche, concepite come dei veri e propri dossier documentari, con documenti che coprono un arco temporale anche molto ampio, che può andare dalla fine degli anni ’40 fino ai nostri giorni; un archivio quindi inteso non solo come “memoria-fonte” di sé ma anche come “memoria-fonte” per sé. Un’ulteriore conferma di questa funzione è data anche dalla ricchezza e dalla consistenza del materiale bibliografico allegato alle pratiche: si tratta di stampati diversi (libri, opuscoli, pubblicazioni periodiche) di entità al momento non quantificabile, ai quali è stato assegnato il numero di classifica o di posizione delle carte di riferimento, che risulta apposto generalmente sul frontespizio; questi materiali in una prima fase della vita dell’archivio sono stati inseriti all’interno dei fascicoli stessi, per poi cominciare ad essere conservati ed organizzati separatamente, fino a costituire una sorta di archivio bibliografico parallelo alle carte. L'archivio è stato, inoltre, soggetto ad incrementazione documentaria fino alla scomparsa di Giulio Andreotti.